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waw-shin-resh

Io pongo un limite a chi vuole imporsi 

Dal 29 agosto al 2 settembre

Le lettere shin resh formano una serie di parole ebraiche connesse al buon esercizio del potere: sarar, «saper governare»; sharuy, «dare il permesso»; sharah, «esser presenti a se stessi»; shiryon, «corazza»; shereth, «servire»; soresh, «andare alla radice». E sono tutte qualità che anche Washariyah conferisce ai suoi protetti, perché scoprano la loro vocazione di ottimi dirigenti e consiglieri preziosi, sempre realistici e profondi, e di nemici giurati d’ogni forma di disordine, di ipocrisia, di arbitrio. Certo, devono prima affrontare quella waw che compare all’inizio del Nome angelico: individuare cioè quel che in loro stessi o nel loro ambiente ostacola l’esercizio delle loro importantissime virtù di capi. Se ci riescono e non se ne lasciano intimidire, saranno loro a porre giusti limiti agli altri, per tutta la vita. Altrimenti (e purtroppo non è raro) si sentiranno come sapienti in esilio, depositari di valori che non riescono a esprimere, perché l’epoca non è pronta; o, peggio ancora, dispereranno talmente della capacità del prossimo di ascoltare la voce della ragione, che butteranno all’aria valori e doveri e diverranno loro stessi le waw, gli avversari di quel che avrebbero dovuto portare nel mondo: esempi di indifferenza morale, di prepotenza, di sistematica menzogna.

Ma quest’ultima evenienza è rarissima: nella storia si ricorda un solo Washariyah, l’imperatore Caligola, che sia giunto così in basso, e non per nulla finì pazzo. Esempi belli del pessimismo washariano – della sensazione cioè che il mondo civile non sia pronto a lasciarsi governare da chi lo meriterebbe – furono invece Mary Shelley (nata il 30 agosto) ed Edward Rice Burroughs (1° settembre). La Shelley passò alla storia per aver scritto Frankenstein, storia, com’è noto, di una creatura mostruosa ma mite che il male del mondo rende distruttiva; Burroughs fu l’autore di Tarzan, il buon selvaggio che preferisce la foresta e il suo regno di scimmie alla moderna e mediocre Inghilterra in cui erano nati i suoi nobili genitori. Questi due personaggi mostrano bene, d’altra parte, le due principali componenti del rigore etico dei Washariyah.

Il corpo del mostro di Frankenstein era costituito da membra di cadaveri, ciascuna delle quali portava impressa nelle proprie fibre la dura memoria di ingiustizie subite o commesse; e davvero la coscienza morale dei Washariyah si forma attraverso l’osservazione delle sofferenze che i comportamenti altrui possono produrre, e alle quali sono sensibilissimi. Riflettono sul bene e il male che vedono fare, come se si trattasse sempre di una questione che li coinvolga in prima persona. E lo diviene, infatti: si impegnano con coraggio, forza, determinazione, a far valere i principî di giustizia che quelle riflessioni hanno fatto loro scoprire.

E così come Tarzan era re nella sua foresta, allo stesso modo i Washariyah – appena i loro principî cominciano a consolidarsi – hanno la precisa sensazione di non avere alcun’altra autorità a cui far riferimento, all’infuori della loro personale saggezza: e molti non riescono a nascondere la consapevolezza di appartenere a un tipo d’individui molto più evoluti della restante umanità, proprio come l’eroe di Burroughs lo era rispetto ai suoi sudditi quadrumani. È inevitabile che qualcuno trovi i Washariyah piuttosto antipatici, per tale motivo; ma non potrà, in ogni caso, non riconoscere quella superiorità ogni volta che ne ascolterà il parere, o ne valuterà l’intelligenza e la coerenza nel perseguire gli obiettivi o nel difendere gli ideali che si sono posti nella vita.

Spesso tutte queste caratteristiche dei Washariyah li spingono a diventare, invece che capi, ottimi educatori: avere a che fare con bambini e giovani li fa sentire tanto guide quanto (inutile negarlo) sovrani, e in tale veste sono perfettamente a loro agio e danno il meglio di sé. Era Washariyah Maria Montessori; è Washariyah Michael Jackson, la cui inclinazione per la prima adolescenza ha fatto tante volte discutere. Oppure è il palcoscenico ad attrarli, a farli sentire sufficientemente in alto perché, perlomeno, sia notata da tutti la loro superiorità intellettuale: era un Washariyah Vittorio Gassman, è un Washariyah Richard Gere; ma in tal caso, quale che sia il loro successo, saranno in pace con se stessi solo se lo intenderanno come un sistema d’amplificazione di qualche valore morale che essi intendono difendere: così è per Gere, con la sua battaglia per il Tibet; così non fu per Gassman, che al volgere della carriera precipitò in una tipica depressione washariana da idealista ritrovatosi senza ideali. Ma anche quando non approdano all’insegnamento o allo spettacolo, quale che sia il loro posto di lavoro i Washariyah vi si sentono come su una cattedra o sotto le luci dei riflettori: colgono ogni occasione per dare lezioni o porsi come modelli di stile, per assegnare voti di merito o per far intendere all’interlocutore che non ha altra scelta se non essere parte della pièce di cui loro sono protagonisti, o semplice pubblico che deve applaudire alla fine. Devono far così: troppo urgente e fondamentale è il compito di guida morale a cui devono assolvere per sentirsi vivi. Altrettanto esemplari e perciò istruttivi devono essere il loro aspetto, sempre inappuntabile, e la loro casa, curata fino al perfezionismo, e anche la loro vita privata: non c’è dissidio o contrattempo famigliare che i Washariyah non avvertano come una bruciante sconfitta, come un danno non soltanto a loro stessi, ma anche ai valori che sentono di dover rappresentare. Sanno comunque riemergere sempre da tali contrattempi, e nove volte su dieci con la coscienza perfettamente a posto, per tornare poi subito a fare il possibile (tanto o poco che sia) perché il mondo migliori.