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Io pongo leggi e limiti 

Dal 3 all’8 settembre

Nacquero in questi giorni Elisabetta I d’Inghilterra e Luigi XIV, il Re Sole, e persino Freddy Mercury, che giunse al successo con un gruppo musicale chiamato – guarda caso – i Queen. Agli Yehuwyah, evidentemente, si addice la regalità, più ancora che ai disincantati Angeli dei Re (Haziy’el, Phuwiy’el, Yabamiyah), di cui pure condividono molte brillanti qualità. Yehuwyah conferisce infatti ai suoi protetti una determinazione inflessibile e una mentalità assolutamente pratica ed estroversa: vuole che imparino a regnare, che coltivino il desiderio e il gusto del potere, del successo, della prosperità. Le qualità regali si manifestano perciò, in loro, in forma esuberante e felicemente egoistica. Non perdono tempo a dare consigli ad altri, o a criticare i progetti altrui: ciò che imparano, lo adoperano in prima persona; quando scorgono errori, l’unica loro preoccupazione è ricordarli bene, per non cascarci essi stessi. Della gratitudine e della stima altrui non si preoccupano più di quanto basti a mostrarsi cortesi: un po’ perché non hanno bisogno di questo tipo di conforti (hanno sempre una lucidissima coscienza della proprie capacità e potenzialità), e un po’ perché troppo acuto è il loro sguardo, nel penetrare anche i più segreti pensieri e calcoli di chiunque. Inutile, perciò, pensare di ingraziarseli con lodi o complimenti: se vedranno in voi una qualche utilità concreta per gli scopi che in quel momento si sono prefissi, vi prenderanno in considerazione; se no, vi liquideranno con un cenno d’assenso, e fileranno via con aria indaffarata. «Efficienza!» è, infatti, la loro prima parola d’ordine, e «Competitività!» è la seconda: e le due cose determinano in loro un’appassionata iperattività, tale da esaurire ben presto tutti gli obiettivi possibili nell’area in cui si sono scelti. Allora si scelgono un’altra area, e poi un’altra e un’altra ancora, gongolando sempre della novità delle sfide. Fu così, per esempio, per l’avventuroso marchese La Fayette, che dai vent’anni in poi venne a trovarsi sui più diversi fronti rivoluzionari: prima durante la Guerra d’Indipendenza americana, poi in Francia, durante la Rivoluzione e l’Impero napoleonico, e infine nei moti che seguirono alla Restaurazione – apparentemente cercando, ovunque, un re o un capo a cui obbedire volentieri, e in realtà rallegrandosi e fremendo nel constatare che come leader nessuno fosse più bravo di lui.

Ed è così anche per gli Yehuwyah più prudenti: non possono farci nulla, la loro voglia di primeggiare è diretta conseguenza della molteplicità dei loro talenti – ne hanno veramente troppi, per potersi accontentare di una qualsiasi posizione che non sia direttiva. Oltre che psicologi nati, sono magistrali organizzatori, strateghi, cercatori instancabili di novità da importare – o da copiare, eventualmente, se hanno fretta – abilissimi nelle questioni finanziarie, rapidissimi nell’apprendere, e ottimi anche nel fantasticare, e nel trarre in un lampo, dalle loro fantasticherie, spunti per progetti da concretizzare con notevole vantaggio. Va da sé che per tipi del genere non c’è diretto superiore che, alla lunga, non debba rappresentare un intralcio. Se per un po’ ne sopportano uno, è perché sta garantendo loro il dominio su un territorio sufficientemente vasto, e perché il loro fiuto politico li sta spingendo alla pazienza – hanno infatti la straordinaria capacità di valutare sempre con precisione i rapporti di forze, e di decidere di conseguenza quando andare alla carica e quando no. Applicano questa qualità anche nei rapporti con i sottoposti, ed è perciò molto difficile che qualcuno di questi abbia mai da ridire a loro riguardo: gli Yehuwyah sanno bene che qualsiasi potere si regge anche sulla popolarità di cui gode tra i sudditi, e si curano perciò di conquistarla e di trasformarla in fedeltà, affetto, devozione addirittura.

Regale è anche il loro modo di comportarsi nei riguardi degli affetti privati. Attribuiscono alla famiglia la massima importanza: se non hanno molto tempo da dedicare al coniuge e ai figli, badano che ogni ora trascorsa con loro sia irreprensibile e indimenticabile. La prosperità, dicevo, è un loro obiettivo primario, e non hanno perciò alcuna intenzione di metterla a repentaglio con dissapori o problemi irrisolti. Oltre alla famiglia, per gli Yehuwyah è fondamentale la casa: tra i loro progetti vi è sempre, fin dalla prima giovinezza, una residenza esemplare, una specie di reggia della quale compiacersi sia tra sé e sé, sia con gli amici. E in genere arrivano a realizzarla, ed è quello un periodo radioso della loro vita, in cui si dedicano teneramente alla scelta delle suppellettili e alle rifiniture di quel monumento alla loro carriera, di quella prova evidente di come nulla, nel benessere, li possa in alcun modo intimidire.

Assai meno arredato rimane invece, fino alla fine, il loro spazio interiore. Ci sono stanze dell’anima, e anche della coscienza, in cui uno Yehuwyah non entra mai, sia perché non gli risulta che contengano nulla di indispensabile per la sua riuscita professionale, sia perché quelle che utilizza di solito gli paiono molto ben armonizzate tra loro. E poi, estroversi come sono, traggono dai rapporti con gli altri tutta la realtà di cui hanno bisogno, senza doverla integrare con approfondite autoanalisi. Ma ai famigliari può sembrare, a volte, di avere, con loro, non tanto conversazioni quanto piuttosto interviste; o di star interloquendo non con un io ma con un ottimo e affascinante attore tutto preso dalla sua parte. Soltanto gli ultimi anni sono, per molti Yehuwyah, il momento della scoperta anche della dimensione interiore: come avvenne per Chateaubriand, altro iperattivo del periodo napoleonico, lui pure avventuriero in America, attivista e teorico politico in Francia, e in vecchiaia autore d’una filosofeggiante autobiografia, Memorie dall’oltretomba. Coronamento dell’intelligenza degli Yehuwyah è, naturalmente, far durare il più a lungo possibile questi anni di pacata riflessione, magari provando a inaugurarli un po’ prima della pensione: perché non capiti che il momento dell’interiorità sia troppo breve, un inizio soltanto, e che la loro storia non debba finire senza che si sia saputo chi fosse davvero il protagonista.

Igor Sibaldi dal Libro degli Angeli

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