Ang_25

nun-thaw-he

Io faccio cooperare le cose materiali e l’invisibile 

Dal 23 al 28 luglio

 

È l’Angelo della magia. Compito dei suoi protetti è esclusivamente quello di scoprire le misteriose connessioni tra il visibile e i mondi spirituali, e i modi migliori per adoperarle. Ma attenzione: scoprire è il punto essenziale, per i Nithihayah. Non sono stregoni né sacerdoti: non hanno bisogno, cioè, né di maestri (gli stregoni hanno sempre le loro scuole) né di gerarchie ufficiali che, per mantenere un controllo sull’utilizzo delle forze invisibili, diano regole e investiture precise ai loro adepti. I Nithihayah appartengono piuttosto alla categoria delle «streghe», tanto ingiustamente infamata, in altre epoche, appunto da quegli stregoni e sacerdoti. «Strega» (femmina o maschio che sia) è chi impara da sé, chi cerca e trova, e non smette mai di trovare, sul confine tra Aldiqua e Aldilà. Perciò in altre lingue si usano, per indicare le streghe, parole che letteralmente significano «le sapienti»: per esempio witch, in inglese, e ved’ma, in russo, l’una e l’altra derivate dall’antichissima radice indoeuropea wid, che significa «conoscere». Si tratta insomma di personalità libere e coraggiose, indifferenti alle paure superstiziose, ai tabù, al gelatinoso conformismo della maggioranza; e, al tempo stesso, di mentalità decisamente pratiche, che non si accontentano cioè di un sapere erudito, fine a se stesso, ma hanno bisogno di trovare applicazione concreta per tutto ciò che scoprono nell’astratto. E tali appunto sono, per loro natura, e devono imparare a essere i Nithihayah.

Tutto ciò, certo, li rende persone quantomai temibili, per tutti coloro che vorrebbero far restare il mondo così com’è; e infatti sono notevoli le difficoltà che i Nithihayah devono superare per diventare se stessi. La solitudine, soprattutto: la gente li trova strani, quando parlano di quel che a loro veramente interessa; si vedono perciò costretti a coltivare la loro sapienza in segreto, in margine alla società. Se sono colti – come il Nithihayah C.G. Jung – vengono ritenuti eretici dai loro colleghi; se sono più modesti, li si prende facilmente per pazzi, e li si compatisce o li si deride, perlomeno all’inizio. A ciò si aggiungono le loro resistenze interiori: la lotta che devono combattere in se stessi contro tutte le cose che hanno imparato nelle scuole (luoghi notoriamente razionali, dai quali i mondi spirituali sono rigorosamente esclusi) e nelle chiese (dove le «streghe» sono da sempre malviste); e vanno messe in conto anche le aspettative dei genitori, che tanto spesso ambiscono, per i loro figli, soprattutto a uno stipendio fisso e alla pensione; e i rapporti sentimentali, che altrettanto spesso impongono richieste ai quali i Nithihayah non riescono a ottemperare, tutti presi come sono dalla loro eccezionale vocazione.

Anche per queste ragioni è risaputo, tra le «streghe», che la prima e ineludibile condizione per giungere alla magia sia la saggezza. I dubbi, i conflitti interiori ed esteriori, le malinconie, le crisi di identità dei Nithihayah principianti possono essere superate solamente quando, con saggezza appunto, essi arrivano a porsi al di sopra di tutto quello che, nel mondo altrui, li potrebbe trattenere. Devono dunque sviluppare una superiore, benevola, equilibrata comprensione del loro prossimo: allora divengono sufficientemente limpidi, e trovano in sé abbastanza energia, per cominciare a scoprire davvero. Inutile dire che non tutti ci riescono – e che pochi vi riescono prima di una certa età.

Fino a che non arrivano a tanto, si sentono anime in cerca, alle quali qualcosa impedisce di trovare: I can’t get no satisfaction, come appunto cantava il Nithihayah Mick Jagger. Possono anche aver successo in qualche tipica professione da cercatori: come atleti, per esempio, dediti sempre alla ricerca ossessiva di un primato; o sinceri idealisti, utopisti (Luigi Berlinguer, Ermanno Olmi) o persone di mondo, assetati di riconoscimenti, di successi mondani (George Bernard Shaw, Giosuè Carducci, Jacqueline 94 Kennedy): ma non amano nulla di ciò che raggiungono, sono perennemente insoddisfatti e sprezzanti verso quello status quoda cui cercano approvazione, e la loro ansiosissima paura di perdere una qualche posizione che si siano conquistati nasconde la voglia segreta di liberarsene, per cercare altrove. Quando invece va male, è alto il rischio che le loro vane ricerche li portino verso le droghe, o anche che determinino vampate di cupo disprezzo e di odio per ciò che nel mondo li ha delusi, o semplicemente per chi, intorno a loro, sembra aver trovato in quel mondo la sua strada. Un Nithihayah che si perda in simili paludi non ha, naturalmente, nessuna possibilità di giungere alla magia autentica – per quanto vorticosi, in certi casi, possano diventare i suoi interessi per la cosiddetta magia nera (terribile veleno per l’anima) o per altri generi di oscure manipolazioni della mente altrui.

L’unica via è, ripeto, nella saggezza, e nel coraggio di scoprirsi «streghe», cioè diversi: incompatibili, inconciliabili, incommensurabili con i più – proprio come Jung, quando nel 1911 ruppe con la Società di Psicanalisi di Freud, dopo un famoso alterco sull’esoterismo. Non appena smettono di cercare nell’Aldiqua, trovano nell’Aldilà: e fanno un ottimo affare. Si sa che la fortuna aiuta gli audaci: e i Nithihayah non solo si sentono, nell’Aldilà, aiutati e guidati nelle loro scoperte (e lo sono davvero), ma traggono da quelle altre dimensioni grande energia, proprio come se invisibili alleati si incaricassero di scortarli e proteggerli sempre. Celeberrimo è l’esempio del Nithihayah Alexandre Dumas, con il suo incontenibile, inspiegabile vigore – e nelle sue opere sono ben evidenti i segni delle sue conoscenze esoteriche. D’altra parte, oggi che la diversità delle «streghe» si va notevolmente ridimensionando, e la società è molto più tollerante nei riguardi della magia di quanto non lo fosse qualche decennio fa, ci si può ragionevolmente attendere che i Nithihayah possano trovarvi anche professioni adatte a loro, se non proprio come occultisti vecchio stile, con turbante e sfera di cristallo, almeno come consulenti di tipo particolare, specialisti in «risorse psichiche», o qualche altra dizione del genere, presso aziende, istituzioni, governi…

 

Estratto da Il Libro degli Angeli di Igor Sibaldi