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Io supero un confine dopo l’altro

Dal 22 al 27 giugno

Lo slancio che questo Trono imprime ai suoi protetti va in  un’unica direzione: verso soglie sempre nuove, come se la loro mente e la loro anima si scoprissero rinchiuse in una sfera, e la sentissero a un tratto troppo stretta, e la varcassero, solo per scoprire poco dopo un’altra sfera che li imprigiona, poi un’altra e un’altra ancora, e così via all’infinito, esplorando e lasciandosi alle spalle sfere via via sempre più grandi, e più emozionanti. Ciò li apparenta ai loro quasi omonimi La’awiyah di metà maggio e metà giugno: ma assai più forte è l’impeto, l’ansia addirittura, anche, con cui i Lewuwiyah obbediscono alla loro perenne claustrofobia – o, viceversa, nella profondità dell’angoscia in cui precipitano quando, per una qualche ragione, vogliono o devono fermarsi. Abbiamo così, tra i Lewuwiyah, due perfetti romantici come Giuseppe Mazzini e Silvio Pellico, che apparentemente furono l’uno l’opposto dell’altro: il primo, estroverso, per tutta la vita non fece che estendere la sua carismatica lotta per l’indipendenza e la repubblica – in Italia dapprima e poi, di esilio in esilio, nell’Europa intera – senza retrocedere dinanzi a nessuna sconfitta o catastrofe; l’altro, durante gli anni che trascorse nella fortezza dello Spielberg, scrisse quel capolavoro di introversione che lo rese celebre, lewuwianissimo perfino nel titolo: Le mie prigioni! In realtà la differenza, nello slancio dei due, riguardò soltanto il modo in cui lo attuarono: per uno si trattò di denunciare l’illibertà dei popoli, per l’altro, la detenzione di chi lottava per liberarli. Si pensi poi ad altri celeberrimi Lewuwiyah che con Mazzini e Pellico si sarebbero intesi benissimo, come Richard Bach, con quel suo inno alla libertà che è Il gabbiano Jonathan Livingston, poi con i non meno lewuwiani Un ponte sull’eternitàNessun luogo è lontanoUn dono d’aliStraniero alla terraVia dal nido; ed Erich Maria Remarque, che della libertà descrive la disperata nostalgia in Niente di nuovo sul fronte occidentale.

A questi claustrofobi occorre, naturalmente, una professione che richieda un costante autosuperamento, e tra tutte, la migliore per loro è l’arte. Dover trovare sempre nuove idee, nuove forme e aspetti nuovi di sé e del mondo circostante può garantire loro la felicità, come anche il gusto della sfida – che li attende in ogni nuova opera – e il non dover rispondere che a se stessi, e il non avere un rigido orario di lavoro: tutto, insomma, in una vita d’artista sembra fatto apposta per la loro natura. Meglio ancora se, scrivendo, dipingendo o usando la macchina da presa, individueranno temi e storie d’insubordinazione, di fuga, o tragedie e tragicommedie di uomini intrappolati, come in certi film del Lewuwiyah Billy Wilder:L’asso nella manicaViale del tramontoL’appartamentoA qualcuno piace caldo.

Meglio imparare a narrare storie simili che doverle vivere! I Lewuwiyah che non hanno il coraggio e la perseveranza di diventare artisti, incorrono infatti fatalmente nella tentazione di sentirsi, nella propria esistenza quotidiana, protagonisti di vicende eroiche: per lo più irrealizzati e incompresi, naturalmente, e sempre sofferenti per il divario fra il tran tran e quelle loro aspirazioni. Allora fantasticano, inoltrandosi sempre di più in certi loro mondi silenziosi e segreti, morbosi, maniacali talvolta, malinconici sempre, e attraversati da lampi di cocente invidia per il tale o il tal’altro, che hanno osato più di loro. Se ne liberino! Non hanno scelta: finché vivranno, o almeno fino a che la loro mente non sarà del tutto appannata e le loro forze non si saranno spente, non si rassegneranno mai a essere normali cittadini. Compiano il passo, siano se stessi, scelgano l’arte: qualsiasi sacrificio, in essa, sarà mille volte più bello dei compromessi che altrimenti dovrebbero accettare. La loro necessità di superare confini li porterà poi, molto piacevolmente, anche verso l’esoterismo, che per loro diverrà soprattutto una nuova fonte di enigmi da scoprire e risolvere: come nel caso del Lewuwiyah Colin Wilson, il famoso scrittore inglese che ai grandi misteri insoluti della storia e delle leggende ha dedicato più di cento volumi, e che esordì, nel 1956, con un saggio intitolato (guarda caso!) The Outsider. Anche alla filosofia possono scoprirsi portati, purché la intendano come inesauribile ricerca, come lotta contro i limiti del conoscibile e del pensiero. Tra i Lewuwiyah filosofi il più rappresentativo è certamente Gian Battista Vico, che ipotizzò un’evoluzione ciclica, un infinito superamento, cioè, delle fasi che l’umanità raggiunge via via, attraverso i secoli.

Il problema è che, seguendo la propria vocazione, il Lewuwiyah vedrà ridursi rapidamente il numero dei suoi conoscenti disposti ad ascoltarlo: tutto preso dalla sua creatività e dalle sue sfide, potrà intendersi soltanto con interlocutori del suo stampo. Tanto meglio: non si scoraggi per questo, consideri invece la sua solitudine una conseguenza della sua eccezionalità, e ne tragga ancora maggior vigore per comunicare con il vasto pubblico, attraverso il linguaggio a lui più consono, che è quello delle forme. Altrimenti, se durante le sue giornate si sforzasse di adeguarsi ai tanti che artisti non sono, sarebbe costretto a fingere, a comprimersi, e anche nel migliore dei casi non ne risulterebbero che pesanti apparenze e malintesi.

 

 

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli