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A contatto con l’intimità

L’intimità è una dimensione in cui è possibile condividersi con l’altro, ma occorre prima essere capaci di entrare in contatto con se stessi, sia attraverso il corpo, sia attraverso lo spazio interiore, come spiega Roberto Maria Sassone in questa intervista sull’intimità. A cura di Camilla Ripani

 

– Come definirebbe l’intimità?

Innanzitutto l’intimità è qualcosa che non può essere definita ma deve essere vissuta, cioè non si può essere intimi con una persona se non si è intimi con se stessi. Essere intimi con se stessi non è un atteggiamento, ma riguarda la capacità di contattare le emozioni più profonde e non averne paura, è riuscire in qualche modo a “sciogliersi” in quelle che definirei come le più dolci e tenere. E soprattutto per l’uomo, essere intimi significa non temere la propria parte più femminile. Tale capacità di contatto con le emozioni più tenere e dolci consente di riconoscere queste stesse emozioni nella persona amata, quando si siano superati quella paura, quel pudore, quegli ostacoli che impediscono di manifestare il proprio mondo emotivo. La capacità di leggere tali emozioni dentro di sé permette di leggerle poi nell’altro, e quindi di poterle condividere insieme, perché non si ha paura di farlo.

– Eppure è difficile entrare in contatto con tutte queste emozioni…

Va detto che esiste ancora un grosso equivoco soprattutto con gli uomini, i quali temono che i sentimenti teneri siano considerati espressione di debolezza. Invece, la vera forza dell’uomo inteso come maschio è la capacità di poter avere un’armonia tra la propria parte aggressiva, attiva, propositiva e la morbidezza della propria tenerezza. La definirei una tenerezza virile… allora nella donna si riconosce una parte che anche gli uomini hanno dentro, il femminile risulta uno specchio. È questa la bellezza dell’intimità con il femminile: la possibilità di contattare quella parte che gli uomini hanno dentro ma che in qualche modo si negano. Diversamente, è difficile realizzare una vera e propria intimità.

In realtà il discorso è più complesso e si estende ai caratteri. La nostra struttura caratteriale è una difesa, ciò vuol dire che il carattere che abbiamo formato nella vita è il modo che ognuno di noi ha creato per potersi proteggere, nella maniera più funzionale possibile, dalle varie avversità. Quindi, se da una parte il carattere permette di definire la modalità di ognuno, nello stesso tempo è una prigione perché in quanto difesa impedisce l’emergere di emozioni più spontanee.

Se ad esempio la struttura caratteriale non è sufficientemente libera da lasciar esprimere le emozioni vitali, quando un uomo incontra una donna, si creano delle barriere dovute alle strutture caratteriali di entrambi; prima di entrare nell’intimità, ci sarebbe da superare queste barriere. Ecco perché fondamentalmente gli amori finiscono… dove dovrebbero cominciare: quando si supera l’aspetto caratteriale, se non c’è nient’altro, l’amore decade. Anzi, è più corretto dire che in realtà non è mai esistito ed è stato una grande proiezione. Se invece nell’incontrare l’intimità dell’altra persona si trova una corrispondenza – diciamo una vibrazione d’anima – allora proprio lì inizia l’amore. L’amore inizia quando cessa l’innamoramento, qualora vi sia realmente un contatto profondo.

– Che cosa consiglia a chi desidera sviluppare una maggiore capacità di entrare nell’intimità, con se stesso e di conseguenza con il partner?

L’inizio è sempre il corpo. Il contatto con il corpo vuol dire, ad esempio, considerare la nostra pelle. La pelle è il confine che abbiamo con il mondo nonché lo strumento di contatto fondamentale con ogni forma di vita; anche l’aria rappresenta un contatto con qualcosa di esterno… Naturalmente, quanto meno si percepisce il contatto con la propria pelle e tanto meno si percepisce il contatto con l’altro. Se io non ho il contatto con la mia mano, non posso sentire il contatto con il braccio o la guancia di un’altra persona e non posso rapportarmi con lei… Un lavoro importante in questo ambito si fa anche con il respiro. Esistono dei gruppi che permettono un lavoro di coppia: si tratta di situazioni molto delicate e pulite in cui si parte da piccoli contatti, che aiutano a riacquistare la dimensione e la bellezza dell’intimità.

Un’altra tecnica davvero complementare è la meditazione. Mentre il lavoro sul contatto attraverso il corpo, con la pelle e il respiro mette in relazione anche con la parte più esterna e fisica, la meditazione permette di lavorare all’interno e quindi apre il contatto con quello spazio luminoso interiore che fa percepire il collegamento profondo con gli esseri viventi, e perciò anche con la persona che ci sta accanto.

È come se ci fossero due squadre di operai impegnate a realizzare un traforo: una lavora esternamente da una parte – sul corpo, sulla pelle, sul respiro – e l’altra opera all’interno – con una tecnica di meditazione – e così pian piano si avvicinano per realizzare un contatto che sia interno ed esterno contemporaneamente… laddove, però, interno ed esterno sono solo categorie perché, in realtà, non c’è un interno e non c’è un esterno….

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