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Un medico italiano ci spiega come e perché il cervello può far ammalare o guarire.

 

Enzo Soresi è medico specialista in Anatomia patologica, Pneumologia e Oncologia clinica, nonché studioso di neuroscienze. Durante i suoi numerosi anni di pratica medica, si è imbattuto in casi clinici di ogni tipo: in persone che non ce l’hanno fatta e in quelle che, a dispetto di ogni previsione, sono guarite. La conclusione di Soresi è una sola: l’epicentro di tutte le malattie si trova nel cervello. Qui risiederebbe l’interruttore capace di accendere o spegnere tutte le patologie, di origine sia psichica sia fisica.

Tra i vari casi, Soresi racconta di una signora di Milano che si era ammalata di tubercolosi per i dispiaceri vissuti a causa del marito, un integerrimo commercialista che la sera usciva per andare a bucare le gomme delle auto. Definisce questo come un esempio di “danno biologico primario“.

C’è stato poi un agricoltore con melanoma metastatico che, dopo aver incontrato Madre Teresa di Calcutta, e ricevuto in dono un’immaginetta sacra, è guarito. Qui Soresi parla di “shock carismatico“.

Il melanoma è un tumore che viene identificato dagli anticorpi dell’organismo; non si riesce a controllarlo perché l’antigene tumorale è talmente aggressivo da paralizzare il sistema immunitario. Nel caso del contadino – spiega il medico – ha funzionato una combinazione di fattori: aspettativa fideistica, strutture cerebrali arcaiche, Madre Teresa, consegna del santino. Come risultato, il suo organismo ha sprigionato fiumi di interferoni e interleuchine che hanno attivato gli anticorpi e fatto fuori il cancro.

La nostra salute, dunque, dipenderebbe da una complessa rete formata da sistema endocrino, sistema immunitario e sistema nervoso centrale. Lo spiega bene la Pnei, la psiconeuroendocrinoimmunologia, che Soresi definisce come “una nuova, grande scienza, trascurata dalla medicina perché nessuno è in grado di quantificare quanti neurotrasmettitori vengano liberati da un’emozione”.

Secondo Soresi, per aumentare la longevità bisogna fare almeno due cose: camminare 40 minuti, tre volte la settimana (altrimenti si blocca il ricambio delle cellule e non si libera un fattore di accrescimento, il Bdnf, che nutre il cervello), e poi studiare.

Se oggi sottoponiamo la testa di una persona a una scintigrafia, e poi questa si mette a studiare il cinese, fra tre anni in un’altra scintigrafia si vedranno le nuove mappe cerebrali che si sono create per immagazzinare tale lingua. I tassisti di Londra hanno un ippocampo più grande perché mettono in memoria la carta topografica di una città che si estende per 6 miglia.

Alla nascita, il cervello di un neonato non è ancora programmato, bensì è in fase evolutiva. L’interazione con l’ambiente lo strutturerà. Se facciamo l’ipotesi che un neonato abbia la cataratta, e non viene operato entro tre mesi, i neuroni specifici della vista non si attiveranno e quel bimbo non vedrà bene per il resto della vita. Oppure, se la madre è ansiosa e stressata, il padre ubriacone e manesco, si capisce bene che i segnali ricevuti dal neonato saranno ben diversi da quelli che sono auspicabili. E questo vale fino al terzo anno di vita, quando nasce il linguaggio e quindi si attiva la coscienza del sé, e la persona assume una sua identità. Di questi primi tre anni di inconsapevolezza non si sa nulla; è una memoria implicita, un mondo sommerso al quale nessuno ha accesso, neanche l’interessato, neppure con la psicoanalisi. Sono i primi tre anni che, in definitiva, ci fanno muovere.

Sempre a proposito del ruolo del cervello, si pensi alle citochine: sono 4 interferoni che aiutano le cellule a resistere agli attacchi di virus, batteri, tumori e parassiti, e 39 interleuchine, ognuna con una funzione specifica. Se siamo allegri e creativi, liberiamo citochine che ci fanno bene. Se siamo arrabbiati e abulici, ci bombardiamo di citochine flogogene, che producono processi infiammatori. Ecco perché il futuro della medicina è tutto nel cervello.

E tantissimi sono gli esempi su come il cervello da solo possa curare una patologia. Tra i vari, Soresi racconta di un paziente affetto da asma, ossessivo nel riferire i sintomi, e in continuo peggioramento. Tornò dopo tre mesi dicendo di essere guarito, spiegando che aveva il malocchio e una fattucchiera del suo paese glielo aveva levato infilando degli spilloni nel materasso. Uno psichiatra accertò poi che l’uomo era in delirio psicotico. Ma la conclusione fu che da delirante stava bene, da presunto normale gli tornava l’asma. In pratica, una specie di effetto placebo. Come quello dei finti farmaci.

L’effetto placebo arriva a rispondere fino al 60% nel far scomparire un sintomo. Ma i medici non possono sfruttarlo, altrimenti sarebbero accusati di perpetrare un inganno.

Esiste anche l’effetto nocebo. Cioè il riuscire a condizionare la propria salute in negativo. Come nel caso di una donna di altissimo livello culturale, fumatrice accanita. Il marito – racconta ancora Enzo Soresi – era un imprenditore fratello di un noto politico, e la tradiva sfrontatamente con una giovane amante. Informata di avere un tumore polmonare, la donna rispose: “Non m’interessa. L’importante è dirlo a mio marito”. Una volta informato, il marito scoppiò a piangere e lei sfoderò un sorriso trionfale. È evidente che due anni di stress violento avevano provocato nella donna un abbassamento delle difese immunitarie. Almeno morì contenta, sei mesi dopo.

C’è poi il caso di un’amica dello stesso Soresi, che si rivolse a lui a causa di bronchiettasie bilaterali. Seguirono antibiotici su antibiotici. Qual era il movente? Non andava più d’accordo col marito. Dopo due anni si risentirono e lei gli disse: “Mi sono separata, vado in chiesa tutte le mattine, sto bene”. L’assetto psichico stabilizzato le aveva consentito di ritrovare la salute.

O, ancora, il caso di una colf di 55 anni, di origine salernitana, tradizionalista. Mai un giorno di malattia. La figlia decise di andare Inghilterra a fare la cameriera. Seguì uno stress di 10 giorni e poi il ginocchio che si gonfiò in modo smisurato. La lastra evidenziò un’artrosi della tibia: non s’era mai attivata, ma al momento del disagio mentale era esplosa. Ci volle un intervento chirurgico.

Cosa sono allora i miracoli? Eventi soprannaturali o costruzioni del cervello?

“Io sono per un pensiero laico” spiega Soresi. “Credo nella forza della parola. Se noi due ci parliamo, piano piano modifichiamo il nostro assetto biologico, perché la parola è un farmaco, la relazione è un farmaco. Di sicuro credere fa bene”.

Il medico-scrittore racconta anche di un altro caso, quello di un gioielliere milanese che gli portò la madre, colpita da metastasi epatiche. Poté solo prescriverle la morfina per attenuare il dolore. La compagna brasiliana di quest’uomo aveva una sorella monaca in una congregazione religiosa, che nella foresta amazzonica prega a distanza per le guarigioni. Le suore si organizzarono quindi per pregare per la donna, durante un tal giorno a una tal ora. Da quel preciso istante, la paziente oncologica, che prima urlava per il dolore, non soffrì più.

Ma sappiamo tutto del cervello? Assolutamente no! Sul piano anatomico e biologico sappiamo intorno al 70%. E sulla coscienza? “Qui si apre il mondo… Basti pensare che ogni anno vengono pubblicati 25.000 lavori scientifici di neurobiologia…”

Estratto dall’articolo di Stefano Lorenzetto per il giornale.it

 

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