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peh-he-lamed

La mia bocca, ispirata, rivela grandi altezze

Dal 27 giugno al 2 luglio

Peh in ebraico significa «la bocca», «il viso che si volge», e la lettera peh è anche il geroglifico della bellezza sensibile e, per estensione, della sensualità. Nell’esperienza personale dei Pehaliyah questi quattro concetti si concretizzano uno dopo l’altro (quando tutto va bene) nell’ordine inverso a quello in cui li ho ora elencati, e danno forma a un percorso evolutivo che è piuttosto semplice da descrivere nelle sue linee generali e assai impegnativo, invece, da affrontare in tutte le sue fasi.

La prima fase è appunto la sensualità: l’intensa, ansiosa energia erotica che i Pehaliyah avvertono precocemente in se stessi, e che assume ben presto proporzioni preoccupanti nella loro vita interiore. Li confonde, li intralcia; ha l’effetto di far apparire secondaria e forzata qualsiasi attività che non sia direttamente collegata al sesso. Per quanto possano essere vigorosi, estroversi, bisognosi di affetto e conquistatori, è impossibile che i Pehaliyah non avvertano fin da giovanissimi il bisogno di reprimere tanta voracità, e che tale repressione non cominci ad addensare nel loro animo sensi di colpa e d’angoscia molto più acuti di quelli che provano i loro coetanei alle prese con le prime vampe del desiderio. In molti casi, questo turbamento può dar luogo a una vocazione alla castità, addirittura al sacerdozio, come se stessero cercando riparo da tentazioni veramente diaboliche.

La seconda fase ha inizio quando i Pehaliyah si rendono conto che la castità è per loro difficilissima. Alcuni provano davvero a imporsela, per il gusto di lottare contro se stessi: si dedicano alla mistica o a qualche sport particolarmente faticoso, con l’unico risultato di diventare rapidamente nevrotici. Altri tentano di vivere una normale vita sessuale con un partner; altri eccedono: ma né l’una né l’altra cosa portano sollievo. Il sesso rimane per loro una fissazione – come in certi romanzi del Pehaliyah Alberto Bevilacqua, o come per il Pehaliyah Mike Tyson. Per apparire «normali», per riuscire cioè a nascondere questo fatto agli altri, e magari anche a se stessi, devono imporsi una perenne finzione, che assorbe quasi tutte le risorse della loro intelligenza: e purtroppo la maggior parte dei Pehaliyah si fermano qui, imprigionati in un involucro di atteggiamenti forzati, di infiniti scrupoli, di perfezionismo; e diventano irritabili, avari, invidiosi, rancorosi, sempre tristi o sarcastici, e sempre sfuggenti, come se anche il semplice bisogno di confidenza fosse divenuto ai loro occhi qualcosa di pericoloso.

C’è invece chi prosegue: la successiva fase della loro crescita personale è, dicevamo, «il viso che si volge», come chi ascolti un’intuizione. Intuiscono infatti (tutt’a un tratto, talvolta) che  l’impossibilità di soddisfare appieno la loro principale pulsione può essere non il problema, ma la soluzione: e che il loro senso d’angoscia derivava dall’errore di credere che soltanto l’atto sessuale potesse e dovesse esaurire tutta l’energia che avvertono dentro di sé. Quest’energia è indiscutibilmente radicata nella sessualità, ma la sessualità può esprimersi in molti altri modi. Può sublimarsi e trasformarsi, come l’energia cinetica dell’acqua viene trasformata in energia rotativa dalla turbina di una centrale elettrica, senza che, nel passaggio, si perda nulla della sua potenza.

Tale sublimazione e trasformazione è la fase della «bocca»: avviene cioè innanzitutto nel dire, nel comunicare, ed è qui infatti che i Pehaliyah più evoluti diventano grandi maestri. Occorre soltanto che qualche circostanza esterna li aiuti (la semplice intenzione non basta ad avviare il processo di sublimazione): che una qualsiasi circostanza si opponga, cioè, all’utilizzo esclusivamente sessuale del loro vigore. Può essere un amore infelice o difficile, o una professione che li costringa a viaggiare, o che richieda loro un periodo d’impegno totale… Lì la loro vita comincia a cambiare e a illuminarsi in modi nuovi, tanto più alti quanto maggiore è la quantità di energia sessuale che verrà frenata e incanalata verso un differente utilizzo.

All’inizio di questo cambiamento, essi acquistano una notevole capacità di convincere chiunque abbia a che fare con loro: è come se il loro potere di seduzione, già grande prima, aumentasse quanto più si emancipa da uno scopo sessuale. Poi si sublima la loro capacità di penetrazione psicologica, che tanto bene li aveva serviti quando corteggiavano semplicemente: adesso diventa una saggezza, una sapienza talmente profonda da far loro cogliere perfettamente gli stati d’animo e i pensieri di tutti i loro interlocutori. E i Pehaliyah che vanno ancora oltre, arrivano a sublimare anche il loro fascino naturale, che si trasforma in un autentico carisma di leader, in qualunque campo d’azione si siano scelti. Gli esempi non mancano, da Pirandello a Oriana Fallaci, a Lady Diana: dotati tutti di una forte passionalità, e tutti – chi per una ragione chi per l’altra – costretti dalle circostanze a limitarla e a sublimarla altrove, per diventare uno un gigante della drammaturgia (peh: la voce e il volto dei personaggi a teatro!), l’altra una delle più grandi intervistatrici del secolo scorso, l’altra ancora un idolo delle folle. C’è anche da chiedersi se il Pehaliyah Leopardi avrebbe mai scritto A Silvia L’infinito se quella sublimazione non si fosse già avviata in lui; o se la burrascosa, frustrante vita coniugale del Pehaliyah Enrico VIII (cinque matrimoni infelici, e una moglie fatta decapitare) non abbia contribuito a dargli la forza di scindere l’Inghilterra dal cattolicesimo, e di fondare una Chiesa nuova.

I Pehaliyah non ancora giunti alla terza fase potrebbero naturalmente dubitare che valga la pena di rinunciare ai propri sogni d’amore per inseguire il successo in altri campi. Ma quei sogni, ripeto, sono troppo vasti, e destinati perciò a rimanere, per loro, sempre un miraggio; e d’altra parte non si tratta affatto di negarsi il piacere, ma solamente di constatare la sproporzione tra il bisogno che se ne ha e quel che un qualsiasi partner può offrire. È un modo di far buon viso – un buon peh – a cattivo gioco, traendone vantaggi eccezionali ed evitando illusioni.

 

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli