Gioia & Benessere

L’ostacolo con cui dobbiamo misurarci lungo il nostro cammino evolutivo è la quotidianità, perché diventa la sabbia mobile in cui affondiamo e il sasso in cui inciampiamo. Questo blog si propone di dare semi di pensiero da nutrire e suggerimenti da sperimentare affinché il nostro sentire profondo sia allineato con le nostre azioni.

Jose Maffina

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37. QUANDO È IL NEMICO A TENERTI VIVO

Il conflitto può fare bene? Ci sono persone che lo rifuggono e cercano in ogni modo di smussare gli spigoli e creare intorno a loro un’atmosfera armonica. Per queste persone, me compresa, il conflitto è solo fonte di stress e, alla fatidica domanda: “Preferisci avere ragione o essere felice?”, la risposta per noi è sempre essere felice. Perché la felicità, ovvero quella dimensione di pace interiore è primaria come obiettivo nella nostra vita. Ci sono invece donne e uomini che hanno bisogno di identificare un nemico. Il conflitto che ne deriva li alimenta energeticamente. Sono galvanizzati, carichi e pronti a sferrare l’attacco; tutto ciò dà loro quell’inebriante sensazione adrenalinica di essere vivi.

Se nella lotta in cui si sono impegnati escono vincitori, ecco che il loro bisogno di conflitto si autoalimenta. Come una sete insaziabile, vogliono rimanere in quello stato di eccitamento che solo il sentore della disputa può dare loro. L’energia che deriva dal vivere la sindrome del nemico è tuttavia un’energia malata, può diventare una spirale di eccitamento da cui non si esce. In altri casi, qualsiasi sia il suo risultato – vittoria o sconfitta – può dare un senso di svuotamento, se non un principio di depressione, che può solo essere fugato dalla ricerca di un nuovo scontro.

Da un punto di vista spirituale il conflitto è lo specchio della nostra separazione dall’altro, siamo decisamente nel mondo della dualità: ciò che fronteggiamo non ci appartiene, è lontano da noi, da ciò che siamo, da ciò che riteniamo di essere. Se guardiamo un albero non riusciremo mai a sviluppare un’emozione conflittuale. Anche se non ci appartiene, chiunque di noi sente che fa parte della nostra vita e deve esserci, deve crescere, e nei recessi della nostra mente sappiamo che ci è pure utile. Quando invece noi viviamo chi ci sta di fronte come “altro” da noi, ecco che si possono innescare sentimenti di conflitto: il palazzo che ci sta di fronte e ci toglie la luce, il capoufficio che non riconosce i nostri meriti, il vicino che canta a squarciagola, i ragazzi che ridono e scherzano per strada. Se cerchiamo lo scontro, il mondo è pronto a offrirci mille spunti.

Il conflitto decisamente non può fare bene. Questo non significa che si deve rinunciare a qualsiasi battaglia, ci sono battaglie che siamo “chiamati” a combattere, a cui non possiamo sottrarci, ma sono quelle che facciamo per gli altri. C’è una sottile differenza tra conflitto e battaglia. Sono due modi di vedere il mondo: o pieno di nemici o ricco di amore. Nel primo caso la nostra visione è vivere il conflitto costantemente dentro di noi, aggrappandoci a ogni avvenimento della nostra vita che ci può aiutare a tenerlo vivo. Nel secondo caso vediamo solo amore e quando percepiamo che qualcosa può metterlo in pericolo od offuscarlo ecco che siamo pronti a metterci in gioco e iniziare una battaglia che quasi mai ci vede da soli sul campo. Nel conflitto invece siamo sempre da soli: noi e il nemico.

In pratica

Non è facile cambiare la visione che abbiamo del mondo, perché è formata dalle credenze e dalle ferite che sono dentro di noi. Vivere la sindrome del nemico e rendersene conto è il primo passo. Il successivo è andare a capire quali filamenti l’hanno fatta nascere e quali credenze continuano ad alimentarla. Dovremmo partire dalla domanda: “La mia vita è in armonia?” Se la risposta non è un sì pieno, vuol dire che qualcosa deve essere trasformato dentro di noi.

Se per noi è vitale che sia sempre riconosciuta la nostra ragione, forse dovremmo analizzare quanta autostima abbiamo, e perché “mollare” ci fa sentire sminuiti. Quando siamo centrati e ben strutturati non abbiamo bisogno che gli altri riconoscano la nostra ragione, lo sappiamo e basta, e allo stesso tempo accogliamo la visione dell’altro e non perdiamo alcuna energia nel convincerlo. Siamo in grado di dire la nostra verità, magari ascoltando l’altro e, se ascoltiamo veramente, ci rendiamo conto che, forse, abbiamo qualcosa da imparare.

Nella tradizione cabalistica si ritiene che, se manteniamo dentro di noi anche la benché minima dose di odio o animosità verso un’altra persona, per qualsiasi ragione che sia più o meno valida, sia che ne siamo consapevoli o no, noi continuiamo a portare distruzione nel mondo. Per questo, per annullare ogni forma di odio o risentimento dentro di noi possiamo ricorrere al Nome di Dio che scioglierà dentro di noi ogni animosità, riportando l’armonia dentro di noi. Visualizziamo l’immagine sotto riportata, che va letta da destra a sinistra, e lasciamo che agisca; queste lettere sono validi strumenti per sanare il nostro profondo.

37-maffina-1n.29 (Rimuovere l’odio)

I 72 Nomi di Dio sono strumenti molto potenti, ora utilizzabili da chiunque, perché la loro conoscenza è stata messa a disposizione di tutti e largamente divulgata.

La Floriterapia ci aiuta come sempre con i fiori di Bach, in questo caso Beech e Rock Water. Il primo renderà più ampia la nostra tolleranza e ci toglierà il vizio di cogliere e sottolineare solo il peggio negli altri. Il secondo scioglierà la rigidità dei nostri pensieri e ci renderà più accoglienti. L’essenza himalayana Strength, invece, ci sarà utile per rafforzare la nostra autostima.

Jose Maffina

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1/03/19
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36. IL BELLO DI NON ESSERE BELLE

Tutti, uomini e donne, avremmo voluto nascere belli. Avere quella bellezza che non si attribuisce per parere personale, ma che è riconosciuta da chiunque. Sei bella: te lo dice lo specchio quando ti guardi e l’attenzione che si crea intorno a te. Sei notata, ammirata. Il tuo viso è incantevole e il tuo corpo perfetto.

Confessiamolo, la bellezza è qualcosa che ognuno di noi avrebbe voluto avere. Ma è proprio così vantaggioso possederla? Le persone veramente belle, specialmente le donne, sono vittime dei più radicati stereotipi. Si sa, la bellezza non si accompagna all’intelligenza, per cui se hai ottenuto qualcosa nella vita, specialmente nell’ambito del lavoro, puoi dire grazie solo al tuo aspetto fisico e a come lo hai usato per salire la scala gerarchica o sociale.

C’è un film molto interessante – “La rivincita delle bionde” – che tratta proprio questo argomento. Se sei bionda e bella, ci sono buone probabilità che tu abbia una testolina vuota; la strada è impervia per le belle quando vogliono dimostrare di essere anche intelligenti. Mentre, quando non si è belle, la vita è molto più facile: puoi essere intelligente, non susciti invidie, le donne non ti sono nemiche, e gli uomini accanto a te si rilassano, possono essere al naturale, non tentano a tutti i costi di farsi notare, di abbordarti, di importunarti. Cammini lungo la strada, puoi entrare nei locali e riesci a fare tutto ciò che ti sei prefissata. Sei vuoi stare in solitudine, nessuno si sogna di chiederti come stai e se può farti compagnia.

Quando non sei bella, sei spinta a mettere in luce tutte le tue qualità, diciamo che punti decisamente sull’intelligenza, leggi, studi, cerchi l’apprezzamento che fa di te quella “brava”, capace, simpatica, gentile e accogliente. La relazione con gli altri si misura sull’apprezzamento di te come persona, nessuno si ferma all’aspetto esteriore. Sei fuori da ogni pregiudizio. La bellezza ti spalanca alcune porte, ma te ne chiude molte altre; quando poi sfoderi anche l’intelligenza, si alzano muri intorno a te, perché le tue capacità saranno sempre messe in discussione.

Una donna intelligente, invece, può anche diventare bella, viene guardata come una trasformazione che stimola; se sei passata dall’essere insignificante all’essere bella vuol dire che conosci la strada che tutte hanno percorso, sei un esempio, se ce l’hai fatta tu ce la possono fare tutte. Mentre se nasci bella, non saprai mai cosa significa. Molte attrici bellissime hanno l’ambizione di interpretare personaggi di donne brutte, spinte dalla necessità di uscire, anche temporaneamente, dal ruolo che la bellezza appiccica addosso: sei solo un corpo, e quello che c’è dentro ha sicuramente meno valore.

La bellezza a un certo punto appassisce; affrontare il cambiamento del fisico per chi è stata bella è traumatico, non sei più un oggetto sessuale, per gli uomini diventi opaca, non ti vedono più. Per le altre, invece, il cambiamento è solo positivo, diventano finalmente quello che si definisce una “bella” signora, perché acquisiscono gentilezza, buone maniere, grazia e intelligenza. Sboccia così quella bellezza che hanno coltivato dentro, che è l’armonia che emanano. L’unica vera bellezza che conti veramente. Nessun rimpianto, possono così vivere con gioia tutto ciò che le circonda, e anche questo è il bello di non essere belle.

IN PRATICA

La bellezza è di tutti, siamo noi che non la vediamo. I canoni che abbiamo limitano la nostra visione. Anche sentirsi belli è uno stato della mente e, quando accettiamo il nostro corpo e riusciamo a guardarci allo specchio con piacere, noi siamo belli veramente.

A parte la cura che dobbiamo avere di noi stessi con un’alimentazione sana, con una vita equilibrata e con il giusto riposo, possiamo acquisire la percezione della nostra bellezza aiutandoci con la tecnica ASI (Azzeramento degli Schemi Interiore). Diremo per 21 giorni consecutivi, per 30 volte di seguito, questa frase a voce alta, guardandoci allo specchio, diritto nelle nostre pupille: “Io sono bella/o e mi accetto con amore”. 

Anche la Floriterapia ci può aiutare con l’essenza californiana Alpine Lily indicata proprio per le donne, infatti dona loro un rapporto più equilibrato con il proprio corpo, sviluppando l’identità femminile e la sua conseguente accettazione. Per tutti, uomini e donne, è indicato il Fiore di Bach Rock Water che scioglie ogni rigidità nei pensieri e nell’immagine di se stessi.

 

Jose Maffina

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23/01/19
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35. LA TRASFORMAZIONE INTERIORE

Quando sentiamo l’esigenza di incamminarci sul nostro sentiero evolutivo, questa azione si riverbera in tutti gli ambiti della nostra vita e mette in moto la nostra trasformazione.

Molti sono scettici e disillusi perché pensano a se stessi come a qualcosa di irrimediabilmente costruito in un certo modo e senza via di scampo, senza possibilità di cambiamento, invece la trasformazione è sempre possibile.

Ciascuno di noi ha le capacità e la possibilità di portare al positivo ciò che tale non sembra. Come esperti alchimisti tutti noi possiamo trasformare il nostro piombo in oro, ma come possiamo fare?

La prima regola è che ogni cammino di trasformazione parte dalla conoscenza di se stessi. Questo significa che principalmente dobbiamo essere coraggiosi, nulla ci deve spaventare nell’iniziare questo viaggio e ci riusciremo solo se le nostre motivazioni saranno forti.

Per cominciare il viaggio dentro di noi, dobbiamo abbandonare le spoglie del nostro essere qui, dobbiamo cominciare quel viaggio eroico di chi va alla scoperta di terre sconosciute: noi stessi. A volte l’ostacolo più grande è che non lo vogliamo fare perché pensiamo che tutto sia da buttare. Molti di noi sono spaventati in questo percorso, temono infatti di trovare qualcosa di brutto. In un cammino evolutivo credono che la regola base sia quella di fare un reset completo con l’azzeramento di ogni cosa,  e solo dopo ci si possa incamminare. Invece il percorso evolutivo può solo essere un percorso di trasformazione, perché nulla si crea e nulla si distrugge. Per farlo dobbiamo sviluppare la consapevolezza che dentro di noi c’è la possibilità di mutare il nostro panorama interiore.

Siamo tutti bruchi e in potenza dentro di noi c’è una farfalla, ma questo mutamento presuppone impegno. Purtroppo la maggior parte di noi vorrebbe che questo processo avvenisse dall’esterno come una mutazione magica. Nessuna fatica: è qualcun altro che agisce e lavora su di noi, che restiamo passivi in attesa di accogliere l’avvenuta magia. Dall’esterno, tuttavia, possono arrivare strumenti che solo se utilizzati da noi stessi saranno in grado di aiutarci, siamo noi che dobbiamo fare tutto il lavoro e mettere tutta la determinazione necessaria, solo così potremo arrivare al risultato; la trasformazione non può avvenire senza impegno e senza fatica.

Un’équipe di psichiatri del Massachusetts General Hospital ha realizzato uno studio che dimostra come la meditazione può influire sul cervello. Secondo le sue conclusioni, pubblicate su Psychiatry Research, la pratica di un programma di meditazione, durato otto settimane, può causare considerevoli cambiamenti nelle regioni cerebrali collegate alla memoria, all’autocoscienza, all’empatia e allo stress. Questa ricerca ha mostrato che la meditazione può cambiare la dimensione di aree importanti del cervello, migliorare la nostra memoria e renderci più empatici, compassionevoli e capaci di affrontare lo stress in così poco tempo. Questa pratica, considerata spirituale, in realtà ci modifica fisicamente e può migliorare lo stato di salute.

Pertanto tutto dipende da noi, da quanto siamo motivati e pronti a metterci in gioco personalmente, nessuno può farlo al nostro posto. Quindi non dobbiamo scoraggiarci, ma solo impegnarci. Possiamo farlo e siamo in grado di riuscire con successo a rendere possibile la nostra trasformazione interiore.

IN PRATICA

Anche se molti sono gli strumenti e le tecniche a disposizione per avventurarci alla scoperta di noi stessi, il metodo che io consiglio e pratico sono le visualizzazioni creative. È il modo più facile di meditazione per noi occidentali, che facciamo molta fatica a silenziare la nostra mente. Le visualizzazioni sono meditazioni guidate, in grado di impedire ai pensieri di disturbarci, perché la mente è obbligata ad ascoltare ed evocare immagini.

Questo tipo di meditazione ha due effetti: il primo è svelatore, il secondo trasformatore. Nel primo caso ci aiuta a capire a che punto siamo della nostra vita. Come sappiamo, nella nostra esistenza tendiamo ad accumulare ferite che per un meccanismo di difesa celiamo, ma solo la loro emersione e trasformazione può farci arrivare alla nostra essenza; le visualizzazioni squarciano qualsiasi velo che abbiamo messo per coprire chi siamo. Qui il nostro profondo ci parla, svela tutto di noi. Teniamo presente che il cervello non distingue il vero dal falso e ogni azione che compiamo all’interno di una visualizzazione ha gli stessi effetti sulla nostra mente e sul nostro corpo come se l’avessimo agita nella realtà.

Ho pubblicato ben quattro raccolte di meditazioni guidate, ve le consiglio tutte. Avrete la trasformazione a portata di mano e mi farà piacere se vorrete condividere con me le vostre sperimentazioni, nel caso scrivetemi a naturjose@yahoo.it

Jose Maffina

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28/11/18
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34. PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE? VERSO LA COMPASSIONE

A volte l’uso delle parole ci confonde; continuare a utilizzarle in modo sbagliato porta un termine ad assumere significati diversi, così se diciamo di qualcuno che ci fa compassione intendiamo il più delle volte che lo riteniamo un poveraccio e in fondo a noi proviamo un senso di disprezzo, oppure nel migliore dei casi gli mandiamo un distratto pensiero di sufficienza.

La compassione, o meglio ciò che ben si intende nel Buddismo con il termine compassion, è veramente altro. Il significato etimologico di questa parola, che deriva dal latino, è cum (“insieme”) patior (“soffro”), mentre ora il suo uso si avvicina di più al concetto di pietà. Invece la compassione è la partecipazione alla sofferenza dell’altro, quindi non un sentimento di pena che va dall’alto in basso, poiché è soffrire con l’altro e aiutarlo nel dolore come se fosse il nostro. È chiaro che questa azione per essere compiuta richiede il meglio di noi stessi. Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta a un’unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani. È la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.

Il sentimento della compassione è strettamente connesso con le capacità del nostro cuore. Recentemente la scienza ha scoperto che il cuore “pensa”, infatti più di quaranta milioni di neuroni sono insediati nella punta di questo organo. Ciò lo rende capace di elaborazioni e il suo campo elettromagnetico è migliaia di volte più potente di quello del cervello. Questo vuol dire che il cuore, nei suoi moti e nei suoi pensieri, è potentissimo.

La difficoltà per tutti noi di vivere la compassione è attinente anche al fatto che ci sono sofferenze che non ci toccano, perché sono così lontane da noi che non riusciamo a calarci in quel tipo di dolore. Così nella nostra società opulente, dove il problema è il sovrappeso e la lotta quotidiana con la dieta di turno, pensare che ci sono persone che soffrono la fame e ne muoiono diventa distante e asettico. La compassione che possiamo esercitare nella nostra quotidianità richiede tutto il nostro impegno. Nella nostra famiglia, quando percepiamo la sofferenza di chi ci circonda, molto spesso tale situazione ci crea fastidio, perché prima di tutto pensiamo a ciò che in questo caso ci viene tolto o chiesto: tempo o danaro. Se invece ci fermassimo un attimo per ascoltare, pronti ad accogliere e a conoscere “quella sofferenza” e farla nostra, ecco che molti problemi familiari sarebbero risolti: i figli finalmente sarebbero compresi e i mariti o le mogli supportati.

Da un punto di vista spirituale la compassione è la qualità divina del cuore. Solo un cuore puro, dove la scintilla divina si manifesta, può provare compassione che altro non è che il sentire il prossimo come parte di se stessi, accogliere il dolore dell’altro come fosse il proprio e interagire senza alcuna finalità egoistica.

Si può provare compassione verso noi stessi e cosa significa? Provare compassione nei confronti di noi stessi significa essere aperti alla nostra sofferenza, senza evitarla o senza disconnetterci, ma con il desiderio di alleviarla e di curarci con gentilezza. La compassione verso se stessi comprende anche il guardare con un atteggiamento di non giudizio le proprie inadeguatezze e i propri fallimenti in modo da comprendere che possiamo sbagliare all’interno di un mondo che è di per sé fallibile. Se sviluppiamo la capacità di provare compassione nei confronti di noi stessi, miglioriamo anche quella nei confronti degli altri. Il sentimento di compassione per noi stessi è simile al sentimento di perdono agli altri e ci rende simili sia come vittime sia come carnefici in quella che può essere una reciproca esperienza di fallimento.

Dando compassione a noi stessi ci forniamo quindi di quel presupposto sicuro che ci è necessario perché il processo di cambiamento possa svolgersi in modo positivo. Nessun cambiamento infatti è possibile se prima non ci sentiamo sicuri. Nella compassione verso se stessi è necessario distinguere ciò che è compassione da ciò che è una forma di vittimismo. Superare il vittimismo ci rende capaci di comprendere e di assumerci la responsabilità della nostra vita e dei nostri errori. Diventiamo cioè più consapevoli di come il nostro dolore ha un corrispettivo nel dolore dell’altro.

In pratica

Ma c’è un modo per esercitarci nella compassione? Per riuscire a essere pronti alla condivisione della sofferenza altrui dobbiamo fare appello alla parte migliore di noi, all’amore altruistico che è in ognuno di noi e che non siamo riusciti ancora a liberare.

Una tecnica che ci può aiutare è quella del respiro consapevole. Respirare è l’azione che meglio identifica l’accoglienza degli altri dentro di noi. Nell’aria c’è tutto il mondo e tutte le volte che inspiriamo noi lo facciamo entrare. Abituiamoci a respirare durante la giornata, concentrandoci sull’azione del respiro. Nell’inspirazione facciamo entrare il mondo e nell’espirazione condividiamo con esso ciò che è nostro. Questa azione fatta in questo modo ci rende consapevoli che siamo tutti interconnessi e che non ci sono confini tra dentro e fuori. Noi siamo parte del Tutto.

Anche la floriterapia ci può aiutare in questo compito. Possiamo equilibrare e potenziare il nostro 4° Chakra che si trova all’altezza del cuore. La sua energia ci permette la migliore e più equilibrata accoglienza del mondo. Ottimo rimedio è l’essenza himalayana Ecstasy che è specifica per questo chakra, infatti scioglie le emozioni negative del cuore, dà la consapevolezza della forza dell’amore, sia nel saperlo dare sia nel saperlo accogliere. Favorisce il senso di espansione, la profondità dei sentimenti e la generosità. Prendiamone due gocce pure direttamente sulla lingua una volta al giorno.

 

Jose Maffina

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17/10/18
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33. CHI CI COMANDA?

Il dizionario definisce la tirannia come: quanto limita la libertà di movimento e di comportamento e di espressione. Percepire questo stato è molto più facile quando sono gli altri che l’agiscono verso di noi. Un genitore tiranno ci impedisce di vivere la nostra vita come vorremmo: sceglie per noi.

Ma tutto diventa difficile quando noi stessi non ascoltiamo le nostre pulsioni interiori e condizioniamo la nostra vita, lasciando mano libera al nostro Ego che ci guida anch’esso come un genitore tirannico, e non è altro che frutto della nostra cultura e dei nostri pregiudizi. Quando ce ne accorgiamo? Quando, nonostante abbiamo ottenuto tutto ciò che volevamo, continuiamo ad avere un senso di disagio e di profonda insoddisfazione. Abbiamo un lavoro e magari un compagno, una casa e forse dei figli, eppure lo scontento non passa. Quando ci ritroviamo in questa situazione non riusciamo neppure a ottenere la simpatia degli altri, perché ci lamentiamo e apparentemente abbiamo tutto!

Per capire questo malessere dovremmo chiederci chi ci ha guidato fin lì. Forse abbiamo scelto un lavoro che non ci entusiasmava (ma c’era un buon stipendio), il nostro compagno ha riempito il nostro vuoto (avere qualcuno accanto!), abbiamo comprato casa (abbandonando il sogno di girare il mondo). Non abbiamo ascoltato le nostre aspirazioni interiori, abbiamo continuato la nostra vita scegliendo per interesse e utilità, non seguendo quella piccola voce dentro di noi che si è fatta sempre più fievole fino a rimanere completamente muta. L’Ego ha trionfato e noi siamo stati le sue vittime.

L’Ego è il frutto di tutte le nostre sovrastrutture culturali, la nostra educazione, i nostri genitori, il ceto sociale, la scuola. Tutto ciò che ha formato le nostre opinioni e ha fatto di noi persone adulte strutturate. Ci muoviamo nel mondo convinti di aver capito le sue regole e sicuri di applicarle al meglio nella nostra vita. L’Ego è ciò in cui ci identifichiamo, la nostra sicurezza, ed è per questo che lasciamo a lui ogni decisione. Il monaco Matthieu Ricard nel suo libro Il gusto di essere felici ne parla in modo molto chiaro. L’idea che per riuscire nella vita sia necessario un io potente deriva dalla confusione tra l’attaccamento all’io, e quindi alla propria immagine, e la forza d’animo che è la determinazione indispensabile alla realizzazione delle nostre aspirazioni più profonde. In pratica, minore è l’importanza che attribuiamo all’io, più facilmente riusciamo a sviluppare una forza interiore duratura. La ragione è semplice: ritenere che il nostro io sia la cosa più importante ci trasforma in un bersaglio, esposto a ogni sorta di proiettile mentale: gelosia, paura, avidità, repulsione, e quant’altro.

La tirannia da un punto di vista spirituale è la massima potenza dell’Ego sull’Anima, quando esso non permette alla nostra spiritualità di uscire e rivelarsi. In questo modo l’Ego tiene costrette le aspirazioni interiori a ombre sullo sfondo, soffoca la nostra Anima impedendole di entrare in comunione con noi, perché il nostro Ego sta lavorando contro e sabota la nostra evoluzione.

Secondo il buddismo, dissipare l’illusione dell’io significa dunque liberarsi dalla vulnerabilità. Infatti, la sensazione di sicurezza che deriva da questa illusione è estremamente fragile. La fiducia in noi stessi può derivare solo dalla connessione con la parte più profonda di noi, la nostra scintilla di Luce. La fiducia autentica scaturisce dalla presa di coscienza delle nostre qualità fondamentali, quelle che il buddismo definisce “natura Buddha”, presente in ogni essere. Questo produce una forza serena che non è più minacciata né dalle circostanze esteriori né dalle paure interiori.

Molti pensano che senza un io forte non proveremmo più emozioni, e la vita potrebbe diventare tristemente monotona, niente creatività, niente spirito d’avventura, saremmo grigi e senza personalità. Ma il nostro benessere può nascere solo se siamo coerenti con la nostra essenza, a prescindere dall’armatura che ci siamo costruiti intorno. È l’impegno di una vita, smantellare a poco a poco tutto ciò che riteniamo le nostre certezze, rimanere nudi e vulnerabili, ma è solo da là, e solo da quel momento che incontriamo la nostra forza, la nostra Anima e quando ci troviamo lì, i valori si ribaltano, la visione globale cambia e solo in quel momento raggiungiamo chi siamo veramente e il nostro viaggio può cominciare. Non dobbiamo correre, anche se abbiamo perso tempo, basta camminare e arriveremo dove l’Anima ci. chiama

IN PRATICA

In quale modo possiamo liberarci dalla nostra tirannia, da quel meccanismo che ci impedisce di seguire la nostra vera essenza? Come ogni cosa che intraprendiamo, deve essere sorretta da una forte motivazione e dal desiderio di raggiungere il nostro obiettivo. Se ci sentiamo pronti possiamo aiutarci con la tecnica dell’azzeramento degli schemi interiori (ASI) che più volte vi ho suggerito di utilizzare. Si tratta di ripetere una frase mirata a uno scopo specifico relativo a quei muri interiori che per la nostra evoluzione dobbiamo abbattere. Allora, coraggio, mettevi davanti allo specchio, guardatevi diritto negli occhi e a voce alta dite per trenta volte di seguito questa frase:

Io amo me stessa/o e mi metto in ascolto della mia voce interiore e a lei mi affido.

Questa pratica va ripetuta per 21 giorni di seguito; se un giorno ci si dimentica di farlo bisogna ricominciare di nuovo tutto dall’inizio. Un consiglio, che do sempre riguardo a questa tecnica, non barate guardandovi il naso o la fronte, dovete tenere lo sguardo fisso sulle vostre pupille e sostenere il vostro stesso sguardo.

Possiamo ricorrere anche alla Floriterapia. Come ben sapete i fiori di Bach sono rimedi per l’Anima, poiché sanano le nostre ferite interiori. Il fiore che vi consiglio è Wild Oat perché ci aiuta a schiarire le nostre idee, ci fa vedere il sentiero da percorrere e ci dà l’energia per farlo. Prendetene una goccia dell’essenza pura in un bicchiere d’acqua alla sera e sorseggiatelo.

Jose Maffina

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10/09/18
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32. IL MALE DEL GIUDIZIO

Trattenersi dal giudicare è una delle cose più difficili da mettere in pratica. La nostra attitudine, infatti, è quella di farci subito un’idea di chi o di cosa ci sta di fronte. Osserviamo, analizziamo e la nostra mente inizia a stampare “etichette” quali: bello o brutto, intelligente o sciocco, interessante o noioso, affidabile o inaffidabile. Ma da dove sorgono questi meccanismi? Di fatto, il nostro cervello è un grande computer nel quale sono stati introdotti degli elementi, frutto della nostra cultura e della nostra educazione, ed è proprio sulla scorta di questi dati che elaboriamo le nostre convinzioni, convinzioni di cui poi è difficilissimo liberarsi.

Quali sono le motivazioni principali per cui possiamo discriminare le persone? Per esempio l’aspetto fisico, la razza, l’età, la religione, il linguaggio e il sesso. Siamo intrisi di credenze che condizionano ogni nostra valutazione, però trascuriamo il fatto che ciò che è buono per noi potrebbe essere cattivo per gli altri, ce lo ricorda questo detto inglese che dice: “ Il cibo di un uomo è veleno per un altro”.

Il fatto è che giudicare il mondo porta solo a separarcene, e a perdere la capacità di osservare a trecentosessanta gradi ciò che ci circonda. Qualcuno parlando di giudizio potrebbe obiettare che è il discernimento che ci guida nella vita, come possiamo procedere senza farci un’idea di ciò che ci circonda? Ma astenersi dal giudizio come processo evolutivo non è questo. Il giudizio da cui ci dobbiamo guardare è quello che implica una valenza di bene e di male, di buono e di cattivo. Se assaggiamo un cibo e lo “giudichiamo” dolce stiamo sbagliando? Certamente no. Ma se guardiamo una pietanza e pensiamo che come ci appare non ci piace e riteniamo che questo vuol dire che non è buona stiamo impedendoci di vivere un’esperienza. Quando il comportamento di un amico ci coglie di sorpresa siamo liberi di valutare l’azione in sé, ma non dovremmo dare un giudizio morale riguardo il nostro amico. Questo è ciò che dovremmo evitare, ciò che fa di noi dei giudici inappellabili, teniamo presente che nessuno di noi può conoscere le ragioni o la storia di un’altra persona per potersi permettere di giudicarla. Per esempio se chi conosciamo lascia il proprio lavoro per imbarcarsi in un’avventura dall’esito incerto, possiamo pensare che sia un’azione azzardata, ma non che lui stia sbagliando o che sia uno scriteriato. Questa azione nella sua vita è probabilmente qualcosa che doveva essere fatta e tutto ciò che ne deriverà dovrà essere appreso come esperienza, nessun giudizio morale da parte nostra.

I giudizi che più facilmente emettiamo sono proprio sulle persone che non conosciamo bene, magari colleghi, vicini, conoscenti e mentre emettiamo i nostri pareri, ovviamente condividendoli con altri, chiediamoci se le cose che stiamo dicendo le diremmo direttamente alla persona interessata. Solitamente ciò che diciamo degli altri non lo ripeteremmo mai di fronte a loro. Se il nostro punto di vista può aiutare la persona allora dovremmo dirlo a lei, perché magari il suo comportamento è frutto di una non conoscenza ed il nostro apporto potrebbe chiarirle alcune cose, se non ce la sentiamo allora tacciamo e asteniamoci da ogni giudizio. Il giudizio negativo può a volte essere molto nocivo per la reputazione di una persona, che viene come marchiata da un verdetto formulato senza che se ne abbia il diritto. I giudizi negativi possono sfociare nella maldicenza, in quel bisbigliare che non si sa da dove inizia ma quando dilaga travolge cose e persone.

Una delle forme di giudizio da cui ci dovremmo astenere è quella su noi stessi. Molti di noi hanno una proiezione della propria immagine e a questa fanno riferimento in ogni azione compiuta. Il giudizio interiore su noi stessi può essere il muro più difficile da abbattere, ci scontriamo con lui ogni giorno ed è sempre lui a vincere. Noi perdiamo quando evitiamo di cimentarci in qualcosa perché pensiamo di non essere abbastanza bravi per poterlo fare “bene”, ma cosa significa formulare dentro di noi il concetto di “bene” ? Esso è il nostro punto di riferimento, è un pietra di paragone che fa di noi dei perdenti, non reggiamo il confronto tra ciò che vorremmo fare e ciò che pensiamo di essere in grado di fare. Astenersi dal giudizio e permetterci di agire amplifica le nostre possibilità, ci rende armonici perché siamo pronti ad accogliere ogni risultato “senza giudizio” e quindi con amore. Quando siamo in grado di accettare noi stessi ci relazioniamo con il nostro prossimo in modo molto più rilassato, le nostre azioni sono più spontanee e non viviamo più per il consenso esterno perché ci basta il nostro, quello dentro di noi, che è quello che conta di più.

Come riuscirci

Il primo passo da fare quando ci misuriamo con i nodi evolutivi è sempre legato alla consapevolezza. Anche in questo caso per disinnescare tali automatismi dobbiamo innanzitutto esserne coscienti, guardando da testimoni esterni ciò che sta accadendo e osservando obiettivamente il processo che ci coinvolge. Per riuscirci vi suggerisco di dedicare un giorno alla settimana a questo compito, al mattino alzandoci diremo: “Oggi mi asterrò dal giudizio” e per ventiquattro ore tenteremo di attenerci a questo proposito, combattendo sicuramente una battaglia fatta di sconfitte e di vittorie, inizialmente con l’unico obiettivo di conquistare la consapevolezza delle nostre azioni. Se avremo costanza nel farlo, raccoglieremo frutti preziosi.

Possiamo aiutarci anche con i Fiori di Bach. Infatti per chi riesce a vedere solo il peggio nelle persone e la cui unica modalità di relazione con il mondo è la critica perenne, andando sempre a cercare il pelo nell’uovo di ogni azione e trovando colpe ed errori per tutti, un rimedio che ammorbidisce anche i più recidivi è Beech. Ci aiuta ad accogliere gli altri senza pregiudizi e con le qualità del cuore. Prendiamone una goccia di essenza pura in un bicchiere d’acqua e sorseggiamolo.

 

Jose Maffina

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17/07/18
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31. AVREI VOLUTO ESSERE

C’è un sentimento che ci invade quando guardiamo al nostro passato e sono i rimpianti, che potremmo definire come un’azione che non abbiamo compiuto. Qualcuno ce l’ha impedita o noi stessi non ci siamo dati la possibilità di metterla in atto.

Allora chiediamoci come possiamo evitare i rimpianti, come possiamo agire affinché la nostra vita ne sia priva. Pensate che una delle risposte che hanno dato alcuni malati terminali, interrogati dall’infermiera americana Bronnie Ware riguardo a cosa rimpiangevano nella loro vita, è stata: avrei voluto essere più felice.

Questo rimpianto è il bilancio di una vita. Solo quando la dobbiamo lasciare ci rendiamo conto che tutto dipendeva da noi, che la felicità era una scelta che non siamo riusciti a prendere. Spaventati da qualsiasi cambiamento, abbiamo continuato a ignorare o a interrogarci su cosa poteva farci completamente felici.

Ci sono forse state nella nostra vita delle opportunità che abbiamo trascurato, forse se le avessimo colte tutto sarebbe cambiato, forse non saremmo ora nel luogo in cui siamo.

Ma il rimpianto ci coglie anche nella vita quotidiana, quando qualcosa finisce, quando ci rendiamo conto che il treno è passato e noi non ci siamo saliti sopra. Cosa è mancato? Il coraggio, l’autostima, la volontà? La paura ci paralizza, l’idea di non essere all’altezza ci blocca, la pigrizia ci frena.

Sviluppare ciò che è stato carente dentro di noi è quello su cui ci dovremmo impegnare. Nulla si ottiene senza fatica, determinazione e impegno. Allora pensiamo al nostro presente e a cosa stiamo tralasciando, individuiamo se ci sono cose che vorremmo realizzare nella nostra vita. Facciamo sì che le nostre azioni siano in sintonia con ciò che siamo e ciò che sentiamo, è semplice, ma noi sappiamo che non è facile. Tuttavia è l’unico modo per poter arrivare alla fine della nostra esistenza e potere guardare indietro sentendo dentro di noi che non abbiamo sprecato le nostre carte e non abbiamo perso l’unica occasione che avevamo: vivere bene la nostra vita.

Per evitare che i nostri giorni siano una sequenza inerte del tempo, dove tutto ci scivola via e perdiamo la cognizione dell’importanza del nostro momento presente, che è l’unico che esiste e su cui noi ci dovremmo sempre focalizzare, io vi consiglio di inserire nella vostra giornata un momento specialefate qualcosa di nuovo, concedetevi un’esperienza che non avete mai provato. Assaporate un nuovo cibo, camminate per una strada che non conoscete, provate qualcosa con cui non vi siete mai cimentati, fate esperienze nuove. Se non riuscite a metterlo in atto giornalmente, fatelo settimanalmente o anche mensilmente. Date la possibilità a voi stessi di sperimentarvi rendendo il tempo un continuo maestro di nuove emozioni e conoscenze.

Amma, una avatar indiana conosciuta nel mondo perché il suo incontro con le persone è attraverso l’abbraccio, ha detto: “Non contare i giorni, fa che i giorni contino”. Facciamo delle sue parole il mantra della nostra vita.

In pratica

Il bilancio di una vita diventa positivo se ci rendiamo conto che ogni cosa che è avvenuta durante la nostra esistenza ha avuto un senso. Ciò che abbiamo perso e ciò che abbiamo avuto. Le nostre esperienze, i nostri amori, le nostre battaglie. Spiritualmente, se abbiamo seguito la nostra guida interiore oggi siamo nel posto dove dovremmo essere, e lo possiamo capire quando la sensazione che abbiamo è quella di essere in armonia con noi stessi e con ciò che ci circonda. L’azione migliore che possiamo compiere per non avere rimpianti è fare il primo passo verso la conoscenza di noi stessi, capire qual è il nostro scopo, la messa in atto della nostra unicità, poi non importa se siamo ricchi o siamo poveri, se siamo conosciuti o sconosciuti, avremo la percezione di essere sempre nel posto giusto a fare la cosa giusta.

In questo ci può aiutare la tecnica ASI (Azzeramento degli Schemi Interiori): diciamo questa frase davanti allo specchio, guardandoci diritto negli occhi, per trenta volte di seguito, per 21 giorni di seguito: “Guidato/a dalla mia luce interiore realizzo il mio progetto”. Se si salta un giorno si ricomincia dall’inizio.

Un fiore la cui essenza ci aiuta ad aprirci alla consapevolezza della nostra vita è Cerato, un fiore di Bach detto anche il fiore dell’illuminazione; prendiamone una goccia in un bicchier d’acqua alla sera, sorseggiandolo.

Jose Maffina

 

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8/06/18
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30. VOGLIO VIVERE ADESSO

Come viviamo il nostro presente fa la differenza nella nostra vita. Nel momento in cui la stiamo vivendo chiediamoci dove siamo, dove siamo con la mente; siamo nell’azione che stiamo compiendo e ci chiediamo che effetto avrà per la nostra esistenza?

L’essere responsabili delle nostre azioni ci permette di comprendere che, nel posto in cui ci troviamo, ci hanno condotti i passi che abbiamo fatto nel nostro ieri, e ciò che facciamo oggi influenzerà e creerà il nostro futuro. Il momento presente porta con sé la magia del nostro potere: possiamo agire e cambiare il nostro domani. Vivere nel qui e ora ci dà tutta la forza di cui possiamo disporre, amplifica il momento che diventa di colpo uno spazio infinito.

Portando la consapevolezza nell’azione, riusciamo a vedere ogni contorno del nostro presente. Prendiamo il modo in cui mangiamo: molti di noi lo fanno in maniera automatica e il più delle volte mentre compiono un’altra azione, come guardare la televisione o leggere il giornale o un libro. Chiediamoci in quale delle due azioni noi stiamo portando l’attenzione. Essere nel qui e ora mentre mangiamo vuol dire focalizzarci solo su questo unico atto: siamo in grado di notare l’aspetto del cibo, il suo colore, il suo profumo e il suo sapore.

Quella che ho descritto è in linea di massima una situazione piacevole per tutti noi, ma ha senso ampliare la nostra attenzione su un atto che troviamo banale e non certo piacevole come per esempio lavare i piatti? La risposta è sì, ogni azione compiuta con consapevolezza diventa piacevole e utile. Proviamo quindi a lavare i piatti restando lì nell’azione, senza pensare ad altro, proviamo a percepire come l’energia ci rimanda un senso di pienezza e rilassamento. Restare nel momento presente dà valore a ogni cosa che facciamo, la riempie e la trasforma.

Questo istante è l’unico momento che c’è“. Questa frase fa parte di una delle lezioni che compongono il percorso evolutivo indicato nel libro Un corso in miracoli, che di lezioni ne dà ben 365, una per ogni giorno dell’anno. Apprendere il significato che è legato a questa frase è importante; vivere nel presente esclude qualsiasi altra declinazione del tempo, non c’è passato e non c’è futuro. Ogni cosa avviene ora, la salvezza e il cambiamento possono accadere solo qui in questo istante con l’azione che stiamo compiendo.

Ma quanto può pesare il passato nel nostro presente? Per molte persone veramente tanto. Rimpiangere il passato ci fa perdere tutte le opportunità che il presente ci può offrire. Non trasciniamocelo dietro come un pacco ingombrante, perché diventerebbe solo una zavorra. Qualsiasi sia la situazione che abbiamo avuto nel passato, stiamo agendo in modo che il nostro presente ci sfugge: con la testa girata indietro, lo stiamo perdendo.

Abbiamo preso in considerazione il passato, ma quanto il futuro destabilizza il nostro presente? A volte tantissimo. Vivere proiettati in avanti è una caratteristica di chi lavora, di chi fa progetti. La programmazione è alla base della loro vita, ma non è certo questo tipo di proiezione che può nuocerci. Ciò che frantuma il nostro presente sono le ansie per il futuro. Nel Vangelo Gesù dice “Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena”. Non è una visione ottimistica, ma ci ricorda che pensare all’oggi è più che sufficiente. Infatti, la focalizzazione sul presente ci aiuta a non commettere errori, non solo, ma quando noi mettiamo emozione nel nostro agire noi viviamo pienamente. L’ansia legata al domani è quasi sempre frutto di un’incapacità di affidarsi.

Se siamo responsabili della nostra vita, l’azione presente è quella che sta mettendo le radici per il nostro futuro; più ne siamo consci e più le nostre scelte saranno consapevoli e piene di attenzione. Il futuro, come lo vorremmo, nasce da questo, da ogni piccola azione giusta fatta nel nostro quotidiano. Se ogni giorno seminiamo luce non potremo che raccogliere luce, gioia e armonia.

Come riuscirci

Il futuro non ci deve togliere il presente. Per cui abbandoniamo ogni ansia, ogni agitazione, non continuiamo a chiederci cosa sarà domani, lavoriamo sul nostro presente. Un presente felice ogni giorno è una vita felice. Se sapessimo di avere un solo ultimo giorno di vita, vivremmo quel giorno assaporando ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo. La certezza di non avere il domani arricchirebbe la qualità del nostro presente. È questo il segreto? Forse sì. Restare nel presente annulla passato e futuro, siamo qui, siamo qui e ora, il resto non conta.

E se questo processo all’inizio ci risulta difficile, ricordiamoci di portare sempre l’attenzione al respiro, magari dicendo dentro di noi, quando inspiriamo, “Io inspiro energia”, e quando espiriamo diciamo sempre dentro di noi “Io espiro un sorriso”.

Per liberarci del passato e aiutarci a vivere nel presente possiamo utilizzare invece la formula del Releasing . Anche qui dobbiamo lasciare andare qualcosa che in questo caso è un attaccamento. Per cui prepariamoci a dire questa formula:

Lascio andare a ogni livello, piano, dimensione di coscienza e nell’astrale
L’attaccamento verso… (qui dite cosa volete lasciare andare, una città, una persona, ecc.)
E mi apro alla consapevolezza che il mio presente è ricco di doni
E che la luce mi guida lungo il cammino.
Perdono tutti e mi perdono.

Diciamo questa formula per tre volte di seguito a voce alta, per tre volte al giorno come minimo, e fino a che non sentiremo che questo peso si è dissolto dentro di noi.

Per aiutare questo processo sono molto utili anche due Fiori di Bach: Honeysuckle e Walnut, che devono essere presi separatamente, puri, nella misura di una goccia sulla lingua una volta al giorno. Il primo serve per dissolvere i fantasmi del passato e il secondo per girare pagina.

Jose Maffina

 

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2/05/18
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29. LA VITA SENZA PASSIONI

Quante volte siamo rimasti inattivi di fronte a decisioni da prendere: la nostra mente pareva paralizzata in una non azione che non era ciò che il Taoismo indica con l’espressione “wu wei” (tradotta vuol dire sì non-agire, ma significa attenzione al mondo circostante onde evitare interferenze che tolgano la lucidità mentale).

La nostra paralisi non era neppure contemplazione, ciò che fa di noi esseri saggi, e neppure il distacco supremo, agognato da tutti nel loro percorso spirituale, no, niente di tutto ciò. Siamo rimasti inerti perché impantanati in un’indifferenza che il più delle volte scadeva in noia e in quel momento ciascuno di noi agiva forse il vizio più dilagante nella nostra società: l’accidia.

Siamo continuamente saturati da sollecitazioni esterne che, giorno dopo giorno, alzano il livello della nostra estraneità a ciò che ci circonda. Se avere ciò che ci serve ci allontana dalla voglia di sognare per “fare” o se la nostra coscienza civile è immersa in una melassa vischiosa che ci rende immobili, inattivi e alieni da qualsiasi scatto verso il bene o la giustizia, vuol dire che stiamo precipitando lontano, ma molto lontano da tutto ciò che può portare nella nostra vita gioia e benessere.

L’accidia è un male della nostra epoca e pochi di noi ne sono scevri. Nessuno ora la considera un vizio, anche se fa parte dei sette vizi capitali, che la religione cattolica considera causa di tutti i peccati. La violenza, i soprusi e la corruzione non fanno scattare alcuna reazione, perché ogni giorno ciò che succede nel mondo precipita su di noi e agisce come un vaccino, tutto ci raggiunge senza più toccarci, siamo immuni. Possiamo camminare lungo le strade e vedere a ogni angolo persone che chiedono la carità, che allungano i cappelli rovesciati, allungano le mani, bisbigliano che hanno fame o sono in ginocchio tenendo nei denti dei cartelli su cui è scritta la loro tragedia, noi camminiamo superandoli, indifferenti, nessun moto interiore. Siamo preda dell’accidia quando non facciamo nulla per migliorare le situazioni nel mondo in cui viviamo. Dante nella Divina Commedia pone nel Purgatorio coloro che si sono macchiati di questo vizio, dove sono costretti, loro inattivi in vita, a correre a perdifiato esortandosi l’un l’altro ad azioni rivolti al bene.

Da un punto di vista spirituale l’accidia è il buio totale dell’Anima, nessuna Luce la illumina, è come essere in una ragnatela che ci rende impossibile liberarci; è come sprofondare dentro un pantano da cui è molto difficile uscirne. L’accidia toglie ogni iniziativa e ogni desiderio di operare nel bene. Poiché non si distingue più nulla, non si vede il sentiero e la vita prosegue senza moti del cuore. L’accidia perde l’Uomo perché gli fa perdere la strada della sua evoluzione.

Solo quando dall’esterno arriva l’onda liberatoria ecco che l’Uomo può capire il baratro in cui era caduto. L’onda che lo colpisce è la sua salvezza, può essere una malattia, una perdita, un abbandono e in quel momento, dove è battuto e colpito, può cominciare a guardare a se stesso con occhi privi di filtri, scosso nelle fondamenta; riesce a vedere la realtà entrandone in sintonia, vivendo profondamente le emozioni, pronto ad accogliere e vivere il bene.

L’accidia è dei tormenti dell’Anima il più nefasto e pericoloso perché solo un intervento esterno può innescare la sua eliminazione. Noi siamo il mondo, allora cominciamo a osservarlo ed a occuparcene. Mettiamoci in moto, poniamoci rimedio, scuotiamoci, sempre partendo da noi stessi, non guardiamo quello che fanno gli altri. Cerchiamo di essere coscienze vive e attive e se serve indigniamoci, protestiamo e mettiamoci al servizio di giuste cause che rendono il nostro tempo prezioso e la nostra vita degna di essere vissuta. Seguiamo quanto dice Kipling : “Se sai riempire l’implacabile minuto con sessanta secondi in gara tra loro, tua è la Terra e tutto quanto è in essa”. Proviamoci.

In pratica

Quando viviamo la vita con le finestre chiuse, presi da un’apatia che ci limita e impedisce ogni azione, ecco che un buon metodo per rompere questa ragnatela è darsi un compito giornaliero di bontà, come gli scout. Troviamo ogni giorno qualcosa che, se compiuta, possa essere utile a qualcuno o possa migliorare una situazione. Pensiamoci alla sera e verifichiamo se ci siamo riusciti chiedendoci: “Cosa ho fatto di buono oggi?”.

Se saremo costanti e lo faremo almeno per 10 giorni di seguito, potrà facilmente diventare un’abitudine e la nostra giornata non sarà più una caccia grossa, perché “le buone azioni” ci verranno automatiche e alla sera dormiremo soddisfatti e felici.

Anche i Fiori di Bach ci possono aiutare a scuoterci, ne suggerisco due: il primo è Wild Rose, adatto a quell’apatia che nasce da una stanchezza fisica e morale. Questo fiore ci ritempra e ci rende attivi nella nostra vita. L’altro è Clematis, adatto a chi tende ad estraniarsi dal proprio quotidiano, infatti questa essenza rende sensibili alla realtà che potrà essere vista e vissuta, perché Clematis mette in grado di interagire con essa. Prenderne una goccia pura di ciascuno di essi direttamente sulla lingua, non nello stesso momento, uno al mattino, l’altro alla sera.

Jose Maffina

 

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23/03/18
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28. TEMPERANZA: ESSERE PADRONI DI SÉ

Nel catechismo, la temperanza è definita come la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati.

Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La temperanza, quindi, coinvolge il nostro rapporto esistenziale con i beni materiali, testimonia la nostra capacità di vivere con ciò che ci necessita rifuggendo dal superfluo, inoltre è inerente anche al nostro modo di essere con l’uso che facciamo di ciò che ci circonda. Sotto questo aspetto la temperanza è la virtù più disattesa, svalutata e assolutamente non perseguita dalla nostra società e fa a pugni con il mondo in cui noi viviamo, dove consumare è l’imperativo; per esempio le apparecchiature che una volta duravano una vita ora si guastano dopo un paio di anni e la riparazione è così costosa che conviene comprare un elettrodomestico nuovo.

Il significato profondo della temperanza è il non attaccamento alle cose, il rispetto verso ciò che ci circonda, è l’equilibrio tra la materia e lo spirito. Allora quello su cui dovremmo riflettere è come agiamo nel nostro quotidiano, come è la nostra vita. Chiediamoci se stiamo mettendo in campo la nostra temperanza, se evitiamo di stipare gli armadi di vestiti o quanto rispetto abbiamo del nostro territorio.

Viviamo come dei conquistatori o come degli ospiti educati? Diamo spazio alle nostre esigenze profonde, spazio al nutrimento del nostro spirito? Le risposte che daremo ci faranno capire quanto siamo temperanti e quanto armonia c’è nella nostra vita. La temperanza, se esercitata, dà spazio a chi veramente siamo, ci dà visioni più ampie e più profonde e ci rende armonici; otteniamo quell’equilibrio che placa le passioni e diventiamo allineati con il nostro cammino.

Ho sentito questa bellissima frase che sintetizza la temperanza: “La ricchezza non è data dalle cose che abbiamo, ma dalle cose a cui rinunciamo”, non mi ricordo però chi l’ha detta o scritta, ma trovo che sia perfetta. Questo non vuol dire che la temperanza sia essenzialmente rinuncia. Essa non significa sacrificio, ma principalmente giusta scelta.

Solo quando acquisiamo la percezione delle nostre vere necessità, e ci accorgiamo che sono minime, ecco che si sviluppa dentro di noi la temperanza. Siamo in grado di distinguere ciò che ci è utile da ciò che è superfluo. In questo modo noi non rinunciamo, come non rinuncia la persona che, sazia a fine pranzo, rifiuta il dolce.

La temperanza ci rende sazi, non dipendiamo da acquisizioni esterne, siamo completamente centrati e in equilibrio con la nostra vita, che non è una vita misera o squallida, ma pregna di capacità di valorizzare ciò che merita, quello che in un cammino spirituale arricchisce veramente la nostra esistenza. Non siamo come bambini davanti alla vetrina dei giocattoli che pensano che la felicità sia solo possederli; siamo in grado di capire che nessun possesso, nessuna concessione alle nostre debolezze può farci fare un passo in più, anzi ci inchioda davanti a quella vetrina e a quel punto è impossibile riprendere il cammino.

Sotto un aspetto strettamente spirituale, la temperanza può essere definita come la forza divina dentro l’Uomo. Si fa sentire come un’eco che porta l’Uomo a sintonizzarsi solo su ciò che è utile a lui per poter camminare privo di orpelli, privo di sovrastrutture materiali che come zavorre impediscono il suo passo veloce e sicuro. Più l’Uomo è attaccato alla materia, se ne fa recipiente e la persegue come realizzazione del desiderio di avere, più egli si allontana da questa forza che è dentro di lui.

La temperanza è quindi possibile solo in persone che dedicano la loro vita all’ascetismo come monaci o santoni? Siamo spacciati noi che viviamo in una società consumistica?

Io credo che l’evoluzione spirituale che dà più merito è quella che viviamo tutti noi all’interno della nostra vita quotidiana, con tutti i suoi sassi in cui possiamo inciampare, con tutti i suoi trabocchetti in cui possiamo cadere. Il nostro cammino spirituale è possibile e non abbiamo bisogno di rifugiarci in una grotta o chiuderci in un ashram per viverlo pienamente. Se il nocchiero si può addormentare veleggiando in un mare piatto con vento favorevole, noi – che guidiamo la nostra barca in mezzo ai flutti e ai marosi – saremo vigili e non perderemo mai di vista la luce del faro che ci guida. Saremo senza paura perché la temperanza è una forza che dobbiamo alimentare con le nostre scelte quotidiane, e saranno facili, infatti questo succede sempre quando abbiamo la giusta prospettiva che ci indica cosa fare e cosa non fare.

In pratica

Quando ci rendiamo conto che il superfluo e il desiderio di avere di più corrompono la nostra vita perché la deviano su obiettivi fasulli, ecco che siamo pronti all’equilibrio, pronti a concentrarci su altro, su un benessere più profondo; per riuscirci, aiutiamoci con la meditazione. Entrare nel nostro silenzio interiore ci dà la percezione del nostro profondo, del nostro valore, siamo in contatto con noi stessi e percepirlo è la ricchezza più grande.

Un fiore che può aiutare ad andare oltre i limiti della materialità come fine esistenziale è Holly, fiore di Bach indicato anche per chi soffre di invidia, per chi non sa amare ciò che ha e pensa che “l’erba del vicino è sempre più verde”. Prendiamo una goccia in un bicchier d’acqua alla sera sorseggiandolo. Aprirà la nostra mente e il nostro cuore, rendendoci pronti a sintonizzarci con l’Universo.

Un altro fiore è Cerato, detto anche il fiore dell’Illuminazione, ci permette di capire qual è il nostro cammino e cosa serve portare con noi: solo l’essenziale, ciò che è utile per proseguire spediti senza inciampi, prenderne una goccia pura direttamente sulla lingua una volta al giorno.
Jose Maffina

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20/02/18
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