Gioia & Benessere

L’ostacolo con cui dobbiamo misurarci lungo il nostro cammino evolutivo è la quotidianità, perché diventa la sabbia mobile in cui affondiamo e il sasso in cui inciampiamo. Questo blog si propone di dare semi di pensiero da nutrire e suggerimenti da sperimentare affinché il nostro sentire profondo sia allineato con le nostre azioni.

Jose Maffina

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29. LA VITA SENZA PASSIONI

Quante volte siamo rimasti inattivi di fronte a decisioni da prendere: la nostra mente pareva paralizzata in una non azione che non era ciò che il Taoismo indica con l’espressione “wu wei” (tradotta vuol dire sì non-agire, ma significa attenzione al mondo circostante onde evitare interferenze che tolgano la lucidità mentale).

La nostra paralisi non era neppure contemplazione, ciò che fa di noi esseri saggi, e neppure il distacco supremo, agognato da tutti nel loro percorso spirituale, no, niente di tutto ciò. Siamo rimasti inerti perché impantanati in un’indifferenza che il più delle volte scadeva in noia e in quel momento ciascuno di noi agiva forse il vizio più dilagante nella nostra società: l’accidia.

Siamo continuamente saturati da sollecitazioni esterne che, giorno dopo giorno, alzano il livello della nostra estraneità a ciò che ci circonda. Se avere ciò che ci serve ci allontana dalla voglia di sognare per “fare” o se la nostra coscienza civile è immersa in una melassa vischiosa che ci rende immobili, inattivi e alieni da qualsiasi scatto verso il bene o la giustizia, vuol dire che stiamo precipitando lontano, ma molto lontano da tutto ciò che può portare nella nostra vita gioia e benessere.

L’accidia è un male della nostra epoca e pochi di noi ne sono scevri. Nessuno ora la considera un vizio, anche se fa parte dei sette vizi capitali, che la religione cattolica considera causa di tutti i peccati. La violenza, i soprusi e la corruzione non fanno scattare alcuna reazione, perché ogni giorno ciò che succede nel mondo precipita su di noi e agisce come un vaccino, tutto ci raggiunge senza più toccarci, siamo immuni. Possiamo camminare lungo le strade e vedere a ogni angolo persone che chiedono la carità, che allungano i cappelli rovesciati, allungano le mani, bisbigliano che hanno fame o sono in ginocchio tenendo nei denti dei cartelli su cui è scritta la loro tragedia, noi camminiamo superandoli, indifferenti, nessun moto interiore. Siamo preda dell’accidia quando non facciamo nulla per migliorare le situazioni nel mondo in cui viviamo. Dante nella Divina Commedia pone nel Purgatorio coloro che si sono macchiati di questo vizio, dove sono costretti, loro inattivi in vita, a correre a perdifiato esortandosi l’un l’altro ad azioni rivolti al bene.

Da un punto di vista spirituale l’accidia è il buio totale dell’Anima, nessuna Luce la illumina, è come essere in una ragnatela che ci rende impossibile liberarci; è come sprofondare dentro un pantano da cui è molto difficile uscirne. L’accidia toglie ogni iniziativa e ogni desiderio di operare nel bene. Poiché non si distingue più nulla, non si vede il sentiero e la vita prosegue senza moti del cuore. L’accidia perde l’Uomo perché gli fa perdere la strada della sua evoluzione.

Solo quando dall’esterno arriva l’onda liberatoria ecco che l’Uomo può capire il baratro in cui era caduto. L’onda che lo colpisce è la sua salvezza, può essere una malattia, una perdita, un abbandono e in quel momento, dove è battuto e colpito, può cominciare a guardare a se stesso con occhi privi di filtri, scosso nelle fondamenta; riesce a vedere la realtà entrandone in sintonia, vivendo profondamente le emozioni, pronto ad accogliere e vivere il bene.

L’accidia è dei tormenti dell’Anima il più nefasto e pericoloso perché solo un intervento esterno può innescare la sua eliminazione. Noi siamo il mondo, allora cominciamo a osservarlo ed a occuparcene. Mettiamoci in moto, poniamoci rimedio, scuotiamoci, sempre partendo da noi stessi, non guardiamo quello che fanno gli altri. Cerchiamo di essere coscienze vive e attive e se serve indigniamoci, protestiamo e mettiamoci al servizio di giuste cause che rendono il nostro tempo prezioso e la nostra vita degna di essere vissuta. Seguiamo quanto dice Kipling : “Se sai riempire l’implacabile minuto con sessanta secondi in gara tra loro, tua è la Terra e tutto quanto è in essa”. Proviamoci.

In pratica

Quando viviamo la vita con le finestre chiuse, presi da un’apatia che ci limita e impedisce ogni azione, ecco che un buon metodo per rompere questa ragnatela è darsi un compito giornaliero di bontà, come gli scout. Troviamo ogni giorno qualcosa che, se compiuta, possa essere utile a qualcuno o possa migliorare una situazione. Pensiamoci alla sera e verifichiamo se ci siamo riusciti chiedendoci: “Cosa ho fatto di buono oggi?”.

Se saremo costanti e lo faremo almeno per 10 giorni di seguito, potrà facilmente diventare un’abitudine e la nostra giornata non sarà più una caccia grossa, perché “le buone azioni” ci verranno automatiche e alla sera dormiremo soddisfatti e felici.

Anche i Fiori di Bach ci possono aiutare a scuoterci, ne suggerisco due: il primo è Wild Rose, adatto a quell’apatia che nasce da una stanchezza fisica e morale. Questo fiore ci ritempra e ci rende attivi nella nostra vita. L’altro è Clematis, adatto a chi tende ad estraniarsi dal proprio quotidiano, infatti questa essenza rende sensibili alla realtà che potrà essere vista e vissuta, perché Clematis mette in grado di interagire con essa. Prenderne una goccia pura di ciascuno di essi direttamente sulla lingua, non nello stesso momento, uno al mattino, l’altro alla sera.

Jose Maffina

 

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23/03/18
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28. TEMPERANZA: ESSERE PADRONI DI SÉ

Nel catechismo, la temperanza è definita come la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati.

Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La temperanza, quindi, coinvolge il nostro rapporto esistenziale con i beni materiali, testimonia la nostra capacità di vivere con ciò che ci necessita rifuggendo dal superfluo, inoltre è inerente anche al nostro modo di essere con l’uso che facciamo di ciò che ci circonda. Sotto questo aspetto la temperanza è la virtù più disattesa, svalutata e assolutamente non perseguita dalla nostra società e fa a pugni con il mondo in cui noi viviamo, dove consumare è l’imperativo; per esempio le apparecchiature che una volta duravano una vita ora si guastano dopo un paio di anni e la riparazione è così costosa che conviene comprare un elettrodomestico nuovo.

Il significato profondo della temperanza è il non attaccamento alle cose, il rispetto verso ciò che ci circonda, è l’equilibrio tra la materia e lo spirito. Allora quello su cui dovremmo riflettere è come agiamo nel nostro quotidiano, come è la nostra vita. Chiediamoci se stiamo mettendo in campo la nostra temperanza, se evitiamo di stipare gli armadi di vestiti o quanto rispetto abbiamo del nostro territorio.

Viviamo come dei conquistatori o come degli ospiti educati? Diamo spazio alle nostre esigenze profonde, spazio al nutrimento del nostro spirito? Le risposte che daremo ci faranno capire quanto siamo temperanti e quanto armonia c’è nella nostra vita. La temperanza, se esercitata, dà spazio a chi veramente siamo, ci dà visioni più ampie e più profonde e ci rende armonici; otteniamo quell’equilibrio che placa le passioni e diventiamo allineati con il nostro cammino.

Ho sentito questa bellissima frase che sintetizza la temperanza: “La ricchezza non è data dalle cose che abbiamo, ma dalle cose a cui rinunciamo”, non mi ricordo però chi l’ha detta o scritta, ma trovo che sia perfetta. Questo non vuol dire che la temperanza sia essenzialmente rinuncia. Essa non significa sacrificio, ma principalmente giusta scelta.

Solo quando acquisiamo la percezione delle nostre vere necessità, e ci accorgiamo che sono minime, ecco che si sviluppa dentro di noi la temperanza. Siamo in grado di distinguere ciò che ci è utile da ciò che è superfluo. In questo modo noi non rinunciamo, come non rinuncia la persona che, sazia a fine pranzo, rifiuta il dolce.

La temperanza ci rende sazi, non dipendiamo da acquisizioni esterne, siamo completamente centrati e in equilibrio con la nostra vita, che non è una vita misera o squallida, ma pregna di capacità di valorizzare ciò che merita, quello che in un cammino spirituale arricchisce veramente la nostra esistenza. Non siamo come bambini davanti alla vetrina dei giocattoli che pensano che la felicità sia solo possederli; siamo in grado di capire che nessun possesso, nessuna concessione alle nostre debolezze può farci fare un passo in più, anzi ci inchioda davanti a quella vetrina e a quel punto è impossibile riprendere il cammino.

Sotto un aspetto strettamente spirituale, la temperanza può essere definita come la forza divina dentro l’Uomo. Si fa sentire come un’eco che porta l’Uomo a sintonizzarsi solo su ciò che è utile a lui per poter camminare privo di orpelli, privo di sovrastrutture materiali che come zavorre impediscono il suo passo veloce e sicuro. Più l’Uomo è attaccato alla materia, se ne fa recipiente e la persegue come realizzazione del desiderio di avere, più egli si allontana da questa forza che è dentro di lui.

La temperanza è quindi possibile solo in persone che dedicano la loro vita all’ascetismo come monaci o santoni? Siamo spacciati noi che viviamo in una società consumistica?

Io credo che l’evoluzione spirituale che dà più merito è quella che viviamo tutti noi all’interno della nostra vita quotidiana, con tutti i suoi sassi in cui possiamo inciampare, con tutti i suoi trabocchetti in cui possiamo cadere. Il nostro cammino spirituale è possibile e non abbiamo bisogno di rifugiarci in una grotta o chiuderci in un ashram per viverlo pienamente. Se il nocchiero si può addormentare veleggiando in un mare piatto con vento favorevole, noi – che guidiamo la nostra barca in mezzo ai flutti e ai marosi – saremo vigili e non perderemo mai di vista la luce del faro che ci guida. Saremo senza paura perché la temperanza è una forza che dobbiamo alimentare con le nostre scelte quotidiane, e saranno facili, infatti questo succede sempre quando abbiamo la giusta prospettiva che ci indica cosa fare e cosa non fare.

In pratica

Quando ci rendiamo conto che il superfluo e il desiderio di avere di più corrompono la nostra vita perché la deviano su obiettivi fasulli, ecco che siamo pronti all’equilibrio, pronti a concentrarci su altro, su un benessere più profondo; per riuscirci, aiutiamoci con la meditazione. Entrare nel nostro silenzio interiore ci dà la percezione del nostro profondo, del nostro valore, siamo in contatto con noi stessi e percepirlo è la ricchezza più grande.

Un fiore che può aiutare ad andare oltre i limiti della materialità come fine esistenziale è Holly, fiore di Bach indicato anche per chi soffre di invidia, per chi non sa amare ciò che ha e pensa che “l’erba del vicino è sempre più verde”. Prendiamo una goccia in un bicchier d’acqua alla sera sorseggiandolo. Aprirà la nostra mente e il nostro cuore, rendendoci pronti a sintonizzarci con l’Universo.

Un altro fiore è Cerato, detto anche il fiore dell’Illuminazione, ci permette di capire qual è il nostro cammino e cosa serve portare con noi: solo l’essenziale, ciò che è utile per proseguire spediti senza inciampi, prenderne una goccia pura direttamente sulla lingua una volta al giorno.
Jose Maffina

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20/02/18
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27. SE LA FEDE SERVE

Per la maggior parte di noi il concetto di fede è legato alla credenza o meno dell’esistenza di Dio, perché pensiamo che avere fede voglia dire credere in Lui. Ciascuno di noi può quindi interrogarsi: ho fede? Se la nostra risposta è affermativa vuol dire che riteniamo che, in dimensioni diverse, un’energia superiore è in connessione con noi, e non importa che nome le diamo.

Io personalmente non mi identifico in nessuna religione; di solito parlo di una energia cosmica perché penso che questa energia non possa essere definita con un nome o all’interno di regole rigide, e sono convinta che qualsiasi sia il modo con cui ciascuno di noi vive la propria fede vada benissimo, le strade possono essere diverse, ma la meta è unica.

Ciò che noto nelle persone che incontro e frequento è che, a volte, sentirsi nella fede, viversi persone in cammino ed evolute, significa per loro essere persone che “godono della protezione divina”, quindi nulla può accadere loro di negativo e di difficile. Questa convinzione è errata, chi pensa in questo modo è ben lontano da quello che è la fede. E se preghiamo per avere vantaggi, e “li pretendiamo”, non c’è alcuna fede. Forse in questo ambito dobbiamo imparare qualcosa.

Analizzata strettamente sotto il profilo spirituale, la fede è la connessione tra l’Uomo e il Divino. Immaginiamolo come un filo elettrico con la spina infilata nell’interruttore, se la spina è staccata non passa la corrente elettrica e nessun meccanismo può mettersi in funzione. La fede è questo: è mettere energia nell’Uomo, accendendo la sua parte divina, e farlo agire nella luce, connesso a Dio.

Come vi dicevo prima, la fede non è una garanzia di vita sicura, ma un percorso che ciascuno deve fare. Ciò che accade nella nostra vita può essere accettato con fede, e in questo modo ne trarremo il maggior vantaggio, e la lezione che l’evento porta verrà da noi totalmente accolta; oppure possiamo vivere senza fede, e allora ogni prova che accade nella vita diventa un tormento infinito che ci può rendere disperati e infelici.

La fede ci aiuta a vedere gli accadimenti della vita come la migliore soluzione per il nostro percorso.

Quando a volte avviene un’interruzione e ci distacchiamo dalla fede, non riconoscendo la nostra parte divina, possiamo sentirci perduti, ma se ci riconnettiamo allora cambia tutto, l’energia entra in noi e la vita ritorna a essere un sentiero che vale la pena percorrere.

Avere fede è un atteggiamento interiore, qualcosa a cui arriviamo e che sentiamo profondamente al di là di ogni ragionamento della mente, perché questa forza vibra dentro di noi.

È dimostrato che per tutti coloro che sviluppano la fede è più facile attivare gli strumenti di guarigione fisica. Molti libri di autori autorevoli come Chopra o Siegel ci confermano attraverso la loro esperienza diretta con gli ammalati che coloro che hanno fede hanno molte più probabilità di guarire. Credo che questo significhi che “dentro” si diventa più forti, più consci delle proprie possibilità e dei propri talenti.

La malattia quando arriva ci insegna sempre qualcosa, è come una mano che ci allontana dal sentiero sbagliato che stavamo percorrendo e quando si ha fede ecco che la prova non diventa altro che un dono per riprendere il nostro sentiero perduto.

La Fede è affidamento totale, è accettazione. La vita quando ci rovescia nella tempesta ci mette nella condizione di imparare, la fede è l’energia che ci sorregge nel caos, non è l’assicurazione che il caos non entrerà mai nella nostra vita. Non capire questo significa che ogni rituale, ogni pratica che facciamo è totalmente svuotata dall’amore, siamo congelati all’interno di un processo dove la vita è solo un percorso che vogliamo facile e senza problemi: niente dolore. Certo, nessuno di noi cerca il dolore, ma se abbiamo fede, sappiamo capire che, quando arriva, forse porta con sé qualcosa di cui dobbiamo fare esperienza. Solo in questo modo la nostra forza interiore ci renderà saldi, pronti a fluttuare nel caos e aperti a capire ciò che ci viene insegnato; allora la lezione sarà lieve e l’arcobaleno presto risplenderà nel nostro cielo interiore.

In pratica

Non c’è alcun modo per poter far entrare la fede, perché la fede è un seme che abbiamo tutti e sboccia solo quando siamo pronti a farlo fiorire. Riconoscere la nostra componente divina è il primo passo.

Una tecnica che più volte vi ho suggerito e che potrebbe aiutare moltissimo è l’Azzeramento degli Schemi Interiori (ASI). Mettetevi davanti a uno specchio e a voce alta, guardandovi diritto nelle pupille, ripetete questa frase:

“Riconosco la parte divina che è in me e a lei mi affido”.

Ditelo per 30 volte di seguito, per 21 giorni consecutivi. Se saltate un giorno dovete iniziare il percorso nuovamente.

Come al solito anche la floriterapia è pronta a darci una mano. Il fiore che ci aiuta nella connessione con il Divino e ci apre all’energia cosmica è Flight, un’essenza himalayana legata al settimo chakra. Prendendola portiamo in equilibrio ed energizziamo proprio questo chakra che è la nostra porta verso l’Universo. Assumetene due gocce alla sera prima di andare a letto, direttamente sulla lingua.

Jose Maffina

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17/01/18
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26. SCOPRIRE CHI SEI

Recentemente nei miei seminari o negli incontri di meditazione ho avvicinato persone che stavano iniziando il loro cammino spirituale. Alcune capitate lì per curiosità o perché trascinate da un amico. Tutte queste persone erano “pronte”, ma inconsapevoli. Per tutte loro, quell’incontro è stato positivo perché aveva funzionato il meccanismo della sincronicità: arriva sulla nostra strada quello di cui abbiamo bisogno.

Spesso, però, ci sono persone che, prese da una frenesia di conoscenza, tendono a sperimentare di tutto, non permettendosi di metabolizzare nulla. Si frastornano di nuove conoscenze e si perdono, purtroppo, smarrendosi come in una grande nebulosa e non trovando così più alcuna strada. Ogni evoluzione personale parte da noi, scoprire noi stessi, chi siamo, è il primo passo; solo dopo saremo in grado di occuparci di ciò che ci circonda, focalizzandoci sugli altri per capire le loro esigenze e le loro profondità. Il nostro cammino continua poi con il varcare la soglia e andare oltre, forti delle nostre “basi”, aperti a conoscere e a capire.

Ciò che è pronto per noi arriverà: persone, libri, esperienze e la nostra accoglienza darà i suoi frutti. Potremo arricchirci, invece che colmare un vuoto. Il concetto di arricchimento è un concetto di abbondanza dove la ricchezza aumenta la ricchezza. Questo avviene solo se abbiamo solidificato le nostre fondamenta attraverso la conoscenza di chi siamo e attraverso l’amore che diamo a noi stessi e agli altri.

Tempo fa qualcuno mi chiese di spiegargli cosa voleva dire “capire chi siamo” e perché fosse così importante. Mentre cercavo le parole per rispondergli, mi resi conto che la difficoltà a capire dipendeva dal punto di vista da cui partiva la domanda “chi sono io?“. Quando ci facciamo questa domanda a cosa pensiamo? In cosa ci identifichiamo? Sono un padre oppure sono un marito. Sono un ingegnere, sono un italiano. Solo quando rispondiamo a questa domanda possiamo capire da dove stiamo partendo per il nostro cammino. Forse non vogliamo neppure partire, ma non ce ne facciamo una ragione se qualcuno ci dice che non andiamo da nessuna parte se non comprendiamo chi siamo.

Quando è il nostro ruolo sociale ciò in cui ci identifichiamo, avremo difficoltà a sintonizzarci su parole come “guarda dentro di te”, “comprendi qual è la tua missione”, “cerca la lezione che devi imparare in questa vita”. Se la nostra attenzione entra dentro, perché l’esigenza primaria è rendere armonico il nostro profondo e stare bene con noi stessi, queste parole ci arrivano invece come balsamo sulle ferite e diciamo a noi stessi: “Sì, questo è il viaggio che voglio intraprendere”. Allora quando ci incamminiamo abbiamo già ridimensionato tutta la nostra vita esterna. Come pezzi di un puzzle tutto è nel posto dove doveva essere collocato. Mentre, se ci identifichiamo con ciò che sta fuori di noi, siamo in balia degli eventi esterni, perché tutto ciò non ci appartiene e lo possiamo perdere.

Capire chi siamo è un viaggio senza fine, è il viaggio della vita, un percorso in cui la meraviglia di noi ci rende coraggiosi e amorevoli, pronti ogni giorno a metterci in gioco, quello più bello: il gioco della vita.

Nella nostra ricerca, tuttavia, dovrebbe esserci chiaro che non tutto può essere conosciuto perché non tutto è comprensibile, e guai a superare la soglia di ciò che non è alla nostra portata; se andiamo oltre a ciò che siamo in grado di comprendere, la nostra vita si altera ed entriamo in uno stato confusionale che ci porta a perderci.

Quando ci mettiamo in cammino siamo come esploratori di rocce, con un piccone andiamo alla ricerca, ma dobbiamo lasciare che la mano sia “guidata”; solo se ci affidiamo alla sincronicità della conoscenza, ciò che incontreremo ci arricchirà, perché saremo in grado di metabolizzare ciò che è pronto per noi.

Conoscere per avere maggiore potere sulla vita o sugli altri può deviare il nostro percorso. La ricerca spirituale è un atteggiamento interiore che accoglie il nuovo quando questo arriva per noi.

Alcuni pensano di aver perso molto tempo lungo la strada evolutiva, e se ne rammaricano. Io penso che ciascuno ha tempi precisi. Solo quando sei pronto puoi interagire proficuamente con quanto arriva sulla tua strada. Non c’è un’età giusta, non c’è un prima o un dopo, ciascuno ha il suo momento e quando arriva ce ne accorgiamo perché la vita si ribalta, le prospettive cambiano, i valori e le priorità si sovvertono. La spinta è forte e determinante e allora siamo pronti ad accogliere, a capire, e a quel punto essere autenticamente noi stessi è ciò che guiderà ogni nostra scelta.

Come fare

Conoscerci vuol dire entrare nel nostro mondo interiore dove teniamo nascosti tesori e fantasmi. La tecnica più semplice e facile da utilizzare (perché la possiamo fare da soli) è sempre la meditazione.

La seguente visualizzazione può aiutarvi: rilassatevi e visualizzatevi appesi a una corda che pende e a cui voi siete aggrappati. Cominciate a scendere lungo questa corda contando da 21 a 0. Man mano che scendete vi rilassate sempre di più. Allo zero siete arrivati alla fine della corda, fate un saltello e toccate terra. Davanti a voi c’è una sedia, sedetevi. State lì un po’, respirando profondamente e lentamente, guardando e ascoltando quello che è intorno a voi, lasciate che le immagini vengano senza cercarle, ascoltate senza cercare risposte. Siete nel vostro profondo. Aprite gli occhi solo quando vi sentite pronti a finire l’esperienza. Ripetetela senza aspettative, vedrete che arriveranno risposte utili per ciò che dovete capire.

Come al solito la floriterapia ci aiuta anche in questo campo: il fiore della ricerca interiore è Cerato, un fiore di Bach, anche detto il “fiore dell’illuminazione”. Questo fiore ci fa trovare le risposte riguardo a ciò su cui vogliamo far chiarezza interiormente. Prendetene una goccia in un bicchiere d’acqua e sorseggiatelo alla sera prima di andare a dormire.

 

Jose Maffina

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5/12/17
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25. FARCELA SI PUÒ

Avete mai notato come un adulto gareggia con un bambino nella corsa? Sta sempre un passo indietro mentre il bambino corre in avanti felice con la percezione che sta riuscendo nell’impresa: sa che arriverà per primo. Ciò che si radica nella mente del bambino è che può farcela a correre abbastanza forte da tagliare il traguardo vittorioso.

Nella vita di noi adulti non avviene così, nessuno sta un passo indietro a noi e, il più delle volte, non raggiungiamo delle mete perché neppure ce le poniamo come obiettivo, perché pensiamo che siano fuori dalla nostra portata. Non è una mancanza di ambizione, ma invece è uno schema mentale che ci preclude di metterci in gioco.

Così, molto spesso, rinunciamo a un viaggio perché pensiamo che sia troppo impegnativo per noi. Rinunciamo a iscriverci a un circolo perché pensiamo che non riusciremo a conversare ed essere brillanti in un certo ambiente. Non rispondiamo a un’offerta di lavoro perché consideriamo di non avere abbastanza competenze e così via, l’elenco potrebbe essere molto lungo. Non ci sarà un inizio perché la nostra visione è limitata da ciò che non riteniamo di essere in grado di fare. C’è addirittura chi può ritrarsi in una relazione pensando che un rapporto del genere non è alla sua portata.

Quello che non riusciamo a fare è metterci in gioco perché più di ogni altra cosa ci paralizza il fallimento. Provarci ed essere battuti è una visione terrorizzante, non c’è il nonno che sta un passo indietro a noi, corriamo con le regole della vita che ti premia solo se vinci, solo se arrivi primo, e non c’è posto per chi fallisce e per chi manifesta la propria debolezza. Allora restiamo ai limiti della staccionata, guardiamo la vita scorrere e noi rimaniamo lì, sicuri nel nostro mondo senza prove e senza tentativi; certamente siamo salvi, ma in questo modo perdiamo il sapore della vita e la misura del nostro vero valore.

Le credenze limitanti si possono abbattere. Esempio: l’atleta inglese Roger Bannister riuscì per primo nel 1954 a correre un miglio in meno di 4 minuti, cosa che molti esperti da sempre avevano ritenuto fisicamente impossibile. In quello stesso anno, dopo di lui, altri cinquantaquattro atleti riuscirono nell’impresa. Cosa era successo? Era stata abbattuta una convinzione che fino a quel momento semplicemente aveva impedito, come preconcetto, di tentare l’impresa; dopo Bannister molti altri atleti ci avevano provato riuscendoci.

Un altro esempio è quello che succede nei miei incontri di meditazione quando propongo una visualizzazione guidata: chi non l’ha mai sperimentata dice subito che non è capace, che non sa visualizzare. Basta che io faccia fare una piccola sperimentazione, tipo visualizzare la propria auto, che ogni preconcetto cade e le persone capiscono che sono in grado di poterlo fare.

Se noi facciamo cadere i limiti che ci siamo dati la riuscita è sempre alla nostra portata, dobbiamo solo avere ben chiaro qual è la nostra meta. Non perderla di vista, continuare a perseguirla senza farci scoraggiare. Ogni meta è raggiungibile ma dobbiamo sapere qual è: se non la possiamo vedere chiaramente e in modo ben delineato, difficilmente potremo arrivarci.

Dal punto di vista spirituale la riuscita è il totale affidamento all’Universo. Non ci possono essere idee preconcette. Se lasciamo che le nostre azioni siano guidate dalla nostra Luce interiore, sappiamo nel profondo che ciò che avviene nella nostra vita è il meglio per noi. Nella visione spirituale non esiste la parola “fallimento” ma solo “apprendimento”. Ciò che arriva sul nostro percorso è utile alla nostra evoluzione. Interagire con quanto accade in piena accettazione rende qualsiasi azione positiva per noi, e se non abbiamo ottenuto la riuscita probabilmente è stato più costruttivo così, perché sicuramente nel percorso abbiamo imparato molte cose.

Si dice che “a volte Dio per punirti esaudisce il tuo desiderio”, quindi se non avviene c’è sicuramente un perché. Cogliamo i segnali che ci vengono inviati per capire se era solo la rincorsa che dovevamo prendere, se dovevamo mirare con chiarezza, se dovevamo prepararci meglio o forse se ciò che non è avvenuto ci ha sospinto verso un’altra meta dove dovevamo veramente andare.

L’Universo ha molti modi per parlarci. Quello che dovremmo fare è metterci in ascolto. Non sottraiamoci pensando che non ce la faremo, ma se non dovessimo riuscirci chiediamoci se dobbiamo ritentare in altro modo o se ciò è avvenuto solo per farci capire che la nostra meta era altrove. Stiamo nel nostro presente, facciamo i passi giusti, diciamo le cose giuste con una meta luminosa davanti, affidandoci totalmente troveremo sia la strada sia i mezzi per raggiungerla. Quando è la nostra Luce che ci guida è come ritornare bimbi, avere il nonno alle spalle un passo indietro che ci incoraggia e ci dice “vai, vai, sei bravo, sei forte, non puoi sbagliare!”

Come fare

Questi preconcetti che ci negano la riuscita possono essere annullati? Certamente, vi suggerisco la tecnica ASI, molto efficace. La più utile quando la soluzione è abbattere una convinzione interiore. Allora mettiamoci davanti allo specchio e diciamo per 30 volte di seguito per 21 giorni di seguito questa frase:

“Io sono in grado di fare qualunque cosa guidato dalla mia luce interiore”.

Vi ricordo che quando ci guardiamo allo specchio dobbiamo fissare le nostre pupille, non il naso, l’orecchio o la fronte, solo e direttamente le nostre pupille. Se saltate un giorno dovete ricominciare perché i 21 giorni devono essere consecutivi. Vedrete che comincerete ad acquisire fiducia nelle vostre capacità e tutto vi sembrerà affrontabile.

Anche la floriterapia ci aiuta come al solito. Vi consiglio Wild Oat: questo fiore di Bach ci fa capire qual è la nostra meta, dove dobbiamo indirizzare le nostre energie, e ci dà modo di trovare tutte le risorse interiori per raggiungerla e ottenere la riuscita. Una goccia in un bicchier d’acqua, da sorseggiare alla sera, prima di andare a dormire.

Jose Maffina

 

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6/11/17
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24. COME DIRLO

Quante volte nella nostra vita ci siamo resi conto che ci mancavano le parole? Situazioni in cui avremmo voluto spiegare, chiedere, sollecitare, comandare, pregare… e l’emozione interiore si perdeva in piccoli rivoli di parole che niente avevano a che fare con ciò che provavamo: le parole morivano dentro e si dissolvevano impalpabili.

Comunicare agli altri ciò che è dentro di noi a volte è impossibile, ed è l’azione che più può condizionare la nostra vita di relazione. Cosa impedisce un fluido eloquio? Cosa impedisce la chiarezza del nostro dire? Il più delle volte affidiamo le parole alla mente, al nostro pensiero razionale che, a poco a poco, fa a pezzi ciò che abbiamo dentro. La parola è uno strumento potente, può riempire e svuotare, può creare e uccidere.

Quando tuttavia la comunicazione è a livello del cuore, cadono le nostre paure di essere feriti o mal giudicati, parliamo con fluidità, ma la cosa straordinaria è che gli altri colgono la diversa qualità della comunicazione. Un discorso fatto con il cuore colpisce nel segno, emoziona, scuote e coinvolge e la comunicazione diventa nutrimento per chi ascolta, perché dà amore. Chiunque può farlo, non è la cultura, né la classe sociale che fa di noi buoni comunicatori, serve solo sintonizzarci con il nostro profondo, lasciar parlare la nostra voce interiore che ha una qualità unica: è sincera! L’autenticità crea magie, siamo in grado di esprimerci e siamo in grado di farci capire. Quando il mondo ci ascolta, sente che ciò che vogliamo dire è vero.

Nel caso in cui siamo noi ad ascoltare, le parole degli altri possono essere per noi a volte molto condizionanti. In un’epoca come quella attuale, dove le persone si formano un’opinione principalmente guardando la televisione, ecco che la comunicazione diventa ciò che più o meno penetra in noi e fa sì che pensieri e convinzioni si ancorino dentro.

Possiamo così avere una comunicazione che ci arricchisce, che amplia la nostra visuale, che ci stimola a nuove conoscenze, apre finestre nella nostra mente su panorami che non conoscevamo, oppure ci confrontiamo con una comunicazione che impoverisce i nostri traguardi, passa schemi che, anziché dissolvere gli stereotipi, li rafforza. Parole che tolgono ogni etica alle azioni e rendono positivi comportamenti negativi, sia da un punto di vista sociale, per esempio: “Solo i fessi pagano le tasse”, sia da un punto di vista individuale: “Si può essere felici solo se si è magri e belli”. La comunicazione nella nostra società il più delle volte è usata per manipolare, magari per spostare l’attenzione su falsi problemi o per creare nuove paure o nuovi bisogni.

Tuttavia, se per fare una buona comunicazione dobbiamo parlare con il cuore, per un buon ascolto dovremmo fare altrettanto: ascoltare con il cuore. Le parole che non ci servono e che ci nuocciono cadrebbero come sassi, dissolvendosi come polvere e non lasciando dentro di noi alcuna traccia.

La comunicazione è la relazione con l’altro: il capire e il farsi capire. Se falliamo viviamo nel disagio, ci sentiamo incompresi e il mondo diventa un terreno pieno di difficoltà.

Ciò avviene anche nel dialogo con noi stessi. Molti di noi non comunicano con se stessi e usano gli altri come specchio per verifica, invece il dialogo interiore è indispensabile per avere sempre il polso di cosa stiamo facendo della nostra vita. Da un punto di vista spirituale, infatti, la comunicazione è la parte più esterna della voce interiore, poiché è la concretizzazione del profondo.

La vera comunicazione è la relazione tra Anima e parola, in sintonia perfetta essa apre la strada all’Uomo mettendolo in relazione armonica con gli altri. Essa crea nel mondo l’amore. Quando l’Anima non è sintonizzata con la comunicazione, la relazione con il mondo è egoistica, l’Uomo non riesce a espandersi energeticamente, la parola diventa o stentata o manipolatrice.

Come fare

Ci sono persone che abusano della parola e parlano a vanvera, mentre altre difficilmente si esprimono, il monito per tutte e due queste categorie è “la parola è sacra”. Se ne abbiamo la consapevolezza, useremo le parole con maggior attenzione.

Quando parliamo con gli altri cerchiamo quindi di esprimerci con gentilezza e con leggerezza, sicuramente susciteremo negli altri lo stesso tipo di approccio. La nostra voce è importante; ascoltiamola, come la moduliamo? Il nostro tono è acuto o profondo?

Un buon metodo per entrare nel suono della nostra voce è dire le vocali nel naso. Ripetiamo le vocali facendole vibrare nel nostro naso, sentiremo la potenza del nostro timbro. Ripetere i suoni delle vocali sblocca e libera la gola, come i cantanti che per allenarsi fanno le scale armoniche. La parola è uno strumento che ci apre la strada verso il mondo, usiamola dolcemente.

Se abbiamo difficoltà a esprimerci, probabilmente il nostro quinto chakra, quello della gola, che presiede e governa la comunicazione, è bloccato e abbiamo così seri problemi a manifestare ciò che pensiamo. Questo chakra presiede inoltre alle funzioni vocali, il suo organo di azione è la bocca e quello di senso è l’orecchio, sede dell’udito; come abbiamo visto prima, la comunicazione è parlare ma anche ascoltare.

Il rimedio floreale per riequilibrare questo chakra è l’essenza himalayana Autenticity che aiuta a esprimere e a tradurre in pratica il nostro pensiero.

Se poi dobbiamo cimentarci in un discorso importante e vogliamo parlare in maniera fluida utilizziamo il fiore californiano Cosmòs che scioglierà qualsiasi incertezza e fluidificherà ciò che vogliamo dire. Entrambe si prendono puri direttamente sulla lingua.

Autenticity serve per il riequilibrio, quindi ne servono due gocce al giorno per almeno tre settimane, invece Cosmòs serve all’occorrenza, quindi mezz’ora prima dell’incontro in cui vogliamo fare meraviglie con la nostra parola.

Jose Maffina

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26/09/17
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23. ABBONDANZA

La condizione principale per ottenere
ciò che vorremmo è essere pieni
di gratitudine per ciò che abbiamo.

Vorrei prima di tutto fare una premessa: l’abbondanza è uno stato della mente. Molti sicuramente non saranno d’accordo perché non ritengono l’abbondanza un concetto astratto, ma qualcosa di veramente concreto.

Per avvalorare la mia premessa, tuttavia, potremmo prendere in considerazione la storia di Masafumi Nagasaki che da venti anni vive nell’isola Sotobanari, completamente nudo e in completo isolamento. Intervistato, si proclama un uomo felice e appagato. Di contro, se analizziamo la vita di uomini ricchissimi, notiamo che ciascuno di loro è spinto ad avere sempre di più, non importa quanti zeri abbia il loro conto in banca. Questo significa che quando si parla di abbondanza ci dobbiamo confrontare con due concetti: l’insoddisfazione e la soddisfazione. Tra questi due termini c’è la distanza che separa l’uomo dall’infelicità alla felicità.

Alcuni pensano che questa filosofia si basi sull’accontentarsi, legando a ciò un senso di appiattimento e squallore. Si dice “Chi si accontenta… muore”. Ma non è questo ciò che sta alla base del senso dell’abbondanza; sentirsi soddisfatti e appagati è fondamentale per mettere in moto la Legge dell’Attrazione che nella sua semplicità difficilmente viene capita e, con ancor più difficoltà, seguita. Perché è così problematico accettarla e uniformarsi a essa? Perché questa Legge ci dice che siamo noi gli unici responsabili di ciò che accade nella nostra vita. Nessuno da biasimare, nessuno da incolpare, se non noi stessi. Siamo noi a creare la “sfiga” e questo facciamo fatica ad accettarlo.

Siamo come davanti un grande specchio che riflette le nostre emozioni e voi sapete che lo specchio non cambia l’immagine. Ogni volta che ci guardiamo vediamo ciò che siamo. Questa Legge ci rimanda il nostro stato d’animo di fondo: se siamo appagati continueremo a esserlo perché l’Universo risponderà positivamente per mantenerci in quella situazione; se ci sembra che nella nostra vita manchi sempre qualcosa per essere felici, ecco che questa situazione continuerà a perdurare nel tempo, lo specchio dell’Universo rifletterà solo e sempre la nostra insoddisfazione.

Possiamo sovvertire questa situazione, possiamo anche noi essere tra quelli che hanno il vento in poppa? Acquisire l’abbondanza come stato mentale è possibile ed è solo in questo modo che essa si potrà manifestare nella nostra vita.

Il libro e le visualizzazioni raccolte nel CD “Abbondanza – Visualizzazioni Creative per la Ricchezza” sono semplici ed efficaci e hanno proprio questo scopo: cambiare nel profondo ciò che razionalmente non siamo in grado di mutare.

Nel mondo dell’abbondanza
tutto ciò che vuoi ce l’hai già. 

Come fare

Un’altra difficoltà nell’accedere all’abbondanza è quella di non sentirsene degni; la misura del nostro benessere è fortemente legato alla misura che noi stessi ci diamo e di cui ci sentiamo meritevoli.

Chi non vorrebbe essere ricco? Sarà sorprendente per voi ma molti, interiormente, condannano la ricchezza, e ovviamente non la raggiungeranno mai, anche se razionalmente ripetono che, sì, vorrebbero essere ricchi.

Vi propongo un piccolo test: stringete le punte dell’indice e del pollice della mano sinistra ad anello ed ora inserite il pollice e l’indice della mano destra all’interno di questo anello, fate sì che la punta dell’indice e del pollice di entrambe le mani siano molto serrati. Ora dite a voce alta “Io mi chiamo (dite il vostro nome)”, mentre pronunciate il vostro nome sforzate tra di loro i due anelli e vedrete che rimarranno ben saldi. Ora dite a voce alta “Io voglio essere ricco” e sforzate ancora le dita cercando di aprirle. Cosa e successo?

Ci sono tre possibilità:

– le vostre dita si aprono come burro;
– le dita tendono ad aprirsi;
– le dita rimangono salde e gli anelli chiusi.

Nel primo caso confermate che la ricchezza è una cosa negativa per voi, nel secondo caso è tendenzialmente negativa (non l’amate moltissimo), nel terzo caso ritenete che la ricchezza sia positiva e vi spetti di diritto.

Se la vostra risposta è nei primi due casi, accogliere l’abbondanza per voi non è così semplice, allora sono molte le visualizzazioni creative in questo CD che sicuramente vi aiuteranno a modificare questa credenza.

Ne parleremo anche durante la mia presentazione gratuita che terrò a Milano il 18 settembre 2017 presso la sede di Anima Edizioni in corso Vercelli 56. Tutte le info a questo link.

 

Maffina-Abbondanza

Jose Maffina

 

29/08/17
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22. FUGA DAL DOLORE

Ogni giorno ci misuriamo con il dolore, sia nostro sia altrui. Situazione da cui tutti noi vorremmo scappare. Infatti, solitamente, quando il dolore arriva lo affrontiamo mettendoci i guantoni e salendo su un ring immaginario dove l’obiettivo è abbattere l’avversario: il dolore.

Facciamo di tutto per eliminarlo dalla nostra vita. Per quello fisico ricorriamo agli analgesici e agli antidolorifici, se poi questi ultimi sono farmaci, lo facciamo anche a rischio della nostra salute.

Se il dolore è nella mente vogliamo distrarci, portare altrove il pensiero, via dal nostro problema.

Se il dolore è spirituale sopprimiamo totalmente il disagio negando la sua stessa esistenza, sì perché diciamo a noi stessi che non ci crediamo.

Qualunque sia il problema o il dolore che dobbiamo affrontare, la prima domanda da porsi è “Cosa devo imparare da ciò?”.

In Psicosomatica si dice che non si deve mai aver fretta di guarire. Non dobbiamo sopprimere il sintomo perché potremmo non cogliere il messaggio che il nostro Sé ci sta inviando. Il sintomo è la spia che il nostro corpo accende; se lo togliamo senza lavorare sulla causa, il corpo porterà il messaggio di disagio a un livello più profondo e nascosto, non lo si potrà vedere ma lui lavorerà in modo sempre più nocivo.

Il corpo è una lavagna su cui il nostro profondo scrive i suoi messaggi. I disequilibri dell’anima creano le malattie. Ricordiamo che la malattia nasce dal nostro profondo e, una volta che si manifesta, può guarire solo nella misura in cui noi le permettiamo di farlo.

Per guarire dobbiamo sentircene degni, questo spiega perché le stesse cure su persone diverse possono funzionare o no, in questo caso la causa principale da rimuovere è la mancanza di amore verso se stessi.

La guarigione sarà definitiva solo se avremo eliminato le cause che l’hanno provocata, ovvero i nostri malesseri e i nostri disagi. Nel caso non fossimo andati a fondo del problema, ci sono buone probabilità che si ripresenterà come recidiva.

Per capire il meccanismo che dobbiamo trasformare nel nostro comportamento o nella nostra vita, chiediamoci sempre cosa ci impedisce di fare questa malattia, o cosa ci costringe a fare. Chiediamoci a cosa è preposta la funzione dell’organo che è colpito.

Alcune volte il dolore arriva solo per farci apprezzare ciò che prima davamo per scontato. Ci sono molte azioni nella nostra vita che hanno in sé un principio miracoloso, ma quasi sempre ignorato. Non riuscire a vedere per una settimana o per un solo giorno ci fa capire quanto siamo privilegiati. Una mano immobilizzata per delle settimane fa entrare precipitosamente in noi la consapevolezza di quanto sia fantastico potersi muovere, o solo prendere in mano un cucchiaio e portarselo alla bocca. Si cresce solo nell’area di disagio, è lì che le lezioni vengono apprese.

Esistono tuttavia dei dolori che ci annientano, come per esempio quando perdiamo qualcuno che amiamo e sentiamo che la nostra vita si frantuma. Veniamo travolti da emozioni che vanno dallo stupore ai sensi di colpa. Elaborare un lutto nella scala dello stress viene al primo posto. Può essere un dolore che ci aiuta? Può essere positivo?

La perdita di chi amiamo non è mai positiva, ma possiamo scegliere come rapportarci a un evento ineluttabile come la morte. Viviamo in una società che fugge da questo pensiero e lo nega, ma dovremmo tenere presente che la morte è l’unica cosa certa nella vita di ciascuno di noi, nessuno è immortale. Questo dolore può creare energia positiva in riflesso a cosa diventeremo dopo: persone migliori, che si aprono alle emozioni e all’amore, imparano a manifestarlo, lo condividono, non trascurano le persone che amano.

I genitori, specialmente, quando se ne vanno, ci colgono quasi sempre impreparati; credevamo di essere forti e adulti, e improvvisamente invece ci rendiamo conto che abbiamo ancora bisogno del loro amore, oppure di quel perdono o che non abbiamo mai dato o che non abbiamo mai chiesto.

Se la perdita di chi amiamo, non è fisica, ma semplicemente siamo stati abbandonati, allora è un dovere verso noi stessi utilizzare questo dolore per capire le dinamiche che hanno portato alla rottura di questo legame. Quali meccanismi abbiamo messo in campo perché questa unione non fosse stabile e soddisfacente per entrambe. Mettiamoci in discussione e cerchiamo di capire, perché anche qui scegliere la persona sbagliata o instaurare una relazione su un piano non equilibrato è qualcosa che solo affrontando il dolore possiamo guarire.

Il dolore segna i confini del nostro modo di relazionarci con il mondo e con noi stessi. Quanto facciamo entrare e quanto respingiamo. Esso svela tutto di noi, se abbiamo equilibrio, se siamo generosi o egoisti, se siamo coraggiosi o vigliacchi, se siamo forti o deboli, se siamo ottimisti o pessimisti, se siamo onesti o disonesti. Quando siamo nel dolore non riusciamo mai a barare.

Cosa Fare

Ma come possiamo convivere con il dolore? In questo frangente dobbiamo essere coraggiosi e accoglienti, non porre resistenza, lasciare fluire l’esperienza, poiché essa si dissolverà non appena l’avremo accolta.

La tecnica che posso suggerire non è quindi per fare passare il dolore, ma per aiutarci ad accoglierlo e a capirne il significato, allora la meditazione è sicuramente la tecnica più efficace, perché ci mette in contatto con la parte più profonda di noi, dove ci sono tutte le risposte. Qui, in questo spazio, noi possiamo capire ciò che ci sfugge e possiamo accedere alle nostre risorse interiori, alla forza che nasce solo dalla nostra luce e dal nostro amore.

Il fiore indicato per accogliere il dolore è Rescue Remedy, una miscellanea di 5 fiori che il Dottor Bach studiò proprio per i casi di emergenza, quando ciò di cui abbiamo bisogno è l’equilibrio interiore che ci aiuta ad affrontare con serenità le prove della vita. Vi consiglio di prenderlo puro, una goccia sulla lingua tutte le volte che ne sentite la necessità.

Jose Maffina

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11/07/17
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21. INCAPACI DI CHIEDERE

Per molti di noi è difficile mettere in atto il dettame “Chiedi e ti sarà dato”.

La difficoltà nasce dal fatto che il più delle volte si ritiene che colui che chiede sia in uno stato di inferiorità, perché si trova nel bisogno e deve ricorrere agli altri.

Ci sono persone che piuttosto che dipendere dall’aiuto di qualcuno complicano inutilmente la propria vita, perché secondo loro  l’esibire la propria debolezza attraverso una richiesta è come sentirsi alla mercé del prossimo.

Se da una parte si può guardare a queste persone con ammirazione (sono indipendenti, dinamiche, propositive ed efficienti), se scendiamo in profondità, andando oltre le apparenze di una vita organizzata, ci rendiamo conto della grande solitudine che vi regna.

Queste persone vivono la loro posizione come una piattaforma da cui vedono il mondo, lontano e non coinvolgibile. Sicuramente si sentono migliori ed è una posizione che non vogliono lasciare. Un segno di fragilità li farebbe “scendere” e forse li confonderebbe con gli altri.

L’orgoglio è un sentimento che inibisce l’accoglienza; riconoscere le nostre necessità e condividerle con il prossimo è invece un modo per aprirci agli altri, lasciare quindi che l’energia fluisca in noi e intorno a noi.

Il problema è quindi il nostro atteggiamento interiore, perché il nostro bisogno non deve essere vissuto come una penalizzazione, a volte invece  ci aiuta proprio a capire i nostri limiti e ci fa comprendere  che arrendersi è il miglior modo per andare oltre le nostre necessità.

Quando siamo orgogliosi questo concetto ci sfugge totalmente, riteniamo che ciò che vogliamo debba essere ottenuto grazie solo a noi stessi e il sentimento che ci guida è sempre una sopravvalutazione di chi siamo e una sottovalutazione degli altri.

Ma può avvenire anche perché la concezione di noi stessi è un’impalcatura fragile, tanto fragile che l’intervento esterno potrebbe farla crollare. Precipitiamo nel baratro in cui non siamo stati in grado di cavarcela da soli, abbiamo manifestato una debolezza e quello che ci muore in gola è dire “grazie”, qualcosa di semplice, per molti facile da esprimere magari solo attraverso un abbraccio, per altri una montagna da scalare.

Dire “Grazie” è un esercizio che dà energia, non la toglie. Come una pila inesauribile ci dà forza; la gratitudine ci mette in armonia con ciò che ci circonda. Allora diciamo grazie per il sorriso che ci viene offerto anche se non lo abbiamo chiesto, diciamo grazie per la presenza accanto a noi di chi ci ama e non diamo per scontato mai il suo amore, diciamo grazie per le attenzioni che riceviamo e di cui neppure ci accorgiamo, diciamo grazie per ogni piccola cosa, pur banale… e in questo esercizio di gratitudine svilupperemo la consapevolezza che riceviamo tantissime cose dall’Universo, in fondo non siamo così indipendenti nel cammino della nostra vita, e che gli altri hanno peso e corpo intorno a noi.

Da un punto di vista spirituale l’orgoglio è ciò che più ci allontana dal Tutto perché significa che noi pensiamo di essere il Tutto. Crediamo che ciò che facciamo sia guidato dalla nostra Luce, ma non l’ascoltiamo perché la proiezione che attribuiamo alla nostra vita è dettata dalla nostra personalità, non dal nostro profondo.

Ricordiamo che il dare è grande perché  è condivisione,  però il ricevere è ancora più grande perché è accettazione.

Quando agiamo in modo orgoglioso significa che mettiamo noi stessi a guida della nostra  vita,  spegnendo però  tutte le luci che sono dentro di noi. Perché è proprio questo ciò che facciamo, seguiamo la ragione e falsi valori che non ci permettono di chinarci, di arrenderci e dire a noi stessi che può solo l’Anima essere la nostra guida.

L’orgoglio ci rende diritti, non vogliamo piegarci, convinti che piantati come siamo nulla potrà toccarci, ma solo la canna di bambù che si flette al vento può passare la burrasca, così noi orgogliosi, rigidi e inamovibili saremo schiantati dal vento come la quercia che non si piega ma si spezza.

Se impareremo, invece, a chiedere e a dire grazie riusciremo a lasciare il nostro  piedistallo e sapremo tendere la mano per farci aiutare  dagli altri  a scendere.

Cosa fare

Se siamo vittime del sentimento dell’orgoglio, uscirne non è semplice. È un meccanismo che fa parte di uno schema molto difficile da rompere. Anche questa volta vi consiglio di utilizzare la tecnica ASI, infatti essa apre dentro di noi una breccia e come una lima sottile sega le sbarre dentro le quali ci siamo imprigionati. Per 21 giorni davanti allo specchio, guardandoci diritto nelle pupille, a voce alta diremo per 30 volte di seguito:

“Io sono come gli altri e mi apro al loro aiuto”.

Più sarà difficile dirlo, più il lavoro su noi stessi sarà profondo. Se saltiamo un giorno ricominciamo dall’inizio. I 21 giorni devono essere consecutivi.

Il fiore di Bach dell’orgoglio e della solitudine è Water Violet: aiuta tutte quelle personalità che si arroccano nella loro torre d’avorio non permettendo l’accesso a nessuno. Questo fiore scioglie il cuore e apre alla relazione con gli altri.

Un altro molto efficace è Rock Water indicato per tutte le personalità rigide ed esigenti con se stesse e incapaci di ricorrere agli altri per aiuto.

Potremmo ricorre anche alla cromoterapia con il colore Rosa, infatti questo colore che rappresenta l’Amore Universale potrebbe aiutare tutte quelle persone che hanno difficoltà ad aprirsi e a farsi coinvolgere. Vi consiglio di usare questo colore per l’abbigliamento, ove possibile, oppure di bere acqua solarizzata. Per farla prendete una bottiglia di vetro, riempitela d’acqua, avvolgetela in una sciarpa di seta rosa e lasciatela esposta alla luce per un giorno intero, poi bevetela durante la giornata seguente.

Jose Maffina

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19/06/17
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20. L’EGOISMO EVOLUTIVO

Il termine egoismo ha per tutti noi un’accezione negativa. Egoismo solitamente viene interpretato come un rivolgere l’attenzione verso se stessi a discapito degli altri ed è appunto in contrapposizione con il concetto di altruismo.

Vorrei proporvi di pensare a questo termine semplicemente dandogli il significato  di “amare se stessi”. Sicuramente, se questa operazione viene fatta a discapito degli altri, perseguendo solo il proprio soddisfacimento, è difficile poter trovare qualcosa di positivo in tutto ciò.

Il Cristianesimo insegna:  “Ama il prossimo tuo come te stesso”. L’interpretazione letterale di questa frase è che:  io e gli altri siamo sullo stesso piano, nessuno è in vantaggio, nessuno deve avere una quota maggiore.

Il termine “prossimo” e “te stesso” hanno lo stesso valore. Perché allora riteniamo che il nostro dovere sia solo quello di amare gli altri? Mettiamo tutte le nostre energie nell’amore all’esterno di noi con l’obiettivo, però, di avere in ritorno per questo sforzo tutto l’amore che noi stessi necessitiamo. Vogliamo che siano gli altri a fare ciò che noi per primi non facciamo, ovvero amare noi stessi.

È un circolo vizioso che non si riesce a spezzare. Tesi verso gli altri, cerchiamo tutti i modi per farci amare. Gettiamo sul nostro prossimo questo gravoso compito e, se questo non accade, ci sentiamo traditi, frustrati, infelici e depressi. Ma perché qualcuno dovrebbe farsi carico di un compito che noi per primi ci rifiutiamo di svolgere?

Purtroppo il più delle volte la percezione del nostro valore è legata all’amore che gli altri hanno per noi, senza renderci conto che gli altri ci amano e ci considerano nella misura in cui noi lo facciamo con noi stessi. Il prossimo è il nostro specchio interiore distorto.

La  persona che ama se stessa è colei che segue i propri talenti e la propria vocazione e persegue un benessere ampio fatto di armonia. Ma non è così facile perseguire il proprio benessere. Molte persone non sanno esattamente cosa vorrebbero per essere felici, o legano la propria felicità alle azioni degli altri; infatti dicono “se lui mi amasse” o “ se lei tornasse da me”…

Solo noi possiamo essere gli artefici della nostra felicità; prima di ogni altra cosa dobbiamo partire da noi stessi, non farci influenzare dagli altri.

Tuttavia, quando si parla di “amarsi”, il più delle volte confondiamo l’indulgenza verso le nostre debolezze per amore verso noi stessi. Mangiare o bere a sproposito, fumare, avere uno stile di vita stressante sono modi per penalizzare noi stessi. Dovremmo imparare a dire molti no a noi stessi e agli altri.

Da un punto di vista spirituale il puro egoismo è un nodo da sciogliere perché impedisce di  evolvere. Quando pensiamo alla nostra vita e ciò che vediamo è ristretto al nostro benessere e all’ottenimento di ciò che vogliamo, non siamo ancora in una sfera puramente egoistica; lo diventa quando perseguire il nostro obiettivo esclude la nostra spiritualità. Il puro egoismo è essere centrati su se stessi come recipiente di desideri da esaudire: un corpo a cui dare tutto ciò che vuole e una mente a cui far provare ogni emozione, ma uno spirito dimenticato. Qui siamo nel campo del puro ego dove il Sé è taciuto e le sue esigenze non ascoltate.

20-maffina-bigL’egoismo evolutivo è invece ascoltare la voce della propria coscienza, del proprio profondo. È seguire il nostro impulso interiore e lasciare che nel percorso della nostra vita non intervenga nessuno eccetto che noi stessi.

Essere egoisti in senso positivo vuol dire non tradire noi stessi e camminare spediti verso la Luce che ci indica il percorso da seguire. L’impegno che ci assumiamo verso gli altri dovrebbe essere un’azione che già in sé ci ricompensa, dovremmo sentire il nostro cuore che canta mentre la facciamo.

Se invece occuparci degli altri ci stanca, ci fa sentire energeticamente impoveriti e vittime, allora dovremmo riflettere su cosa stiamo mettendo in campo. Abbiamo  bisogno di amore e di energia, e non ce li stiamo dando; invece tentiamo attraverso il compiacere gli altri di avere amore e consenso, e siccome il più delle volte non ci viene dato nulla pensiamo di essere delle vittime, prive di quel riconoscimento che ci è dovuto. Siamo invece  solo vittime di noi stessi, dunque fermiamoci e cominciamo a occuparci di noi, diamoci tutto l’amore di cui necessitiamo e dopo, solo dopo, saremo pronti a guardarci intorno per occuparci del nostro prossimo.

Come riuscirci

Imparare ad amare se stessi per molti è un compito arduo.

Le affermazioni ci possono aiutare, facendole sempre con la tecnica ASI: davanti allo specchio, guardandosi negli occhi e a voce alta, ripetere l’affermazione scelta per 30 volte di seguito, per 21 giorni di seguito (se si salta un giorno si inizia di nuovo).

Vi propongo due affermazioni, scegliete quella che vi dà più disagio nel dirla:

Io amo me stesso/a e seguo la mia voce interiore

Io sono degno/a d’amore e amo me stesso/a

Per le  persone che hanno schemi fissi interiori di non accettazione di sé, dire queste frasi diventa come scalare una montagna.

I Fiori di Bach  che possono aiutare in questo ambito sono Centaury, indicato per tutte le persone che si fanno vittimizzare dagli altri e non sanno dire di no. Questo rimedio dà la percezione dei propri bisogni e la forza per soddisfarli.

Il fiore himalayano Ecstasy aiuta a equilibrare e attivare il quarto Chakra, il chakra del cuore; ci dà la possibilità di portare armonia nelle nostre relazioni e di comprendere che l’amore verso noi stessi è un diritto.

Prendeteli puri direttamente sulla lingua, due gocce al giorno per ciascuno. Non assumete questi rimedi assieme ma in momenti diversi della giornata.

Jose Maffina

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19/05/17
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