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Quando un’informazione che appartiene alle espansioni non locali e implicite dell’invisibile viene intuita, essa appare all’occhio di chi la coglie come un’immagine intuitiva, che rende quell’informazione visibile reale ed esistente per chi l’ha colta.

 

Vedere oltre lo spazio-tempo significa sperimentare che le estensioni invisibili e non locali, e le dimensioni visibili e locali, sono adesso. Coesistono, qui. Come abbiamo visto, noi possiamo sempre fare esperienza consapevole di questo. L’accesso a questa consapevolezza si manifesta in maniera evidente quando noi ci sentiamo ‘toccati’, sorpresi, coinvolti, entusiasti.

Innanzi alle cascate di luce che si irradiano dal Ghiacciaio della Marmolada al sorgere del sole, innanzi alle ondate del pacifico che si abbatte sulla barriera corallina, innanzi al silenzio delle montagne himalayane, squarciato dal boato di una valanga pomeridiana, innanzi a un fiume di lava che scivola lungo il fianco della montagna, innanzi al respiro della terra, innanzi al respiro di un bimbo appena nato, la coscienza ci fa cogliere il nostro essere locale e non locale, e talora avviene che noi percepiamo di essere espansi oltre i confini del nostro corpo.

Nel campo di infinite possibilità, essenza di tutto quello che esiste, tutta l’informazione ubiqua non locale e locale, e tutto quello che la mente logica definisce passato presente e futuro, coesiste.

Ci fu un tempo nella storia degli uomini in cui non esistevano i radar, le antenne, le onde radio, le onde televisive. Poi qualcuno le ha scoperte, le ha portate alla luce. Ora, possiamo immaginare un ‘luogo’ dove esistono tutte le informazioni e tutte le scoperte passate presenti e future. In quel luogo tutte le scoperte future esistono come possibilità latenti, invisibili, non ancora scoperte.

La parola s-coperta sembra preludere la metafora in cui le possibilità latenti, non ancora portate alla luce, esistono come eventi ‘in stallo’ in qualche dimensione dell’esistenza: un luogo dove tali eventi si trovano in uno stato potenziale e invisibile, ovvero ‘coperti’ alla vista, in attesa di essere s-coperti. Nella nostra metafora, scoprire qualcosa preclude il gesto di s-velare qualcosa, di togliere un velo, una ‘coperta’ in cui gli eventi sono avvolti e sottratti alla vista: invisibili.

Ma quando un’informazione che appartiene alle espansioni non locali e implicite dell’invisibile viene intuita, essa appare all’occhio di chi la coglie come un’immagine intuitiva, che rende quell’informazione visibile reale ed esistente per chi l’ha colta.

In una favola, nel buio della notte, un lampo improvviso illumina il paesaggio per un istante, e agli occhi del pioniere che sta cercando il tesoro, e che si trova proprio lì in quel momento, appare la sorprendente lucentezza di una grande pietra radiante luminosità, proprio innanzi a lui, una pietra mai vista, di cui ancora nessuno conosce l’esistenza. La visione intuitiva ha la durata di un lampo. Ma ha il potere di portare alla luce del ricercatore l’esistenza di un’informazione che egli vede. Nel suo racconto, Leon Lederman ha asserito che in qualche modo egli vedeva la particella subatomica prima che essa venisse alla luce, prima che egli ufficialmente la potesse presentare al mondo come un’ufficiale s-coperta.

Alla vista intuitiva, l’informazione si s-vela. Nella nostra metafora, l’informazione intuitiva si presenta priva di quel velo, di quella coperta che la rendeva in-visibile. Il fenomeno resta ora s-velato, ma esclusivamente alla vista del pioniere che l’ha intuita. All’occhio che ha visto intuitivamente, la visione ricevuta porta la certezza dell’esistenza di un’informazione unica. Come una foto di Àlphashin: una stella che nessuno al mondo ha ancora mai visto. L’immagine intuita appare a chi la stava cercando e ne ha intravisto l’esistenza. È a lui che appare l’immagine intuitiva. E come l’ha vista, ora egli ‘sa’ che esiste. Lo sa solo lui. Come il primo uomo sulla faccia della terra a cui è apparso un arcobaleno. Dopo l’immenso stupore, egli corre ad annunciarne l’esistenza a chi non si trovava lì, e non ne conosce l’esistenza. Ma egli l’ha visto, e sa che esiste. Lo sa come sa che egli stesso esiste.

Il professor Marco Bersanelli, nel suo libro Da Galileo a Gell-Mann, riporta le intuizioni che hanno illuminato artisti e scienziati di tutti i tempi, e si sofferma sul tema della certezza intuitiva. Bersanelli cita l’esperienza di Thomas Torrance: ‘La certezza intuitiva costituisce la più fondamentale forma di conoscenza sulla base della quale si sviluppa tutta la successiva indagine razionale’.

La storia delle scoperte umane è disseminata di circostanze in cui studiosi e pionieri di tutti i tempi: scienziati come Galileo, pittori come Cézanne, architetti come Filippo Brunelleschi, musicisti come George Gershwin, ricercatori come Leonard Susskind, hanno avuto delle intuizioni uniche, innovative, sorprendenti. Talora talmente incredibili da essere ritenute improprie, inattendibili, inaccettabili, inesistenti.

Quando uscirono le prime macchine fotografiche Polaroid, i rappresentanti di alcune popolazioni indigene vissute per anni isolate, nel cuore delle foreste tropicali, hanno visto in alcuni ‘rettangoli di carta’ solo delle ‘macchie colorate’, senza riconoscere affatto la propria immagine sulle foto in cui erano stati ritratti.

Talora un’intuizione espressa in forma di progetti, di formule matematiche, di modelli scientifici, progetti architettonici, di sinfonie, di teorie filosofiche, resta pressoché sconosciuta, o non riconosciuta per qualche tempo, e fiorisce solo quando la coscienza e l’immaginario collettivo è pronto a coglierne l’esistenza.

Anna Bacchia, dal libro Vedere oltre lo spazio-tempo

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