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Tornare al corpo per sentire la vita

Nella cultura occidentale è stata data troppa attenzione ai meccanismi mentali. La mente si comporta come il Signore dell’esistente, il Signore delle nostre vite. Bisogna tornare al corpo per sentire la vita, per sentire che ogni respiro è fondamentale e che il pensiero è conseguenza del respiro e non viceversa… Articolo di Luciano Marchino, estratto dal suo libro Passione – L’arte del sentire (Anima Edizioni)

 

O radiosa, questa esperienza può albeggiare tra due respiri. dopo che il respiro è entrato e subito prima che riesca, il beneficio

La respirazione è la base di tutti i processi vitali dell’organismo. È quindi un sentiero privilegiato per accedervi e comprenderli. Tutti gli apparati di ricerca spirituale attribuiscono alla respirazione un significato particolare. La stessa parola spiritualità è strettamente correlata alla parola respiro. Hanno la medesima radice, la radice della vita. Nella religione Giudeo-Cristiana, nel vecchio testamento, Dio crea l’uomo dalla Madre terra insufflandovi il suo seme. In oriente l’OHM, il suono per eccellenza, richiama il sussurro di una serena espirazione.

Noi respiriamo. Noi tutti respiriamo. Ma attribuiamo alla respirazione ben poco significato. Ce ne preoccupiamo solo quando ci sentiamo ammalati e ricorriamo alla medicina per guarire: per restituire il respiro all’inconscio, al Dio ignoto che ci governa da dentro. Noi siamo quel Dio, ma abbiamo perso, non irrimediabilmente, il contatto con la nostra essenza divina, con il nostro Sé più autentico.

Com’è potuta avvenire questa tragedia, questa separazione del Figlio dal Padre e dalla Madre che sono le sorgenti della sua vita? Come abbiamo potuto costruire un Ego separato dalla sua natura profonda e per questo malato, sofferente, talvolta disperato?

La risposta è dentro di noi. Dentro ciascuno di noi c’è la specifica spiegazione del suo processo di differenziazione, cioè di separazione tra il Sé autentico primordiale e l’Ego nevrotico adattivo. Ciascuno di noi può accedere alla sua risposta seguendo il proprio sentiero interiore e accettandone lo splendore quando c’è splendore e il terrore quando c’è il terrore.

Shiva lo ricorda a Devi per ricordarlo agli esseri umani che ne hanno perso la consapevolezza. Il testo proviene da un antico insegnamento tramandato e ricopiato innumerevoli volte, alla cui origine troviamo il Vigyan Bhairava e il Sochanda Tantra datati a oltre quattromila anni fa e il Malini Vjava Tantra, probabilmente ancora più vecchio di un altro migliaio di anni.

È quindi sorprendente la lucidità e l’essenzialità con cui chi scrisse definisce il significato metabolico della respirazione, riscoperto solo quattromila anni più tardi dalla medicina occidentale: il benefico. Beneficio, faccio bene, così immensamente al di là del benedico, dico bene.

Ciascuno può fare il proprio bene, e ciascuno lo fa in una certa misura. È qui che la conoscenza ci può consentire, attraverso la consapevolezza, quel salto di qualità che ci riavvicina al Sé originario, che ristabilisce un ponte con (con-noscere) la profondità del nostro essere e con il senso della vita o perlomeno della nostra vita.

Mentre il respiro si capovolge da giù a su, e di nuovo mentre il respiro volta da su a giù. Attraverso entrambe queste svolte, sii consapevole

La chiave è la consapevolezza. Il respiro si capovolge da su a giù e da giù a su in continuazione. Ciascuno di noi vive poiché respira. Ma la chiave della consapevolezza può salvare la nostra vita dalla ripetitività meccanica e dalla conseguente perdita di senso. Il respiro si capovolge e così la consapevolezza. Quando il respiro va giù io prendo dal mondo, quando torna su io restituisco al mondo. Lo facciamo continuamente, ma lo facciamo inconsapevolmente. Siamo troppo presi dalla meccanica della vita e dalla meccanica degli interscambi stereotipati in cui ci scambiamo di tutto fuorché la consapevolezza di esistere profondamente.

Nella cultura occidentale è stata data troppa attenzione ai meccanismi mentali. La mente si comporta come il Signore dell’esistente, il Signore delle nostre vite. Bisogna tornare al corpo per sentire la vita, per sentire che ogni respiro è fondamentale e che il pensiero è conseguenza del respiro e non viceversa.

L’errore di Cartesio è palese: cogito, ergo sum. Penso, dunque esisto. La speculazione filosofica non può sostituirsi alla vita. Non può cambiare le leggi fondamentali dell’essere.

La vita reclama la nostra attenzione e la nostra vita reclama, prima di tutto, la nostra attenzione. Dobbiamo tornare alla consapevolezza. Ma che cos’è la consapevolezza?

Secondo il Visuddhimagga esistono quattro tipi di consapevolezza, ciascuno dei quali ha come obbiettivo centrale lo sviluppo dell’attenzione pura al flusso di coscienza. I quattro tipi di consapevolezza sono in realtà i quattro principali oggetti della consapevolezza. Essi sono: la consapevolezza del corpo, quella dei sentimenti, quella della mente e quella degli oggetti della mente (i pensieri, i concetti) e delle idee.

La consapevolezza è quindi l’attitudine del soggetto esplorante a conoscersi attraverso l’esperienza del Sé, arbitrariamente suddiviso, per comodità operativa, nelle sue componenti fondamentali. Per aprire la propria visione interiore, il meditante porta l’attenzione al Sé e si conosce attraverso il corpo.

Questa è l’unica via. Non esistono alternative. La consapevolezza corporea accende il sentire e le sensazioni si organizzano in sentimenti. È questo il duplice livello delle sentizioni. Quando le sentizioni si organizzano, nasce l’impulso interiore a penetrare il mondo: è questo il livello delle emozioni, la cui forza riaccende la mente e organizza l’agire.

Perché l’agire sia consapevole è necessario che lo siano i suoi elementi fondanti.

La consapevolezza del sentire e la consapevolezza del respiro sono quindi l’unica premessa possibile alla consapevolezza del pensare e dell’agire.

Luciano Marchino

Estratto dal libro Passione – L’arte del sentire (Anima Edizioni)

 

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