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Schiavitù e Paura

Spesso nella storia della società si è assistito a periodi in cui è la paura a farla da padrona. Siamo in uno di quei periodi in cui ogni occasione è buona per teorizzare inquietudine e angoscia. L’ansia di ciò che è sconosciuto, il timore del “diverso” sono infatti oggi all’ordine del giorno. Ma il rischio che ne consegue non è soltanto una grave chiusura sociale, quanto il recupero di idee pericolose, sintomatiche di derive identitarie, sull’onda di quel “sogno di libertà”, che spesso si tramuta in un incubo.

Come da un incubo ci stiamo risvegliando. Non sappiamo perché, ma in strada sembra regnare l’ostilità. C’è ancora quel momento di smarrimento tra sogno e realtà, quel brusco ritorno al quotidiano. Però le immagini che riceviamo sono chiare. Presentano un generalizzato stato di insicurezza e rimandano a un mondo onirico dionisiaco terribile, a rituali in cui tutto è permesso. Ma al risveglio non si è esorcizzato il rito, non lo si è superato. Lo si ha ancora negli occhi, anche se ciò che resta è solo la paura. E’ l’inversione del ruolo del rito, utilizzato come un’arma, come una pistola alla tempia della società, da riempire di infondati timori per preservare gli interessi di pochi.

L’immagine di alcuni riti tradizionali, infatti, può riferirsi sì a un incubo, a un rito atroce, a un coacervo di violenza. Ma il suo scopo è quello di allontanare tali istinti dalla società, per esprimerli e non reprimerli. E, soprattutto, tale violenza è estatica, folle, non è lucida né, tantomeno, razionale. Ciò a cui assistiamo oggi, invece, è la razionalizzazione del male – dettata dal clima politico e mediatico – per creare un timore concreto, utilizzando però la pura astrazione. I crimini quotidiani diventano quindi eccezionali, rari e la loro gravità cresce all’aumentare della loro presunta unicità. Come è sovente successo nella storia, allora, anche da qualche giorno assistiamo al solito “revival della paura”. Viviamo cioè in un inquietante scenario in cui si registra un inspiegabileaumento della percezione d’insicurezza e dell’intensificazione del rischio. Zone infrequentabili, delinquenza, rioni proibiti, stupri, violenze e efferatezze. Ormai anche i centri storici sono pericolosi. Che succede, allora? Perché le nostre percezioni e impressioni fluttuano così rapidamente? Cosa induce questi astratti sentimenti in noi, quando – in realtà – è cambiato poco o nulla?

Ovviamente sarebbe troppo semplice accusare l’informazione: non è che un effetto del fenomeno principale. Dichiararla colpevole significherebbe soltanto deviare l’attenzione dal problema principale. Dovremmo piuttosto interrogarci su come tali sentimenti astratti e non comprovati (percezione d’insicurezza, ansia, paura), troppo spesso assumano il carattere della verità inconfutabile, senza che se ne scorgano le cause. Nemmeno in lontananza. Troppo spesso la storia si è prodotta su sogni – appunto –, su idee accettate, su quello che Hegel chiama il “noto”. E cioè in quanto noto, assolutamente non conosciuto, non appurato, non approfondito. Ancora oggi molto è noto e poco è conosciuto: “Tutto è permesso, ma niente è possibile”, per riprendere un autore contemporaneo francese. Quei fomentatori politici e mediatici del fenomeno rispondono ad alcune chiare esigenze. Identificare il nemico ed eliminarlo. O, nel migliore dei casi, renderlo schiavo.

Proprio per questo sarebbe assai pericoloso dimenticare la schiavitù dei “temuti”, di coloro dei quali abbiamo paura. La loro schiavitù è la chiave del problema, originato e mantenuto in vita da chi si professa come evangelizzatore, come proliferatore di libertà: il liberale. Che è però schiavista, come dimostra la storia. Le sue libertà sono per pochi. Dall’Olanda, all’Inghilterra, fino agli Stati Uniti la storia del liberalismo è colma diparadossi tra la libertà e la prigionia, di contraddizione tra la difesa delle libertà, attaccate dai governanti, e l’inflessibile rigidità delle libertà negate a chi è schiavo o lavoratore. La stessa Costituzione americana, fondata esplicitamente sul concetto di libertà, già nel suo primo articolo contiene un passaggio che differenzia le “persone libere” (free persons) dal “resto della popolazione” (other persons). Chi siano le other persons è lasciato al lettore. Ciò che si vuole sottolineare in questa sede è altro.

L’ìstanza conservatrice della sicurezza, la percezione di pericolo della cittadinanza sono infatti sempre atti ideologici da temere, attentati alla libertà. Ma, attenzione, minano la stessa libertà di punire. Sono, in primis, attentati alla giustizia che, fatta nelle piazze, nei caffè e sui giornali, resta fuori dai tribunali. Non stupisce quindi ascoltare le bizzarre parole di un ex ministro (lo stesso che in un carcere aveva predisposto un tetto massimo di libri per detenuti a settimana) mentre afferma che “le carceri sono troppo vuote”, quando la maggioranza delle prigioni resta gravemente sovraffollata, oltre che disorganizzata.

Ecco, queste tipiche mistificazioni della realtà, queste neanche troppo velate menzogne, restano in noi, nei nostri sogni, nel nostro inconscio e – subdole -s’intrufolano come certezze, discriminazioni e pregiudizi. Cioè i tratti fondanti delle società in crisi, delle civiltà in regressione. In risposta a crisi economiche e sociali, queste risposte non sono che sintomi di pericolose derive identitarie, che il sistema avalla. Ma in realtà si tratta soltanto di chiudersi, perché incapaci di aprirsi. (gv).

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