Il coinvolgimento dello spettatore

Qualunque opera è in parte ambigua in quanto porta con sé esperienza e conflitti dell’artista. Tale ambiguità stimola un processo conscio e inconscio nello spettatore che risponde empaticamente ed emotivamente secondo i propri conflitti e le proprie esperienze di vita. Dunque, come l’artista crea l’opera, così lo spettatore la ricrea…

 

In parte influenzati da Freud, tre membri della Scuola dell’arte di Vienna, tra il XIX e il XX secolo, si sono spinti concettualmente al punto di stabilire il dialogo tra storia dell’arte e psicologia e si sono chiesti come l’uomo risponda all’arte figurativa.

Alois Riegl, Ernst Kris ed Ernst Gombrich hanno posto le basi per un approccio olistico alla psicologia cognitiva dell’arte. Riegl fu il primo storico dell’arte ad applicare il pensiero scientifico alla critica dell’arte. Tentò di rendere la storia dell’arte una disciplina scientifica, fondandola sulla psicologia e la sociologia.

Scoprì un nuovo aspetto psicologico dell’arte, ovvero che essa è incompleta senza il coinvolgimento percettivo ed emotivo dello spettatore, il quale collabora con l’artista alla trasformazione di un’immagine figurativa bidimensionale su una tela in una rappresentazione tridimensionale del mondo visivo e aggiunge all’immagine la propria personale interpretazione. Egli definì tale fenomeno «coinvolgimento dello spettatore», che Gombrich rinominò «la parte dell’osservatore». Il contributo dell’osservatore dipende dal livello dell’ambiguità dell’immagine, ovvero quanto più l’opera sarà astratta, tanto più lo spettatore dovrà impegnarsi.

In seguito, Kris, studiando le ambiguità della percezione visiva, fece un ulteriore passo avanti. Affermò che qualunque opera è in parte ambigua in quanto porta con sé esperienza e conflitti dell’artista. Tale ambiguità stimola un processo conscio e inconscio nello spettatore che risponde empaticamente ed emotivamente secondo i propri conflitti e le proprie esperienze di vita. Dunque, come l’artista crea l’opera, così lo spettatore la ricrea.

[…]

Sottolineando la dimensione creativa del contributo dell’osservatore, egli non ha solo riconosciuto gli aspetti creativi che artisti e spettatori hanno in comune, ma implicitamente ha individuato caratteristiche che artisti e scienziati hanno in comune. Infatti, capì che la pittura offre un modello della realtà o di una persona che si basa su un processo di indagine e scoperta simile a quello scientifico, che si tratti di psicologia cognitiva o di biologia.

Gombrich vide una somiglianza tra il modo in cui il cervello crea un’ipotesi partendo dall’informazione visiva e il modo in cui gli scienziati creano un’ipotesi a partire da dati empirici. Infatti, osservò che lo spettatore produce immagini e le confronta con esperienze precedenti in modo simile a quello con cui lo scienziato sfrutta tentativi ed errori per creare ipotesi sul mondo naturale.

Infine, gli psicologi della Gestalt, movimento nato a Berlino intorno al 1910, in relazione alla percezione visiva, evidenziarono che l’intero è più della somma delle sue parti e che la nostra capacità di cogliere in modo olistico le informazioni sensoriali e assegnare loro un significato, è in gran parte innata.

Poiché le parti di un oggetto, una scena, una persona o un volto nella nostra percezione si influenzano a vicenda, l’intero finisce per essere più importante della somma delle sue parti.

La vera opera d’arte nasce “dall’artista” in modo misterioso, enigmatico, mistico.

Staccandosi da lui assume una sua personalità, e diviene un soggetto indipendente con un suo respiro spirituale e una sua vita concreta.

Diventa un aspetto dell’essere.

— Vassilij Kandinskij

Sonia Boni

Estratto dal libro Art Coaching, Emozioni e Alchimia – Vedere oltre lo sguardo

 

 

 

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