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Reich usa entrambi i termini, Dio ed Energia, come equivalenti. La lezione che ci dà è che questi, di cui parla, non sono concetti, ma esperienze corporee…

 

La nostra attuale società è intrisa di […] messaggi fuorvianti che legittimano una sessualità meccanica, senza sentimento di unione, in cui il piacere fine a se stesso viene perseguito al di fuori della relazione di complicità, di sentimento, di gioco e di ascolto dell’altro. Anche questa è una negazione del piacere gioioso contrabbandata per liberalità, permissività, emancipazione. Gli uomini crescono con il mito della prestazione potente e duratura, le donne si sentono libere perché possono avere numerosi partner. La quantità sostituisce la qualità. La ginnastica sessuale sostituisce l’incontro di Unione.

Si formano strutture caratteriali in cui lo sforzo si collega al piacere, il risultato si sostituisce alla gioia del processo; questo atteggiamento viene agito in ogni atto della propria vita, nel lavoro, nelle relazioni, nelle vacanze, nei progetti.

La società non può che essere modellata su questo irrigidimento della pulsazione vitale. Uomini lontani da se stessi costruiscono strutture di potere e di sudditanza. Il denaro diventa possibilità illusoria di realizzare attraverso il possesso quella gioia da cui gli individui sono ormai esclusi. La natura viene vissuta come oggetto perché lo stesso corpo di ognuno è vissuto come oggetto.

Reich sapeva che un cambiamento sociale non potesse essere più ascritto alla politica, ma soltanto a una rivoluzione della coscienza. La speranza sono i bambini del futuro, bambini cresciuti nell’innocenza della Vita, liberi di sentire le loro pulsazioni vitali, di esplorarsi e di esplorare. Questo non può avvenire in una generazione, ma solo in un processo graduale sostenuto da persone consapevoli del pericolo della peste emozionale, anche se con strutture caratteriali non completamente risolte e funzionali, ma sufficientemente capaci di sentire la Vita in sé e di conseguenza saperla riconoscere e amare fuori di sé.

Reich dice in una frase bellissima che noi siamo singole eruzioni, nel singolo organismo vivente, dell’oceano di energia primordiale. Non poteva esprimere più chiaramente, sia la nostra natura divina, sia la naturalezza del Divino che si manifesta in noi. Qualcuno potrebbe argomentare che Reich parla di Energia Primordiale e non di Dio. Ma davvero siamo così ingenui da ritenere che conosciamo la differenza tra Dio e l’Energia Primordiale? Son concetti molto più grandi di noi e certamente non sappiamo che cosa sia davvero Dio e l’Energia. Alcune persone che si fanno passare per dotte affermano che se parli di Dio sei spirituale e se parli di Energia sei materiale! Tutto ciò mi appare di una stupidità inaudita. A stento abbiamo la percezione di noi stessi, a stento comprendiamo movimenti basilari della vita nel nostro corpo. Dobbiamo cercare di ancorarci al nostro sentire più essenziale, sviluppare la coscienza semplice del flusso vitale in noi, recuperare la nostra umanità perduta; solo allora comincia a manifestarsi una percezione più vasta, più oceanica, che ci fa intuire il significato di parole come Dio ed Energia, in quanto il nostro corpo diventa un ponte per l’Assoluto.

In realtà Reich usa entrambi i termini, Dio ed Energia, come equivalenti, e mi sembra che in questo ci sia una comprensione profonda che spezza la dualità. La lezione che ci dà è che questi, di cui parla, non sono concetti, ma esperienze corporee, facendosi in tal modo portavoce (anche lui) di quella massima che dice che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Dio-Energia è nell’uomo; anzi l’uomo è una particella di Dio-Energia. Così facendo si sana il conflitto tra spirito e materia appartenente a una cultura separativa che è la conseguenza della corazza percettiva, emotiva e mentale che offusca il nostro sguardo.

Il dramma della peste emozionale è che l’individuo corazzato sente l’energia della sua forza vitale, ma se ne sente separato, mentre l’individuo genitale se ne sente pervaso e si percepisce immerso in essa. L’uomo integrale ritrova come realtà intrinseca il paradiso terrestre perduto, realtà connaturata a ciò che è veramente. Così facendo realizza che il regno dei cieli è in noi. Questa è l’autentica spiritualità, quella che chiamo spiritualità naturale.

Roberto Sassone

Estratto dal libro Wilhelm Reich, Anima Edizioni.

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