Gioia & Benessere

L’ostacolo con cui dobbiamo misurarci lungo il nostro cammino evolutivo è la quotidianità, perché diventa la sabbia mobile in cui affondiamo e il sasso in cui inciampiamo. Questo blog si propone di dare semi di pensiero da nutrire e suggerimenti da sperimentare affinché il nostro sentire profondo sia allineato con le nostre azioni.

Jose Maffina

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42. QUALE INNOCENZA?

Tutti noi siamo stati bambini, ma quanto è rimasto dentro di noi dello sguardo pieno di meraviglia che è frutto di quella innocenza? Abbiamo passato la vita a sentirci dire “cresci, diventa adulto!” e ora possiamo vantarci di essere forti e strutturati. Riusciamo a destreggiarci nel flusso esistenziale, parando colpi e leccandoci poi le nostre ferite. No, decisamente non vogliamo tornare indietro, troppa fatica c’è costato crescere. Ma recuperare la nostra innocenza non vuol dire questo.

Se nel nostro percorso di vita abbiamo lasciato dietro di noi lo stupore del fanciullo, liberandoci da esso come da una zavorra, purtroppo abbiamo perso la nostra parte più autentica: la nostra essenza.

Essere innocenti vuol dire essere aperti a ogni possibilità. Gioire delle piccole cose, incantarci di fronte alla ripetitività dei fenomeni naturali. Non riusciamo più a essere fanciulli alla scoperta del mondo, perché l’occhio con cui lo guardiamo è disincantato. Le nostre esperienze passate diventano, loro, vere zavorre poiché accogliamo ogni situazione da esperti conoscitori del mondo. Forse non abbiamo più tempo di bearci di un tramonto che diventa solo fastidioso perché si riflette sul nostro parabrezza. Non siamo più capaci di sentire il profumo della pioggia, perché troppo occupati a destreggiarci tra le pozzanghere.

Ma la parola innocenza significa anche mancanza di colpa. Purtroppo nella nostra vita la maggior parte di noi vive un’esistenza in cui in molti casi non riusciamo a trovare l’innocenza dentro di noi e siamo i primi a condannarci per quanto abbiamo fatto. Ciò significa accumulare i “sensi di colpa”. Alle nostre azioni o non azioni non riusciamo a dare una giustificazione, perché non siamo in grado di trovare l’innocenza nel nostro interno anche se la cerchiamo.

Tuttavia il più delle volte questo meccanismo di colpa è frutto di un condizionamento esterno: non siamo riusciti a mettere in atto quell’atteggiamento o quel comportamento che gli altri si aspettavano da noi. Siamo noi i primi giudici implacabili di noi stessi, a volte però sono anche gli altri che interpretano ciò che facciamo in modo diverso dalle nostre reali intenzioni, ci mortificano e sentiamo la colpa dentro di noi. Una madre che si lamenta, un figlio che ti rinfaccia qualcosa, un marito che ti pressa sulle sue esigenze, ecco che noi non ci amiamo abbastanza per sentire la nostra innocenza, le ragioni del nostro comportamento.

Riuscire a capire che ciò che abbiamo fatto o non fatto era il limite delle nostre forze, delle nostre capacità, del nostro desiderio di benessere ci assolve, perché abbiamo solo seguito noi stessi e possiamo quindi dirci che siamo innocenti. Se il mondo che ci circonda percepisce questa nostra convinzione, scatta un meccanismo paradossale, gli altri cominciano a rispettarci, smettono di chiedere in continuazione, si rendono autonomi e capiscono le nostre ragioni. Quando dentro di noi vibra questa certezza le persone si adeguano, è come se le loro menti si aprissero al fatto che, se non si è agito, è perché non si poteva veramente fare. I sensi di colpa si dissolvono quando l’attenzione agli altri è puntuale, ma mai prevarica le nostre esigenze, i nostri sogni e le nostre ambizioni. Saremo pronti a metterci al servizio degli altri, solo dopo aver badato a noi stessi.

Da un punto di vista spirituale l’innocente è colui che appartiene al Paradiso Terrestre dove non c’è peccato e non esiste né il bene, né il male.

Essere nell’innocenza vuol dire sentire che ogni cosa è Uno e che solo nel suo insieme noi troviamo la Luce.

Essere innocenti è tornare alle origini dove ogni cosa è Amore, ma solo perché ogni cosa viene vissuta nella sua interezza. Ricordiamoci che ciò che ci circonda non ci appare mai per quello che è, ma sempre per come il nostro filtro mentale lo vede. L’esperienza è quindi così negativa? Meglio essere degli ingenui creduloni pronti a spalancare la bocca per la meraviglia? La risposta è no a tutte e due le domande. L’esperienza è il nostro bagaglio, diventa negativa se crea un occhiale scuro che non ci permette di vedere la luce. L’esperienza è la discriminante per camminare sicuri nella vita, ci deve rendere solo più forti nell’affrontare tutto ciò che arriva sul nostro percorso. Questa forza, unitamente all’innocenza, ci permette di essere morbidi e non duri rispetto al nuovo, pronti all’accoglienza e alla nuova esperienza, sapendo che avremo ogni strumento per navigare in qualsiasi tipo di acque.

In pratica

Ciò che può aiutare a soffermarci su quanto ci circonda è la consapevolezza. Essere consapevoli vuol dire vivere pienamente l’azione che stiamo compiendo. Molti di noi compiono quasi sempre due azioni contemporaneamente: una è l’azione manuale, l’altra è l’azione mentale, e molte volte non coincidono: facciamo una cosa e ne pensiamo un’altra. Essere consapevoli vuol dire fare ciò che stiamo pensando. Quindi esercitiamoci a pensare in armonia con la nostra azione. Osservarsi è la strada giusta. Chiediamoci mentre facciamo qualcosa a cosa stiamo pensando. All’inizio è un po’ faticoso, poi ci aiuterà a essere nell’azione, in modo da darle la massima attenzione. Se un tramonto incrocerà la nostra strada, fermiamoci e guadarlo senza fare altro, ne vale la pena.

Se vogliamo farci aiutare dalla floriterapia, ecco che potremmo ricorrere a Star of Bethlehem che è una fiore di Bach usato principalmente per guarire la nostra ferita interiore, e non c’è dubbio che tutti noi dentro ne abbiamo una. Lo suggerisco perché ogni ferita limita il nostro procedere nella vita e ne condiziona il nostro modo di vederla. Guarire la ferita interiore è ritornare alla nostra essenza originaria quando potevamo guardare il mondo con innocenza e meraviglia. Va preso puro, una goccia, in un bicchiere d’acqua alla sera, sorseggiandolo.

Jose Maffina

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4/10/19
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41. IL PRIVILEGIO DI VIVERE

Viviamo in un’epoca dove il concetto di morte è rimosso, ed è quasi un tabù parlarne, tuttavia il malessere di vivere è molto diffuso. Gli scontenti esistenziali ci portano ad accogliere con fatica il nostro presente e ancora di più il passare del tempo e l’essere spettatori del nostro invecchiamento.

Deepak Chopra nel suo libro Corpo senza età e mente senza tempo formula un’ipotesi che condivido pienamente: noi invecchiamo legati alla percezione che abbiamo acquisito all’interno del nostro ambito familiare e quindi invecchiamo come pensiamo sia diventare anziani. Se nella nostra famiglia abbiamo avuto nonni arzilli e genitori dinamici, la vecchiaia non ci spaventa. Se invece siamo stati testimoni di nonni senescenti e genitori affetti da patologie invalidanti, ecco che la vecchiaia ci terrorizza perché ce la immaginiamo solo come è stata vissuta da chi ci era vicino.

Un altro dato interessante è il risultato delle ricerche che sono state fatte sulle persone centenarie, un comune denominatore per raggiungere questa veneranda età è la serenità di fondo nel portare avanti la propria esistenza.

La longevità è una grande possibilità, infatti possiamo mettere a frutto tutto ciò che abbiamo imparato lungo il cammino. Ma su questo argomento abbiamo atteggiamenti ambivalenti: da una parte la ricerca di una lunga vita e la negazione della morte, dall’altra il rifiuto di accettare il passaggio alla terza e ora quarta età.

Rifiutiamo nel nostro corpo i segni del cambiamento, non li accogliamo e li contrastiamo in tutti i modi. Ma un conto è prefiggersi una mente elastica appassionandosi di enigmistica o praticare discipline orientali come lo yoga o il qi kung per mantenere il proprio corpo elastico e energetico, altro è ricorrere alla chirurgia estetica per cancellare le rughe, o tingere i capelli dei colori più improbabili o ricorrere a posticci e capelli finti per mascherare la calvizie. Il corpo è la nostra lavagna, ciò che diventa è la manifestazione di come abbiamo navigato nella vita. Le rughe esprimono i dolori e le felicità che abbiamo vissuto.

Proprio recentemente ho letto di una donna che non ha mai voluto sorridere per evitare rughe agli occhi e alle labbra. Pensate attraversare l’esistenza congelando ogni emozione perché non rimanesse impressa sul volto; personalmente lo trovo agghiacciante. L’invecchiamento è un privilegio, ci è dato il tempo di agire, di scoprire, di capire, di condividere. Ma se questo tempo non diventa un moto di evoluzione, ecco che il tempo diventa un luogo infernale dove guardandoci allo specchio vediamo un immagine che ci tormenta, o forse arriviamo al punto di non vederci più per come siamo diventati e allora sembriamo maschere ridicole, lo dicono i nostri vestiti da adolescente, cerchiamo di fermare il tempo e riusciamo solo a fermare la nostra saggezza che non arriverà mai, resteremo immaturi, bloccati in un’immagine esteriore di bellezza e giovinezza che ci sfuggirà sempre di più. Perché se la longevità non viene vissuta come un’opportunità ecco che l’amarezza per come eravamo e non siamo più ha il sopravvento: eravamo belli, eravamo agili, eravamo rispettati, dinamici e attivi, ora invece le nostre ore sono vuote e non sappiamo come occuparle. La nostra diventa una vita di rimpianti.

Un altro modo per non mettere a frutto la nostra vecchiaia, e forse questo è il modo peggiore, è quando, sentendo che i giochi sono ormai fatti nella nostra vita, ne facciamo un bilancio che ci fa sentire dei perdenti. Vediamo gli altri intorno a noi che hanno avuto il successo e tutte quelle soddisfazioni che a noi sono mancate. Dentro di noi cresce il risentimento contro il mondo che non è stato generoso con noi e pensiamo che ci sono state servite tutte le carte sbagliate. Non riusciamo a capire, quando è il rancore che guida la nostra vita, che noi ne siamo stati i soli responsabili e in qualsiasi momento possiamo prenderla in mano e fare di una giornata di pioggia un momento di gioia. Tutto dipende solo da noi e nulla è impossibile. La saggezza arriva quando capisci il ritmo del tempo, il tempo della corsa e il tempo del riposo, il tempo dell’azione e il tempo della contemplazione.

Una lunga vita è un sentiero a volte pieno di gioia e di dolore, due elementi che ci aiutano a portare a termine il nostro compito. La gioia è quella energia che ci carica, il dolore è quella energia che mette in moto le nostre risorse interiori. Camminare senza chiederci quanto sarà lungo il nostro sentiero è ciò che dovremmo fare. Ogni passo è quello che conta e non importa quanto dovremo camminare, l’importante è che, se ci è stata donata una lunga vita, ogni momento non deve essere sprecato, perché come ogni dono divino dobbiamo saperlo usare e sfruttare per noi stessi e per gli altri, sentendoci dei privilegiati. Teniamo sempre presenti le parole di Gandhi: “Vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre”.

In pratica

Vivere bene la nostra longevità significa fare sempre i passi giusti per il nostro benessere totale. La consapevolezza deve guidarci in ogni scelta: più che mai badando alla nostra alimentazione, curando il nostro corpo, facendo movimento con lunghe passeggiate, nutrendo il nostro spirito con buone letture e musiche che ci elevino, creando uno spazio di incontro con noi stessi e portando l’attenzione alle nostre relazioni che dovranno essere armoniche e ricche d’amore. Un amore che saremo pronti a dare e a ricevere.

Il trascorrere degli anni a volte, come dicevo prima, anziché portarci saggezza ci potrebbe trasmettere amarezza e cinismo. Se chiediamo aiuto alla Floriterapia, Gentian è il fiore di Bach che può aiutare tutte queste persone, restituendo loro la capacità di rapportarsi con il mondo con maggiore apertura ed accoglienza. White Rose invece è adatto a chi si sente le forze venir meno, e ritiene che il vivere sia diventato un’immane fatica. Questo fiore ridona energia e rimette in moto le forze vitali.

Jose Maffina

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31/07/19
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40. SE LE DONNE LASCIANO

L’altra sera mi sono ritrovata a cena con amici, alcuni di questi erano uomini separati o divorziati. Ciascuno di loro raccontava degli aneddoti della propria storia. Pur avendo avuto mogli diverse e situazioni diverse, ciò che li accomunava era che ciascuno di loro, dopo anni, non sapeva spiegarsi perché era stato lasciato. Non c’erano stati litigi, tensioni, tutto secondo loro filava liscio e tranquillo fino a che non sono stati lasciati, chi con una raccomandata spedita dal legale, chi con un semplice discorso di fine rapporto. Li vedevo disorientati, ma fortemente convinti che loro erano “innocenti”, erano stati buoni mariti, buoni padri e improvvisamente si erano trovati abbandonati.

Nelle relazioni succede proprio così: la disattenzione maschile, l’immancabile distrazione, non permette loro di cogliere i segnali di disagio che le donne mandano.

Purtroppo molte di noi hanno ancora la convinzione che dovrebbero essere gli uomini a comprendere, della serie “se mi amasse, lo capirebbe”. Donne che non esplicitano in modo diretto le ragioni di ciò che sta compromettendo il rapporto.

La natura femminile, il più delle volte con una bassa autostima, cerca nell’altro le proprie certezze, i propri punti fermi. È una strada pericolosa perché acuisce in modo esasperato le frustrazioni interiori che, quando arrivano a saturazione, raggiungono il punto di non ritorno. In quel momento per il compagno non ci sono più chances: vederlo, averlo accanto è la memoria del fallimento. Allora le donne lasciano, perché sentono che meritano di meglio, o forse hanno trovato qualcuno che dà loro quel meglio che fino ad allora non avevano mai avuto.

Il linguaggio di noi donne è trasversale: è il sospiro che emettiamo, è il mutismo in cui ci chiudiamo, è il nuovo taglio di capelli, è la cena che bruciamo. Quello che non riusciamo a fare è dire subito ciò che ci deprime, ciò che ci manca nella relazione. Forse ci rinunciamo quando parlare dei nostri sogni non cattura l’attenzione di chi ci sta accanto. Il non ascolto uccide ogni futuro tentativo di condividere con lui il nostro profondo.

Gli uomini hanno un mondo mentale fatto di linee rette, di logiche strette, di razionalità. Dicono: “Mi sono sacrificato, ho lavorato duramente per darle una vita agiata. Cosa potevo fare di più? “. Ma quello che non capiscono è che armadi pieni, carte di credito, frigo abbondante non possono compensare il vuoto relazionale. Così passano gli anni e improvvisamente noi donne ci rendiamo conto che siamo rimaste prigioniere in una vita dove non eravamo le protagoniste, abbiamo tessuto una storia smorta, senza colori e senza gioia. È in quel momento che cresce il basta dentro di noi, così facciamo mandare la raccomandata dall’avvocato, perché non ci sono più parole da dire, quelle parole che non sono mai state dette, perché morte dentro. Allora ecco che le donne lasciano, lasciano quel compagno che svegliandosi da un torpore emozionale continuerà a chiedersi per gli anni a venire “Ma perché mi ha lasciato?”.

In pratica

Ogni relazione dovrebbe basarsi sulla chiarezza di ciò che si vuole costruire assieme. Un buon rapporto si basa sulla crescita comune; ognuno dà all’altro qualcosa, ciascuno migliora nel cammino assieme. Non è semplice ed è per questo che alla base di ciò deve esserci onestà e rispetto. Tenere sempre in mente le proprie aspirazioni, ma non trascurare quelle dell’altro. Ci si può riuscire? Sicuramente, ma presuppone di essere sempre consapevoli e non dare mai nulla per scontato.

Chiediamoci alla sera, prima di dormire: “Sto lavorando per la mia felicità? Il mio compagno/a è felice?” Rimanere nell’attenzione verso noi stessi e verso l’altro ci permette di mantenere quella vigilanza che renderà possibile chiarire sempre le situazioni che palesano disagio e disarmonia.

Scegliersi ogni giorno vuol dire che ci siamo interrogati e abbiamo ogni volta risposto sì al nostro rapporto. Obblighiamoci a chiarire subito, non chiudiamoci nel mutismo e nella ritorsione. Diciamo chiaramente cosa non va bene e permettiamo all’altro finalmente di capire.

Anche la floriterapia ci aiuta: per aumentare la nostra autostima prendiamo Strenght che equilibra il nostro terzo chakra e Autenticity che ci aiuta nella comunicazione stimolando il nostro quinto chakra. Avremo la percezione del nostro valore e la capacità di affermare la nostra verità. Due gocce al giorno direttamente sulla lingua, una essenza al mattino e una alla sera.

Per gli uomini invece sarà utile l’essenza californiana Yellow Star Tulip che aiuta a sensibilizzare e a sviluppare l’ascolto dell’altro e l’empatia.
Jose Maffina

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25/06/19
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39. I TALENTI NON CI APPARTENGONO

Dovremmo avere la consapevolezza che il nostro talento è un dono che ci è stato dato non a nostro esclusivo beneficio.

Osho diceva: “I pensieri non ti appartengono, non sono tuoi”, questa frase è abbastanza destabilizzante, poiché siamo convinti che ciò che pensiamo è nostro e i pensieri sono espressione di ciò che siamo. Allo stesso modo sostenere che “i nostri talenti non ci appartengono” può creare confusione, se non un totale rifiuto. Ma mettere in pratica la vera umiltà parte proprio da qui. Le nostre capacità sono semi che ci sono stati affidati, abbiamo il dovere di metterli in campo senza la convinzione che operiamo in prima persona, sentendoci magari migliori degli altri. Credo che sia nocivo sia l’atteggiamento di coloro che vivono le proprie capacità come una distinzione e le sfruttano, sia l’atteggiamento di chi ricco di talenti non li coltiva, non li accetta, non li condivide.

Uno dei principali compiti che abbiamo nella nostra esistenza è mettere in luce le nostre capacità, farle crescere e usarle per noi e per gli altri. Se ciascuno di noi lo facesse nel proprio microcosmo, avremmo sempre più aree armoniche intorno a noi. L’umiltà è quindi essere coscienti del nostro valore, ma consapevoli che non abbiamo alcun merito personale se non la volontà di usarlo per il nostro e per il bene comune.

Dare una misura a ciò che facciamo vuol dire dare valore al nostro talento, ma come dico spesso è nell’azione stessa la ricompensa e la gratitudine. Se un’azione positiva viene agita senza attingere nel profondo alla nostra capacità e alla condivisione, sicuramente ci aspetteremo altro, penseremo che quell’azione l’abbiamo fatta perché “noi siamo migliori” e il mondo dovrà riconoscere la nostra bravura. Che sia attraverso onori o danaro non importa, ma ciò che ci aspettiamo è sempre il feedback positivo.

Una delle persone più umili che ho avuto la fortuna di conoscere è Eddy Seferian, che ci ha lasciato da poco. Eddy era un sensitivo veggente e durante le sue meditazioni, che ha portato avanti fino alla fine (aveva 90 anni), si metteva in contatto con i Maestri Ascesi trasmettendo i loro messaggi evolutivi. Una persona così avrebbe potuto avere un ego enorme, sentendosi superiore a tutti gli altri. Invece lui no, viveva il proprio dono con una semplicità disarmante. Anche se stanco, non si sottraeva mai dicendo: “Mi metto a disposizione”.

Essere umili è questo, usare il proprio talento mettendosi a disposizione, sapendo che ciò che solo noi possiamo fare è una forza e un’energia che non possiamo sprecare non usandola, ma neppure dovremmo agire come se ci appartenesse, facendo di noi degli eletti, persone migliori, più avanti e più evolute. Forse potremo salire ai vertici di questo mondo, potremo avere consenso e successo, ma il rischio è che cominceremo a precipitare dentro e il volo potrebbe essere terribile, più è alto il punto da cui cadiamo e più il tonfo è terrificante.

Ricordiamoci che ogni dono “ è ricevuto” anche se pensiamo ci appartenga, dobbiamo riconoscere in noi solo la funzione di strumento nel metterlo in pratica. Se ci sottraiamo, avremo evitato di assumerci la responsabilità del dono, ma dovremo rendere conto di ciò. Essere umili vuol dire accogliere quanto ci è stato donato e tutte le responsabilità connesse.

Non permettiamo che un talento che ci fa unici o una condizione che ci mette ai vertici del mondo possa ribaltare la visuale in cui dovremmo vederci unicamente strumenti; tutto ciò che viene sul nostro cammino è solo qualcosa che dobbiamo utilizzare, non per crescere in questo mondo ma per evolvere lungo il nostro percorso, e non c’è mai evoluzione se quando camminiamo sulla nostra strada siamo convinti che essa si snodi sopra alle altre e noi, così in alto, per vedere il mondo dobbiamo sempre guardare giù, in basso.

In pratica

La meditazione è un mezzo efficace per scoprire i nostri talenti e poi metterli in pratica con la consapevolezza che ci sono stati dati.

Allora proviamo a metterci seduti, schiena diritta, mento leggermente verso la gola, accendiamo una candela per portare luce nella stanza, meglio se è il lumino per l’aromaterapia dove possiamo versare 10 gocce di olio essenziale di lavanda.

Portiamo l’attenzione al battito del nostro cuore e iniziamo questa visualizzazione: scendiamo mentalmente una scala sapendo che ci sta portando nella parte più profonda di noi. Nel luogo ove ci troveremo chiediamo di conoscere il nostro talento e, continuando a respirare lentamente e profondamente, aspettiamo la risposta. Essa potrà essere una parola, una visione, una sensazione.

Non scoraggiamoci, proviamo più volte, senza particolari aspettative e sospendendo il giudizio, la risposta arriverà.

Quando avremo individuato il nostro talento, mettiamolo in pratica. Ricordate: ogni seme richiede tempo per crescere, non siate esigenti, non abbiate fretta, usate il vostro dono e condividetelo.

Anche la floriterapia ci può venire in soccorso: quando siamo confusi e non sappiamo quale strada prendere, il fiore che ci aiuta è Wild Oat, ve ne ho già parlato, è un fiore potente che ci rende consapevoli di ciò che possiamo fare e ci indica la strada per metterlo in pratica.

Se il nostro problema invece è l’ incapacità di condividere con gli altri i nostri talenti pensando di essere migliori, Holly – un altro fiore di Bach – ci aiuta a espandere il nostro cuore e ci apre all’Amore Universale. Prendiamone per ciascun fiore una goccia pura una volta al giorno, direttamente sulla lingua.

Ricordiamoci le parole di Lao Tzu: “Non cercare di splendere come la giada, ma sii semplice come la pietra”.

Jose Maffina

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14/05/19
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38. I CODICI DELLA FELICITÀ

Quando la vita si abbatte su di noi e non ci lascia scampo, pensiamo che non ci saranno soluzioni. Tutto è crollato e noi siamo in balia degli eventi.

I codici proposti nel mio nuovo libro sono la chiave per poter affrontare nella maniera giusta ciò che sta accadendo, in modo da poter superare gli ostacoli mettendo a frutto ogni esperienza.

Codici

Il primo passo è acquisire la consapevolezza che ciò su cui ci dobbiamo concentrare non è l’evento che accade, ma come reagiremo a quell’evento. È possibile sempre rovesciare il nostro tavolo; per riuscirci dobbiamo cogliere i segnali – i codici – che come virtuali cartelli stradali si snodano lungo la nostra esistenza.

Potremmo dire che la vita, per ciascuno di noi, è infatti come il percorso che facciamo lungo un’autostrada: nel cammino incontriamo segnali che ci dicono di rallentare oppure che ci costringono a svoltare in una determinata direzione; alcuni ci avvertono che potremmo incontrare ostacoli imprevisti, altri che nelle vicinanze troveremo del carburante o che potremo trovare ristoro. Percorriamo la strada senza distrarci dai cartelli, perché sappiamo che perderli di vista potrebbe complicarci il percorso.

Nella vita reale ci sono altrettanti cartelli interiori, che io ho chiamato “codici”. Conoscerli ci permetterà di vivere la nostra vita con facilità, perché quando avvertiremo i segnali sapremo ricondurli ai rispettivi codici e metteremo in atto il giusto comportamento.

Ogni codice ci suggerisce come poter cambiare direzione. Ciò che serve è imparare a riconoscerli e di conseguenza a sperimentarli. Ma, come accade in autostrada, noi possiamo scegliere come comportarci, così se vediamo il segnale che ci avverte della coda in cui ci stiamo infilando possiamo proseguire e inevitabilmente rimanere bloccati, oppure possiamo prendere l’uscita che ci viene segnalata. Certo, una volta fuori non conosciamo la strada, ma abbiamo preso la decisione che ci permetterà di iniziare nuovi percorsi, avere nuove visioni.

Possiamo anche decidere di ignorare il cartello che ci segnala il prossimo distributore di benzina, così quando compare ecco che magari siamo in corsia di sorpasso e non possiamo più svoltare verso la strada che ci avrebbe evitato di rimanere in panne, fermi e senza carburante. Agiamo sempre il libero arbitrio. Nella nostra vita non ci sono cartelli precisi, ma segnali, e ognuno di questi ci deve evocare il codice corrispondente e indicarci come comportarci.

La vita è un percorso che scegliamo ogni giorno in base a ciò che incrocia il nostro cammino. Così è avvenuto per me, gli eventi che si sono snodati lungo la mia esistenza mi hanno affannato, ma anche deliziato; mi hanno abbattuto, ma mi sono risollevata; mi hanno gettato nella disperazione, ma ho ricevuto grande felicità. Ogni evento è stato utile, sia nel dolore sia nella gioia, per condurmi dove sono ora. Sono convinta che non si possa parlare di cose che non si sanno, e non si possa indicare la strada per un luogo che non si conosce: vi assicuro che io ho vissuto ogni emozione e ho visitato ogni luogo di cui parlo.

Ho capito che ciò che ci serve è nel nostro profondo, perché la felicità dipende dalle nostre risorse interiori, dal sentirci in armonia con noi stessi. Nell’interagire con il mondo dobbiamo applicare tutti i codici, partendo dalla prima regola, che è sempre “salvati la vita”. Quest’ultimo concetto è solitamente spiegato con un esempio efficace, che tutti noi conosciamo. Quando siamo in aereo ci viene sempre raccomandato che, in caso di emergenza, alla discesa delle mascherine dell’ossigeno, ciascuno deve prendere la propria mascherina e indossarla, e non darla a un altro. Mai tentare di far respirare un’altra persona prima di aver preso la propria dose di ossigeno; solo dopo si è in grado di aiutarla.

Questa regola primaria (“salvati la vita”) non deve fare di noi dei puri egoisti, anzi. L’amore vero verso noi stessi non è indulgenza, ma attenzione, non è dipendenza, ma comprensione. Solo se, per salvare noi stessi, stiamo rispondendo alla nostra spinta interiore di armonia e di pace, ciò che faremo sarà la scelta migliore, anche per coloro che ci circondano.

I codici, proposti in questo mio libro, ci dicono che la vera felicità è solo quella al nostro interno, quella che ha messo radici, che ci sostiene e che è nutrita solo dalla Luce che è dentro di noi e dalle scelte che facciamo per alimentarla. Il mondo è fatto di luoghi, ambiti particolari, che richiedono azioni dedicate, come la famiglia, l’amicizia, l’amore, il lavoro, la spiritualità. In alcuni di questi dovremo utilizzare tutti i codici, in altri devono esserne attivati solo alcuni.

Ricordiamoci, tuttavia, che quello che si deve rifuggire è la procrastinazione, quella sottile pigrizia che ci fa rimandare a domani quello che potremmo fare oggi. La comparsa dei codici nella nostra vita, l’accadimento o il segnale di un possibile evento, dovrebbe metterci immediatamente in azione.

Se mettiamo determinazione in ciò che facciamo non saremo distratti da “altro”.

È l’impegno di una vita e il mio libro I Codici della Felicità – Dovevo diventare un’ereditiera ma l’Universo mi ha mandato da un’altra parte è uno strumento che faciliterà il nostro compito.

 

Jose Maffina

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Nota: Vi aspetto a Milano, lunedì 8 aprile alle ore 19:00, per la presentazione del libro I Codici della Felicità presso Anima Edizioni in Corso Vercelli 56. Tutte le informazioni a questo link.

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2/04/19
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37. QUANDO È IL NEMICO A TENERTI VIVO

Il conflitto può fare bene? Ci sono persone che lo rifuggono e cercano in ogni modo di smussare gli spigoli e creare intorno a loro un’atmosfera armonica. Per queste persone, me compresa, il conflitto è solo fonte di stress e, alla fatidica domanda: “Preferisci avere ragione o essere felice?”, la risposta per noi è sempre essere felice. Perché la felicità, ovvero quella dimensione di pace interiore è primaria come obiettivo nella nostra vita. Ci sono invece donne e uomini che hanno bisogno di identificare un nemico. Il conflitto che ne deriva li alimenta energeticamente. Sono galvanizzati, carichi e pronti a sferrare l’attacco; tutto ciò dà loro quell’inebriante sensazione adrenalinica di essere vivi.

Se nella lotta in cui si sono impegnati escono vincitori, ecco che il loro bisogno di conflitto si autoalimenta. Come una sete insaziabile, vogliono rimanere in quello stato di eccitamento che solo il sentore della disputa può dare loro. L’energia che deriva dal vivere la sindrome del nemico è tuttavia un’energia malata, può diventare una spirale di eccitamento da cui non si esce. In altri casi, qualsiasi sia il suo risultato – vittoria o sconfitta – può dare un senso di svuotamento, se non un principio di depressione, che può solo essere fugato dalla ricerca di un nuovo scontro.

Da un punto di vista spirituale il conflitto è lo specchio della nostra separazione dall’altro, siamo decisamente nel mondo della dualità: ciò che fronteggiamo non ci appartiene, è lontano da noi, da ciò che siamo, da ciò che riteniamo di essere. Se guardiamo un albero non riusciremo mai a sviluppare un’emozione conflittuale. Anche se non ci appartiene, chiunque di noi sente che fa parte della nostra vita e deve esserci, deve crescere, e nei recessi della nostra mente sappiamo che ci è pure utile. Quando invece noi viviamo chi ci sta di fronte come “altro” da noi, ecco che si possono innescare sentimenti di conflitto: il palazzo che ci sta di fronte e ci toglie la luce, il capoufficio che non riconosce i nostri meriti, il vicino che canta a squarciagola, i ragazzi che ridono e scherzano per strada. Se cerchiamo lo scontro, il mondo è pronto a offrirci mille spunti.

Il conflitto decisamente non può fare bene. Questo non significa che si deve rinunciare a qualsiasi battaglia, ci sono battaglie che siamo “chiamati” a combattere, a cui non possiamo sottrarci, ma sono quelle che facciamo per gli altri. C’è una sottile differenza tra conflitto e battaglia. Sono due modi di vedere il mondo: o pieno di nemici o ricco di amore. Nel primo caso la nostra visione è vivere il conflitto costantemente dentro di noi, aggrappandoci a ogni avvenimento della nostra vita che ci può aiutare a tenerlo vivo. Nel secondo caso vediamo solo amore e quando percepiamo che qualcosa può metterlo in pericolo od offuscarlo ecco che siamo pronti a metterci in gioco e iniziare una battaglia che quasi mai ci vede da soli sul campo. Nel conflitto invece siamo sempre da soli: noi e il nemico.

In pratica

Non è facile cambiare la visione che abbiamo del mondo, perché è formata dalle credenze e dalle ferite che sono dentro di noi. Vivere la sindrome del nemico e rendersene conto è il primo passo. Il successivo è andare a capire quali filamenti l’hanno fatta nascere e quali credenze continuano ad alimentarla. Dovremmo partire dalla domanda: “La mia vita è in armonia?” Se la risposta non è un sì pieno, vuol dire che qualcosa deve essere trasformato dentro di noi.

Se per noi è vitale che sia sempre riconosciuta la nostra ragione, forse dovremmo analizzare quanta autostima abbiamo, e perché “mollare” ci fa sentire sminuiti. Quando siamo centrati e ben strutturati non abbiamo bisogno che gli altri riconoscano la nostra ragione, lo sappiamo e basta, e allo stesso tempo accogliamo la visione dell’altro e non perdiamo alcuna energia nel convincerlo. Siamo in grado di dire la nostra verità, magari ascoltando l’altro e, se ascoltiamo veramente, ci rendiamo conto che, forse, abbiamo qualcosa da imparare.

Nella tradizione cabalistica si ritiene che, se manteniamo dentro di noi anche la benché minima dose di odio o animosità verso un’altra persona, per qualsiasi ragione che sia più o meno valida, sia che ne siamo consapevoli o no, noi continuiamo a portare distruzione nel mondo. Per questo, per annullare ogni forma di odio o risentimento dentro di noi possiamo ricorrere al Nome di Dio che scioglierà dentro di noi ogni animosità, riportando l’armonia dentro di noi. Visualizziamo l’immagine sotto riportata, che va letta da destra a sinistra, e lasciamo che agisca; queste lettere sono validi strumenti per sanare il nostro profondo.

37-maffina-1n.29 (Rimuovere l’odio)

I 72 Nomi di Dio sono strumenti molto potenti, ora utilizzabili da chiunque, perché la loro conoscenza è stata messa a disposizione di tutti e largamente divulgata.

La Floriterapia ci aiuta come sempre con i fiori di Bach, in questo caso Beech e Rock Water. Il primo renderà più ampia la nostra tolleranza e ci toglierà il vizio di cogliere e sottolineare solo il peggio negli altri. Il secondo scioglierà la rigidità dei nostri pensieri e ci renderà più accoglienti. L’essenza himalayana Strength, invece, ci sarà utile per rafforzare la nostra autostima.

Jose Maffina

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1/03/19
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36. IL BELLO DI NON ESSERE BELLE

Tutti, uomini e donne, avremmo voluto nascere belli. Avere quella bellezza che non si attribuisce per parere personale, ma che è riconosciuta da chiunque. Sei bella: te lo dice lo specchio quando ti guardi e l’attenzione che si crea intorno a te. Sei notata, ammirata. Il tuo viso è incantevole e il tuo corpo perfetto.

Confessiamolo, la bellezza è qualcosa che ognuno di noi avrebbe voluto avere. Ma è proprio così vantaggioso possederla? Le persone veramente belle, specialmente le donne, sono vittime dei più radicati stereotipi. Si sa, la bellezza non si accompagna all’intelligenza, per cui se hai ottenuto qualcosa nella vita, specialmente nell’ambito del lavoro, puoi dire grazie solo al tuo aspetto fisico e a come lo hai usato per salire la scala gerarchica o sociale.

C’è un film molto interessante – “La rivincita delle bionde” – che tratta proprio questo argomento. Se sei bionda e bella, ci sono buone probabilità che tu abbia una testolina vuota; la strada è impervia per le belle quando vogliono dimostrare di essere anche intelligenti. Mentre, quando non si è belle, la vita è molto più facile: puoi essere intelligente, non susciti invidie, le donne non ti sono nemiche, e gli uomini accanto a te si rilassano, possono essere al naturale, non tentano a tutti i costi di farsi notare, di abbordarti, di importunarti. Cammini lungo la strada, puoi entrare nei locali e riesci a fare tutto ciò che ti sei prefissata. Sei vuoi stare in solitudine, nessuno si sogna di chiederti come stai e se può farti compagnia.

Quando non sei bella, sei spinta a mettere in luce tutte le tue qualità, diciamo che punti decisamente sull’intelligenza, leggi, studi, cerchi l’apprezzamento che fa di te quella “brava”, capace, simpatica, gentile e accogliente. La relazione con gli altri si misura sull’apprezzamento di te come persona, nessuno si ferma all’aspetto esteriore. Sei fuori da ogni pregiudizio. La bellezza ti spalanca alcune porte, ma te ne chiude molte altre; quando poi sfoderi anche l’intelligenza, si alzano muri intorno a te, perché le tue capacità saranno sempre messe in discussione.

Una donna intelligente, invece, può anche diventare bella, viene guardata come una trasformazione che stimola; se sei passata dall’essere insignificante all’essere bella vuol dire che conosci la strada che tutte hanno percorso, sei un esempio, se ce l’hai fatta tu ce la possono fare tutte. Mentre se nasci bella, non saprai mai cosa significa. Molte attrici bellissime hanno l’ambizione di interpretare personaggi di donne brutte, spinte dalla necessità di uscire, anche temporaneamente, dal ruolo che la bellezza appiccica addosso: sei solo un corpo, e quello che c’è dentro ha sicuramente meno valore.

La bellezza a un certo punto appassisce; affrontare il cambiamento del fisico per chi è stata bella è traumatico, non sei più un oggetto sessuale, per gli uomini diventi opaca, non ti vedono più. Per le altre, invece, il cambiamento è solo positivo, diventano finalmente quello che si definisce una “bella” signora, perché acquisiscono gentilezza, buone maniere, grazia e intelligenza. Sboccia così quella bellezza che hanno coltivato dentro, che è l’armonia che emanano. L’unica vera bellezza che conti veramente. Nessun rimpianto, possono così vivere con gioia tutto ciò che le circonda, e anche questo è il bello di non essere belle.

IN PRATICA

La bellezza è di tutti, siamo noi che non la vediamo. I canoni che abbiamo limitano la nostra visione. Anche sentirsi belli è uno stato della mente e, quando accettiamo il nostro corpo e riusciamo a guardarci allo specchio con piacere, noi siamo belli veramente.

A parte la cura che dobbiamo avere di noi stessi con un’alimentazione sana, con una vita equilibrata e con il giusto riposo, possiamo acquisire la percezione della nostra bellezza aiutandoci con la tecnica ASI (Azzeramento degli Schemi Interiore). Diremo per 21 giorni consecutivi, per 30 volte di seguito, questa frase a voce alta, guardandoci allo specchio, diritto nelle nostre pupille: “Io sono bella/o e mi accetto con amore”. 

Anche la Floriterapia ci può aiutare con l’essenza californiana Alpine Lily indicata proprio per le donne, infatti dona loro un rapporto più equilibrato con il proprio corpo, sviluppando l’identità femminile e la sua conseguente accettazione. Per tutti, uomini e donne, è indicato il Fiore di Bach Rock Water che scioglie ogni rigidità nei pensieri e nell’immagine di se stessi.

 

Jose Maffina

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23/01/19
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35. LA TRASFORMAZIONE INTERIORE

Quando sentiamo l’esigenza di incamminarci sul nostro sentiero evolutivo, questa azione si riverbera in tutti gli ambiti della nostra vita e mette in moto la nostra trasformazione.

Molti sono scettici e disillusi perché pensano a se stessi come a qualcosa di irrimediabilmente costruito in un certo modo e senza via di scampo, senza possibilità di cambiamento, invece la trasformazione è sempre possibile.

Ciascuno di noi ha le capacità e la possibilità di portare al positivo ciò che tale non sembra. Come esperti alchimisti tutti noi possiamo trasformare il nostro piombo in oro, ma come possiamo fare?

La prima regola è che ogni cammino di trasformazione parte dalla conoscenza di se stessi. Questo significa che principalmente dobbiamo essere coraggiosi, nulla ci deve spaventare nell’iniziare questo viaggio e ci riusciremo solo se le nostre motivazioni saranno forti.

Per cominciare il viaggio dentro di noi, dobbiamo abbandonare le spoglie del nostro essere qui, dobbiamo cominciare quel viaggio eroico di chi va alla scoperta di terre sconosciute: noi stessi. A volte l’ostacolo più grande è che non lo vogliamo fare perché pensiamo che tutto sia da buttare. Molti di noi sono spaventati in questo percorso, temono infatti di trovare qualcosa di brutto. In un cammino evolutivo credono che la regola base sia quella di fare un reset completo con l’azzeramento di ogni cosa,  e solo dopo ci si possa incamminare. Invece il percorso evolutivo può solo essere un percorso di trasformazione, perché nulla si crea e nulla si distrugge. Per farlo dobbiamo sviluppare la consapevolezza che dentro di noi c’è la possibilità di mutare il nostro panorama interiore.

Siamo tutti bruchi e in potenza dentro di noi c’è una farfalla, ma questo mutamento presuppone impegno. Purtroppo la maggior parte di noi vorrebbe che questo processo avvenisse dall’esterno come una mutazione magica. Nessuna fatica: è qualcun altro che agisce e lavora su di noi, che restiamo passivi in attesa di accogliere l’avvenuta magia. Dall’esterno, tuttavia, possono arrivare strumenti che solo se utilizzati da noi stessi saranno in grado di aiutarci, siamo noi che dobbiamo fare tutto il lavoro e mettere tutta la determinazione necessaria, solo così potremo arrivare al risultato; la trasformazione non può avvenire senza impegno e senza fatica.

Un’équipe di psichiatri del Massachusetts General Hospital ha realizzato uno studio che dimostra come la meditazione può influire sul cervello. Secondo le sue conclusioni, pubblicate su Psychiatry Research, la pratica di un programma di meditazione, durato otto settimane, può causare considerevoli cambiamenti nelle regioni cerebrali collegate alla memoria, all’autocoscienza, all’empatia e allo stress. Questa ricerca ha mostrato che la meditazione può cambiare la dimensione di aree importanti del cervello, migliorare la nostra memoria e renderci più empatici, compassionevoli e capaci di affrontare lo stress in così poco tempo. Questa pratica, considerata spirituale, in realtà ci modifica fisicamente e può migliorare lo stato di salute.

Pertanto tutto dipende da noi, da quanto siamo motivati e pronti a metterci in gioco personalmente, nessuno può farlo al nostro posto. Quindi non dobbiamo scoraggiarci, ma solo impegnarci. Possiamo farlo e siamo in grado di riuscire con successo a rendere possibile la nostra trasformazione interiore.

IN PRATICA

Anche se molti sono gli strumenti e le tecniche a disposizione per avventurarci alla scoperta di noi stessi, il metodo che io consiglio e pratico sono le visualizzazioni creative. È il modo più facile di meditazione per noi occidentali, che facciamo molta fatica a silenziare la nostra mente. Le visualizzazioni sono meditazioni guidate, in grado di impedire ai pensieri di disturbarci, perché la mente è obbligata ad ascoltare ed evocare immagini.

Questo tipo di meditazione ha due effetti: il primo è svelatore, il secondo trasformatore. Nel primo caso ci aiuta a capire a che punto siamo della nostra vita. Come sappiamo, nella nostra esistenza tendiamo ad accumulare ferite che per un meccanismo di difesa celiamo, ma solo la loro emersione e trasformazione può farci arrivare alla nostra essenza; le visualizzazioni squarciano qualsiasi velo che abbiamo messo per coprire chi siamo. Qui il nostro profondo ci parla, svela tutto di noi. Teniamo presente che il cervello non distingue il vero dal falso e ogni azione che compiamo all’interno di una visualizzazione ha gli stessi effetti sulla nostra mente e sul nostro corpo come se l’avessimo agita nella realtà.

Ho pubblicato ben quattro raccolte di meditazioni guidate, ve le consiglio tutte. Avrete la trasformazione a portata di mano e mi farà piacere se vorrete condividere con me le vostre sperimentazioni, nel caso scrivetemi a naturjose@yahoo.it

Jose Maffina

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28/11/18
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34. PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE? VERSO LA COMPASSIONE

A volte l’uso delle parole ci confonde; continuare a utilizzarle in modo sbagliato porta un termine ad assumere significati diversi, così se diciamo di qualcuno che ci fa compassione intendiamo il più delle volte che lo riteniamo un poveraccio e in fondo a noi proviamo un senso di disprezzo, oppure nel migliore dei casi gli mandiamo un distratto pensiero di sufficienza.

La compassione, o meglio ciò che ben si intende nel Buddismo con il termine compassion, è veramente altro. Il significato etimologico di questa parola, che deriva dal latino, è cum (“insieme”) patior (“soffro”), mentre ora il suo uso si avvicina di più al concetto di pietà. Invece la compassione è la partecipazione alla sofferenza dell’altro, quindi non un sentimento di pena che va dall’alto in basso, poiché è soffrire con l’altro e aiutarlo nel dolore come se fosse il nostro. È chiaro che questa azione per essere compiuta richiede il meglio di noi stessi. Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta a un’unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani. È la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.

Il sentimento della compassione è strettamente connesso con le capacità del nostro cuore. Recentemente la scienza ha scoperto che il cuore “pensa”, infatti più di quaranta milioni di neuroni sono insediati nella punta di questo organo. Ciò lo rende capace di elaborazioni e il suo campo elettromagnetico è migliaia di volte più potente di quello del cervello. Questo vuol dire che il cuore, nei suoi moti e nei suoi pensieri, è potentissimo.

La difficoltà per tutti noi di vivere la compassione è attinente anche al fatto che ci sono sofferenze che non ci toccano, perché sono così lontane da noi che non riusciamo a calarci in quel tipo di dolore. Così nella nostra società opulente, dove il problema è il sovrappeso e la lotta quotidiana con la dieta di turno, pensare che ci sono persone che soffrono la fame e ne muoiono diventa distante e asettico. La compassione che possiamo esercitare nella nostra quotidianità richiede tutto il nostro impegno. Nella nostra famiglia, quando percepiamo la sofferenza di chi ci circonda, molto spesso tale situazione ci crea fastidio, perché prima di tutto pensiamo a ciò che in questo caso ci viene tolto o chiesto: tempo o danaro. Se invece ci fermassimo un attimo per ascoltare, pronti ad accogliere e a conoscere “quella sofferenza” e farla nostra, ecco che molti problemi familiari sarebbero risolti: i figli finalmente sarebbero compresi e i mariti o le mogli supportati.

Da un punto di vista spirituale la compassione è la qualità divina del cuore. Solo un cuore puro, dove la scintilla divina si manifesta, può provare compassione che altro non è che il sentire il prossimo come parte di se stessi, accogliere il dolore dell’altro come fosse il proprio e interagire senza alcuna finalità egoistica.

Si può provare compassione verso noi stessi e cosa significa? Provare compassione nei confronti di noi stessi significa essere aperti alla nostra sofferenza, senza evitarla o senza disconnetterci, ma con il desiderio di alleviarla e di curarci con gentilezza. La compassione verso se stessi comprende anche il guardare con un atteggiamento di non giudizio le proprie inadeguatezze e i propri fallimenti in modo da comprendere che possiamo sbagliare all’interno di un mondo che è di per sé fallibile. Se sviluppiamo la capacità di provare compassione nei confronti di noi stessi, miglioriamo anche quella nei confronti degli altri. Il sentimento di compassione per noi stessi è simile al sentimento di perdono agli altri e ci rende simili sia come vittime sia come carnefici in quella che può essere una reciproca esperienza di fallimento.

Dando compassione a noi stessi ci forniamo quindi di quel presupposto sicuro che ci è necessario perché il processo di cambiamento possa svolgersi in modo positivo. Nessun cambiamento infatti è possibile se prima non ci sentiamo sicuri. Nella compassione verso se stessi è necessario distinguere ciò che è compassione da ciò che è una forma di vittimismo. Superare il vittimismo ci rende capaci di comprendere e di assumerci la responsabilità della nostra vita e dei nostri errori. Diventiamo cioè più consapevoli di come il nostro dolore ha un corrispettivo nel dolore dell’altro.

In pratica

Ma c’è un modo per esercitarci nella compassione? Per riuscire a essere pronti alla condivisione della sofferenza altrui dobbiamo fare appello alla parte migliore di noi, all’amore altruistico che è in ognuno di noi e che non siamo riusciti ancora a liberare.

Una tecnica che ci può aiutare è quella del respiro consapevole. Respirare è l’azione che meglio identifica l’accoglienza degli altri dentro di noi. Nell’aria c’è tutto il mondo e tutte le volte che inspiriamo noi lo facciamo entrare. Abituiamoci a respirare durante la giornata, concentrandoci sull’azione del respiro. Nell’inspirazione facciamo entrare il mondo e nell’espirazione condividiamo con esso ciò che è nostro. Questa azione fatta in questo modo ci rende consapevoli che siamo tutti interconnessi e che non ci sono confini tra dentro e fuori. Noi siamo parte del Tutto.

Anche la floriterapia ci può aiutare in questo compito. Possiamo equilibrare e potenziare il nostro 4° Chakra che si trova all’altezza del cuore. La sua energia ci permette la migliore e più equilibrata accoglienza del mondo. Ottimo rimedio è l’essenza himalayana Ecstasy che è specifica per questo chakra, infatti scioglie le emozioni negative del cuore, dà la consapevolezza della forza dell’amore, sia nel saperlo dare sia nel saperlo accogliere. Favorisce il senso di espansione, la profondità dei sentimenti e la generosità. Prendiamone due gocce pure direttamente sulla lingua una volta al giorno.

 

Jose Maffina

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17/10/18
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33. CHI CI COMANDA?

Il dizionario definisce la tirannia come: quanto limita la libertà di movimento e di comportamento e di espressione. Percepire questo stato è molto più facile quando sono gli altri che l’agiscono verso di noi. Un genitore tiranno ci impedisce di vivere la nostra vita come vorremmo: sceglie per noi.

Ma tutto diventa difficile quando noi stessi non ascoltiamo le nostre pulsioni interiori e condizioniamo la nostra vita, lasciando mano libera al nostro Ego che ci guida anch’esso come un genitore tirannico, e non è altro che frutto della nostra cultura e dei nostri pregiudizi. Quando ce ne accorgiamo? Quando, nonostante abbiamo ottenuto tutto ciò che volevamo, continuiamo ad avere un senso di disagio e di profonda insoddisfazione. Abbiamo un lavoro e magari un compagno, una casa e forse dei figli, eppure lo scontento non passa. Quando ci ritroviamo in questa situazione non riusciamo neppure a ottenere la simpatia degli altri, perché ci lamentiamo e apparentemente abbiamo tutto!

Per capire questo malessere dovremmo chiederci chi ci ha guidato fin lì. Forse abbiamo scelto un lavoro che non ci entusiasmava (ma c’era un buon stipendio), il nostro compagno ha riempito il nostro vuoto (avere qualcuno accanto!), abbiamo comprato casa (abbandonando il sogno di girare il mondo). Non abbiamo ascoltato le nostre aspirazioni interiori, abbiamo continuato la nostra vita scegliendo per interesse e utilità, non seguendo quella piccola voce dentro di noi che si è fatta sempre più fievole fino a rimanere completamente muta. L’Ego ha trionfato e noi siamo stati le sue vittime.

L’Ego è il frutto di tutte le nostre sovrastrutture culturali, la nostra educazione, i nostri genitori, il ceto sociale, la scuola. Tutto ciò che ha formato le nostre opinioni e ha fatto di noi persone adulte strutturate. Ci muoviamo nel mondo convinti di aver capito le sue regole e sicuri di applicarle al meglio nella nostra vita. L’Ego è ciò in cui ci identifichiamo, la nostra sicurezza, ed è per questo che lasciamo a lui ogni decisione. Il monaco Matthieu Ricard nel suo libro Il gusto di essere felici ne parla in modo molto chiaro. L’idea che per riuscire nella vita sia necessario un io potente deriva dalla confusione tra l’attaccamento all’io, e quindi alla propria immagine, e la forza d’animo che è la determinazione indispensabile alla realizzazione delle nostre aspirazioni più profonde. In pratica, minore è l’importanza che attribuiamo all’io, più facilmente riusciamo a sviluppare una forza interiore duratura. La ragione è semplice: ritenere che il nostro io sia la cosa più importante ci trasforma in un bersaglio, esposto a ogni sorta di proiettile mentale: gelosia, paura, avidità, repulsione, e quant’altro.

La tirannia da un punto di vista spirituale è la massima potenza dell’Ego sull’Anima, quando esso non permette alla nostra spiritualità di uscire e rivelarsi. In questo modo l’Ego tiene costrette le aspirazioni interiori a ombre sullo sfondo, soffoca la nostra Anima impedendole di entrare in comunione con noi, perché il nostro Ego sta lavorando contro e sabota la nostra evoluzione.

Secondo il buddismo, dissipare l’illusione dell’io significa dunque liberarsi dalla vulnerabilità. Infatti, la sensazione di sicurezza che deriva da questa illusione è estremamente fragile. La fiducia in noi stessi può derivare solo dalla connessione con la parte più profonda di noi, la nostra scintilla di Luce. La fiducia autentica scaturisce dalla presa di coscienza delle nostre qualità fondamentali, quelle che il buddismo definisce “natura Buddha”, presente in ogni essere. Questo produce una forza serena che non è più minacciata né dalle circostanze esteriori né dalle paure interiori.

Molti pensano che senza un io forte non proveremmo più emozioni, e la vita potrebbe diventare tristemente monotona, niente creatività, niente spirito d’avventura, saremmo grigi e senza personalità. Ma il nostro benessere può nascere solo se siamo coerenti con la nostra essenza, a prescindere dall’armatura che ci siamo costruiti intorno. È l’impegno di una vita, smantellare a poco a poco tutto ciò che riteniamo le nostre certezze, rimanere nudi e vulnerabili, ma è solo da là, e solo da quel momento che incontriamo la nostra forza, la nostra Anima e quando ci troviamo lì, i valori si ribaltano, la visione globale cambia e solo in quel momento raggiungiamo chi siamo veramente e il nostro viaggio può cominciare. Non dobbiamo correre, anche se abbiamo perso tempo, basta camminare e arriveremo dove l’Anima ci. chiama

IN PRATICA

In quale modo possiamo liberarci dalla nostra tirannia, da quel meccanismo che ci impedisce di seguire la nostra vera essenza? Come ogni cosa che intraprendiamo, deve essere sorretta da una forte motivazione e dal desiderio di raggiungere il nostro obiettivo. Se ci sentiamo pronti possiamo aiutarci con la tecnica dell’azzeramento degli schemi interiori (ASI) che più volte vi ho suggerito di utilizzare. Si tratta di ripetere una frase mirata a uno scopo specifico relativo a quei muri interiori che per la nostra evoluzione dobbiamo abbattere. Allora, coraggio, mettevi davanti allo specchio, guardatevi diritto negli occhi e a voce alta dite per trenta volte di seguito questa frase:

Io amo me stessa/o e mi metto in ascolto della mia voce interiore e a lei mi affido.

Questa pratica va ripetuta per 21 giorni di seguito; se un giorno ci si dimentica di farlo bisogna ricominciare di nuovo tutto dall’inizio. Un consiglio, che do sempre riguardo a questa tecnica, non barate guardandovi il naso o la fronte, dovete tenere lo sguardo fisso sulle vostre pupille e sostenere il vostro stesso sguardo.

Possiamo ricorrere anche alla Floriterapia. Come ben sapete i fiori di Bach sono rimedi per l’Anima, poiché sanano le nostre ferite interiori. Il fiore che vi consiglio è Wild Oat perché ci aiuta a schiarire le nostre idee, ci fa vedere il sentiero da percorrere e ci dà l’energia per farlo. Prendetene una goccia dell’essenza pura in un bicchiere d’acqua alla sera e sorseggiatelo.

Jose Maffina

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10/09/18
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