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Una persona abusata

Una persona abusata è insicura, non crede nei suoi mezzi, non si rende conto del suo valore. E soprattutto considera normale che il suo amore non la protegga, non la rispetti, non la coccoli, non la difenda, non la sostenga, non la consoli, non la corteggi, non la adori, non la apprezzi, non le sia grato. Considera normale essere disprezzata, umiliata, triangolata, criticata, sminuita, abbandonata a se stessa e ai suoi problemi, violata a partire dalle sue fragilità e dai suoi bisogni… Articolo di Shara Pirrotti, estratto dal libro Guariti per amare.

 

In una relazione tossica, al posto dell’empatia vige la prevaricazione e la violenza; al posto della dedizione amorevole, la sopraffazione e l’assoggettamento, fino alle estreme conseguenze: la distruzione totale del partner e del rapporto. La sua mente patologica induce la vittima per un certo tempo a considerare questi comportamenti “normali”, sopportabili, espressioni di amore “a modo suo”, salvo poi sentirsi ogni giorno più triste e stanca, quasi rabbiosa con se stessa perché si ha “tutto” e non si è ancora felici, anzi ci si sente “stranamente” a disagio. Il disagio sordo, che fa da sottofondo costante all’intera giornata, dal risveglio in poi, è il primo sintomo allarmante e inequivocabile, da monitorare con attenzione, della possibilità di essere vittime di un abuso psicologico. La vittima infatti, paradossalmente, non si rende subito conto di essere invischiata in una relazione tossica, ma frappone tra sé e la relazione una tale gamma di emozioni diverse, che le fanno perdere il senso della realtà e la gettano in un gorgo di disperazione e vergogna.

Perché una persona abusata è, prima di tutto, piena di vergogna. Sia che si tratti di abuso sessuale, psicologico, bullistico o di mobbing, la persona che lo subisce avverte, mista allo stupore doloroso per l’esperienza surreale che sta vivendo, una profonda vergogna, come se quel comportamento lesivo della propria dignità fosse colpa sua. E infatti si nasconde, finge con amici e parenti che tutto vada bene e che la sua relazione con una o più persone (compagni, colleghi, partner) proceda a gonfie vele. E intanto si vergogna: di come l’altro la faccia sentire, dell’umiliazione che prova, della sua incapacità di reagire, del suo timore di essere abbandonata se lo facesse; si vergogna della rabbia che prova; si vergogna del suo sogno idilliaco che si sta infrangendo senza una valida motivazione; si vergogna di quello che non capisce ma che ha sicuramente fatto per meritare di essere trattata così male; si vergogna di non capire in cosa consista esattamente questo dolore che sente, perché molto spesso non ha una connotazione di violenza fisica; si vergogna che questo “niente” la faccia sentire triste, la depauperi di tutte le sue forze ed entusiasmi, la faccia deprimere, la faccia ammalare, le tolga la voglia di vivere. La persona abusata si vergogna e tace per molto tempo, mesi, anni, decenni, a volte per un’intera vita, convincendosi sempre di più che ci sia qualcosa di irrimediabilmente sbagliato in lei: qualcosa che induce quelle persone, per le quali nutre un disperato e immenso amore incondizionato, a non ricambiarla.

Una persona abusata è stanca. Prima di arrendersi all’evidenza di non essere amata, infatti, s’impegna con tutta se stessa per migliorare, per essere ancora più generosa, ancora più comprensiva, ancora più indulgente; s’impegna per lavorare di più, per riposare di meno, per impiegare tutte le sue energie fisiche e mentali per risolvere i problemi della persona che ama e che le sta facendo del male, nella speranza che possa desistere, che possa vedere e apprezzare i suoi sforzi, che possa finalmente amarla.

Una persona abusata è sola. E non tanto perché sia fisicamente isolata, quanto perché vive in un mondo ovattato, in cui solo il suo dolore può entrare, mentre tutto il resto del mondo rimane fuori, incapace di capire, incapace di aiutarla, incapace di salvarla dal suo inferno. Perché la persona abusata vive in un vero inferno, che non ha requie nemmeno al sopravvenire della notte. Anzi è la notte, il momento del riposo, la parte peggiore della giornata perché, smessi i panni professionali o familiari, si ritrova a fare i conti con il suo cuore sanguinante. Raramente riesce ad addormentarsi subito e, se ci riesce, si sveglia talvolta di soprassalto nel cuore della notte, assalita da un’angoscia senza fine e da un vuoto grande quanto il senso di colpa, che la lasciano spossata e terrorizzata a misurarsi con i conti che non tornano e con l’alba che tarda ad arrivare. Una persona abusata è sola perché tutti gli altri, tutti quelli che non hanno mai subito abusi, non sanno consolarla, non possono comprendere che il suo dolore è inconsolabile, è indimenticabile, è immenso. Non capiscono che non si tratta di una storia qualunque, di un litigio come tanti tra amici, parenti o tra amanti. L’abuso è una ferita terribile che non si rimargina mai, anche dopo anni che l’abusatore è uscito per sempre dalla propria vita. Basta una parola, una situazione, un colore di capelli, una frase detta con noncuranza, per scatenare quell’antico ed eterno dolore, per rimanere ancora una volta senza fiato, avvoltolati nel dolore lancinante, nella vergogna viscerale e nel timore spasmodico che l’abuso possa ripetersi da un momento all’altro.

Una persona abusata è vulnerabile, perché è più sensibile della norma, più empatica e in connessione con gli altri esseri viventi. Una persona abusata è l’esempio pratico di come ognuno di noi sia parte di un tutto unitario (il «tutto è uno» dei filosofi, degli illuminati e degli scienziati), perché “sente” con il cuore, coglie i sentimenti altrui, i bisogni, le parole non dette. Quindi si emoziona più degli altri, gioisce di più, soffre di più, anche per una piantina che sta morendo, anche per un estraneo che ti guarda con occhi addolorati all’angolo della strada. Anche, e soprattutto, per il proprio cuore che cade a pezzi inesorabilmente, senza che si possa far nulla per rimetterlo insieme e riportarlo indietro, al tempo dei sogni e dei sorrisi.

Una persona abusata è insicura, non crede nei suoi mezzi, non si rende conto del suo valore. E soprattutto considera normale che il suo amore non la protegga, non la rispetti, non la coccoli, non la difenda, non la sostenga, non la consoli, non la corteggi, non la adori, non la apprezzi, non le sia grato. Considera normale essere disprezzata, umiliata, triangolata, criticata, sminuita, abbandonata a se stessa e ai suoi problemi, violata a partire dalle sue fragilità e dai suoi bisogni.

Una persona abusata è materna a ogni costo. Conosce ogni desiderio di colui/colei che ama e cerca di soddisfarlo con tutti i mezzi ha disposizione, e se non li ha, li inventa per lui/lei, fa prestiti e rinunce, annullandosi per renderlo/a felice. A differenza del narcisista, che è abile nell’arte della manipolazione retorica, la persona abusata parla poco, ma fa tanto per l’oggetto del suo amore. È una mamma amorevole che vizia il suo piccolo perché non abbia mai freddo e fame: il freddo e la fame che lei conosce bene, perché lui/lei la lascia invece infreddolita e affamata. Ma, essendo materna, la persona abusata cerca sempre di giustificarlo/a e di capire, fiduciosa che un giorno sarà in grado di riconoscerle tutti gli sforzi che sta facendo per lui/lei e finalmente coprirla di amore, finalmente ricambiarla. Vede nell’altro quel bambino indifeso e abusato che per lei, mamma dall’inizio, mamma per sopravvivenza, è un richiamo di sirena. Lei conosce bene quel dolore e vuole ripararlo, vuole consolarlo. Ogni volta infatti il partner la riaggancia mostrandogli quel bambino piccolo che vive dentro di lui e lei abbocca. La sua voglia di accudirlo è irresistibile e supera ogni mancanza di rispetto, ogni tradimento, ogni comportamento lesivo della sua fiducia. Lei lo perdona, non tollera di abbandonare quel bambino piccolo e indifeso, perché sa che morirebbe. Non si accorge che il bambino ferito è dentro di lei e lei non se ne sta occupando.

Una persona abusata è affamata. Di una fame insaziabile, che bisogna soddisfare in ogni modo perché, se non lo facesse, potrebbe andare incontro a morte certa. Per saziare questa fame, la persona abusata ingurgita di tutto: tradimenti, menzogne, violenze, ingiustizie e volgarità di ogni tipo. Come il bulimico mangia cibi ancora surgelati e disgustosamente freddi, la persona abusata ingurgita azioni senz’anima e senza vita, nell’illusione di poter ricevere, prima o poi, le sue briciole di considerazione, che la faranno sentire viva ancora per un altro istante. Eppure la soluzione per tutta quella fame, sia per il bulimico sia per l’abusato, è semplice, prevedibile, ovvia: smettere subito di mangiare, tenersi la fame e la paura della morte, ma non mangiare più quei cibi orribili. Scoprirebbe con stupore, dopo poco tempo, che la propria sopravvivenza non corre pericoli, che la fame bulimica è passata, e soprattutto che era il cibo tossico a danneggiare e a condurre vicino alla morte, non il privarsene.

Una persona abusata è una brava bambina e un bravo bambino suo malgrado. Qualcuno tanto tempo fa ha detto che se lei o lui non fossero stati bravi bambini nessuno li avrebbe amati. Glielo ha detto una persona importante, forse la mamma o il papà. Loro gli hanno creduto senza tentennamenti e per tutta la vita hanno cercato di essere quel bravo bambino e quella brava bambina. Hanno talvolta sepolto i propri sogni, i propri desideri, i propri dettagli del carattere, le sfaccettature della propria personalità, per dedicarsi al difficile compito di essere quello che gli altri volevano che fossero: un bravo bambino, una brava bambina, il migliore e la migliore di tutti i bambini del mondo. Se lo avessero fatto, avrebbero finalmente ottenuto quell’amore vitale che tanto gli è mancato per tutta la vita, l’amore incondizionato, che è il culmine dei loro desideri. Ma purtroppo, per quanti sforzi facciano, questo benedetto amore non arriva mai, e per questo motivo loro continuano a essere bravi bambini per il resto del mondo, parenti, vicini di casa, conoscenti, estranei, mentre la frustrazione di non essere amati continua a tormentarli, non li abbandona mai. Sono molto spesso gli altri invece, quelli con cui si sono sempre comportati da bravi bambini, a voltare loro le spalle e ad abbandonarli.

Una persona abusata è resiliente oltre ogni ragionevole limite, è un pugile suonato, un buon incassatore. Non reagisce e non si ribella per tanto, tanto tempo, perché «io ce la posso fare». Probabilmente sopravvaluta le sue forze, si crede incrollabile, e spera che la sua invincibilità le regali un giorno la tanta sospirata gratitudine. Ogni colpo assestato dal prossimo, così vicino a lei e intimo da chiamarlo “amore”, è accolto con pazienza, perseguendo in modo ostinato il proposito di rialzarsi ogni volta, perché ogni volta che si sopporta e si incassa l’obiettivo di essere finalmente amati si potrebbe avvicinare di più.

Una persona abusata è straordinariamente comprensiva, comprensiva oltre il comprensibile. E mentre la gente intorno comincia a chiedersi come faccia a sopportare tanto, la persona abusata continua a esprimere compassione, si immedesima, giustifica, spiega le angherie e la cattiveria contro di sé con l’infanzia difficile della persona che ama, con i suoi problemi al lavoro, con incomprensioni generiche subite da lui/lei, e ammanta di evangelica pietà la propria incapacità di vedere che quello che sta accadendo è manipolazione, pura violenza e sopraffazione ai suoi danni. Ed è intollerabile.

Una persona abusata è immersa in un sogno ingenuo e meraviglioso, dove cavalieri su bianchi destrieri o dame dal capo cinto di fiori le vanno incontro per salvarla e amarla per sempre, perché finalmente hanno scoperto quanto sia preziosa e speciale, e non chiedono nient’altro alla vita che di poterla rendere felice in eterno. Vive in una favola tragica, fatta di fraintendimenti, mezze verità, pentimenti e ritorni, seguiti da abbandoni e rocambolesche avventure nell’abisso e nel degrado. Una danza macabra, i cui passi sono gestiti dall’avvilimento, dal vittimismo, dall’addossarsi reciproco della colpa del disastro. E quando la realtà rende ormai evidente l’illusione, pure un istante prima della definitiva disillusione, una persona abusata tenta ancora di far rinsavire il mostro, di sciogliere l’iceberg, di scalfire l’indifferenza e la noia, per concretare una volta per tutte quel sogno fatato, quell’amore perfetto e ideale, cui resta aggrappata suo malgrado.

Una persona abusata è manipolatrice, ingenuamente manipolatrice, ma innegabilmente manipolatrice. Il suo funambolismo sopra situazioni insostenibili, la sua sopportazione e la sua comprensione sono gli strumenti con cui cerca di irretire chi le passa accanto. Manipola le persone che ama perché ha bisogno di nutrimento, ha bisogno di consenso, ha bisogno di affetto, ha bisogno di appoggio, e soprattutto ha bisogno di continuare a illudersi, ha bisogno che nessuno le dica la verità.

Una persona abusata crede alle parole. Non ha tempo per verificare se siano vere, si aggrappa a ogni complimento, a ogni promessa di felicità, a ogni proclama di dedizione, a ogni giuramento di fedeltà. Per questo rimane intrappolata così facilmente, per questo è così semplice prendersi gioco di lei: perché lei beve ogni parola e nella sua fantasia già realizza le facili promesse dell’abusatore in quel “per sempre” che non arriverà mai.

Una persona abusata è un arcano meraviglioso, un universo palpitante e ricco, che annaspa in cerca di un punto fermo a cui aggrapparsi, di una mano amorevole che abbia voglia di tenerla stretta. E se trova momentaneamente quella mano, quell’appiglio, lo ricambia con una dedizione senza pari. Perché una persona abusata ha talmente tanto amore da dare agli altri, che potrebbe da sola colmare tutti i bisogni di tutti gli uomini e donne del mondo. E vuole farlo. A eccezione di una sola: se stessa.

Una persona abusata è malata. La sua malattia si chiama codipendenza, o dipendenza affettiva. La dipendenza affettiva è una dipendenza a tutti gli effetti, come quelle da droga, alcool, gioco, sesso, ecc. Trascurare la componente patologica dei propri modi di agire e pensare può esserle fatale, come lo è in qualunque altra dipendenza. Poiché è malata, una persona abusata ha bisogno di aiuto urgente per conoscere e ritrovare se stessa, per accudire una volta per tutte, con il suo spiccato maternage, la sua parte bambina violata o ignorata e darle finalmente attenzione, affetto e nutrimento. Si è talmente immersa nel vissuto altrui per servirlo al meglio e renderlo meraviglioso, da aver smarrito, forse da sempre, la propria identità di essere umano, con gusti, passioni e desideri suoi propri. La sua abnegazione, offerta al primo venuto che le dimostri attenzione, non le ha mai consentito di conoscersi, di scoprire chi sia lei e che cosa voglia, se il suo essere venuta sulla terra abbia l’unico scopo di sacrificarsi per gli altri, oppure se esista una recondita felicità in serbo per lei. E non importa se sia l’ultima serva o la sovrana del mondo, una persona abusata è incapace di rendersi felice da sola, perché è incapace di dire quei no, di tracciare quei confini, che la porrebbero al riparo dalla traiettoria dei venti, che invece la squassano e la tormentano tutto il tempo. E diventare una buona volta adulta, responsabile della propria felicità. Perciò questa delicata, immatura, inerme creatura ha bisogno di cure da parte di qualcuno che finalmente non approfitti della sua fragilità e sappia condurla gradatamente a riappropriarsi di se stessa, chiunque lei sia.

Una persona abusata ha bisogno di un terapeuta in gamba. Sono stata codipendente e ho subito abusi narcisistici dalle persone che ho amato di più, con evidenti eccezioni (per fortuna!): i miei figli, il mio nipotino, mia sorella, i miei allievi, gli amici sinceri e i veri maestri. Tutti loro sono nella mia vita perché non dimentichi mai quanto io sia preziosa e amabile e meriti amore incondizionato. Ho sempre creduto che essendo la migliore di tutti, la più studiosa, la più brillante, la più attenta, la più sensazionale, la più buona, la più infaticabile, la più paziente, la più bella, qualcuno prima o poi mi avrebbe amato. Ma dopo tanto, tanto impegno, ferita e travolta dalle mie stesse scelte, giunsi un giorno allo stremo delle forze, senza più speranze, né progetti, né gioia. Vagavo come inebetita nella mia vita e non riuscivo a dare una risposta credibile al mio immenso “PERCHÉ?”, che continuavo a ripetere sempre più spesso: perché, se avevo fatto tutto per bene, se avevo sopportato oltre ogni limite, se ero stata brava nel mio lavoro e perfetta in ogni azione, se avevo amato dimenticando me stessa, perché nessuno ancora mi ricambiava? E mentre la morte prendeva sempre più corpo dentro le mie cellule, io continuavo a correre da un capo all’altro per rendere felice qualcuno, per essere al servizio di tutti, girando a vuoto come un’ape impazzita a cui hanno distrutto l’alveare. A un certo punto ammisi a me stessa che nella mia relazione sentimentale ci fosse una disfunzione distruttiva e realizzai che fosse dovuta a una patologia grave, non a una mia mancanza di cura e dedizione, come avevo creduto fino a quel momento. Allora decisi, per prima cosa, di cercare una cura per colui che mi faceva del male in modo insopportabile: se lo avessi guarito, allora mi avrebbe trattato meglio e io non avrei più sofferto. Vagai da medico a medico: psichiatra, psicologo, naturopata, agopuntore, medico olistico, esperto di medicina cinese. Nessuno fu in grado di curarlo in modo definitivo. Ero depressa, disperata e sempre più sfiduciata. Finché compresi, grazie al consiglio di un’amica, Valeria, che ero io principalmente ad aver bisogno d’aiuto e solo se avessi curato me stessa avrei avuto la possibilità di sentirmi finalmente bene. Accettai di entrare in terapia e ritornai alla vita.

Mi rendo conto oggi che, se non avessi acconsentito ad affidarmi a un terapeuta, o se, intrapreso il cammino della psicoterapia, fossi fuggita non appena le mie ferite sono venute allo scoperto, non sarei potuta sopravvivere ancora a lungo, per l’immenso carico di dolore e di abuso che mi portavo dietro. Credo nella relazione terapeutica, al di là della tecnica utilizzata, se si fonda su un rapporto concreto di amorevole, mutuo rispetto, com’è stata la mia. Con professionalità, esperienza, senso etico, tatto, sensibilità, fiducia, accoglienza e franchezza, il terapeuta ha creato per me un ambiente nel quale mi sono sentita sicura e finalmente giusta, appropriata, degna di essere ascoltata e amata. E quando si ha la possibilità di guardarsi reciprocamente negli occhi vincendo diffidenza e paura, quando si riesce ad aprirsi con fiducia a un altro essere umano, certi di non essere traditi o fraintesi, quando ci si sente accolti con il massimo rispetto per i propri sentimenti, si verifica il miracoloso incontro tra anime, la relazione diventa profonda, esclusiva, evolutiva e terapeutica in modo decisivo: la prima reale relazione d’amore che io abbia mai costruito nella vita. Sul suo modello sto cercando di plasmare tutte le altre relazioni, a cominciare da quella, più preziosa di tutte, con i miei figli. L’amore sano e responsabile, che io e lo psicoterapeuta abbiamo costruito nel corso delle sedute, ha sciolto le mie difese e curato le mie ferite, fino al punto da poterle mostrare oggi con spontaneità, coraggio e dignità. Tre qualità che mi hanno contraddistinto da sempre e che ho recuperato per prime durante questo mio lungo percorso di guarigione. Ci siamo chiesti più volte, il terapeuta e io, perché in alcune persone scatti la scintilla di salvezza; perché, cioè, la parabola che spinge qualcuno inesorabilmente verso la distruzione fatale, in qualcun altro inverta la rotta, apparentemente senza preavviso, e si trasformi in trampolino di lancio verso la luce e la rinascita. Lui ha sempre detto che quando accade è per Grazia; io ho sempre obiettato che accade perché la voglia di vivere prevale sulla disperazione. Ma forse ha ragione lui. Non tutto il bene che ci accade è merito nostro; non tutto il bene che mi è accaduto da quando sono entrata in terapia è merito della mia volontà. Io mi sono solo arresa alla Verità. E la vita ha ripreso a pulsarmi nelle vene:

Per grazia di Dio però sono quello che sono,
e la Sua grazia in me non è stata vana:
anzi, ho faticato più di tutti loro,
non io però, ma la grazia di Dio che è con me. (1)

 

Shara Pirrotti

Dal libro Guariti per amare (Anima Edizioni)

 

Note

1. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 15, 9-10.

 

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