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Il senso di dignità nasce dalla consapevolezza del nostro stato interiore, al di là dei costumi sociali e di rivendicazioni orgogliose. Ce ne parla Clara Serina, intervista sul tema “dignità e umiltà”.

– Cosa significa per lei vivere con dignità?

“Dignità” è una parola associata spesso al nostro stato mentale, psicologico ed emotivo; sentirsi dignitosi vuol dire sentirsi coerenti, bene con sé stessi, e nel rapporto con l’altro. Inoltre, la dignità è quasi una sensazione, un’emozione nel senso che si può parlare di “sensazione di dignità”. Infatti non sempre possiamo definire esattamente cosa è degno e cosa non lo è: ma possiamo essere in uno “stato di dignità”. Come definiamo il nostro stato di dignità, dipende anche dai nostri valori.

– Cioè vivere con dignità è vivere secondo determinati valori?

Facciamo il punto sui valori: se una persona vive in una certa tribù e sa che da lei ci si aspetta una coerenza su determinati valori vigenti in quella cultura, allora si riconoscerà degna o dignitosa nel suo modo di comportarsi quando è in sintonia con quelle regole sociali. Tuttavia, nella mia esperienza di lavoro con l’anima, credo di poter affermare che il senso di dignità è un senso che va anche al di là della cultura e dei valori; è proprio una conoscenza interiore di ciò che è o non è giusto.

Per questioni familiari, sociali e culturali, molto spesso soffochiamo quella parte di noi che cerca una verità e che vuole essere coerente con essa, vivere cioè in modo dignitoso. Ciò naturalmente vuol dire avere anche comportamenti civili: non prevaricare, non rubare, ecc.

– Può spiegarsi meglio? Inoltre, può dirci se c’è e qual è il legame tra dignità e umiltà?

Una persona dignitosa di solito ha rispetto per sé stessa e per gli altri.Questo rispetto vuol dire prendere in considerazione anche il mondo che sta intorno attraverso l’ascolto e la collaborazione, dove ognuno è al proprio posto, ma anche in rapporto con gli altri. Oggi c’è un’esaltazione dei diritti dell’io: si ha bisogno di consumare ad ogni costo e di ricercare il piacere per compensare le frustrazioni personali, anche grazie ai mass media e a tutti i falsi valori che vengono proposti, imposti dalla società moderna. Vivere con dignità può essere allora difficile: dire la verità, esprimersi con sincerità, diviene talvolta motivo di scherno anche fin da bambini, i quali imparano a non mostrarsi, mentre i genitori non capiscono… e si finisce per vivere le situazioni in modo deformato.

La persona dignitosa talvolta è dotata di una grande capacità di sopportazione. Eroe? Vittima? Spesso chi vuole essere dignitoso non grida anche se vorrebbe farlo, sopporta anche se dovrebbe ribellarsi. Dunque, quel sentimento, atteggiamento, comportamento di dignità può portare una persona ad accettare molte cose, sentendosi per questo orgogliosa e vivendo bene con sé stessa… pur tuttavia recriminando un poco. Si può dire che una persona che attua una tale dignità abbia anche un atteggiamento di umiltà? E, prima di tutto: cos’è l’umiltà?

Nella cultura popolare l’umiltà è caratterizzata in genere da una valenza negativa. Si dice “è un umile” come a dire che “è un poveraccio”. Nella storia, gli umili sono sempre stati tra la popolazione, tra i poveri, non fra i re, i sovrani. E’ vero che nel Vangelo c’è scritto che gli umili saranno beati e che vedranno il Regno dei Cieli…

Nel mio lavoro di analista ho potuto approfondire l’aspetto dell’umiltà intesa come atteggiamento di non possessività delle cose. Se una persona non vuole possedere niente, ma dignitosamente si mette al servizio dell’umanità e della consapevolezza raggiungerà una saggezza e una conoscenza “divina”. Si tratta di umiltà d’Animo, che rispecchia la grandiosità e la fiducia nel nostro rapporto con valori grandi, universali.

Umilmente accettiamo il compito che ci è stato dato, che sia prendersi cura dell’umanità o coltivare un terreno. L’umile accetta perché è umile all’interno di una visione di importanza del suo ruolo e allo stesso tempo di semplicità del suo essere. Infatti possiamo comprendere che non siamo niente nei confronti dell’universo, ma allo stesso tempo la nostra piccola azione quotidiana per migliorare il mondo, ha un grande valore. Solo l’umiltà ci permette di porci in una condizione di ascolto, di ricettività, che può farci comprendere come meglio agire nel mondo.

– Una persona umile allora ha più possibilità di crescita rispetto ad altri…

Molto di più. Però esiste anche un altro aspetto. L’umile, paradossalmente, può essere orgoglioso, cioè mostrare una umiltà caricata di orgoglio. Non di rado questo accade fra le persone che soffrono di complessi di inferiorità e che devono accettare loro malgrado il loro stato di povertà o di carenza. Conosco ad esempio una donna molto semplice, servizievole e disponibile ad accettare il comando, è anche molto orgogliosa e si offende facilmente sul piano personale, ostentando il suo ruolo subalterno e confondendo con ciò l’umiltà.

– E’ quasi un vantarsi del proprio stato di povertà?

Alcuni affermano con soddisfazione di essere poveri e dignitosi, e vogliono dimostrare di non avere bisogno di altro. Alla fine si tratta comunque di una rivendicazione orgogliosa. Non v’è nulla di dignitoso nella povertà o nel voler rimanere in una situazione difficile se con ciò si vuole nascondere una mancanza di sforzo verso un miglioramento.

Oggi si possono incontrare persone semplici e disponibili, tuttavia è molto diffusa la mancanza di umiltà legata alla non accettazione dell’ignoranza. Ma se non si accetta di non sapere, come si può realizzare il desiderio di conoscenza?

– Quali sono le cause della mancanza di umiltà? Ci sono conseguenze a livello personale e sociale?

C’è un aspetto culturale, per il quale l’umiltà viene associata all’inferiorità. Una persona umile è considerata in qualche modo un perdente, mentre la figura del prepotente, di colui che si impone e detta regole e dice “io so”, viene esaltata. Anche la paura di essere sopraffatti dall’altro è un difetto che porta a non essere umili, laddove l’umiltà è lo sviluppo di una capacità di riconoscere veramente dove si è e chi si è. Cioè, se io non so, che paura ho di ammetterlo? C’è la paura di passare per “stupidi” o per ignoranti, o di essere presi in giro. Perché il mondo di oggi è aggressivo, a partire dalla scuola dove i bambini scherniscono chi non sa rispondere.

Lavoro molto con le scuole e trovo importante insegnare ai ragazzi come dire “non lo so” senza che questo porti a pensare di sé o di altri di essere inadeguati. Un ragazzo può essere intelligente ma allo stesso tempo non sapere. L’essere considerati “stupidi” perché non si sa, porta i bambini, ma anche gli adulti, a negare per il terrore di ritenersi poco intelligenti.

Tutto questo nasconde un equivoco molto grande e porta a non valorizzare l’apprendimento. Nessuno è desideroso di imparare ma tutti vogliono già sapere, che è ben diverso. Quando si prova entusiasmo di fronte a qualcosa, pensiamo che vorremmo saperne di più. Magari dobbiamo imparare, approfondire, eppure oggi fa talmente paura la parola “imparare” che si preferisce affermare “vorrei sapere”, per non sentirsi a disagio. In questo, si fatica a contemplare il riconoscimento di una guida, di un maestro, perché tutti “devono sapere”, anche a costo di negare gli altri… che frustrazione!

Oggi viviamo una cultura di valorizzazione dell’io. L’autostima è importante perché ognuno possa incidere nel mondo, possa operare per un miglioramento. Il vero problema è che spesso l’Io si sente valorizzato solo come manichino vestito di firme, più preoccupato di ricevere applausi che non di essere operativo nel quotidiano.

In questo senso la vera dignità è la consapevolezza del proprio potenziale creativo, realizzare che ciascuno di noi è un valore e può fare qualcosaper migliorare la propria vita e il mondo in cui vive.

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