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resh-he-ayin

Io conduco verso l’invisibile, e supero le illusioni 

Dal 4 all’8 ottobre 

Secondo certe correnti della Qabbalah, questi giorni d’ottobre sono tra i più rischiosi in cui nascere: non per nulla rahah, in ebraico, significa «aver paura», e rahav, «osare». I protetti di questa Potestà devono sempre lottare contro una corrente che sembra volerli spingere contro gli scogli dell’illusione, del vuoto, del male anche – e che è raffigurata dalla particolare posizione della lettera ayin nel loro Nome angelico. Molti di loro riescono a contrastarla appena quel tanto che basta a non far nulla, e a rimanere per tutta la vita al punto di partenza: non abbandonano mai la casa in cui sono nati, oppure ereditano il lavoro del padre e non vi aggiungono nulla di nuovo, come nel timore che qualche tragica trappola li inghiotta appena proveranno a discostarsi da quel che già si sapeva prima di loro. Altri tentano, e davvero si smarriscono: la corrente li porta troppo rapidamente perché riescano a cogliere le occasioni giuste, gli eventi li trascinano senza che nulla di ciò che vogliono riesca né a consolidarsi, né a chiarirsi del tutto; e quel che peggiora la situazione, in questi casi, è che pochi Raha‘e’el riescano a resistere alla tentazione di rafforzare (illusoriamente!) il proprio animo ricorrendo al principio d’autorità, e cioè mettendosi a dare ordini ad altri, o trovando qualcuno a cui obbedire. Nel primo caso, i loro intenti finiscono regolarmente nella disfatta, come avvenne al Raha‘e’el Pancho Villa; nel secondo, è pressoché fatale che si scelgano i loro capi tra i peggiori possibili, come avvenne al tetro Raha‘e’el Heinrich Himmler, burattino di Hitler. Patetica, poi, e soffocante, in ogni Raha‘e’el sconfitto o deluso dal proprio destino, è la tendenza a obbligare i figli a riuscire in ciò in cui lui ha fallito: come a volersi riscattare per interposta persona, senza alcun riguardo per le loro vocazioni e desideri. E se ne riceve un rifiuto, lo prende spesso come una ferita imperdonabile, a volte addirittura mortale.

Ciò che può salvare i Raha‘e’el – o che più di tutto contribuisce a distruggerli, a seconda di come la usano – è la loro grande Energia “terapeutica”. Sono, sarebbero medici perfetti o perfetti uomini di spettacolo: furono Raha‘e’el la meravigliosa Eleonora Duse, e Charlton Heston, e perfino l’inventore del cinema, Louis-Jean Lumière. Quest’ultimo merita un’attenzione particolare, a proposito dell’Energia “terapeutica” e della paura: in curiosa coerenza con il Nome del suo Angelo, alla proiezione della sua prima pellicola, L’arrivo del treno, Lumière vide fuggire dalla sala tutto il suo pubblico, spaventato dall’immagine della locomotiva che puntava dritto verso la platea. Il medico cura sempre se stesso, come sappiamo: aveva avuto un po’ di paura anche Lumière, mentre fermo sulle rotaie girava la manovella della sua protocinepresa; filmò dunque la sua stessa emozione, e il giorno del suo successo fu anche quello in cui, grazie alla nuova tecnologia, riuscì a far provare ad altri ciò anche lui aveva provato, perché vincessero anch’essi il riflesso istintivo che li spingeva a scappare. È un simbolo della molla segreta d’ogni buona terapia: quanto più un individuo dotato di Energia “terapeutica” riesce a inquadrare le dinamiche dei suoi personali disagi, e a dominarle, tanto più sarà in grado di agire su altri, per aiutarli a dominare e a superare i loro problemi.

Nei Raha‘e’el, quanto a questo, l’autoanalisi trova un campo molto promettente. Nessuno meglio di loro può comprendere come e perché si tema e si rifugga la propria libertà e responsabilità: e poche conoscenze tornano più utili di questa, nell’aiutare chi soffre. Se osano scoprirlo, poi la loro Energia “terapeutica” saprà guidarli e farà il resto. I risultati si potranno apprezzare anche in ambiti diversi dalla medicina propriamente detta: il Raha‘e’el Denis Diderot trasse abbondanti spunti dalla propria vita tumultuosa, per diagnosticare e indagare le ragioni dei mali sociali del suo tempo – e ne trattò non soltanto nei suoi scritti teorici, ma anche in drammi e romanzi, dedicati, guarda caso, proprio al difficile rapporto tra le generazioni, comeIl figlio naturale Il nipote di Rameau. E che dire del Raha‘e’el Le Corbusier? Pareva un medico che curasse i mali dello spazio abitabile contemporaneo, costruendo, opera dopo opera, la liberazione dell’architettura dai dogmi della tradizione: guarendo gli edifici – case, chiese, città – dai loro complessi di inferiorità verso il passato, voleva guarirne anche l’anima di coloro che vi avrebbero vissuto; tra l’altro, il lato oscuro rehaliano ebbe la meglio su di lui, nel suo ultimo giorno: morì infatti in mare, nuotando al largo, trascinato via da una corrente.

L’autoanalisi, il prendere luminose distanze da se stessi, è indispensabile ai Raha‘e’el anche in un altro senso. La loro dipendenza dai genitori, o in genere dal passato, e anche la dipendenza che vorrebbero imporre ai figli, si rivelano, quando riescono a osservarle con calma e attenzione, come ombre proiettate da tutt’altra cosa: dal bisogno di una guida spirituale – bisogno che tuttavia può arrivare a chiarirsi solo in chi si sia elevato un po’ al di sopra di quella paura del nuovo, o di quella certezza che il nuovo porti con sé la rovina, che caratterizzano i Raha‘e’el mediocri. E più in alto ancora, conoscendosi ancor meglio, scoprono che anche il loro bisogno di una guida è in realtà un’ombra, che il padre spirituale che cercano è in loro stessi, e lo si può trovare soltanto vivendo come se quel padre invisibile gioisse del bene che riescono a fare per se stessi e per gli altri. Così è anche per chiunque altro, si sa: ma nei Raha‘e’el le resistenze a queste scoperte sono, in genere, talmente forti da trasformare la vittoria su di esse in un’impresa eroica. E questo eroismo è l’unica condizione della loro felicità.

 

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli

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