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Io comprendo le manifestazioni dell’invisibile

Dal 18 al 22 novembre

A lungo, durante la giovinezza e anche più in là, i Miyhe’el fanno il possibile per assomigliare a chi vuol assomigliare agli altri: ma sanno che a loro non è concesso, e non capiscono perché. Solo qualche Miyhe’el più esperto, o gli Yezale’el – che conoscono gli stessi tormenti –, potrebbero aiutarli a capire il problema: il fatto è che nel loro io i due (o tre, o quattro) sessi a tutti noti si sono integrati, a costituire un modo di essere, di pensare, di sentire al tempo stesso maschile e femminile, penetrante e avvolgente, in grado di dare e di ricevere in egual misura. Che a questa ulteriore identità sessuale il mondo non sia ancora pronto, è cosa abbastanza evidente: i Miyhe’el non avrebbero, se no, tutti i problemi che hanno. Ma altrettanto evidente è che tutta l’umanità tenda, sempre più, in tale direzione: che nell’attrazione di un sesso verso l’altro si esprima la percezione della propria incompletezza, la brama di scoprire non tanto ciò che l’altro o l’altra ha di diverso da noi, ma ciò che in lui o in lei rispecchia una componente di noi, che da qualche nostra profondità non riesce ancora a emergere. Questa brama i Miyhe’el non ce l’hanno, a loro non occorre più. Per loro l’amore è amore e basta: un’anima che ne cerca un’altra a lei affine, senza che l’urgenza del desiderio spinga a produrre (come avviene ai più) illusioni di sentimenti dove non ce ne sono. E se riuscissero a essere veramente se stessi, i Miyhe’el non sbaglierebbero mai e avrebbero solamente unioni grandi, perfette, profondissime. Purtroppo, dicevo, a lungo provano ad adeguarsi, e la loro vita sentimentale conosce, spesso, tutti gli spigoli dolorosi dell’inautenticità, dell’incertezza, della delusione e della soffocante rassegnazione.

Poi d’un tratto nascono, capiscono, si accettano. Può avvenire a venticinque anni o a trentotto (età classica della scoperta di sé) o ancora più in là; a destarli può essere un’ennesima delusione, o un brusco cambiamento di luogo o di lavoro, o un incontro, o lo slancio con cui, magari, si abbraccia un ideale o si abbandona una fede: comunque sia, quando succede, da una settimana all’altra tutto diventa nuovo, non solo e non tanto nei rapporti sentimentali, ma in ogni settore della loro esistenza. Il Miyhe’el butta all’aria tutti i suoi sforzi di sembrare ciò che non è, e si mette a fare di testa sua. Scopre la sua enorme energia (il doppio d’un normale individuo monosessuale), si accorge di poter pensare, anche, due volte più in grande di tutti quelli che conosce; ne è sorpreso e ne gioisce, e gioia e fierezza moltiplicano ancor di più la forza delle sue idee, dei suoi progetti, delle sue azioni. Avviene qualcosa di molto simile anche ai loro quasi gemelli Yezale’el; ma negli Yezale’el questa grande accelerazione produce per lo più la voglia di surclassare chi hanno intorno: nei Miyhe’el, invece, esplode qui un bisogno di liberazione, come una rivalsa su tutto il tempo sprecato a conformarsi. È capitato, nella storia, che queste esplosioni miheliane abbiano avuto conseguenze enormi: con Martin Lutero, per esempio, con Voltaire, o con De Gaulle: tutti e tre divennero a un tratto impavidi liberatori da una qualche oppressione, e provocatori testardi e irresistibili, dopo un periodo più o meno lungo di sottomissione alla mentalità altrui. Decisero di cambiare il mondo, né più, né meno; e anche il Miyhe’el Robert Kennedy ci avrebbe sicuramente provato, se non lo avessero assassinato. La Miyhe’el Nadine Gordimer volle cambiare invece la struttura della mente colonialista: e ci mise tutto il suo cuore, inimicandosi il governo e buona parte del popolo sudafricano per le sue battaglie contro l’apartheid; il Miyhe’el René Magritte gioì per decenni nel portare avanti, rinnovandola di continuo, la liberazione surrealista dell’immaginazione. Quanto alla più celebre tra le Miyhe’el attrici, Jodie Foster, il destino volle che il suo film più memorabile fosse proprio Taxi Driver, in cui recitava la parte di una bambina prostituita, schiavizzata cioè in un ruolo sessuale non suo (e quale Miyhe’el non si riconoscerebbe un po’?): e la sua liberazione distrugge d’un tratto tutto il mondo a lei noto, e suscita gran clamore. Angelologicamente inappuntabile.

In quale professione queste bombe a orologeria possono trovarsi maggiormente a proprio agio? Direi in nessuna. O meglio: qualunque professione abbiano intrapreso prima della personale rivoluzione sembrerà loro inadatta. E qui le sorti dei Miyhe’el si dividono in due grandi gruppi: da un lato, quelli che si inventano un’attività nuova, una qualche improvvisa passione da coltivare dapprima nel tempo libero, e sulla quale poi costruire una fortuna; dall’altro, quelli che per età, o vincoli vari, o magari per timore dello slancio che in loro sta crescendo, preferiscono tenersi aggrappati al loro lavoro sicuro. Questi ultimi, naturalmente, saranno ben presto i più inquieti: insoddisfatti, impazienti, irritabili, con nel cuore la sensazione di star perdendo ogni giorno qualcosa. Può accadere anche che le due sorti finiscano con il sovrapporsi: che dopo un periodo di entusiasmo innovativo un Miyhe’el torni cioè a frenarsi, e a frenare anche ciò che nel frattempo avrà messo in moto; avvenne così a Lutero, nelle sue celebri retromarce dinanzi alle impennate più rivoluzionarie delle popolazioni da lui ispirate. Ma ne risulterà solo inquietudine e rimpianto. Meglio osare: rallentare in corsia di sorpasso non porta bene. Il Miyhe’el Carlo I d’Inghilterra, per esempio, non seppe né comprendere né assecondare i mutamenti che andavano maturando durante il suo regno, e nemmeno approfittare del colpo di fortuna che gli toccò dopo il suo primo arresto, quando riuscì, rocambolescamente (e mihelianamente) a evadere; tornò a opporsi alla marea montante della rivoluzione, e fu il primo monarca dell’Europa moderna decapitato sulla pubblica piazza. Ci sono tanti modi di decapitare se stessi e le proprie possibilità: abbiano riguardo, i Miyhe’el ridestati.

 

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli

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