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Dall’alto io controllo tutte le case 

Dal 24 al 28 agosto

È l’Angelo di Ivan IV, il terribile zar di tutte le Russie; di Hegel,  filosofo universale; di Goethe, che si sentiva il sovrano della cultura tedesca; e di Montgolfier, che inventò il pallone aerostatico per guardare dall’alto la terra. Dominare, comprendere tutto, dirigere e verificare: queste sono le aspirazioni dei Lakabe’el  e diventano una missione nei più evoluti, una necessità nevrotica negli altri. Si esprime in loro uno dei sogni più ambiziosi della mente umana: porsi a fianco di Dio stesso, dietro le quinte dell’Universo, e avere accesso alla stanza dei bottoni, da dove si manovrano sia la materia sia lo spirito. Nacque in questi giorni anche Lavoisier, uno dei fondatori della chimica moderna, scopritore della composizione dell’aria e dell’acqua, delle leggi della conservazione della massa e degli elementi; e Borges, che perfezionava nei suoi racconti il personaggio dell’onniscente curatore di fantastiche biblioteche universali e che per decenni esplorò le letterature e la mistica di ogni tempo alla ricerca dell’«Aleph», del principio di ogni segreto. Al pari di questi, tutti i Lakabe’el sono infaticabili raccoglitori di informazioni, cercatori di verità sempre insoddisfatti di ciò che i loro contemporanei si accontentano di sapere. E nel loro cercare amano soprattutto due cose: il processo stesso della ricerca (tanto che ogni scoperta è, per loro, quasi una delusione, il rammarico che la caccia sia finita) e il potere che l’accumulo di conoscenza dà loro. Esigono che la gente li ammiri; godono nel sentirsi carichi di responsabilità, nel progettare accuratamente soluzioni di problemi altrui, mentre chi passa davanti alla loro porta cammina in punta di piedi per non disturbarli. Meglio ancora se le questioni che affrontano sono complicate e ramificate, e coinvolgono molti, moltissimi: tanto più alta sarà la stima che si nutrirà per loro, e tanto più numerosi quelli che obbediranno alle loro decisioni. Perciò i Lakabe’el si trovano perfettamente a loro agio anche nella politica (Arafat, per esempio) o nel gestire vaste organizzazioni, possibilmente benefiche (madre Teresa di Calcutta).

Certo, con tali predisposizioni il loro Ego corre seriamente il rischio di gonfiarsi a dismisura: ma non appena trovano la propria strada, sanno compensare questo difetto con il loro fascino personale, che è sempre intenso (innamorarsi dei Lakabe’el è facilissimo) e che, quando lavorano a pieno regime, diventa addirittura magnetico. Un ottimo esempio è Sean Connery, che – da buon Lakabe’el – cominciò la sua carriera vincendo la corona di Mister Universo, e la proseguì interpretando trionfalmente il ruolo di James Bond, sempre impegnato in difficilissime avventure per salvare l’umanità intera: neppure per un istante, quando Connery- Bond è in azione, il suo egocentrismo risulta fastidioso – se non eventualmente per i suoi superiori, che glielo invidiano.

Quando invece un Lakabe’el non trova un degno campo d’applicazione, può diventare una persona veramente insopportabile. Si sente inutile, sventurato e incompreso, e non riesce a tollerarlo: non ammette che gli altri e il mondo possano fare a meno di lui. Se ha un po’ di saggezza, se la cava convincendosi che si tratti di un periodo di riflessione, utile per affinare le sue doti e preparare una brillante riscossa. Se invece prevalgono in lui l’impazienza e l’orgoglio, non resiste alla tentazione di utilizzare comunque le sue capacità organizzative, tramando per causare problemi, invece che per risolverne; e quanto più si sentirà frustrato dalla sorte, tanto più occulte saranno le sue trame e le sue intenzioni – un po’ come se l’agente 007 avesse deciso tutt’a un tratto di passare dalla parte della Spectre. Di nuovo, qui, va citato Goethe, che nel suo personaggio più celebre, il dottor Faust, delineò perfettamente questa variante cupa del Lakabe’el: profondo studioso ed esperto di tutto – filosofo, giurista, medico, teologo, alchimista – e da tutto e da tutti deluso, il vecchio Faust chiede aiuto al Diavolo in persona, per poter vivere esperienze davvero entusiasmanti. E Mefistofele acconsente: vola insieme a Faust da un luogo all’altro, manipolando da dietro le quinte uomini, avvenimenti e interi regni, perché il dottore possa soddisfare la sua brama di conquiste; e nonostante i disastri che causa, nessun rimorso basta mai a trattenere Faust da sempre nuove macchinazioni. Alla fine, per di più, tutto gli viene perdonato e la sua anima è accolta in cielo.

Nei Lakabe’el malriusciti, le aspirazioni faustiane si cristallizzano in forme più o meno controllate di paranoia, in manie di persecuzione che si capovolgono in manie persecutorie, con le quali, non avendo potuto farsi ammirare, si fa cordialmente odiare dal prossimo. Invece che alle magie di Mefistofele potrà ricorrere all’aiuto di qualche organizzazione segreta; invece di conquistare regni, si accontenterà magari di rovinare qualche famiglia, ma sempre sentendosi nel suo pieno diritto di farlo, come se fossero esperimenti scientifici. In questi casi, non resta che attendere un nuovo guizzo della sua intelligenza, che lo riporti nel versante luminoso delle sue magnifiche doti.

Igor Sibaldi