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resh-aleph-he

Io mi dirigo verso le potenzialità dello spirito

Dal 1° al 6 marzo

Ra’aha, in ebraico moderno, significa «vedere»; in geroglifico è letteralmente «volgersi verso ciò che non appare», e per i protetti dell’Angelo Ra’aha’el è questa l’accezione che conta di più: al pari dei veggenti, essi sanno cogliere in noi – nei volti, nelle situazioni, nelle storie – ciò che allo sguardo degli altri sfugge. Sono inoltre animati da un congenito desiderio di essere utili alla crescita personale del loro prossimo, e questo li spinge a dirigere la loro speciale percezione soprattutto verso le doti e le aspirazioni che abbiamo perduto, e addirittura dimenticato, e ad aiutarci a riconoscerle e a ritrovarle. La vita di solito li istruisce abbondantemente al riguardo, attraverso esperienze sgradevoli: proprio a causa della loro sollecitudine per gli altri, i Ra’aha’el tendono infatti a mettere se stessi in secondo piano, e a trascurare le proprie brillanti qualità per adeguarsi alle esigenze di famigliari e amici; è quasi inevitabile, perciò, che qualcuno se ne approfitti, e li strumentalizzi, li vampirizzi: e quando in seguito se ne rendono conto, devono compiere notevoli sforzi per ritrovare la propria via e la fiducia in se stessi. È allora che imparano come si fa, ed è un apprendistato migliore di qualsiasi facoltà di psicologia. Appena cominciano a riscuotersi, inoltre, si ha un radicale cambiamento nella loro esistenza: crollano legami di dipendenza che fino a poco prima sembravano averli imprigionati per sempre, spariscono problemi psicosomatici che esprimevano l’infelicità del loro io troppo sottomesso; e al posto del vecchio eccesso di generosità prende forma un severo senso di giustizia, il bisogno di smascherare colpevoli e di difendere le vittime. Ciò determina, spesso, anche un loro nuovo orientamento professionale, o un improvviso balzo da ruoli subordinati a posti di responsabilità. Da allora in avanti i Ra’aha’el diventano temibili e provvidenziali rabdomanti di oppressioni perpetrate o subite, raddrizzatori di torti e di destini deviati. Non c’è campo dell’assistenza o della medicina in cui, allora, non possano avere successo; non c’è settore di ricerca – storica, scientifica, sociologica – che non sembri fatto apposta per loro. In politica hanno tutto ciò che occorre per divenire celebri come distruttori di status quo oppressivi o di ideologie invecchiate: Ra’aha’el sono, per esempio, Michail Gorbaciov e Achille Occhetto. Se hanno vocazione per l’arte diventano riscopritori di miti antichi, come Botticelli e Tiepolo per i miti classici, o Ron Howard per i miti celtici e germanici; oppure visionari che ingigantiscono qualunque essere su cui si fermi la loro attenzione. Ra’aha’el era Michelangelo, che trasformava ogni muscolo o tendine in un avvenimento travolgente, come volendo portare all’estremo quella vocazione rahaeliana a farti accorgere di chi sei, di cos’hai, di quanto potresti splendere. Ra’aha’el era Pasolini, che fin da giovane amò difendere e far scoprire chi vive in margine, e ciò che il progresso schiaccia e dimentica, non soltanto nella campagna friulana o nelle borgate, ma nell’anima e nella mente di ogni suo lettore. Ed è degno di nota anche il fatto che il Ra’aha’el Lucio Dalla sia giunto tutt’a un tratto al successo proprio con una canzone in cui narrava del suo padre perduto, e che il titolo, 4 marzo 1943, fosse proprio la sua data di nascita, quasi un esplicito omaggio al suo Angelo, protettore di chi vuol ritrovare.

Sia il coraggio di vedere, sia anche il senso di giustizia hanno d’altra parte alcuni costi che i Ra’aha’el devono essere preparati ad affrontare. Sia l’uno che l’altro, una volta destatisi, esigono di venire utilizzati spesso, e ciò sviluppa nei loro possessori un’ipersensibilità che all’inizio può risultare faticosa: è dura scorgere negli altri tante cose belle ma perdute, e con esse anche le cause e le colpe della loro perdita. Se ne prova continuamente dolore e indignazione; e occorrono non soltanto forza d’animo, ma anche saggezza, sapienza, accortezza e pazienza soprattutto, quando si tratta di spiegare agli altri ciò che si è visto in loro. La fermezza, anche, è indispensabile ai Ra’aha’el, per proteggersi dai molti che (è pressoché inevitabile) si attaccheranno a loro come a un salvagente durante un naufragio, e non vorrebbero lasciarli più andare: sono altri vampiri, analoghi a quelli che li avevano danneggiati in gioventù, e tollerarli è esclusivamente controproduttivo.

In compenso, quell’ipersensibilità concede anche magnifici, michelangioleschi piaceri quotidiani. Cogliendo ciò che è bello e trascurato nelle persone e nelle cose si possono scoprire, in ogni angolo della realtà, meraviglie che altri guardano senza vederle: e un raggio di sole sulle tende o una foglia che dondola al vento possono schiudere ai Ra’aha’el qualcosa di simile a ciò che i maestri Zen chiamano satori – un’immensa, impersonale felicità della contemplazione. Lo stesso può valere per un gesto, uno sguardo, un tono di voce che d’un tratto rivelano, ai Ra’aha’el più che a chiunque altro, la grandezza che in tanti individui attende, come una Bella Addormentata, qualcuno che la svegli e la riveli a se stessa.

 

Testo per gentile concessione di Igor Sibaldi, estratto dal Libro degli Angeli

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