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Il mio slancio va verso ciò che ancora non si vede 

Dall’8 al 14 agosto 

She’eha, in ebraico, vuol dire «irrompere», «sfondare», «fare il vuoto dinanzi a sé». E non per nulla Nagasaki venne distrutta proprio il 9 di agosto, da quella folle bomba sperimentale, a guerra già terminata. She’ehayah ha davvero una carica distruttrice,  un’impazienza esplosiva che, proprio come una bomba, potrebbe sfuggire al controllo e cadere quando e là dove non occorre. È bene che i suoi protetti lo sappiano e imparino a rispettarne il potenziale, e ad adoperarlo, saggiamente, per mandare in frantumi soltanto edifici pericolanti, oppure ostruzioni dell’energia vitale.

Alcuni, i più abili, possono addirittura trasformare tale distruttività nel suo contrario, e cioè in una competenza in fatto di disastri, che aiuti a rimediare a catastrofi minacciate o già avvenute: un po’ come fanno gli omeopati, che curano le malattie somministrando le stesse sostanze che le causano. Si trovano così, tra gli She’ehayah, ottimi ortopedici e traumatologhi (hanno infatti una notevole Energia Yod), dentisti, specialisti nella chirurgia estetica o ricostruttiva; tecnici della protezione civile, ingegneri edili e minerari; e naturalmente psichiatri, esperti appunto delle catastrofi della mente, e psicologi, che vi aiutino ad abbattere pareti interiori o a sgombrare le rovine disseminate qua e là nella memoria e nella personalità; o anche economisti d’avanguardia, ristruttura tori di aziende in pericolo, pianificatori dello sviluppo; e carrozzieri, stuntmen e, ovviamente, militari. Tra i registi, furono She’ehayah Cecil B. De Mille, che amava tanto riprendere la distruzione dei suoi fastosi scenari in incendi, battaglie e altri sfaceli, e sir Alfred Hitchcock, che realizzò le più celebri storie di distruzione individuale del cinema americano, specializzandosi nel tema sheeianissimo della paura di venir distrutti da qualcuno o da qualcosa. E tra gli statisti, il conte di Cavour e Fidel Castro, entrambi distruttori e costruttori al contempo, ciascuno a suo modo, e Prodi, con la sua reputazione di curatore dei periodi di crisi. Per non parlare poi di Napoleone Bonaparte, nella cui biografia le crisi rivoluzionarie, la distruzione e la costruzione di stati e  di imperi si alternano a ritmo addirittura frenetico, intercalati a spaventose battaglie, con centinaia di migliaia di caduti ogni volta; ma pare che Napoleone fosse uno She’ehayah di quelli cupi, che dalla distruzione si lasciano spesso ipnotizzare: si narra infatti che, dopo le carneficine, amasse passeggiare a cavallo tra i mucchi di morti e di storpiati, e commentarli con i suoi generali, come a un’esposizione di quadri. In lui si espresse, fin troppo nettamente, anche il tratto più insidioso degli She’ehayah: il periodico impulso alle decisioni irrazionali, che solo a volte risultano geniali, e spesso invece sciagurate; fu così che commise i suoi più gravi errori, e scelse vari collaboratori pessimi, e alla fine decise tutt’a un tratto d’intraprendere la spaventosa campagna di Russia, che segnò la sua fine.

Da quel genere di decisioni, gli She’ehayah devono cercare di tutelarsi. Evitarle è impossibile: la stabilità li esaspera e, per quanto comoda possa essere una situazione in cui sono venuti a trovarsi, di tanto in tanto (in genere ogni sette, otto anni) si sentiranno sicuramente presi dalla voglia di mandare tutto all’aria, ed è raro che non riescano nell’intento. In quei momenti la loro voglia di radere al suolo ci mette poco a diventare più forte di qualsiasi attaccamento, di qualsiasi loro affetto o amore. Ma di nuovo: è sempre possibile scegliere cosa mandare all’aria, e calibrare il tiro su quegli aspetti delle situazioni, che risultino veramente stantii e privi di possibilità di rinnovamento. Per quelli che vivono o lavorano con loro ciò rappresenterà naturalmente un’indimenticabile fonte di stress, ma con il passare del tempo finiranno per accorgersi che, tutto sommato, è stato meglio così.

Quanto all’amore, del resto, i protetti di questa Dominazione hanno inclinazioni talmente speciali, da non riuscire a comprenderle essi stessi. Di solito, sanno soltanto di non trovarsi a loro agio nei legami di cui il resto del mondo si accontenta: e alcuni temono che possa nascondersi in ciò qualche perversione, e non osano indagare oltre; altri tentano qualche esperimento strano, ma ne rimangono per lo più delusi. La questione, in realtà, è che la loro libido ha la stessa vastità della loro carica distruttiva, tanto da far pensare che si tratti di due facce della stessa medaglia: e così come non vi è nessuna situazione della quale si possano veramente accontentare, allo stesso modo non vi è né individuo né serie di avventure che possa mai bastare al loro desiderio. Potrebbero innamorarsi, semmai, di una moltitudine – come Napoleone era innamorato di tutti i battaglioni della sua Guardia imperiale –, o di una classe sociale, o di un territorio – come il She’ehayah Ambrogio Fogar era innamorato dei luoghi che esplorava –, o magari di una grande azienda: e soltanto con questo genere di partner collettivi gli She’ehayah possono infatti provare le gioie e i tormenti della passione. Sono nati così, ed è inutile tentare di ridimensionare o razionalizzare questo loro aspetto paradossale. Da tale punto di vista, un loro eloquente rappresentante potrebbe essere John Holmes, l’attore statunitense che negli anni Settanta divenne il primo grande divo del cinema pornografico, e il cui vero e unico amante era il pubblico, con cui Holmes si congiungeva attraverso lo schermo. Holmes fu, purtroppo, uno She’ehayah anche nella distruttività e nell’autodistruzione: partecipò, assurdamente, a efferati episodi criminali, si lasciò annientare dalla cocaina, e terminò la sua vita con il triste privilegio di essere stato uno dei primi casi di AIDS conclamato. In quest’ultima cosa agì, molto probabilmente, anche la sua Energia Yod, che, come sappiamo, usa vendicarsi quando viene trascurata. Ne tengano conto gli She’ehayah e trovino il tempo, nell’orientare le loro doti, di dedicarne il più possibile al benessere del prossimo.