Gioia & Benessere

L’ostacolo con cui dobbiamo misurarci lungo il nostro cammino evolutivo è la quotidianità, perché diventa la sabbia mobile in cui affondiamo e il sasso in cui inciampiamo. Questo blog si propone di dare semi di pensiero da nutrire e suggerimenti da sperimentare affinché il nostro sentire profondo sia allineato con le nostre azioni.

Jose Maffina

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22. FUGA DAL DOLORE

Ogni giorno ci misuriamo con il dolore, sia nostro sia altrui. Situazione da cui tutti noi vorremmo scappare. Infatti, solitamente, quando il dolore arriva lo affrontiamo mettendoci i guantoni e salendo su un ring immaginario dove l’obiettivo è abbattere l’avversario: il dolore.

Facciamo di tutto per eliminarlo dalla nostra vita. Per quello fisico ricorriamo agli analgesici e agli antidolorifici, se poi questi ultimi sono farmaci, lo facciamo anche a rischio della nostra salute.

Se il dolore è nella mente vogliamo distrarci, portare altrove il pensiero, via dal nostro problema.

Se il dolore è spirituale sopprimiamo totalmente il disagio negando la sua stessa esistenza, sì perché diciamo a noi stessi che non ci crediamo.

Qualunque sia il problema o il dolore che dobbiamo affrontare, la prima domanda da porsi è “Cosa devo imparare da ciò?”.

In Psicosomatica si dice che non si deve mai aver fretta di guarire. Non dobbiamo sopprimere il sintomo perché potremmo non cogliere il messaggio che il nostro Sé ci sta inviando. Il sintomo è la spia che il nostro corpo accende; se lo togliamo senza lavorare sulla causa, il corpo porterà il messaggio di disagio a un livello più profondo e nascosto, non lo si potrà vedere ma lui lavorerà in modo sempre più nocivo.

Il corpo è una lavagna su cui il nostro profondo scrive i suoi messaggi. I disequilibri dell’anima creano le malattie. Ricordiamo che la malattia nasce dal nostro profondo e, una volta che si manifesta, può guarire solo nella misura in cui noi le permettiamo di farlo.

Per guarire dobbiamo sentircene degni, questo spiega perché le stesse cure su persone diverse possono funzionare o no, in questo caso la causa principale da rimuovere è la mancanza di amore verso se stessi.

La guarigione sarà definitiva solo se avremo eliminato le cause che l’hanno provocata, ovvero i nostri malesseri e i nostri disagi. Nel caso non fossimo andati a fondo del problema, ci sono buone probabilità che si ripresenterà come recidiva.

Per capire il meccanismo che dobbiamo trasformare nel nostro comportamento o nella nostra vita, chiediamoci sempre cosa ci impedisce di fare questa malattia, o cosa ci costringe a fare. Chiediamoci a cosa è preposta la funzione dell’organo che è colpito.

Alcune volte il dolore arriva solo per farci apprezzare ciò che prima davamo per scontato. Ci sono molte azioni nella nostra vita che hanno in sé un principio miracoloso, ma quasi sempre ignorato. Non riuscire a vedere per una settimana o per un solo giorno ci fa capire quanto siamo privilegiati. Una mano immobilizzata per delle settimane fa entrare precipitosamente in noi la consapevolezza di quanto sia fantastico potersi muovere, o solo prendere in mano un cucchiaio e portarselo alla bocca. Si cresce solo nell’area di disagio, è lì che le lezioni vengono apprese.

Esistono tuttavia dei dolori che ci annientano, come per esempio quando perdiamo qualcuno che amiamo e sentiamo che la nostra vita si frantuma. Veniamo travolti da emozioni che vanno dallo stupore ai sensi di colpa. Elaborare un lutto nella scala dello stress viene al primo posto. Può essere un dolore che ci aiuta? Può essere positivo?

La perdita di chi amiamo non è mai positiva, ma possiamo scegliere come rapportarci a un evento ineluttabile come la morte. Viviamo in una società che fugge da questo pensiero e lo nega, ma dovremmo tenere presente che la morte è l’unica cosa certa nella vita di ciascuno di noi, nessuno è immortale. Questo dolore può creare energia positiva in riflesso a cosa diventeremo dopo: persone migliori, che si aprono alle emozioni e all’amore, imparano a manifestarlo, lo condividono, non trascurano le persone che amano.

I genitori, specialmente, quando se ne vanno, ci colgono quasi sempre impreparati; credevamo di essere forti e adulti, e improvvisamente invece ci rendiamo conto che abbiamo ancora bisogno del loro amore, oppure di quel perdono o che non abbiamo mai dato o che non abbiamo mai chiesto.

Se la perdita di chi amiamo, non è fisica, ma semplicemente siamo stati abbandonati, allora è un dovere verso noi stessi utilizzare questo dolore per capire le dinamiche che hanno portato alla rottura di questo legame. Quali meccanismi abbiamo messo in campo perché questa unione non fosse stabile e soddisfacente per entrambe. Mettiamoci in discussione e cerchiamo di capire, perché anche qui scegliere la persona sbagliata o instaurare una relazione su un piano non equilibrato è qualcosa che solo affrontando il dolore possiamo guarire.

Il dolore segna i confini del nostro modo di relazionarci con il mondo e con noi stessi. Quanto facciamo entrare e quanto respingiamo. Esso svela tutto di noi, se abbiamo equilibrio, se siamo generosi o egoisti, se siamo coraggiosi o vigliacchi, se siamo forti o deboli, se siamo ottimisti o pessimisti, se siamo onesti o disonesti. Quando siamo nel dolore non riusciamo mai a barare.

Cosa Fare

Ma come possiamo convivere con il dolore? In questo frangente dobbiamo essere coraggiosi e accoglienti, non porre resistenza, lasciare fluire l’esperienza, poiché essa si dissolverà non appena l’avremo accolta.

La tecnica che posso suggerire non è quindi per fare passare il dolore, ma per aiutarci ad accoglierlo e a capirne il significato, allora la meditazione è sicuramente la tecnica più efficace, perché ci mette in contatto con la parte più profonda di noi, dove ci sono tutte le risposte. Qui, in questo spazio, noi possiamo capire ciò che ci sfugge e possiamo accedere alle nostre risorse interiori, alla forza che nasce solo dalla nostra luce e dal nostro amore.

Il fiore indicato per accogliere il dolore è Rescue Remedy, una miscellanea di 5 fiori che il Dottor Bach studiò proprio per i casi di emergenza, quando ciò di cui abbiamo bisogno è l’equilibrio interiore che ci aiuta ad affrontare con serenità le prove della vita. Vi consiglio di prenderlo puro, una goccia sulla lingua tutte le volte che ne sentite la necessità.

Jose Maffina

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11/07/17
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21. INCAPACI DI CHIEDERE

Per molti di noi è difficile mettere in atto il dettame “Chiedi e ti sarà dato”.

La difficoltà nasce dal fatto che il più delle volte si ritiene che colui che chiede sia in uno stato di inferiorità, perché si trova nel bisogno e deve ricorrere agli altri.

Ci sono persone che piuttosto che dipendere dall’aiuto di qualcuno complicano inutilmente la propria vita, perché secondo loro  l’esibire la propria debolezza attraverso una richiesta è come sentirsi alla mercé del prossimo.

Se da una parte si può guardare a queste persone con ammirazione (sono indipendenti, dinamiche, propositive ed efficienti), se scendiamo in profondità, andando oltre le apparenze di una vita organizzata, ci rendiamo conto della grande solitudine che vi regna.

Queste persone vivono la loro posizione come una piattaforma da cui vedono il mondo, lontano e non coinvolgibile. Sicuramente si sentono migliori ed è una posizione che non vogliono lasciare. Un segno di fragilità li farebbe “scendere” e forse li confonderebbe con gli altri.

L’orgoglio è un sentimento che inibisce l’accoglienza; riconoscere le nostre necessità e condividerle con il prossimo è invece un modo per aprirci agli altri, lasciare quindi che l’energia fluisca in noi e intorno a noi.

Il problema è quindi il nostro atteggiamento interiore, perché il nostro bisogno non deve essere vissuto come una penalizzazione, a volte invece  ci aiuta proprio a capire i nostri limiti e ci fa comprendere  che arrendersi è il miglior modo per andare oltre le nostre necessità.

Quando siamo orgogliosi questo concetto ci sfugge totalmente, riteniamo che ciò che vogliamo debba essere ottenuto grazie solo a noi stessi e il sentimento che ci guida è sempre una sopravvalutazione di chi siamo e una sottovalutazione degli altri.

Ma può avvenire anche perché la concezione di noi stessi è un’impalcatura fragile, tanto fragile che l’intervento esterno potrebbe farla crollare. Precipitiamo nel baratro in cui non siamo stati in grado di cavarcela da soli, abbiamo manifestato una debolezza e quello che ci muore in gola è dire “grazie”, qualcosa di semplice, per molti facile da esprimere magari solo attraverso un abbraccio, per altri una montagna da scalare.

Dire “Grazie” è un esercizio che dà energia, non la toglie. Come una pila inesauribile ci dà forza; la gratitudine ci mette in armonia con ciò che ci circonda. Allora diciamo grazie per il sorriso che ci viene offerto anche se non lo abbiamo chiesto, diciamo grazie per la presenza accanto a noi di chi ci ama e non diamo per scontato mai il suo amore, diciamo grazie per le attenzioni che riceviamo e di cui neppure ci accorgiamo, diciamo grazie per ogni piccola cosa, pur banale… e in questo esercizio di gratitudine svilupperemo la consapevolezza che riceviamo tantissime cose dall’Universo, in fondo non siamo così indipendenti nel cammino della nostra vita, e che gli altri hanno peso e corpo intorno a noi.

Da un punto di vista spirituale l’orgoglio è ciò che più ci allontana dal Tutto perché significa che noi pensiamo di essere il Tutto. Crediamo che ciò che facciamo sia guidato dalla nostra Luce, ma non l’ascoltiamo perché la proiezione che attribuiamo alla nostra vita è dettata dalla nostra personalità, non dal nostro profondo.

Ricordiamo che il dare è grande perché  è condivisione,  però il ricevere è ancora più grande perché è accettazione.

Quando agiamo in modo orgoglioso significa che mettiamo noi stessi a guida della nostra  vita,  spegnendo però  tutte le luci che sono dentro di noi. Perché è proprio questo ciò che facciamo, seguiamo la ragione e falsi valori che non ci permettono di chinarci, di arrenderci e dire a noi stessi che può solo l’Anima essere la nostra guida.

L’orgoglio ci rende diritti, non vogliamo piegarci, convinti che piantati come siamo nulla potrà toccarci, ma solo la canna di bambù che si flette al vento può passare la burrasca, così noi orgogliosi, rigidi e inamovibili saremo schiantati dal vento come la quercia che non si piega ma si spezza.

Se impareremo, invece, a chiedere e a dire grazie riusciremo a lasciare il nostro  piedistallo e sapremo tendere la mano per farci aiutare  dagli altri  a scendere.

Cosa fare

Se siamo vittime del sentimento dell’orgoglio, uscirne non è semplice. È un meccanismo che fa parte di uno schema molto difficile da rompere. Anche questa volta vi consiglio di utilizzare la tecnica ASI, infatti essa apre dentro di noi una breccia e come una lima sottile sega le sbarre dentro le quali ci siamo imprigionati. Per 21 giorni davanti allo specchio, guardandoci diritto nelle pupille, a voce alta diremo per 30 volte di seguito:

“Io sono come gli altri e mi apro al loro aiuto”.

Più sarà difficile dirlo, più il lavoro su noi stessi sarà profondo. Se saltiamo un giorno ricominciamo dall’inizio. I 21 giorni devono essere consecutivi.

Il fiore di Bach dell’orgoglio e della solitudine è Water Violet: aiuta tutte quelle personalità che si arroccano nella loro torre d’avorio non permettendo l’accesso a nessuno. Questo fiore scioglie il cuore e apre alla relazione con gli altri.

Un altro molto efficace è Rock Water indicato per tutte le personalità rigide ed esigenti con se stesse e incapaci di ricorrere agli altri per aiuto.

Potremmo ricorre anche alla cromoterapia con il colore Rosa, infatti questo colore che rappresenta l’Amore Universale potrebbe aiutare tutte quelle persone che hanno difficoltà ad aprirsi e a farsi coinvolgere. Vi consiglio di usare questo colore per l’abbigliamento, ove possibile, oppure di bere acqua solarizzata. Per farla prendete una bottiglia di vetro, riempitela d’acqua, avvolgetela in una sciarpa di seta rosa e lasciatela esposta alla luce per un giorno intero, poi bevetela durante la giornata seguente.

Jose Maffina

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19/06/17
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20. L’EGOISMO EVOLUTIVO

Il termine egoismo ha per tutti noi un’accezione negativa. Egoismo solitamente viene interpretato come un rivolgere l’attenzione verso se stessi a discapito degli altri ed è appunto in contrapposizione con il concetto di altruismo.

Vorrei proporvi di pensare a questo termine semplicemente dandogli il significato  di “amare se stessi”. Sicuramente, se questa operazione viene fatta a discapito degli altri, perseguendo solo il proprio soddisfacimento, è difficile poter trovare qualcosa di positivo in tutto ciò.

Il Cristianesimo insegna:  “Ama il prossimo tuo come te stesso”. L’interpretazione letterale di questa frase è che:  io e gli altri siamo sullo stesso piano, nessuno è in vantaggio, nessuno deve avere una quota maggiore.

Il termine “prossimo” e “te stesso” hanno lo stesso valore. Perché allora riteniamo che il nostro dovere sia solo quello di amare gli altri? Mettiamo tutte le nostre energie nell’amore all’esterno di noi con l’obiettivo, però, di avere in ritorno per questo sforzo tutto l’amore che noi stessi necessitiamo. Vogliamo che siano gli altri a fare ciò che noi per primi non facciamo, ovvero amare noi stessi.

È un circolo vizioso che non si riesce a spezzare. Tesi verso gli altri, cerchiamo tutti i modi per farci amare. Gettiamo sul nostro prossimo questo gravoso compito e, se questo non accade, ci sentiamo traditi, frustrati, infelici e depressi. Ma perché qualcuno dovrebbe farsi carico di un compito che noi per primi ci rifiutiamo di svolgere?

Purtroppo il più delle volte la percezione del nostro valore è legata all’amore che gli altri hanno per noi, senza renderci conto che gli altri ci amano e ci considerano nella misura in cui noi lo facciamo con noi stessi. Il prossimo è il nostro specchio interiore distorto.

La  persona che ama se stessa è colei che segue i propri talenti e la propria vocazione e persegue un benessere ampio fatto di armonia. Ma non è così facile perseguire il proprio benessere. Molte persone non sanno esattamente cosa vorrebbero per essere felici, o legano la propria felicità alle azioni degli altri; infatti dicono “se lui mi amasse” o “ se lei tornasse da me”…

Solo noi possiamo essere gli artefici della nostra felicità; prima di ogni altra cosa dobbiamo partire da noi stessi, non farci influenzare dagli altri.

Tuttavia, quando si parla di “amarsi”, il più delle volte confondiamo l’indulgenza verso le nostre debolezze per amore verso noi stessi. Mangiare o bere a sproposito, fumare, avere uno stile di vita stressante sono modi per penalizzare noi stessi. Dovremmo imparare a dire molti no a noi stessi e agli altri.

Da un punto di vista spirituale il puro egoismo è un nodo da sciogliere perché impedisce di  evolvere. Quando pensiamo alla nostra vita e ciò che vediamo è ristretto al nostro benessere e all’ottenimento di ciò che vogliamo, non siamo ancora in una sfera puramente egoistica; lo diventa quando perseguire il nostro obiettivo esclude la nostra spiritualità. Il puro egoismo è essere centrati su se stessi come recipiente di desideri da esaudire: un corpo a cui dare tutto ciò che vuole e una mente a cui far provare ogni emozione, ma uno spirito dimenticato. Qui siamo nel campo del puro ego dove il Sé è taciuto e le sue esigenze non ascoltate.

20-maffina-bigL’egoismo evolutivo è invece ascoltare la voce della propria coscienza, del proprio profondo. È seguire il nostro impulso interiore e lasciare che nel percorso della nostra vita non intervenga nessuno eccetto che noi stessi.

Essere egoisti in senso positivo vuol dire non tradire noi stessi e camminare spediti verso la Luce che ci indica il percorso da seguire. L’impegno che ci assumiamo verso gli altri dovrebbe essere un’azione che già in sé ci ricompensa, dovremmo sentire il nostro cuore che canta mentre la facciamo.

Se invece occuparci degli altri ci stanca, ci fa sentire energeticamente impoveriti e vittime, allora dovremmo riflettere su cosa stiamo mettendo in campo. Abbiamo  bisogno di amore e di energia, e non ce li stiamo dando; invece tentiamo attraverso il compiacere gli altri di avere amore e consenso, e siccome il più delle volte non ci viene dato nulla pensiamo di essere delle vittime, prive di quel riconoscimento che ci è dovuto. Siamo invece  solo vittime di noi stessi, dunque fermiamoci e cominciamo a occuparci di noi, diamoci tutto l’amore di cui necessitiamo e dopo, solo dopo, saremo pronti a guardarci intorno per occuparci del nostro prossimo.

Come riuscirci

Imparare ad amare se stessi per molti è un compito arduo.

Le affermazioni ci possono aiutare, facendole sempre con la tecnica ASI: davanti allo specchio, guardandosi negli occhi e a voce alta, ripetere l’affermazione scelta per 30 volte di seguito, per 21 giorni di seguito (se si salta un giorno si inizia di nuovo).

Vi propongo due affermazioni, scegliete quella che vi dà più disagio nel dirla:

Io amo me stesso/a e seguo la mia voce interiore

Io sono degno/a d’amore e amo me stesso/a

Per le  persone che hanno schemi fissi interiori di non accettazione di sé, dire queste frasi diventa come scalare una montagna.

I Fiori di Bach  che possono aiutare in questo ambito sono Centaury, indicato per tutte le persone che si fanno vittimizzare dagli altri e non sanno dire di no. Questo rimedio dà la percezione dei propri bisogni e la forza per soddisfarli.

Il fiore himalayano Ecstasy aiuta a equilibrare e attivare il quarto Chakra, il chakra del cuore; ci dà la possibilità di portare armonia nelle nostre relazioni e di comprendere che l’amore verso noi stessi è un diritto.

Prendeteli puri direttamente sulla lingua, due gocce al giorno per ciascuno. Non assumete questi rimedi assieme ma in momenti diversi della giornata.

Jose Maffina

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19/05/17
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19. SE VALGO

Se dovessi rapportare il grado di mancanza di autostima a un paragone di genere, potrei dire che femmine battono maschi 8 a 2. L’autostima sfugge infatti alla maggior parte di noi donne e ciò si ripercuote nella vita quotidiana creando disagi. L’autostima è la chiave di volta di molte persone, lavorare su questo ambito e trasformare le energie connesse risolverebbe di colpo le modalità di relazione tra la maggior parte delle donne e il mondo esterno.

Dovremmo fermarci un attimo e chiederci: Chi sono io? Riuscire a delineare le nostre caratteristiche ci impegna all’analisi oggettiva di noi stessi, sia uomini sia donne. Per poterlo fare dovremmo raccontarci usando un occhio neutro.

Farò un esempio: una signora mi parlava di sé in modo negativo, sembrava che la vita fosse stata per lei matrigna. Guardandola esternamente io vedevo una donna bella, con un certo fascino, vestita con gusto, da lei non traspariva nulla di drammatico. Le proposi di raccontarmi la storia della sua vita come me l’avrebbe raccontata una persona esterna che la conosceva (un amico o una amica). La narrazione riprese, ma partendo da un altro punto di vista, in questo modo la storia cominciò a svilupparsi in modo diverso. A un certo punto questa signora interruppe il racconto ed esclamò con stupore: “Adesso capisco perché mi invidiano!”.

Cambiare prospettiva ci apre la mente, i contorni cambiano e forse riusciamo davvero a rispondere alla domanda “chi sono io?”.

19-maffinaL’autostima va coltivata come una pianta che deve essere innaffiata tutti i giorni; quotidianamente dobbiamo avere coscienza di noi e del nostro valore. Non aspettiamo che siano altri a nutrire la nostra autostima, non condizioniamo la percezione delle nostre capacità alla misura dei “bravo” o “brava” che ci vengono detti, facciamolo noi per primi, gratifichiamoci nelle nostre azioni positive.

L’ansia da prestazione è una delle cause più frequenti di stress. Se il binario su cui viaggiamo è quello dell’inadeguatezza, saremo sempre in continua tensione o saremo rinunciatari: davanti a noi passeranno un sacco di treni su cui non salteremo mai.

Cominciamo subito, allora. Cominciamo ora a prendere coscienza di noi, dei nostri talenti e del nostro valore, solo così potremo essere vincenti. Ricordiamoci sempre che non esistono fallimenti ma solo lezioni da imparare, gradini che ci faranno salire nel nostro cammino, e impareremo così che non dobbiamo mai passare la mano al tavolo da gioco che è la nostra vita.

Alla base dell’autostima, oltre alla percezione del nostro valore, ci deve essere anche la consapevolezza del nostro diritto a esistere. Il diritto di occupare dello spazio nel mondo, il diritto di esserci. Se abbiamo realizzato questo principio, diventa normale e automatico essere in grado di amare noi stessi e pensare di essere degni sia d’amore sia di guarigione.

Se invece dentro di noi questo manca e non ci accettiamo, ecco che arranchiamo verso l’esterno per avere il consenso. Aspettiamo che gli altri ce lo diano e per ottenere ciò mettiamo in campo tutte le nostre energie, perché il nostro obiettivo è essere accolti, essere utili e a volte, ancor meglio, essere indispensabili. Il nostro diritto a esistere diventa solo il riflesso di chi ci sta accanto, così il più delle volte non saremo identificati per noi stessi ma come l’appendice di altri. Saremo la moglie o il marito di qualcuno, oppure la figlia o il figlio di qualcuno, oppure sul lavoro saremo l’assistente di qualcuno. Il nostro ruolo sarà sempre in funzione di altri.

Quando a una donna suggerisco che sulla lavagna della sua vita deve mettersi al primo posto, la vedo sempre vacillare perché il più delle volte su questa ipotetica lavagna le donne mettono tutti gli altri prima di loro, perfino il cane. Non credono di avere il diritto di pensare a se stesse. Se fanno azioni rivolte e utili solo a loro, come andare a teatro o dal parrucchiere o a un aperitivo con amiche, o semplicemente leggere un libro, sono poi tormentate dai sensi di colpa. Il diritto a esistere vuol dire sì farsi carico delle responsabilità che si sono prese, ma senza dimenticare il proprio spazio e le proprie esigenze.

Una madre frustrata che fa la vittima, perché poi è questo il ruolo che si vive, è molto peggio di una madre che prende i propri spazi ma è consapevole, realizzata e felice ed è quindi in grado di relazionare con i propri figli in modo equilibrato e armonico.

Il diritto a esserci ci aiuta anche nei processi di guarigione poiché, quando riteniamo di avere il diritto di esistere, dentro di noi i meccanismi per guarire sono attivi e pronti a mettersi al lavoro. Nessuno ci può guarire se noi non lo vogliamo o lo permettiamo. Tutto parte da dentro di noi; è il nostro corpo che si autoripara ma solo, e se, ce ne sentiamo degni.

Come riuscirci

Si può stimolare l’autostima o la visione che abbiamo di noi?

Vi suggerisco una delle più efficaci tecniche che ci aiuta ad aprirci alla percezione del nostro valore: l’Azzeramento degli Schemi Interiori o ASI. L’abbiamo già incontrata e ve l’ho già suggerita per risolvere altri ambiti, in questo caso è veramente risolutiva.

Mettiamoci davanti allo specchio, guadandoci fisso nelle pupille, senza barare, ovvero non guardiamo la punta del naso o la fronte, fissiamo le nostre pupille e diciamo a voce alta:

“Guidato/a dalla mia Luce interiore sono in grado di fare qualunque cosa”.

Diciamolo per 30 volte di seguito, per 21 giorni di seguito. Se saltiamo un giorno, dobbiamo ricominciare daccapo.

Anche la floriterapia ci può aiutare, infatti l’autostima è legata al terzo Chakra, dove ha sede il nostro potere, per equilibralo e potenziarlo ci sarà utile l’essenza Himalayana  Strenght (che significa “forza”): prendiamone due gocce pure sulla lingua, una volta al giorno. Riacquisteremo fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità sviluppando interiormente “l’io posso” e la percezione del nostro valore.

Jose Maffina

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27/04/17
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18. LASCIARSI ANDARE

La parola “abbandono” viene principalmente usata con un significato privativo: quando qualcuno ci lascia e rimaniamo soli. Ovviamente questo avvenimento è accompagnato da dolore e ribellione. Forse siamo stati traditi o forse la morte ci ha privato della persona che amavamo. Il senso dell’abbandono richiama deserti e lande oscure, dove tutto è brullo, e sicuramente non è un luogo dove si trova la felicità. Questi scenari tragici avvengono se qualcuno ci abbandona… ma se siamo noi ad abbandonare noi stessi?

Il verbo diventa abbandonarsi ed ecco che il significato della parola cambia totalmente… ma anche da questa azione cerchiamo di fuggire, infatti ci risulta una delle più difficili da compiere; questo perché all’altro capo dell’abbandonarsi c’è il controllo.

La maggior parte di noi vuole il controllo totale della propria vita, siamo sempre vigili e attenti a ciò che ci circonda. Più agiamo nella nostra vita il controllo e meno ci risulta facile abbandonarci, perché per farlo è richiesta totale fiducia.

C’è un test che ciascuno può sperimentare con gli amici: mettevi al centro tra due o più amici, chiudete gli occhi e lasciatevi cadere, abbandonatevi, loro vi dovranno sorreggere. Sembra semplice, ma ci sono persone che non riescono proprio a farlo oppure lo fanno irrigidendosi pronti a riprendere il controllo dell’azione.

Nella nostra esistenza poter avere il controllo è per molti di noi un’esigenza primaria. Questo significa pianificare e organizzare la nostra vita e gli eventi che accadono con determinazione e lungimiranza. Il nostro controllo il più delle volte non si limita solo a noi stessi, ma in larga misura anche riguardo agli altri. Noi non li consideriamo “altri” perché sono le persone che amiamo e il cui destino abbiamo a cuore. Ci sentiamo coinvolti e allora la sofferenza che può derivare dal loro comportamento o dalle loro scelte ci fa sentire in diritto di interferire, perché vogliamo che la loro vita sia sicura e felice, ovviamente secondo i nostri parametri. Ma avere sempre l’attenzione al futuro e alla sua pianificazione ci inchioda a una ritmica ed a un’analisi continua che ci toglie ogni sapore del nostro presente.

Quanto perdiamo in salute, sotto lo stress del controllo, ce lo dicono i rimedi che assumiamo per addormentarci alla sera, o i crampi che ci prendono lo stomaco quando le situazioni ci sfuggono, o il respiro affannoso che ci accompagna, o i mal di testa che ci mettono fuori uso, anche il nostro corpo ci dice che dovremmo lasciarci andare.

Da un punto di vista spirituale l’abbandono significa sciogliere i propri nodi e fluire nella Luce divina, ma ciò è ancora più impegnativo.

Mi capita spesso quando incontro persone che mi portano il loro disagio di capire che l’unica azione da suggerire è arrendersi, accogliere ciò che sta arrivando nella loro vita, abbandonandosi all’esperienza. Nel momento in cui sono in grado di fare ciò, miracolosamente il loro panorama cambia, tutto si scioglie e scorre. Infatti tenere sotto controllo la situazione, pensando che lottare ci farà vincitori, il più delle volte non fa che approfondire il nostro disagio e aumentare la nostra sofferenza.

Arrendersi è un atto coraggioso ma implica la fede nell’abbandono alla nostra Luce interiore, anche se non comprendiamo ciò che avviene nella nostra esistenza.

Quando vogliamo incanalare la nostra vita su percorsi ben delineati, privi di pericoli, dove ogni azione è stata valutata e soppesata, entriamo in una rigidità che blocca la nostra vita, allora l’Universo per farci capire che dobbiamo cambiare deve scuoterci così tanto e così forte che alla fine dovremo mollare, e purtroppo quello era il solo modo per costringerci a farlo.

Controllo e rigidità sono due amici molto stretti, se c’è uno c’è sempre anche l’altro e liberarsi di tutti e due è un’operazione che fluidifica la nostra vita, rompe le dighe che abbiamo costruito e ci rende liberi ed energetici. Meglio metterlo in atto subito, capirlo ora, senza aspettare alcuna lezione dall’Universo.

In pratica

Imparare a lasciarsi andare è qualcosa in cui ci possiamo esercitare. Prima di imparare l’abbandono interno tuttavia dobbiamo provare ad abbassare il controllo esterno.

Suggerisco piccole e banali azioni che, forse, per alcuni saranno difficilissime. Quando non lavorate:

Togliete l’orologio, non temporizzate la vostra vita.
Staccate il cellulare o lasciatelo a casa.
Non datevi programmi con orari fissi.
Non datevi programmi fissi, improvvisate.
Nelle relazioni con i vostri familiari non chiedete gli orari di arrivo o di ritorno a casa.
Siate fluidi all’interno delle vostre giornate libere.
Quando siete fuori imparate ogni tanto a chiudere gli occhi e fatelo anche in casa.

Quando riuscirete a fare queste azioni normalmente, potrete provare l’esercizio che ho accennato prima: circondati da amici, lasciatevi andare, meglio se all’indietro e con gli occhi chiusi.  Potete farlo anche sul vostro materasso o nel mare con l’acqua alle ginocchia. Ascoltate il vostro corpo. Come vi lasciate andare? C’è abbandono o siete ancora all’erta? Provate e riprovate, finché cadrete come sacchi molli.

Tra i Fiori di Bach ve ne è uno, Holly, che aiuta ad aprirsi all’Amore Universale, questo significa andare oltre noi stessi e abbracciare e compenetrarsi con il Tutto.

Un altro fiore di Bach che aiuta a fluidificare i nostri pensieri è Rock Water. Sentiremo le nostre rigidità sciogliersi e diventare liquide e saremo pronti ad abbandonarci.

Entrambe si assumono puri una goccia direttamente sulla lingua, magari uno al mattino e uno alla sera.

Jose Maffina

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Immagini reperite via web

29/03/17
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17. RICOMPENSA SÌ, RICOMPENSA NO

Molti di noi pianificano la propria vita inseguendo obiettivi che diano alla fine l’ottenimento di ciò che desiderano.

Lavoriamo duramente e a volte nel fare ciò trascuriamo altri aspetti della nostra vita, perdiamo giorni e anni preziosi, e quando arriviamo al traguardo abbiamo un po’ di amaro in bocca: la realtà che ci circonda non è proprio quella che immaginavamo e ci chiediamo perché non riusciamo a godere fino in fondo di ciò che abbiamo ottenuto.

Analizzando bene le nostre azioni, ci rendiamo conto che abbiamo lavorato solo per la ricompensa. Non abbiamo scelto una linea di comportamento perché la ritenevamo giusta, ma solo perché era la strada per raggiungere l’obiettivo.

Da un punto di vista materiale abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ma tutto quello che abbiamo dovuto fare o “non fare” ora pesa come un macigno. Per avere un lavoro importante abbiamo trascurato i nostri affetti, e il nostro cuore è un deserto. Forse la casa in cui viviamo ci dà la sicurezza che cercavamo, ma abbiamo sacrificato i nostri divertimenti e tutte le esperienze che erano alla nostra portata.

Se da un punto di vista materiale riusciamo a ottenere la nostra ricompensa, che il più delle volte ci delude, da un punto di vista spirituale essa ci sfugge sempre. Non riusciamo a capire che non è il risultato dell’azione la ricompensa, ma l’azione stessa.

17bIn ambito spirituale ci sforziamo in percorsi vari cercando l’evoluzione. Aneliamo a provare esperienze divine o ad acquisire una vista sovrannaturale, e invece rimaniamo lì, sempre al palo, e non troviamo la strada per questa benedetta Illuminazione.

La disciplina a cui ci sottoponiamo può essere solo una scelta che abbiamo fatto in quanto vivere in quel modo ci fa stare bene, perché, se così non fosse, dovremmo cambiare le cose che facciamo nella nostra vita. Non dobbiamo essere buoni per guadagnarci il Paradiso, ma compiere azioni che ogni giorno ci rendono felici, creando gioia per noi e per gli altri, e in questo caso il nostro passo non sarà verso la Luce ma sarà di Luce.

La ricompensa spirituale viene solo quando non la cerchiamo: viviamo la nostra vita rettamente, soddisfatti ogni giorno delle nostre  azioni, di noi stessi, sempre accoglienti con ciò che l’Universo ha pronto per noi. La ricompensa ci coglie all’improvviso, essa non è un dono, non è un guadagno, è l’espansione della nostra energia e in quel momento comprendiamo che va tutto bene, che siamo nel posto giusto e che il nostro cammino è completamente illuminato.

Potremmo chiederci: c’è contraddizione tra la teoria che ciascuno di noi può creare il proprio futuro di abbondanza, e la necessità di sviluppare il distacco dal risultato ovvero dalla ricompensa? La risposta è no. Perché quando noi proiettiamo l’immagine di abbondanza che sentiamo come già raggiunta, noi siamo nell’azione e abbiamo la consapevolezza profonda di avere già tutto ciò di cui abbiamo bisogno. In questo tipo di atto c’è l’affidamento totale all’Universo e si è pronti ad accettare qualunque sua risposta.

È diverso invece operare con la percezione che agire in quel modo ci porterà un vantaggio qualsiasi esso sia. La ricompensa cercata è in questo caso la condizione per compiere questa azione, mentre il nostro agire dovrebbe essere comunque scelto a prescindere dal risultato.

Quando una persona è gentile con qualcuno, lo fa perché il suo animo è gentile; se chi è stato beneficiato dice grazie è come se un cerchio di energia si chiudesse. Agiamo quindi a prescindere dalla ricompensa, ma se siamo noi a ricevere ricordiamoci sempre di dire grazie e di dare il giusto apprezzamento; chiuderemo così il cerchio energetico che solo in questo modo potrà diventare un vortice caricato dalle due energie: quella di chi ha dato e quella di chi ha ringraziato e apprezzato.

Come riuscirci

17cQualcuno potrebbe obiettare che la ricompensa è il principio della semina e del raccolto. Quale seminatore non si aspetta di raccogliere ciò che ha seminato? La risposta è nessuno. Ma il principio della semina e del raccolto si basa fondamentalmente su due punti: il primo è che ciò che seminiamo sia un buon seme, il secondo è che la probabilità del raccolto sta negli eventi esterni, nelle mani dell’Universo, che potrà mandare la pioggia per nutrirlo e il sole per generarlo. Noi siamo solo coloro che scelgono un seme buono e lasciamo poi che gli eventi facciano il resto pronti ad accogliere qualsiasi risultato.

La saggezza dell’Oriente a questo proposito è molto chiara e ci dice “Non lavorare per il frutto della tua azione”. Questo  è uno dei dettami contenuti nel Bhagavad Gita, il testo sacro agli induisti, ma come abbiamo visto prima è una delle cose più difficili da mettere in pratica. Come riuscirci allora?

Anche in questo caso come in altri precedenti articoli vi consiglio la tecnica ASI (“Azzeramento degli schemi interiori”), a cui faccio spesso ricorso proponendola quando i muri interiori che dobbiamo abbattere sono molto radicati e ardui da vincere.

Mettiamoci davanti allo specchio e guardandoci diritto nelle pupille diciamo a voce alta, per 30 volte di seguito, per 21 giorni consecutivi, questa frase:

“Le mie azioni sono guidate dalla mia Luce interiore e le affido all’Universo per qualsiasi soluzione”.

A poco a poco vedremo nascere dentro di noi un distacco dal risultato e ci occuperemo solo di agire per il meglio. Se saltiamo un giorno dovremo ricominciare daccapo; i 21 giorni devono essere ininterrotti.

L’essenza floreale del Pacifico che può aiutare in questo caso è Fuchsia, che ci sintonizza con i nostri ritmi interiori. Possiamo riconoscere la voce dell’ego e abbandonare i nostri “dovrei” per seguire ciò che vogliamo veramente.

Jose Maffina

 

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24/02/17
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16. CAMBIAMENTO

Ho sentito spesso persone affermare che per loro cambiare era impossibile, convinte che il cambiamento significasse essere un’altra cosa da ciò che erano. Infatti molto spesso consideriamo il cambiamento come un processo che snatura il nostro essere. Riteniamo che il desiderio di cambiare presupponga che disconosciamo il nostro valore, volendo diventare qualcosa di diverso. Così rimaniamo aggrappati alle nostre concezioni di vita, alle nostre abitudini, ai nostri gusti, al nostro aspetto e perdiamo quindi ciò che significa cambiamento in senso profondo.

Noi siamo il prodotto della nostra cultura e frutto delle nostre esperienze che, a volte, anziché allargare il nostro orizzonte, lo restringono. La nostra essenza ha poco a che vedere con ciò che ci ha formato. A livello fisico il cambiamento è la trasformazione naturale e continua del nostro corpo che, in ogni caso, dobbiamo mantenere sano e agile. Tuttavia alcuni di noi non riescono ad accettare il passare del tempo e ad essere in sintonia con i riti di passaggio. Dovremmo, invece, cercare di capire il valore del capello bianco, che forse non farà più di noi un oggetto carico di sex appeal, ma ci renderà allineati ai nostri pensieri che dovrebbero essere diventati più saggi. Le rughe del volto sono la nostra storia, le nostre battaglie, parlano di noi, di come la vita è passata su di noi, ne dovremmo essere orgogliosi.

16-Cambiamento2A livello mentale il cambiamento significa non farsi condizionare dai concetti radicati dentro di noi come sassi, ma essere aperti e pronti alle sperimentazioni e all’accoglienza di nuovi spunti e nuove idee: percorsi mentali diversi che aprono la nostra visuale del mondo. Ma ciò può avvenire tuttavia solo se c’è conoscenza. Significa che possiamo cambiare noi stessi solo se andiamo a fondo dei nostri meccanismi interiori. Siamo come orologi sfasati e per ritornare al ritmo armonico della nostra essenza dobbiamo sapere chi siamo. La percezione del nostro essere ci mette in grado di accettarci e poi in seguito di mutare verso un’armonia interiore. Non dobbiamo quindi vederci come orologi guasti da buttare, ma come oggetti da riportare al loro naturale ticchettio. Il cambiamento diventa allora l’esigenza che ciascuno di noi sente quando ci sembra che la vita ci stringa impedendoci di camminare, il passo si fa pesante e l’orizzonte si restringe. Siamo come bloccati in una stanza chiusa e allora apriamo le finestre e cambiamo l’aria, ci renderemo conto che solo noi ci poniamo dei limiti e nulla ci può fermare se non siamo noi a permetterlo.

A livello spirituale il cambiamento è lasciare che il flusso ci porti verso il nostro compito, dovremmo quindi abbandonarci e lasciarci guidare verso la giusta meta. Il vero cambiamento a questo livello è la resa. Tale processo potrebbe essere ostacolato se ci rifiutiamo di seguire il disegno dell’Universo compiendo azioni che deviano, complicano, rallentano e rendono difficile il nostro cambiamento naturale. Affidarsi ed essere in accoglienza fluidifica questo percorso di trasformazione che avviene a tutti i livelli, oltre che a livello spirituale, e ci permette così di perseguire il nostro cammino evolutivo. Il benessere è seguire l’onda di mutamento, riconoscendo nel disegno dell’Universo la risposta alle inquietudini della nostra vita quotidiana.

Teniamo presente che per iniziare un cambiamento nella nostra vita ci sono tre regole base che dobbiamo seguire e a cui non possiamo sottrarci: volere il cambiamento, essere disposti a cambiare e infine essere pronti a faticare per riuscirci. Se le mettiamo in atto, abbiamo già vinto.

In pratica

Una delle cose più difficili per tutti noi è accogliere la trasformazione e mettere in moto il cambiamento. Preferiamo rimanere in uno stato di “disagio conosciuto” piuttosto che lasciarlo andare e metterci in gioco su nuove prospettive.

La tecnica ASI (Azzeramento degli Schemi Interiori) può aiutare ad aprirci. Mettiamoci davanti allo specchio e per 21 giorni consecutivi, guardandoci fissi nelle pupille, ripetiamo per 30 volte di seguito questa frase: “Sono pronta/o e aperta/o al cambiamento. Lascio entrare nella mia vita nuove idee e nuove esperienze”.

Cominceremo a poco a poco ad abbassare le nostre resistenze e saremo pronti al flusso del cambiamento. Tuttavia dobbiamo tenere in conto che uno degli ostacoli per il cambiamento è che noi lo vogliamo vedere immediatamente. La costanza nel perseguire il nostro obiettivo è faticosa e noi ci stanchiamo, vorremmo che il cambiamento avvenisse subito, senza alcuna fatica.

Quando propongo la tecnica degli azzeramenti interiori le persone sul momento si spaventano perché il percorso dura 21 giorni. Sembra un tempo infinito, ma è quanto serve al ricambio delle nostre cellule, e noi attraverso le frasi che diciamo possiamo cambiare totalmente la loro memoria. Per il cambiamento ci vuole costanza e impegno, e non mollare mai lungo il cammino. Infatti nella tecnica dell’azzeramento degli schemi interiori se salti un giorno devi ricominciare daccapo. La sequenza dei 21 giorni non può essere spezzata.

Per i più pigri, quelli che vogliono impegnarsi poco, ci sono sempre i Fiori di Bach e in questo caso se facciamo resistenza al cambiamento Walnut viene in nostro soccorso. Ci permette di voltare pagina e affrontare la trasformazione con accettazione e grande apertura. Possiamo sicuramente farcela a prenderne una goccia pura direttamente sulla lingua una volta al giorno… Che ne dite?

Jose Maffina

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23/01/17
16-Cambiamento

15. BABBO NATALE ESISTE?

Babbo Natale esiste? La risposta dovrebbe essere facile: “Sì!”, anche se potrebbe farvi sorridere. Infatti tutto ciò che ci circonda ce lo conferma. La sua figura invade le vetrine, le strade, gli scaffali dei negozi e la pubblicità. Eccolo lì sorridente che ammicca bonario. I bambini lo sognano, lo invocano e gli promettono un buon comportamento per convincerlo a portare loro ricchi doni. Come potremmo allora dire che non esiste? Ha preso corpo nella tradizione, si è manifestato come principio di ricompensa, come spinta a cercare dentro di noi il meglio. Quando pensiamo al Natale immediatamente l’immagine e la sensazione che riceviamo è legata all’Amore e all’Abbondanza.

Durante questo periodo cerchiamo di accedere alla nostra parte migliore, cerchiamo di essere più buoni, più tolleranti, più accoglienti. Questo è già un piccolo miracolo che Babbo Natale riesce a sortire. Lui rappresenta un’energia positiva che invade questi giorni, anche se qualcuno potrebbe vederne solo l’aspetto consumistico e non intravederne l’aspetto più sottile.

Quando sentiamo il bisogno e la necessità di mettere in campo il meglio di noi, stiamo facendo un’operazione molto profonda, direi quasi titanica. Allora dovremmo arrenderci al Natale e a tutte le sue atmosfere, cercando di goderne e cercando proprio di entrare in sintonia con questa spinta a essere più buoni.

babbo3Magari questo sforzo ci può far capire cosa manca nella nostra quotidianità, per poter applicare questa filosofia sempre. Potremmo riflettere su come ci relazioniamo con il mondo. Prendiamo o diamo? Più fatica faremo e più vuol dire che viviamo ciò che è fuori di noi come o qualcosa che vogliamo tenere a distanza, o come un luogo dove approfittarsi il più possibile.

Babbo Natale ogni anno ci ricorda che ciò che diamo ha più valore di ciò che prendiamo; ma ricorda anche, ad alcuni di noi, che dobbiamo essere aperti ad accogliere ciò che ci viene dato, consapevoli che ne siamo degni. Natale potrebbe diventare la nostra tendenza interiore: cercare dentro di noi il meglio e spenderlo nel mondo.

L’augurio che posso fare a tutti è che Natale sia per sempre, ogni giorno. Ciò ci permetterà di relazionarci in modo armonico sia con noi stessi sia con gli altri.

In pratica

Ma come possiamo entrare in sintonia con questa festa? Se per molti quando arriva è gioia, per alcuni invece è un vero e proprio incubo. Per qualcuno significa entrare in un profondo stress, regali da comprare, pranzi o cene da organizzare.

Non si ama il Natale anche quando siamo rimasti soli, perché abbiamo perso chi ci amava e chi amavamo. Il Natale allora colpisce nel cuore come una lama perché non porta gioia ma solo rimpianti.

Per una ragione opposta Natale diventa un incubo perché si sa che “Natale con i tuoi e….”, così  dobbiamo sottoporci alla tortura di stare in famiglia, con parenti che vediamo magari solo in quella occasione, passiamo il tempo ascoltando gli acciacchi delle zie o gli sproloqui delle cugine, e mentre siamo lì l’unico pensiero positivo che riusciamo a formulare è che, per fortuna, Natale arriva una sola volta all’anno.

La floriterapia in questo caso ci aiuta tantissimo. Holly è il fiore di Bach che ci permette di aprirci all’Amore incondizionato, mentre Beech dissolve il giudizio e le critiche dentro di noi aiutandoci a relazionare con gli altri in modo amorevole.

Infine per allontanare ogni stress, e non solo a Natale, viene in nostro soccorso Rescue Remedy: le ansie scompaiono, ci sentiamo centrati e rilassati, pronti ad affrontare le code nei grandi magazzini, allora quella benedetta lista di regali non ci sembrerà più un rompicapo ma un bellissimo modo per esprimere il nostro amore per gli altri.

Prendete i Fiori di Bach sempre puri, una goccia direttamente sulla lingua, oppure una goccia in un bicchiere d’acqua da sorseggiare.

Jose Maffina

 

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21/12/16
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14. SCEGLIERE

Scegliere può creare i più profondi tormenti, poiché ogni volta abbiamo la percezione che sbagliare può comportare la nostra infelicità. Sappiamo che ciò che decideremo condizionerà la nostra vita e questo rende la nostra mente un mulinello di interrogativi.

Prima di tutto, però, dovremmo chiederci: “Ciò che scegliamo renderà la nostra vita armoniosa e serena?”

Quindi non “più ricca”, non “più gratificante”, ma solo più ricca di centralità, più in linea con ciò che sentiamo nel profondo. La scelta, così, ci dovrebbe venire più facile, perché se non bariamo con noi stessi, dentro sappiamo cosa è giusto per noi.

Questo vuol dire che, se noi veniamo primi nella lista della nostra vita, ciò che pensiamo sia il giusto per noi tiene in minimo conto ciò che pensano gli altri sia giusto.

Sceglieremo allora il lavoro non perché è un’occupazione che ci fa guadagnare tanto ma ci fa morire dentro; lo sceglieremo perché ci rende ogni giorno felici anche se guadagniamo di meno. Diremo sì al nostro partner, non in base alla sua posizione o al suo conto in banca, ma valutando quante sono le affinità che ci uniscono e ci arricchiscono. Seguiremo gli affetti e non la ricerca del potere.

Se è il cervello ciò che usiamo per scegliere, dobbiamo capire quale stiamo usando, visto che di cervelli ne abbiamo ben tre. Uno è il cervello che si trova all’interno della scatola cranica. Il secondo cervello è nell’intestino; tenete presente che  l’intestino e il cervello sono fatti della stessa materia, quella che comunemente viene chiamata “la materia grigia”. Poi c’è l’ultimo cervello, il terzo, che è nel cuore, infatti è stato scoperto che nella sua punta ci sono ben quarantamila neuroni .

Possiamo dunque essere guidati nelle nostre scelte dalla razionalità, dall’istinto o dall’intuito, ma qual è la differenza?

Noi privilegiamo la razionalità che è la nostra più affidabile consigliera. Siamo sicuri che un buon ragionamento, il soppesare i pro e i contro, ci eviterà di sbagliare.

Il secondo, l’istinto, è stato da noi dimenticato o forse non lo riteniamo importante, in ogni caso molti di noi di lui non si fidano. L’istinto è la nostra parte animale, le sensazioni che proviamo non sono filtrate dalla mente. Gli animali se ne servono in ogni circostanza della loro esistenza, come gli uccelli che costruiscono il nido in un luogo che deve rispondere a caratteristiche identificate solo dal loro istinto. L’esposizione che scelgono non è frutto della ricerca razionale del Nord o del Sud, loro non conoscono i punti cardinali, ma li sentono nella loro valenza. Per noi umani l’istinto è il balzo indietro che facciamo quando stiamo attraversando la strada mentre sopraggiunge un’auto che non avevamo visto.

Il terzo cervello, l’intuito, è invece una qualità della coscienza o del nostro profondo, qualsiasi sia il modo in cui preferiamo chiamarlo. Veniamo guidati dalla nostra voce interiore che ci dice cosa fare. Affidarsi all’intuito permette alla sincronicità di manifestarsi, quell’accadere che è sulla nostra strada e ci conduce nel luogo dove dovremmo andare.

Ma anche in ambito spirituale siamo spinti alla scelta e obbligati a identificarci sotto una bandiera. Chi siamo? Buddisti, cattolici, protestanti, mussulmani, induisti… “Chi siamo?“ ci chiedono insistentemente; perché se non scegliamo non abbiamo credibilità in ciò che affermiamo.

Chi siamo allora? Il libero arbitrio qui è fondamentale. Molti di noi hanno bisogno di un quadro preciso in cui credere, hanno bisogno di identificarsi e di appartenere a una Chiesa, perché altrimenti si sentono smarriti. La vera spiritualità è l’esperienza personale di Dio o di come vogliamo chiamarlo, energia, luce, amore.

Le regole sono dentro di noi, non esterne a noi. Non ci sono veicoli precostruiti, ma scelte continue fatte giorno per giorno nella nostra quotidianità. Queste scelte  a volte ci rendono fieri di noi e a volte invece evidenziano le nostre debolezze insegnandoci nuovi percorsi. La scelta coinvolge e condiziona la nostra vita, esserne consapevoli vuol dire che non è più tempo di ricorrere alla conta di pin pin cavalin

In pratica

Se è alla voce interiore che dobbiamo affidarci per scegliere, ci  può aiutare solo la meditazione che è pratica più semplice per  contattare  il nostro profondo; questa pratica scioglie molti nodi nella nostra vita.

È importante sapere che la meditazione ci conduce veramente sul nostro percorso evolutivo. A chi non ha ancora iniziato o non riesce a essere costante vorrei suggerire di provare in questo modo.

Appena svegli, prima di scendere dal letto, respirate profondamente e contate fino a 21 immaginando di scendere, gradino dopo gradino, una scala luminosa che vi porta direttamente dentro il vostro cuore. Al 21 vi troverete in una sala molto illuminata e piena di fiori colorati. Restate in ascolto e percepite la sensazione o il messaggio che è pronto per voi. Potrebbe essere  la parola  “Giustizia”  oppure “Nessuna paura” oppure “Sì”… Qualsiasi sia ciò che proverete o sentirete sarà sicuramente inerente al vostro problema o al disagio che state vivendo; questo vi donerà la percezione di essere sostenuti  e avrete la forza di scegliere la cosa giusta.

Possiamo anche ricorrere alla floriterapia che ci può aiutare con l’essenza himalayana Clarity  che dona la conoscenza della direzione della propria vita oltre a quella di se stessi. Ciò significa  maggiore chiarezza e intuizione, si diventa  percettivi e il  senso di alienazione viene allontanato. Inoltre ci mette in grado di  capire il senso della nostra esistenza e quale è il nostro ruolo nel mondo.

Se poi la nostra difficoltà a scegliere è legata a due sole alternative, affidiamoci al Fiore di Bach Scleranthus che apre la nostra mente mostrandoci cosa è meglio per noi.

Queste essenze vanno prese pure, una goccia al giorno, direttamente sulla lingua.

Jose Maffina

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22/11/16
14-scegliere

13. L’INVIDIA (L’ERBA DEL VICINO…)

L’invidia ci spaventa, la sentiamo sulla nostra pelle, negli sguardi degli altri; sentiamo che ciò che siamo li fa soffrire e, in questo caso, è molto difficile essere compassionevoli, perché temiamo di essere colpiti dalle loro azioni contro di noi o dai loro pensieri. Ma chiediamoci se anche noi proviamo questo sentimento e quali sono i suoi meccanismi.

Essere invidiosi vuol dire che il successo, il benessere, la felicità della gente ci va di traverso. Il collega che riceve una gratificazione che noi riteniamo non meriti. Il vicino che acquista l’auto dei nostri sogni. Gli amici che vanno a fare le vacanze in luoghi paradisiaci che noi ci possiamo permettere di vedere solo in fotografia. Siamo lividi dentro, perché secondo noi gli altri ottengono con facilità ciò che non meritano.

Questa emozione appesantisce la nostra esistenza e, tesi a guardare fuori di noi, perdiamo la nostra centralità interiore. Il mondo esterno, con le sue gioie che riteniamo non ci appartengano, modifica la nostra visuale, così tendiamo a sentirci vittime di un’ingiustizia del destino. Perdiamo la nostra realtà, riducendola, qualsiasi essa sia, in una condizione miserrima, infatti la notizia di qualcosa di bello accaduto ad altri ci fa analizzare non ciò che abbiamo, ma ciò che ci manca. L’invidia produce un sentimento che il più delle volte fa il vuoto dentro di noi e risponde, anche se non ce ne accorgiamo, a un riflesso di bassa autostima verso le nostre capacità.

Così come esiste un egoismo sano, può l’invidia essere vissuta positivamente? Sì, io penso di sì.

L’invidia sana è quella spinta esterna che ti porta a metterti in gioco: qualcun altro è riuscito in un’impresa e ciò spinge anche noi a provarci. Il successo degli altri diventa positivo quando lo viviamo come indicazione di una strada da percorrere. Anche a noi possono essere offerte le stesse opportunità, dovremmo solo avere più coraggio, credere nei nostri talenti e agire.

L’invidia diventa disastrosa quando, invece di essere una spinta, si trasforma in un sentimento di rancore. Non riusciamo a riconoscere nessun merito agli altri e partendo da una sovrastima di noi stessi pensiamo che eravamo noi a meritare ciò che invece è andato a loro. Il livore è dentro di noi come un tarlo potente che divora tutto. Riusciamo solo a vedere il peggio del mondo perché lo riteniamo ingiusto e cattivo nei nostri confronti.

13-invidiaSe il nostro approccio con la vita è misurare la nostra fortuna con quella degli altri, saremo sempre perdenti. Il vizio dell’invidia ci toglie la vera felicità che è quella di amare e desiderare ciò che abbiamo.

Un proverbio danese dice che “Se l’invidia fosse una febbre, tutto il mondo sarebbe ammalato”. L’invidia quindi è un sentimento diffusissimo, nessuno ne è esente, perché la cosa difficile per noi è accettare che altri abbiano ciò che a noi è negato, il più delle volte senza confessare che noi non abbiamo mai fatto veramente nulla per ottenere ciò che vorremmo; siamo rimasti a guardare aspettando che qualcosa succedesse nella nostra vita, qualcosa che potesse cambiarne il panorama. Ma se il nostro prato non è così verde, chiediamoci quanto ce ne curiamo, quanto lo bagnamo e lo fertilizziamo, e la risposta potrebbe essere sorprendente: perché solitamente è “mai”. Forse allora è il momento di occuparcene.

Come fare

Come vi dicevo prima, l’invidia può essere trasformata in modo che possa esserci utile. La prima cosa da imparare quando vediamo un successo acquisito da qualcun altro non è dire “Uffa, perché lui sì?”, ma dire a noi stessi “Anch’io posso”.

Raggiungere il successo è un cammino preciso e per ognuno diverso, ma sicuramente se ripercorso porta allo stesso risultato. Sto suggerendo la tecnica del “Modeling” ovvero conoscere tutto l’iter che ha portato all’ottenimento di un risultato positivo. Il campione che vince la medaglia d’oro è arrivato lì sottoponendosi a 10 ore al giorno di allenamento. L’artigiano che con maestria vende più di tutti il suo prodotto si è applicato per anni nel suo lavoro. La ragazza con un fisico strepitoso che è stata scelta per un servizio fotografico mangia vegetariano e va a letto alle nove di sera perché deve dormire 10 ore. Ogni risultato ha dietro di sé una costruzione che ha comportato dei sacrifici o delle rinunce, mettendo sicuramente in campo: impegno, testardaggine e determinazione. Scopriamo come hanno fatto e rifacciamo tutto il percorso, il successo sarà nostro.

Ovviamente dobbiamo imitare solo i percorsi positivi, ciò che è stato ottenuto in modo sano, per cui se il nostro vicino si è comprato il SUV ed ora è coperto di debiti che non sa come pagare, beh, meglio non averlo e girare con la nostra auto, riuscendo così a dormire di notte senza incubi.

Ma come possiamo difenderci dall’invidia degli altri? Per prima cosa, individuiamoli, poi, quando li incrociamo, facciamo sempre una tecnica di protezione: visualizziamo una luce che scenda dall’alto e che ci avvolge a spirale partendo dalla testa fino ai piedi, in modo da creare intorno a noi un uovo di luce. Sarà il nostro scudo protettivo. Poi, soprattutto, “voliamo basso”: non alimentiamo mai l’invidia vantandoci dei nostri successi con le persone invidiose, anzi minimizziamoli. Il successo comunque è già nostro.

Il fiore di Bach per gli invidiosi è Holly. Prendiamo tutte le sere una goccia dell’essenza pura in un bicchier d’acqua sorseggiandolo. Aprirà il nostro cuore sciogliendo ogni invidia, impareremo a godere del successo degli altri e ne saremo contagiati.

Jose Maffina

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24/10/16
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