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resh-yod-yod

Io apro gli occhi a molti 

Dal 14 al 18 agosto 

Quando tutto in loro va per il verso giusto, i Reyiy’el sanno impegnarsi appassionatamente nel liberare qualcun altro dai suoi guai e dalle sue paure: e nel farlo appaiono maestosi, perfetti, come se una qualche forza magnetica li guidasse. Che siano psicologi, avvocati, preti o semplicemente amici premurosi, quando si mettono all’opera per voi potrebbero farvi pensare a Reyiy’el famosissimi come il colonnello Thomas Edward Lawrence, altrimenti noto come Lawrence d’Arabia, il romantico agente inglese che in abiti da sceicco guidò la lotta degli arabi per l’indipendenza; o come Robert De Niro, quando ne Il cacciatore salva l’amico, o inTaxi Driver si trasforma in un arsenale vivente per liberare la fanciulla dai suoi sfruttatori. Vincere i vostri nemici è il loro compito, e non importa che si tratti di nemici in carne e ossa o di ombre e incubi della psiche: li sbaraglieranno comunque. Rivive, in ogni Reyiy’el, l’antica figura del sacerdote guerriero, del cacciatore di demoni, assistito e ispirato certamente da strane forze superiori che lui solo conosce.

Vi fu chi disse che anche Napoleone fosse nato in questi giorni, il 15 o il 14: e per qualche suo tratto giovanile potrebbe anche darsi – benché la sua potenza distruttiva e il suo piglio di dittatore lo facciano assomigliare più al temibile Angelo precedente, She’ehiyah. I Reyiy’el, infatti, hanno una giusta fama di liberatori, ma non sono necessariamente aggressivi: a loro importa scacciare, e non distruggere, chi vi fa del male. E soprattutto, non sono veri e propri capi: il loro talento è operativo, preferiscono l’azione alla supervisione, la tattica alla strategia. Non per nulla molti di loro eccellono come registi (e sono grandi scopritori di star: liberatori di talenti che prima di loro non sapevano esprimersi): Strehler, Polanski, Lina Wertmüller, Wim Wenders… Un regista dirige ma al tempo stesso obbedisce – al produttore, al direttore della compagnia. Per i Reyiy’el è indispensabile avere alle spalle un’incarnazione tangibile di quelle forze superiori dalle quali si sentono animati. Così anche il colonnello Lawrence aveva Churchill, a guidarlo. Sono d’altronde troppo idealisti, troppo eroici, per sapersi districare tra i compromessi e le trappole che non mancano mai nell’esercizio del potere. No, io sono dell’idea che Napoleone sia nato o qualche giorno prima della data che alcuni storici gli assegnano o magari il 14, e abbia dunque avuto una giovinezza di Reyiy’el per diventare poi uno She’ehiyah a tutti gli effetti. E poi un liberatore che cosa se ne farebbe di un impero? Opprimere gli altri? Imporre tasse? L’eroismo, l’idealismo reyeliano non sopporterebbe di farlo neppure per una settimana: i protetti di questa Dominazione sono venuti a togliere catene, non a forgiarne.

Ma tutto ciò vale soltanto, come dicevo, nei casi in cui i Reyiy’el abbiano saputo assumersi e mettere in luce quelle loro doti davvero straordinarie. I più non ci riescono, le trovano troppo faticose e troppo altruiste; e allora le doti si trasformano fatalmente in difetti e problemi di difficilissima soluzione. Invece di essere dei liberatori, i Reyiy’el pigri o egoisti diventano loro stessi vittime di ogni genere di parassiti visibili o invisibili: falsi amici o partner vampireschi, oppure ossessioni e fobie – che finiscono per trasformare la loro pigrizia in una paralisi esistenziale, e il loro egoismo in un’esasperante cortezza di mente, che fa loro sembrare il mondo intero un luogo al tempo stesso troppo complicato e troppo noioso. Invece che maestosi, risultano semplicemente vanitosi; invece che trascinatori, sono vacui chiacchieroni, corrosi da un senso segreto di frustrazione che li rende meschini, vendicativi, ridicolmente suscettibili; e invece di sentirsi guidati da una qualche forza superiore, non osano staccarsi mai dalla famiglia d’origine e seguono inerzialmente, anche nella professione, le orme dei genitori, senza mai osare qualcosa di nuovo. Nei casi peggiori può accadere anche che qualche Reyiy’el, senza accorgersene, diventi lui stesso un tiranno tra le pareti domestiche, o addirittura un parassita, un pesantissimo low energy, come usano dire gli psicologi americani: un individuo cioè capace di abbassare il tono vitale di chiunque gli viva accanto, o che si trovi per qualche tempo in sua compagnia.

Quando si arriva a questo punto non c’è rimedio che funzioni – all’infuori, s’intende, di una brusca conversione di rotta, che li riporti nella loro giusta ed entusiasmante corrente energetica. E niente potrebbe sembrare più improbabile, a chi guardasse un Reyiy’el ozioso, infelicemente assopito sul suo divano, preoccupato soltanto di qualche sua ipocondria o confuso rancore: ma si pensi, di nuovo, a Taxi Driver, che per i protetti di quest’Angelo è per molti versi un ottimo manuale di istruzioni. Anche lì il personaggio impersonato da De Niro è, all’inizio, un uomo distrutto dalla sua specialissima energia inutilizzata. Poi d’un tratto si ridesta, e si trasforma in un san Giorgio in lotta con il drago: è sufficiente che baleni per un attimo davanti ai suoi occhi un’occasione, l’immagine di un debole oppresso (la prostituta bambina, nel suo caso). Il vigore che allora ricomincia a manifestarsi in lui è davvero quello di un Angelo tempestoso: dopodiché tutto il mondo riacquista un senso ai suoi occhi, e diventa un luogo di speranze. Può accadere esattamente questo a tutti i Reyiy’el smarriti. Provare per credere.