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Ogni volta che ci sentiamo feriti e imputiamo il nostro malessere al comportamento di qualcuno, rinunciamo a prenderci la responsabilità delle nostre emozioni… Articolo di Caterina Pettinato, estratto dal suo libro Ansia? Che ridere!

 

Fare accadere le emozioni implica l’assumersi la responsabilità di ciò che proviamo anche nei momenti più difficili. Siamo portati a imputare a fonti esterne la causa delle cose che non ci piacciono, ma facendo così togliamo a noi stessi la possibilità di poterle gestire. Questo è uno dei più grandi auto-sabotaggi che mettiamo in atto per nascondere la testa nella sabbia quando non stiamo bene.

Io stessa mi creavo delle scuse: sto male – mi dicevo – perché chi è accanto a me non mi sta dando la giusta attenzione. Questo atteggiamento si era presto trasformato in uno schema di comportamento che sembrava darmi sollievo.

Ti faccio questa domanda: a mente razionale, sapere che la tua felicità è in mano a qualcun altro come ti fa stare? Rispondi in maniera onesta. Di sicuro non bene. Allora perché quando si è in difficoltà si è disposti a dare la propria felicità in appalto? Vi rispondo io: perché è la via meno faticosa, la via più comoda. In quel momento il cervello non pensa alle conseguenze a lungo termine di un comportamento di questo tipo, il cervello pensa a breve termine, a quanto sollievo può avere in quel preciso momento. Dato che il nostro cervello è tanto potente quanto pigro, si dice: “Ok, con questo comportamento io sto bene, quindi vuol dire che ogni volta in cui si ripresenterà una situazione simile, posso agire così”. Il gioco è fatto.

I neuroni (le cellule che compongono il nostro sistema nervoso) sono molto veloci a stabilire nuove connessioni tra di loro, e una volta create queste connessioni l’abitudine è consolidata. Il cervello ragiona per generalizzazione, quindi andrà a riprendere quel comportamento che ha già messo in atto ogni qualvolta la situazione sarà simile. Non riesce a discernere se un comportamento è utile o non utile nel momento in cui agisce per abitudine.

Facciamo un esempio: ci può capitare di attribuire il nostro malessere all’atteggiamento di un’altra persona e provare sollievo. “Tizio mi ha fatto arrabbiare” è una frase tipica.

La mente subito reputerà intelligente creare un collegamento, uno schema da ripetere in situazioni future simili. Così ogni volta che ci sentiremo feriti, che ci arrabbieremo o gioiremo, daremo la responsabilità delle nostre emozioni a quel qualcuno.

Quanto è utile un comportamento del genere? Si arriverà a un punto in cui saranno le emozioni a gestire te. Questo stile emozionale esterno, oltre che apprenderlo da soli, spesso lo mutuiamo dal contesto in cui cresciamo. Se siamo abituati ad avere a che fare con persone che si lamentano dei loro stati emozionali incolpando fattori esterni, e non fanno nulla per risolvere la situazione, cresceremo con l’idea che questo sia un comportamento utile da attuare, e di conseguenza diventerà parte delle nostre competenze comportamentali.

Pochi si rendono conto del meccanismo e addirittura molte persone fanno fatica a cambiare questa abitudine di pensiero.

Quello che ho imparato in questi anni è che non bisogna essere paladini della mente altrui, quando si tratta di cambiamento. Quando lavoro con le persone, dopo una prima chiacchierata, mi rendo subito conto se la persona è pronta a cambiare o meno. Bisogna sempre avere il pieno rispetto di ciò che gli altri hanno dentro di sé. Mi capita a volte di trovarmi a gestire clienti per i quali è più utile un cambiamento lento, e rispettoso dell’ambiente in cui vivono.

Tutte le modifiche portano a delle conseguenze, queste devono essere utili per noi e per chi è intorno a noi. Se il prezzo da pagare è troppo alto, bisogna aspettare il tempo giusto e agire a piccoli passi: così avvengono i grandi cambiamenti.

Caterina Pettinato, dal libro Ansia? Che ridere! (Anima Edizioni)

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