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nun-nun-aleph

Soltanto nelle grandi opere il mio spirito agisce 

Dal 12 al 17 dicembre

La Torre di ghisa, assurdamente bella, che il Nana’e’el Alexandre- Gustave Eiffel costruì a Parigi nel 1889, deve servire da esempio ai protetti di quest’Angelo dei Principati. Fu tra i monumenti più fortunati al mondo (seconda solo, per popolarità, alla Statua della Libertà, a cui pure Eiffel dette il suo contributo), e divenne l’emblema di una capitale, di uno stile, dei tempi moderni d’allora: la si amò tanto più dolcemente, quanto più ci si accorse della sua assoluta inutilità e mancanza di significato, della sua boria – che ancor oggi suscita un irresistibile sorriso – e di tutto il vuoto che contiene. Morale della Torre: non temano, i Nana’e’el, quello che ogni altro dovrebbe temere, e cioè di apparire palloni gonfiati, giacché nessuno saprebbe farlo meglio e più a proposito di loro. Il loro successo (e sono nati per il successo) dipende esclusivamente dalla loro capacità di pensare in grande, non importa in quale campo: conoscono certi segreti della statica e della dinamica, per i quali quanto più voluminoso è ciò che hanno in mente, tanto più risulterà leggero e agile – e si dà il caso, infatti, che la pressione esercitata a terra dalla Torre Eiffel equivalga a quella di un uomo seduto su una sedia. Viceversa, quanto più modesta sarà la loro immaginazione, tanto più avvertiranno il peso della materia: e non vi è nulla che opprima e schiacci talmente i Nana’e’el come le piccole cose quotidiane, e nulla in cui possano star certi di fallire, come nel progettare affari di poco conto.

Ciò rende, di solito, molto difficili i loro inizi, quando ancora nessuno si fida di loro, e i capitali e gli intenti delle loro iniziative sono necessariamente modesti: corrono il rischio di non salpare mai, tanto li deprime il piccolo cabotaggio. È bene che saltino senz’altro le prime fasi, che azzardino spacconate, scavalcando apprendistati e gerarchie e puntando direttamente al massimo. In quale campo non importa, purché abbia in qualche modo a che fare con l’architettura, con la costruzione: di edifici o di reti di comunicazione, di forme d’arte o di strategie commerciali, di oggetti d’uso o di programmi di formazione. Quanto ai finanziamenti, li troveranno senz’altro: vi è infatti una particolare ispirazione che guida sempre i Nana’e’el con grandi idee, e fa sì che i loro progetti siano perfettamente in consonanza con ciò che la maggior parte dei loro connazionali predilige o è pronta ad apprezzare in quel preciso momento.

Non è solo fortuna. È che fin da adolescenti i Nana’e’el sanno vivere in armonia con la maggioranza, condividendone del tutto naturalmente il modo di sentire. In un certo senso, possiamo dire che pensino soltanto in grande in ogni aspetto della loro esistenza. Se, per esempio, hanno interessi spirituali, si riconosceranno fiduciosamente nella religione predominante nel Paese in cui risiedono; se hanno passioni politiche, aderiranno senz’altro al partito di governo. I loro obiettivi personali si calibreranno sempre sui livelli di prestigio che, nel loro tempo, sono considerati desiderabili; e anche nella sfera privata, tutto ciò che potrebbe piacere a minoranze, sia passatiste sia troppo progressiste, incontrerà il loro deciso sfavore. Non possono fare altrimenti. Il Nana’e’el Gustave Flaubert raffigurò limpidamente, inMadame Bovary, il tragico dissidio tra la protagonista e i valori, i doveri che nel suo ambiente la maggioranza, appunto, riteneva necessari: Emma Bovary non amava il marito, cercava qualcuno, qualcosa che le permettesse di sottrarsi alla vita in provincia, ma riuscì soltanto a correre verso la rovina, proprio perché, in animi nanaeliani come il suo, nulla, nemmeno il disamore, è più potente del conformismo. Non tentino la fuga, dunque, questi colossi: si radichino bene, e prospereranno.

Oltre che nel corpo sociale, è indispensabile che imparino a trovarsi benissimo anche nel loro corpo fisico: vale anche qui quello stesso magnifico rapporto nanaeliano tra grandiosità ed efficacia. Quanto maggiore, infatti, è l’importanza che sanno attribuire alle proprie doti fisiche, tanto più sicuramente le avranno sempre al proprio servizio: si pensi non soltanto alla voce sapiente del Nana’e’el Frank Sinatra, ma anche all’affascinante sicurezza che sapeva emanare da ogni tratto del suo corpo, la cui  gracilità non sembrò mai imbarazzarlo minimamente. E viceversa, quando il corpo appare loro un fatto trascurabile, perché tentano di trascenderlo per le esigenze dell’anima, ne vengono regolarmente traditi: celeberrimo il caso del Nana’e’el Beethoven, che divenne sordo poco dopo i trent’anni, come se le sue fibre avessero voluto punirlo per lo slancio eccessivo, quasi mistico, della sua spiritualità. Davvero la materia è la chiave di volta dei destini nanaeliani. Lo scrittore inglese Arthur C. Clarke (nato il 16) lo aveva intuito, certamente, quando in 2001: Odissea nello spazio narrò il duello tra l’astronauta e il suo computer HAL: anche lì, l’astronauta simboleggiava la mente, l’anima che tenta di opporsi alla materia, e riesce a disattivarla, sì, ma solo per perdersi poi nell’infinito. E non volle fare qualcosa di simile anche il Nana’e’el Nerone? Il suo ordine di incendiare Roma fu un’altra rivolta contro la materia; e poi si perse nella follia e nella catastrofe. Serva anche questo da monito: nessuna fuga, piedi saldamente piantati a terra, petto in fuori e geniali occhiate verso nuove e vastissime imprese costruttive: sono gli ingredienti essenziali del benessere dei Nana’e’el, e certamente anche del benessere di chi li circonda.

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli

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