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La smania di proteggere l’immagine di sé comporta controllo sugli altri, bramosia e inganno, e un comportamento compulsivo accecato. Il rapporto con gli altri diventa così impossibile. Ce lo raccontano Carlotta Brucco e Riccardo Telesca in questo estratto dal loro libro Lo Spirito della Fisica (Anima Edizioni).

 

R: Bene, il primo principio da affrontare è la sicurezza. La sicurezza deve per forza essere legata a un pensiero, la voglia di sicurezza genera paura e dipendenza dal pensiero. La paura dunque è legata al pensiero, ma è una forza che agisce concretamente sulla mia azione, se non la osservo ne dipenderò sempre. Lo stato di unione profonda non viene mai smosso, ma l’incapacità di riconoscere questa unione dà vita all’illusione della separazione. Questa separazione è alla base della paura, viene continuamente rafforzata nel mondo così che il pensiero cerca una sicurezza. La sicurezza è anch’essa un’illusione, ma finché dura sembra calmare un po’ la mente.

La comprensione di non essere separati è dunque la fine della sofferenza, ma la distanza da questo stato sempre presente è dettato dall’immagine. Nel momento in cui c’è il pensiero identificato sembra non esserci la presenza, eppure vi è un lasso di tempo tra un pensiero e l’altro, dove si rientra in questa unità, dura poco ma è una piccola finestra sul momento. Tuttavia per iniziare a scoprire cosa sia, dovrò farlo in prima persona, partendo da un presupposto semplice, dalla negazione, cioè scoprendo cosa non è. In effetti non saper smettere di pensare è un grosso problema ma è anche la testimonianza che il pensiero non ha appartenenza. Al sé, smettere di pensare sembra morire: se non sono più il gelataio dietro l’angolo, cosa sono? Il senso d’incertezza diventa paura e dipendenza dal pensiero. […]

R: A causa dell’immagine, dunque, vengono creati concetti, pensieri associativi su me e su gli altri. Tali concetti diventano uno scudo nel rapporto con gli altri e a causa dell’incapacità di rinnovare tale immagine, ci portiamo dietro incomprensioni e difficoltà. Non siamo mai in rapporto con gli altri. L’immagine di me e degli altri inficerà qualsiasi mio rapporto rendendolo difficoltoso.

In questo contesto sono sempre chiuso in me (pensiero) e non ho nessuna possibilità di conoscere veramente gli altri. Il rapporto diventa quindi una mera dipendenza, portando al concetto di possesso, sicurezza, gelosia e invidia. Il rapporto può essere un processo di svelamento di se stessi, ma senza pazienza e comprensione, siamo completamente isolati nel me, qualsiasi nostra azione è inutile e distruttiva. Dal me si sviluppa l’ego che è una serie di concetti e immagini. Da qui nascono i tentativi di eliminare l’ego, l’avidità e l’odio, cercando di essere felici, senza sapere che la causa di tutto è l’ego.

La smania di proteggere l’immagine di sé comporta controllo sugli altri, bramosia e inganno, e un comportamento compulsivo accecato.

C: All’ego smettere di pensare sembra morire… oh sì! L’ego vuole sicurezza, ma la libertà non ha niente a che vedere con tutto ciò. La natura, l’universo intero, ha forse il sapore della sicurezza? L’infinito ci dà sicurezza? Noi cerchiamo pace, non sicurezza! Cerchiamo di prendere consapevolezza di questo, ma abbiamo bisogno di quella pace imperturbabile che sta al centro del ciclone. Abbiamo bisogno, come direbbe San Francesco, della perfetta letizia, cioè di dimorare nella gioia qualunque cosa accada. Profondamente desideriamo questo tipo di pace perché è anche una grande libertà. Se sapessimo di poter sentire la perfetta letizia anche nelle situazioni più difficili, la paura svanirebbe. Invece, siamo pieni di paure, perché è tutto così insicuro e noi non sappiamo affrontare l’insicurezza.

Abbracciare l’incertezza, abbracciare l’impermanenza di tutti i fenomeni è un grande passo per il dissolversi della paura. C’è poi una paura ancora più profonda di cui parlavi tu che è quella di perdersi. Se io non sono quello che ho sempre creduto fin’ora di essere, chi sono?

Questo porta a una sensazione di vuoto, di spazio, ma solitamente quasi nessuno vuole rimanere lì e si va nuovamente a cercare… il proprio senso di identità, quello che porta sicurezza ma anche schiavitù. Andare a cercare in continuazione il proprio senso di identità avvicina alla sicurezza e allontana dalla libertà, dall’unità. Perdersi nella presenza, perdersi nella contemplazione del momento che stiamo vivendo, porta alla libertà.

Mi piace quando dici “la smania di proteggere l’immagine di sé”, perché è proprio questa la questione che genera sofferenza: proteggere ciò che crediamo di essere ma che in realtà non siamo. Il rapporto con gli altri diventa così impossibile. In fin dei conti finché è attiva questa protezione della propria immagine, non è nemmeno possibile desiderare di sentire veramente l’altro. Tutta la nostra energia vitale è spesa per proteggere questo Io, non ne abbiamo anche per interessarci veramente all’altro. E anche se ne avessimo, non sapremmo come fare, perché prima dell’altro verrebbero comunque le nostre immagini dell’altro che ci impedirebbero di entrare in contatto con chi abbiamo di fronte.

L’altro allora per noi diventa il garante dell’immagine che abbiamo di noi stessi, nel senso che pretendiamo che egli accetti l’immagine che abbiamo di noi e che le dia valore. Vogliamo dall’altro tutto quello che non riusciamo a generare in noi: accettazione, approvazione, amore, gioia, protezione… tutto, come fosse un Dio. E se questo non accade gridiamo all’ingiustizia e nasce la rabbia, l’odio, la vendetta. Com’è possibile la relazione su queste basi? E ancor peggio, come può essere possibile una relazione di coppia sana e appagante?

R: Ovviamente l’immagine crea un muro a qualsiasi tipo di rapporto. La cosa peggiore è che l’immagine di noi viene proiettata sugli altri e noi ci relazioniamo a essi secondo tale immagine. L’azione che ne deriva è di controllo ed è profondamente distruttiva, creiamo problemi psicologici agli altri e generiamo sofferenza. Questo meccanismo ci rende protagonisti di un tentativo di manipolazione basato proprio sull’immagine.

Tutti a un certo punto fanno i conti con la caduta dell’immagine di sé, questo rappresenta il primo contatto vero col sé, ma quando nasce l’ansia e l’angoscia della morte, l’ego crea una rabbia e una paura tali che cerca immediatamente di riempire il vuoto con altre immagini di sé o con cose tipo la carriera, l’importanza, la bellezza ecc.

Ora la provocazione che nasce da questa osservazione è: i mali della società sono creati da un’immagine! Essere in rapporto, quindi, assume un valore immenso a patto che il creatore d’immagine non ci sia o che esso prenda il suo giusto posto. Infatti, se mi accorgo della sofferenza che viene quando l’immagine sconfina oltre il suo ruolo, scopro la fonte della sofferenza. Avere un’immagine di sé significa avere automaticamente un’immagine degli altri, quindi se riesco a lavorare sulle immagini di me, sto facendo un gran servizio anche per gli altri.

La gente con cui si viene in contatto trasmette il creatore d’immagine che si propaga da persona a persona, ma se uno risolve il problema dentro di sé, arresterà la catena di sofferenza, sarà un punto felice, un’oasi dove il creatore d’immagine prenderà il suo giusto posto. In pratica, lavorare su se stessi significa inevitabilmente aiutare gli altri.

Estratto dal libro Lo Spirito della Fisica di Carlotta Brucco e Riccardo Telesca, edito da Anima.

 

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