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Danza e fertilità

Nella danza c’è gioia di vivere. La donna “genera”. Associando queste due cognizioni, presero forma le danze arcaiche femminili come espressione della potenza creatrice. 

Racconta nel suo libro Irina Naceo che ai tempi del culto della “Grande Madre”, in epoca neolitica, vi era un’identificazione tra donna, natura e divinità e l’intimo femminile era un tempio che trascendeva l’identità umana: con la loro veste divina le antiche danze si contrapponevano all’egoismo, alla misoginia e alla violenza. Eros contrapposto a Thanatos. Spesso immagino come possono essere nate le prime elementari coreografie della “danza del ventre”. Femmine primitive ma altamente raffinate nella capacità di sentire dentro sé stesse la canzone della vita a tal punto da saperla riprodurre danzando.

Prima passi semplici al ritmo di poche percussioni, poi movenze sempre più differenziate la cui centralità era il ventre per simbolizzare l’archetipo della Madre profonda. In evidenza vi era l’Ombelico, da sempre considerato un “origine” da cui si espande il “tutto” e che racchiude in sé ogni cosa… primo fra tutto il Mistero e la Sacralità della Vita.

A questo punto il bacino cominciò a ruotare con movimento a Spirale (o otto coricato) per rappresentare la continuità della vita, l’eterno ritorno, del tempo rivissuto all’infinito… In analogia col serpente..che arrotolandosi su se stesso dà vita a un circolo continuo e senza fine… L’uroboros alchemico. Anche il seno entrò a far parte di questa danza della fertilità: simbolo di accoglienza e nutrimento venne messo in risalto dagli ondeggiamenti delle spalle, dagli scuotimenti e inarcamenti della schiena.

E poi i capelli, che nell’antichità racchiudevano poteri di protezione e reincarnazione della divinità. Nella danza diventano portatori energia sensuale e vita. Anche gli accessori usati in questa danza richiamano la simbologia della procreazione. Ad esempio i cimbali, (il cui nome deriva dalla grande dea Cibele, la Madre Montagna) seguono un ritmo a tre (destra-sinistra-destra) che allude alla realtà ciclica della vita (vita-morte-rinascita).

Ma cosa succede a livello fisiologico quando danziamo? Perché possiamo affermare che la danza, in particolare quella del ventre, favorisce la capacità di generare? Nel libro di Nurya “La più antica delle danze e il suo potere curativo” vi sono specifici riferimenti al risveglio energetico di tutte le parti del corpo e soprattutto degli organi riproduttivi. Si fa riferimento agli studi di Reuma Cohen sulla possibilità, di “controllare” coscientemente, attraverso specifici esercizi, il rilascio degli ovuli per la loro fecondazione. E’ il ventre stesso che, praticando questa danza, diventa più elastico e ricettivo, l’utero e gli altri organi riproduttivi acquistano trofismo.

Una pratica, la danza del ventre, che le danzatrici antenate, ci hanno lasciato in eredità e che ogni volta produce gli stessi benefici effetti. Un monito a perpetrare la vita conservato nella simbologia dei passi di danza. Un imperativo a risvegliare l’archetipo immortale della Grande Madre, venerata in epoche remote con nomi diversi (Iside in Egitto, Ishtar in Mesopotamia, Demetra in Grecia) e considerata il principio inesauribile della generazione , della fecondità, dell’infinito fluire dell’energia vitale della natura.

Oggi può forse stupirci questa mole di risorse dedicata a procreare. Perché è un epoca, la nostra, dove la Terra è sovrappopolata, la contraccezione a volte è un obbligo e l’infertilità viene compensata dai beni materiali. Ma quandol’umanità si fa troppo sterile e dimentica il compito naturale di continuare la vita, ecco che la natura lancia il suo richiamo.

Il ritorno delle danze antiche, come la danza del ventre, ha questa valenza: aprire un varco verso il divino che c’è in ogni essere umano, ritrovare la sacralità contenuta nel grembo materno. La capacità generativa femminile è, come sostiene Clarissa Pinkola Estes nel suo libro “Donne che corrono coi lupi”, un “fiume che scorre sotto il fiume” (Rio Abajo Rio): se le acque del fiume sono rese tossiche dai nostri complessi negativi, dalla cosiddetta società tecnologica e dal progresso, la nostra corrente creativa si inquina e lascia il posto alla sterilità fisica, psicologica e spirituale. Quando il fiume è infetto la fertilità è fragile; scompare il nutrimento per la vita e per le idee.

Per questo ciclicamente sentiamo il bisogno di ricongiungerci con la “tradizione”. Le danze antiche, che non erano strutturate secondo canoni estetici ma improvvisate per dare libero sfogo all’espressività e all’emozione, diventano un mezzo per recuperare il potere ancestrale femminile di creare la vita, guarire dai mali e di allontanare la morte. Mentre danziamo tendiamo a perdere i confini dell’IO e del presente. Possiamo scendere nel profondo di noi dove risiede la memoria dell’umanità, l’inconscio collettivo, e riportare in superficie il dono della vita..

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