Ang_30

aleph-waw-mem

La mia grande energia cerca un modello a cui obbedire

Dal 18 al 23 agosto 

La lettera mem è il geroglifico dell’orizzonte protetto e protettivo, del ventre materno, della casa anche, e di tutto ciò che può essere «come una casa»: la scuola, per insegnanti entusiasti e per allievi in cerca di guida; il luogo di lavoro, per un impiegato devoto; l’istituzione, per un cittadino modello; una squadra sportiva, per coloro che nello sport amano obbedire. E il Nome di quest’Angelo ci spiega che proprio in questa mem desidera rinchiudersi (waw) l’energia (aleph) di tutti i nati dal 18 al 23, ed è vero: è in scuole, istituzioni, luoghi di lavoro, squadre e soprattutto in casa propria, che i protetti di questa Dominazione possono trovare la loro felicità, e guardare con un dolce senso di sicurezza a ciò che c’è fuori, e che non li attira affatto, se non per poterlo commentare pacatamente guardando i notiziari televisivi. Ma sbaglierebbe chi li ritenesse pantofolai o pavidi. Tutt’altro! Sono le colonne (’omnah, in ebraico) della casa, scuola, istituzione o ufficio in cui hanno deciso di consolidarsi: e non solo si sentono responsabili di tutti coloro che vivono o lavorano con loro ma, quando sono al riparo della loro adorata mem, quale che sia, sanno dar prova di una meritevole operosità, di una generosità e di una dedizione esemplari, di genialità, anche, oltre che di un infrangibile buon umore. I campi in cui danno il meglio di sé sono naturalmente, oltre alla scuola, quelli legati all’economia, all’amministrazione (l’’Omae’el Bill Clinton fu, tutto sommato, un buon presidente), all’architettura, all’attività alberghiera, all’ostetricia e alla genetica. In arte, non è certo un caso che il 20 agosto siano nate Carla Fracci e le gemelle Kessler, e tre giorni dopo anche Gene Kelly; o che siano ’Omae’el Nanni Moretti, il più domestico e istituzionale dei registi italiani, e Luciano De Crescenzo, così confidenziale, capace di ridimensionare su scala casalinga anche la filosofia greca o medievale. Tra i grandi del passato abbiamo poi, qui, Edgar Lee Masters, che ne L’antologia di Spoon River dispose i suoi personaggi in un cimitero, variante tardoromantica della mem omaeliana; ed Emilio Salgari, che descrisse vicende quanto mai esotiche nei suoi romanzi, così divertenti, ma dal canto suo non si mosse mai dal Piemonte: sognava Sandokan standosene in poltrona, accavallando le gambe, e guardando le tende come fossero foschia.

Felicissimi, poi, quegli ’Omae’el che, dopo aver contratto un saldo matrimonio (altramem, anche quello), abbiano potuto dedicarsi alla riproduzione: prolifici e teneri genitori, si muovono tra le pareti domestiche come in un’importantissima torre di controllo, covando in petto la precisa convinzione che da quel che fanno in casa loro dipenda in qualche modo il benessere dell’intera umanità. E sul piano simbolico non hanno torto, a pensare così: l’umanità ha davvero bisogno di colonne domestiche attorno alle quali ruotare. Tanto grande è, d’altra parte, il valore che queste belle anime attribuiscono alla maternità o alla paternità, da provarne spesso un timore reverenziale, che li spinge – paradossalmente – a rimandare il più possibile la loro prima gravidanza. Hanno come l’impressione che, quando saranno divenuti genitori, avrà inizio per loro il periodo decisivo, maiuscolo della vita, e appunto perciò esitano, prolungano l’attesa, provando così un equivalente di quella tormentosa e apparentemente invicibile paura del successo che affligge tante persone di grandi doti. Certi provano a giustificare razionalmente tale loro blocco nella procreazione, convincendosi per esempio che prima occorra fare carriera, perché poi si avranno troppi problemi: ma questo, per gli ’Omae’el, non è vero mai. Le gravidanze, al contrario, fanno sbocciare in loro uno straordinario vigore, che può guidarli rapidamente verso le mete più ambiziose – beninteso, nei campi a loro congeniali. Non cadano dunque nell’equivoco. Se poi le gravidanze non fossero proprio possibili, un loro nobile surrogato sarà l’impegno a far crescere i lati migliori e i talenti delle persone a loro vicine, allievi, amici o partner che siano: quanto a questo «la creazione è sempre incinta», come diceva san Paolo, e gli ’Omae’el sono i migliori assistenti al parto che si possano trovare.

Quanto poi ai loro difetti (che diventano tanto più evidenti, com’è ovvio, quanto meno gli ’Omae’el seguono le proprie predisposizioni), sono anche quelli iscrivibili nelle dinamiche famigliari e scolastiche. Un certo egoismo, una certa competitività che caratterizzano spesso gli ’Omae’el, si possono interpretare facilmente come una memoria mal digerita dei tempi in cui, da bambini, volevano essere i prediletti dai genitori e dagli insegnanti, e sgomitavano a tale scopo in mezzo ai fratelli o agli amichetti. I loro slanci improvvisi di euforia ricordano molto la vivacità dei bambini durante le ricreazioni. La loro tendenza all’introversione e a una meticolosità un po’ nevrotica si direbbe anch’essa una sopravvivenza della gran concentrazione che mettevano, tanti anni prima, nel fare i compiti a casa. Nulla di grave, insomma: non c’è partner minimamente affettuoso, o capoufficio o allenatore che non possa ridimensionare queste piccole pecche con un semplice sorriso e una carezza sulla testa, ottenendo subito dopo dai suoi ’Omae’el la più grande gratitudine e dedizione.