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La necessità del cambiamento di se stessi si contrappone spesso alla necessità di essere accettati dagli altri. Ma rinunciare al cambiamento può comportare un costo ancora maggiore, in termini di sofferenza.

L’essere umano incontra il proprio destino sin dalla nascita. Incontra i genitori che lo hanno messo al mondo, e che forse, in qualche modo, lui stesso ha scelto. Incontra un’epoca, una cultura e il sesso che gli viene “consegnato” con costumi, concetti e preconcetti. Nello scorrere dei giorni, mesi, anni della nostra esistenza immagazziniamo esperienze e riferimenti di vita, che diventano un bagaglio acquisito da affiancare ad un patrimonio di conoscenze che ci portiamo dalla nascita. Ed è proprio questo bagaglio di conoscenze, questa “natura” che ci farà decidere per le ulteriori scelte della nostra esistenza.

Se questa natura non emerge, non viene espressa e ascoltata dalla nostra coscienza e poi realizzata in sinergia con l’ambiente esterno, l’individuo inizia a sentire delle micro, macro tensioni, inconsce o consce che lo portano, di conseguenza, a subire delle sofferenze.

L’attaccamento affettivo dell’essere umano al mondo circostante, a persone, luoghi, abitudini, può rendere difficoltosa l’espressività di sé e impedire talvolta il cambiamento. La necessità di essere amati e accettati è vissuta in contrasto con la necessità di un cambiamento di sé stessi e delle relazioni. E ciò perché si desidera essere in sintonia con il mondo, mentre il cambiamento comporta talvolta discussioni, rotture, delusioni, abbandoni, disamori… e non sempre si è pronti a vivere stati emotivi conflittuali e affrontare il cambiamento.

Ecco che la ricerca di un modo, di un linguaggio, di una strategia per comunicare il “nuovo”, il “diverso di sé”, diventano obiettivi da raggiungere, anche con l’aiuto di studi e maestri, per scoprire risorse sconosciute e superare la paura del cambiamento. Ogni cambiamento ha un costo e non sempre si è disposti a pagarlo, almeno così si crede. In ogni caso il prezzo si paga, sia restando nel soffocato e teso equilibrio, rinunciando a sé, sia andando verso scelte nuove, avventurose esperienze, imprevisti e “corse” all’elaborazione degli avvenimenti.

Nel mio lavoro, spesso cerco di stimolare un cambiamento comunicativo, non “rivendicativo”. Un cambiamento che non comporti un conflitto estremo, una sofferenza, ma solo lo sforzo di spiegare ciò che si prova, fino ad un chiarimento che possa… sbocciare come un fiore. L’intento è allora quello di individuare e mettere a fuoco ciò che sta succedendo, ciò che si sente, e che viene dal profondo, anziché distruggere l’altro per esistere. Insomma un sano concetto di integrazione del nuovo, prima di tutto dentro di noi, nella nostra coscienza, e poi nel mondo circostante.

Questa “riflessione meditativa” permette di ampliare lo spazio immaginativo della propria situazione e consente di giocare, simulando probabilità e tentativi di cambiamento nel segreto del dialogo interiore, fino a trovare il modo migliore e più coerente per essere, comunicandolo anche al mondo. Qualche volta gli animi si infuocano, ma niente paura… La fiducia, un po’ di umile ascolto di ciò che sta succedendo e il dialogo aperto, permettono il confronto e l’evoluzione dei rapporti e di sé.

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