Imparare a... imparare

Intervista di Carlo Dorofatti a Erica Holland(*) – Vedendo le persone a cui vorremmo assomigliare, facciamo una fotografia di quello che oggi sono in grado di fare, cancellando tutta la parte prima del film. La parte in cui hanno mosso i primi passi, la parte in cui hanno compiuto i più grandi errori; la parte in cui nonostante ciò hanno continuato a provare…

“Imparare” è uno dei temi che tratti spesso nelle conferenze e nei seminari, ti va di spiegare come mai questo argomento ti sta particolarmente a cuore?

È proprio vero: mi sta molto a cuore. Questo perché l’apprendimento è la chiave del cambiamento.
Che cos’è un cambiamento, se non l’effetto di aver imparato qualcosa di nuovo?
Un cambiamento (comportamentale, emotivo, cognitivo) è il risultato di qualcosa che ci ha fatto “click” dentro, facendoci intravedere nuove prospettive: una sorta di piccolo “satori”, come si direbbe nello Zen. Questo accade a seguito di uno stimolo esterno (tutto ciò che del mondo esterno crea un “movimento” in noi) o interno (attraverso la rievocazione di ricordi o l’immaginazione). In ogni caso, quel “click” fa sì che noi facciamo nostre nuove modalità comportamentali, emotive o cognitive, allargando la sfera di ciò che è alla nostra portata.

Mi fai un esempio concreto?

Certo. Poniamo che io non riesca a comunicare col mio capo, e che le abbia provate tutte con lui, senza ottenere risultati, anzi magari peggiorando la situazione, e che non sappia più come fare. Dato che esistono persone che riescono a comunicare in maniera efficace con lui (spesso persone magari neanche così lontane da me, come un collega, per esempio), significa che mi manca la familiarità con un modo di rapportarmi a lui che sarebbe più efficace di quelli che sono normalmente abituato a utilizzare. Può darsi che ciò che mi impedisce di migliorare la situazione sia proprio che non conosco queste altre modalità: certamente avrò provato tutto, ma si tratterà inevitabilmente di tutto ciò che io fino a questo momento ho imparato!
È come se un pescatore cercasse di prendere un’orata utilizzando un’esca per la pesca al siluro. Può lanciarla più lontano, innestarla meglio, ma difficilmente otterrà risultati perché sta sempre provando con lo stesso tipo di esca. Per riuscire a pescarlo, dovrebbe cercare nella sua cassetta di pesca un’altra esca, più adatta di quella che è abituato ad usare, anche se, magari, questa con i siluri di solito funziona.
Ciò che mi occorre per cambiare la situazione, quindi, è allargare l’area di ciò che mi è familiare, includendovi nuove modalità in grado di condurmi al risultato che desidero. Se la mia cassetta da pesca è ricca di esche diverse, potrò pescare agevolmente in mare o in montagna, pesci grandi o piccoli, mettendo sempre in campo l’esca che mi serve.

Spesso dici che imparare è qualcosa che impregna la nostra esistenza. Cosa intendi?

Intendo che è il principio su cui poggia la nostra vita: da quando siamo nati siamo immersi in un continuo processo di apprendimento. Impariamo a respirare, a mangiare, poi a camminare, a relazionarci con i nostri simili, a procurarci ciò di cui abbiamo bisogno per mantenere un nostro equilibrio, insomma, a sopravvivere adempiendo a compiti sempre più complessi. Si potrebbe dire che è impossibile non imparare: siamo continuamente esposti a stimoli dal mondo esterno oltre che dal nostro mondo interiore, alcuni forti come uragani e altri insignificanti come punture di zanzara, ma tutti in qualche modo portatori di movimento per noi. Eppure, la cosa paradossale è che la maggioranza di noi pensa di non poter cambiare.

Come mai ci creiamo questa convinzione? Cosa perdiamo di vista perché ci sembri così difficile cambiare?

Il primo ostacolo alle nostre potenzialità è dato dal modo in cui siamo abituati a percepire l’“errore”. Nella nostra società sbagliare è visto e vissuto come un fallimento, come qualcosa di cui vergognarsi e da evitare. Invece ci dimentichiamo che è proprio l’errore che rende il bambino “intelligente”, che lo fa crescere. Se osservi un bambino molto piccolo, non ha paura di sbagliare, non conosce ansia da prestazione, fa le cose e basta. Se mentre impara a camminare cade, semplicemente si rialza e ci riprova, a volte senza nemmeno piangere. Nel momento poi in cui da bambini attecchisce in noi l’idea che sbagliare è “sbagliato”, allora invece iniziamo a evitare quell’esperienza dolorosa, e il risultato è che smettiamo di provare. Ci “barrichiamo” dentro all’orticello che ci siamo creati fino a quel punto, che comprende tutte le cose che siamo già in grado di fare e che non ci mettono in difficoltà, e non ne vogliamo più sapere di uscire (a meno che non ne siamo costretti, come accade). Ciò che diciamo a noi stessi e agli altri di fronte a qualcosa di nuovo, è che non riusciremo a farlo, e la motivazione di solito è una cosa del tipo: “Cosa vuoi, io sono fatto così”.
Il punto è che poi senza che ce ne rendiamo conto quell’orto diventa una gabbia: a un certo punto non ci ricorderemo più come si fa ad uscirne, anche se lo vogliamo, perché ci dimentichiamo di come si fa a imparare.

Mi stai dicendo quindi che cambiare non è altro che è crearsi delle nuove abitudini?

La risposta è sì: se l’orto in cui ci siamo rinchiusi è semplicemente “ciò che ci siamo abituati a fare fino ad adesso”, che cosa ci impedisce di abituarci a fare anche qualcos’altro?
Spesso, non c’è nessun impedimento concreto o fisico a fare questo; solo l’aver dimenticato come si faceva a imparare.
Noi non ci ricordiamo più a 20, 30, 40, o magari 60 anni che cosa significa, per esempio, imparare a camminare. A ripensarci adesso, alcuni di noi potrebbero giurare che come per magia si è tirato in piedi e si è messo a correre nel prato dietro casa. Abbiamo cancellato tutto il pezzo prima, quello dell’imparare, quello che ha fatto la differenza: quello del cercare di allungare una mano per tirarsi in piedi e cadere, perché le ginocchia cedono e, quando non cedono le ginocchia, cedono i fianchi. Quello del cercare di distribuire il peso prima su una mano e due piedi, e poi su due piedi, che devono stare divaricati, prima di poter coordinare il movimento di uno con l’equilibrio del resto del corpo (Milton H. Erickson, 1983). Quello del cadere e rialzarsi, una, dieci, cento volte.
Per “tentare qualcosa di nuovo” tanto a lungo da farlo diventare per noi una nuova abitudine, dobbiamo avere la capacità di re-incorniciare i “tentativi non riusciti”, che inevitabilmente costelleranno la nostra strada, come qualcosa di fisiologico, il prezzo naturale da pagare. In questa nuova cornice, l’errore non è associato a qualcosa di negativo, ma è qualcosa che ci serve per scoprire “tutti i modi per non ottenere ciò che vogliamo”, il che a volte è altrettanto importante che sapere quello che ci serve per ottenerlo.

Come potremmo definire il “cambiamento” quindi?

Cambiare è un processo: è il risultato di una successione di tentativi ed errori.
Noi tuttavia vediamo le persone a cui vorremmo assomigliare e facciamo una fotografia di quello che oggi sono in grado di fare, cancellando tutta la parte prima del film. La parte in cui hanno mosso i primi passi, la parte in cui hanno compiuto i più grandi errori; la parte in cui nonostante ciò hanno continuato a provare. Quanti semi pensiate che debba affidare al terreno un contadino per poter mietere un raccolto? La storia è costellata di esempi di questo, e se ci pensiamo bene potrebbe esserla anche quella di persone più vicine a noi.
Molti sanno che Edison è l’inventore della lampadina, ma pochi ricordano che l’invenzione della lampadina elettrica è stato il prodotto di anni di duro lavoro fatto di tentativi ed errori. In particolare, il problema che lo fece impazzire fu quello di trovare un filamento che divenisse incandescente nel globo, senza bruciare. Provò un\’infinità di sostanze, tra cui platino, cotone, carta, fibre vegetali, perfino i peli della barba di un suo collaboratore. Sperimentò seimila tipi di fibre, seimila! Il tutto meticolosamente documentato e commentato. Finché nell\’ottobre del 1879 una lampadina nella quale aveva montato un filamento di cotone bruciato rimase accesa per 40 ore. E, sempre per rendere l’idea della dimensione del suo impegno, il lavoro non finì lì: dopo quel primo successo, dovette perfezionare l’invenzione ancora per arrivare a farla funzionare in modo continuativo. Qualcuno, tuttavia, potrebbe dire che ne è valsa la pena: nel 1882 un intero quartiere al centro di New York fu illuminato con le lampadine di Edison.

Sembra quasi che la difficoltà non stia nel cambiare in sé, quanto nel capire come farlo. Ho capito bene?

Esatto. Se desideriamo cambiare la nostra vita, necessitiamo di re-imparare a imparare.
È necessario che ri-facciamo nostri tutti quegli aspetti che da bambini ci hanno permesso di fare la differenza: darci il permesso di “fallire”, anche innumerevoli volte; coltivare uno stato d’animo di curiosità e divertimento (come quello che naturalmente caratterizza i bambini), e non di “ansia da prestazione”; fare pratica, pratica e ancora pratica, con il focus sul “come fare ciò che stiamo facendo qui e ora”, invece di perdersi nei loop mentali del tipo “ce la farò o non ce la farò”, “cosa penseranno gli altri di me”, ecc.
Se siamo in grado di fare questo abbastanza a lungo, non potremo non riuscire. D’altronde, avete mai visto un bambino che non abbia imparato a camminare?
Quando i bambini imparano a camminare, si comportano come se raggiungere il risultato che desiderano sarà una conseguenza naturale di ciò che stanno facendo. Non si pongono nemmeno il problema di una potenziale non riuscita, sanno che cammineranno e basta. D’altronde, se lo possono fare gli altri esseri della loro stessa specie, perché non dovrebbero riuscirci loro? Ciascuno di loro ci arriverà, certamente ognuno col suo stile, ma ci riuscirà. È solo una questione di tempo.
Migliorare è una specie di rito: non è un caso che la storia di Edison dimostri quanta meticolosità caratterizzasse il suo “genio”. Vi ricordate quanta meticolosità avete messo voi nel riempire pagine e pagine di quaderno con delle “a” e delle “A” quando eravate in prima elementare?

È un modo di pensare abbastanza differente da quello che comunemente ci anima; che cosa accade se non si ha l’occasione di riflettere su questi aspetti?

Sai, io credo che la vita non sia un equilibrio, ma la continua creazione di equilibri differenti, è come fare zapping sulla radio. E proprio il fatto che la vita è un processo, e non qualcosa di statico, in un certo senso ci “costringe” a continuare a crescere. Se smettiamo di imparare, a un certo punto saremo sorpresi da uno scollamento tra i nostri strumenti, e la nuova frequenza su cui la radio della vita si sta sintonizzando. La natura stessa ce lo insegna: in natura, ciò che non sta crescendo sta morendo. Ricordare come abbiamo fatto in passato a crescere può darci la chiave per ottenere il cambiamento di cui abbiamo bisogno oggi, e affrontare con serenità e benessere ciò che ci circonda.

(*) Erica Holland, italo-britannica, è coordinatrice di progetti internazionali nel settore delle energie rinnovabili e Counselor in Programmazione Neuro-Linguistica a indirizzo sistemico. Collabora con il gruppo di formazione METAmorfosi Group (www.metamorfosigroup.it) presso aziende ed enti su temi quali Leadership, Public Speaking, Pensiero laterale e creatività, PNL e comunicazione efficace.
Socia fondatrice di A.Co.S.- Accademia per l’Applicazione Consapevole dei Saperi (www.accademiaacos.it), svolge per l’Accademia il ruolo di PR per l’estero, docente e libera ricercatrice.
Tiene corsi, seminari e laboratori su temi quali dinamiche relazionali, PNL, comunicazione e crescita personale. Sta attualmente sviluppando un proprio programma di crescita consapevole dedicato agli adolescenti delle scuole medie e superiori.

È co-autrice del manuale Percorsi di Alchimia Personale insieme a Giovanni Gnecchi e Carlo Dorofatti, in pubblicazione nel 2012, con Anima Edizioni.

Riferimenti:
erica.holland@accademiaacos.it
erica.holland@metamorfosigroup.it
www.accademiaacos.it
www.metamorfosigroup.it
hollanderica.blogspot.com

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