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yod-he-he

Io guardo soltanto verso l’invisibile 

Dal 25 al 30 gennaio

Il nome di quest’Angelo descrive un’ascesi radicale e senza limiti: e in ciò consiste infatti il compito degli Yahehe’el, e anche la principale causa dei loro conflitti terreni. Sono, o meglio sarebbero perfettamente equipaggiati per salire sempre più su, come astronauti, nelle diafane regioni dello spirito. Dispongono, per loro natura, di una larga saggezza che li trattiene dal partecipare e persino dall’interessarsi alle tensioni, alle lotte, agli affanni quotidiani della restante umanità; guardano tutto e tutti dall’alto – nel senso migliore del termine – e la loro vista è per di più talmente buona, che anche se volessero non potrebbero spiegare al loro prossimo tutto ciò che vedono in lui, intorno a lui e nel suo futuro; non li trattiene dunque neppure il bisogno di voltarsi a insegnare, a riferire… e nemmeno l’ostacolo più ovvio e tenace di chi vuol salire: le passioni del cuore o del corpo. Il principio femminile e il principio maschile della personalità degli Yahehe’el si trovano infatti fin dalla nascita in perfetto equilibrio, e non richiedono alcuna compensazione né da un sesso né dall’altro (potrebbero intendersi bene, quanto a questo, soltanto con i protetti degli altri due Angeli ermafroditi, Yezale’el, dei Cherubini, e Miyhe’el delle Virtù), dimodoché anche la loro capacità d’amare può volgersi intera e libera verso nuovi livelli del sublime.

In altre epoche, con una tempra simile, gli Yahehe’el avrebbero facilmente trovato qualcuno che li indirizzasse alla carriera monastica, e in breve tempo, nel silenzio e nella contemplazione, si sarebbero accorti di essere fatti apposta per la santità. Maoggi è molto dura, per loro. Le principali religioni, nel loro sforzo di avvicinarsi il più possibile al mondo profano, hanno decisamente trascurato i propri aspetti spirituali ed esoterici: nessuna apprezza più l’ascesi (la tollerano, semmai), e anche il mondo, di conseguenza, ha smesso di apprezzarla – così che questi eterei Yahehe’el si ritrovano abbandonati a se stessi, incompresi e incomprensibili, e costretti a scendere a compromessi con le esigenze materiali.

I loro compromessi non riescono quasi mai, e se riescono è peggio ancora. Capita, per esempio, che uno Yahehe’el, per non sentirsi troppo diverso dagli altri, si fidanzi e si sposi: il coniuge ne sarà sicuramente innamorato (come non innamorarsi di un’anima tanto equilibrata, alta, irraggiungibile?), la famiglia sarà allietata da qualche bambino, ma a meno che sia il coniuge sia i figli siano nati nei suoi stessi giorni, lo Yahehe’el avrà sempre l’opprimente, segreta sensazione di vivere in un equivoco, di aver finto e di dover fingere. L’immagine che dà di se stesso in famiglia non è dunque la sua vera, non è lui che i suoi amano, ma solo una persona che non esiste, inventata, recitata… E vivere con questo fardello sul cuore è tutt’altro che piacevole.

Lo stesso avverrà nel lavoro: anche se facesse l’insegnante – che tra tutte le professioni è forse quella meno inadatta a lui – gli sembrerebbe sempre di essere complice di un mondo a lui estraneo, di dover preparare i suoi allievi a una vita che lui, per sé, non desidererebbe mai; e si porrebbe problemi di coscienza che nessun suo collega neppure si sogna. Per non parlare poi del tempo libero, delle conversazioni e dei divertimenti degli altri, in mezzo ai quali uno Yahehe’el tace e per lo più sogna tra sé e sé, sentendosi come un palloncino legato a terra da un filo lunghissimo e sottile, che di nascosto sta tentando sempre di allentare, o spezzare.

Mozart era di quest’Angelo, e solo i suoi biografi più ottusi presentano il suo disinteresse per le faccende normali come un sintomo di caoticità interiore: era, al contrario, uno Yahehe’el rigoroso e perfettamente coerente con se stesso; semplicemente non gli importava nulla del mondo e non aveva voglia di fingere. Componeva. E così anche Lewis Carroll, che scriveva i suoi libri per la piccola Alicee viveva, felice, in un universo tutto suo, fatto di esseri fantastici e di matematica. E Anton Cechov, che sembrava guardare la vita degli altri da un’interiorità infinita, come le nuvole o le stelle potrebbero guardare, e sorrideva con altrettanta infinita comprensione ai suoi lettori, che (ne era certo) non lo avrebbero compreso mai, se non cominciando a sentirsi un po’ palloncini legati a un filo, anche loro.

L’unica cosa che potrebbe rafforzare quel filo sarebbe un legame – d’amicizia magari – con una persona saggia: con una piccola Alice, appunto, che li capisca, o con qualcuno che li faccia sentire protetti, e che occupandosi dei problemi quotidiani permetta loro di sognare in pace di tanto in tanto: come fu per Mozart suo padre Leopold. Allora, così garantiti, può anche avvenire che prendano gusto a vedere la terra dall’alto, e non più per l’altezza stessa ma per il panorama che la terra offre da lassù: e che si divertano, anche, a scendere un po’, per poi subito risalire, e poi scendere ancora, a sperimentare questa o quell’occupazione o abitudine dei terragni. Rarissimo è il caso che in uno Yahehe’el si sviluppi invece un elemento di ostilità verso chi è più in basso: ma quando ciò avviene possono diventare temibili, e trarre piacere da una crudeltà fredda, imperturbabile, fiabesca quasi, se si pensa a certi tetri personaggi di fiaba; così avvenne a Ceausescu. Ma sono davvero casi che potrebbero contarsi sulla punta delle dita: il riserbo yaheliano vela, di solito, soltanto sapienza e immensa nostalgia dell’eterno.

 

 

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli

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