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L’autarchia è una condizione dell’animo del filosofo di assoluta imperturbabilità, che nulla o nessuno può strappargli, poiché egli sente che non ha bisogno d’altro al di là di se stesso

 

Autarchia deriva dalla parola greca autarkheia, che letteralmente significa “bastare a se stessi”. Questa parola non indica un concetto filosofico astratto, bensì quello che potremmo definire un determinato approccio spirituale all’esistenza, dove con “spirituale” non bisogna intendere qualcosa di misterioso o spiritistico, ma in maniera molto concreta tutti i fenomeni della nostra interiorità (come le emozioni e gli stati d’animo). In particolare, l’autarchia è una condizione dell’animo del filosofo di assoluta imperturbabilità, che nulla o nessuno può strappargli, poiché egli sente che non ha bisogno d’altro al di là di se stesso.

Tutte le scuole filosofiche antiche, dopo Socrate, erano concordi nell’identificare l’autarchia come fine dell’uomo e come unica, vera libertà; ciò in cui esse differivano, ma in fin dei conti neanche troppo, era il modo di raggiungere questo stato interiore che, a partire da come è stato formulato ora, potrebbe dare adito a grandi fraintendimenti. Cosa si intende, infatti, con “bastare a se stessi perché non si ha bisogno d’altro”? Chiaramente vi starete domandando come è possibile raggiungere questa propensione spirituale. Come anticipavo, essa non deve essere una mera costruzione intellettualistica ma un approccio concreto alla vita, ed è per questo che i filosofi antichi accompagnavano sempre la filosofia teorica a quelli che loro definivano “esercizi spirituali”, pratiche psicofisiche volte a far dipendere il filosofo sempre meno dall’esteriorità e sempre di più dall’interiorità, che descrivo nell’ultima parte di Autarchia Spirituale.

Tra essi, uno degli esercizi principali era quello del giudizio; come insegnano gli stoici, bisogna essere in grado di distinguere l’evento oggettivo che capita nel mondo da quello soggettivo, ossia la sfumatura emotiva che diamo a tale evento. Essendo quest’ultima dipendente esclusivamente da noi, è su essa che dobbiamo lavorare eliminando, appunto, il giudizio negativo che esprimiamo sugli eventi che scuotono la nostra interiorità.

Questo non significa diventare automi senza cuore né alienarsi dall’esistenza e non godere dei piaceri quotidiani, tutt’altro. L’esempio spesso utilizzato dai filosofi antichi è quello del banchetto, che possiamo riadattare anche nel mondo contemporaneo. La vita è tutta un grande simposio, dicevano gli stoici.

Immaginiamoci un filosofo a questa festa; il suo compito non è starsene in disparte, in un angolino, con il suo bicchierino da cocktail sperando che il tutto finisca il più presto possibile soltanto perché si tratta di un evento “frivolo”. Allo stesso tempo, non deve stare con le altre persone come se fosse costretto, né avvicinarsi a loro e fargli una filippica di dieci ore sui massimi sistemi metafisici in modo da “alzare” il livello intellettuale della serata. Il suo atteggiamento spirituale deve essere come quello di Socrate descritto nel Simposio di Platone. Come accennato in precedenza, i simposi erano nell’antica Grecia dei banchetti, generalmente organizzati dall’alta società, in cui ci si ritrovava per mangiare, bere e discutere di un argomento, filosofico o meno, scelto per ogni serata. Ma, come illustra il Simposio di Platone, vi era tanta filosofia almeno quanto vino. E, come vedremo, Socrate non disdegnava nessuno dei due.

Tornando all’atteggiamento di Socrate nei confronti di questi eventi conviviali, cos’ha il suo comportamento di così speciale? Come dicevo, il Simposio è organizzato durante un banchetto che come tema di discussione ha l’amore. Gli invitati sono tutti pronti, hanno già cominciato a bere, eppure manca qualcuno: Socrate. Che fine ha fatto Socrate? Si domandano tutti. Aristodemo, che aveva fatto la strada con lui, avvisa gli altri che il filosofo era rimasto indietro poco prima di entrare in casa. E, infatti, Agatone, il proprietario della villa, affacciatosi sul giardino lo vede lì fuori, assorto in meditazione, e non riesce in alcun modo a smuoverlo da lì. È in questi momenti di meditazione che Socrate trae la propria forza spirituale e niente e nessuno può violare tale intimità.

Decide Socrate liberamente quando unirsi agli altri e lo fa soltanto nel mezzo della festa; eppure, è in grado di inserirsi tra gli altri con assoluta naturalezza, come se fosse stato con loro fin dall’inizio e, dopo che ognuno ha fatto il suo discorso sull’amore, ecco che Socrate diventa l’anima del simposio e pronuncia il discorso più bello di tutti e, finito il discorso, quando i calici sono stati ormai alzati più volte, ecco che entra Alcibiade ubriaco, simile a Dionisio. Il vino scorre ancora di più e anche Socrate ne gode; ma, mentre alcuni si ubriacano e altri si assopiscono, Socrate è in grado di discutere lucidamente fino all’alba e ancora parla di commedie e tragedie, dicendo che il bravo tragediografo è in grado di scrivere entrambe visto che, fondamentalmente, commedia e tragedia sono la stessa cosa. E quando tutti si sono addormentati, ecco che Socrate, con assoluta calma e lucidità: “si alzò e andò via […] andò al Liceo, si lavò e passò il resto della giornata come sempre faceva e dopo, verso sera, se ne andò a casa a riposare”.

E anche quando Socrate fu condannato a morte, nei suoi ultimi momenti di vita si comportò esattamente come a un Simposio; esercitatosi a morire per tutta la vita, bere la cicuta fu per lui come bere un sorso di vino, e con la medesima serenità morì come se si fosse soltanto assopito.

Daniele Palmieri, autore di Autarchia Spirituale

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