Spazio Nero-Avorio

C’è un universo nascosto nei contrari e negli opposti; esso si svela nel moto dell’accorgersi e diventa tutto d’un tratto meraviglia.
Ci siamo persi nel semplicistico e nelle parole usate a caso, ci siamo immersi in programmi assurdi che non ci attrezzano al nuovo e al miracolo. Ci siamo confusi e dispersi nelle trame delle parole.
Se è vero il vero, lo è anche il suo contrario… Monia nel meraviglioso mondo delle contraddizioni.

Monia Zanon

Monia Zanon

171. MISTERIOSI RICHIAMI

Spesso ci capita di rimanere in luoghi di lavoro in cui l’energia è pesta, il clima teso; vorremmo sempre andarcene, poi, di fatto, non lo facciamo mai, accumulando scuse su scuse, procrastinando, finché non passano mesi… anni.

Non capiamo, non sappiamo cosa sia questo collante che ci impedisce di fare il salto, di consegnare quella lettera di licenziamento magari pronta da tempo. Ogni volta che usciamo al mattino con tra le labbra la parola “basta”, succede qualcosa… e rimandiamo la decisione, rimanendo ancora in quel posto. Perché? Perché accade questo?

E ancora…

Ci troviamo in una relazione ormai stantia; troppe sono le cose che non sono più allineate a noi. L’altro partner ci appare spesso diverso, lontano dal profilo di come noi vorremmo fosse. Ci sentiamo stretti, avvinghiati nella morsa di una relazione che non solo non ci assomiglia più, ma ci sta indebolendo, inaridendo. Molte sere, prima di addormentarci, ci siamo detti quel “basta”, poi di fatto, al mattino, con le prime luci, ci rimbocchiamo le maniche e stringiamo un po’ di più la cintura per cercare di far quadrare l’impossibile. Non lasciamo. Non molliamo. Perche?

Non ne conosciamo il motivo.

Altra situazione viandante: sogniamo la vacanza perfetta, l’abbiamo attesa tutto l’anno e ora, finalmente, eccola! Cerchiamo di organizzare tutto per potercela godere come si deve, eppure a volte siamo spinti in luoghi meno confortevoli di casa nostra, o facciamo il viaggio con persone che si rivelano alla fine poco piacevoli per un aperitivo, figuriamoci per una vacanza!

Altre volte ci sentiamo spinti in luoghi come se avessero un collante, un magnete. Vecchie o nuove strutture nelle quali ci troviamo bene o ci troviamo male… traghetti persi, location spostate all’improvviso… perché? Perché accade questo? Perché nonostante l’organizzazione qualcosa sfugge, o non sfugge affatto, semplicemente è molto meglio di come ci aspettavamo, o faticosamente differente da come sognavamo fosse il viaggio? Perché? E cosa c’entra questa situazione con le precedenti? Quale fil rouge accomuna questi episodi che ci possono accadere nelle nostre vite? Quale chiave di lettura si nasconde?

Scopriamolo insieme, caro viandante!

Alcune volte, nonostante tutto, siamo chiamati a rimanere in alcuni ambienti di lavoro perché siamo cardini importanti, perché grazie a noi si instaura un equilibrio che mantiene tutto in un determinato stadio, pietre che bilanciano pesi. Siamo strumenti inconsapevoli di un sistema che ci usa per il massimo fine di tutti, anche del nostro. Appena l’ incarico svanisce, appena veniamo liberati dal compito, ci licenziamo, o veniamo licenziati se rimaniamo nel luogo un giorno in più del necessario.

Questo è, questo accade!

Spesso le relazioni sono tenute insieme da energie simili a quelle che ci chiamano a restare negli ambienti di lavoro; molte volte funziona proprio così. Ancora c’è qualcosa da dare, ancora c’è qualcosa da prendere, per il massimo fine, affinché avvenga ciò che deve avvenire. Poi, quando tutto si adempie, quando le energie che tenevano insieme questo lavoro all’uncinetto si spezzano, tutto si scioglie in un attimo, e rimanere su quella relazione ancora un giorno significa dolore, o brusche rotture da parte dell’altra persona. Era il momento di mollare. Chi teme di farlo quando è il momento giusto verrà sopraffatto dalla vita stessa, per il massimo fine.

Allo stesso modo, siamo chiamati a visitare luoghi, a lasciane altri, a dormire in hotel, a tornare e ritornare in territori di cui si conosce ogni pietra. Sempre c’è un motivo che nasconde ogni nostra chiamata a visitare luoghi o persone, mai niente a caso, mai! Sempre è il momento giusto perché si compia un bilanciamento che attendeva noi per essere completo. Questo è meraviglioso! A volte capita di desiderare di visitare un dato paese, magari quando ci siamo non ci colpisce più di tanto, o moltissimo, e sempre, sempre, si nasconde un richiamo per un compito più alto.

Si tratta di equilibri precari che hanno bisogno della nostra energia per assettarsi, bilanciarsi. Una volta che luoghi e persone, situazioni e relazioni hanno stabilizzato l’informazione, essa si evolve in altro o dovrà essere cambiata. È un modo intelligente, di un universo intelligente, per apprendere e crescere.

Sarà utile a questo punto, quando un fatto, una relazione, finisce, quando si riparte per tornare a casa, quando si cambia abitazione, fare questa preziosa affermazione:

“Chiedo che tutta la mia energia torni in me (NdA – essa rimane altrimenti dispersa in luoghi, persone, cose, situazione, e gran parte delle volte o si esce indeboliti o si viene richiamati a tornare per permettere di accorgerci, e riprendersela), chiedo che tutta la mia energia torni in me ora e qui!”

Si tratta davvero di danze perfette, viandante; tutto mira all’unisono, alla crescita, alla trasformazione, tutto è una danza… e allora balliamo!

Buon divertimento, viandante.

Monia Zanon

Operatore olistico con livello Trainer, accreditato SIAF (Società italiana armonizzatori familiari, councelor, operatori olistici) codice di attestazione VE855T-OP. Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. Direttrice didattica dell’accademia Human Project®.

22/09/15
171

170. EFFETTO TONG-LEN: TRASFORMARE IL DOLORE

Caro viandante, in questa estate infuocata che tocca picchi mai visti prima dal 1821, eccetto un assaggio nel 2003, voglio renderti partecipe della mia esperienza che mi ha portato enorme consapevolezza, comprensione e soprattutto guarigione.

Dopo anni in cui ho lasciato vincere l’ego, trascurando un trauma avuto una quindicina d’anni fa, cioè una gran botta al naso che mi deviò il setto, prendo il coraggio a quattro mani e… decido di agire! La deviazione al setto e la calcificazione dovuta al trauma, nel tempo, arrivano a ostruire una narice, creando continue riniti, vestiboliti, utiti ecc. inoltre sembra influire sull’aumento della perdita di vista.

Temevo l’operazione, poiché avevo sentito dire che la ripresa era lenta e l’intervento piuttosto invasivo. Inoltre viene effettuata l’anestesia totale. Il fatto di rimanere un’ora incosciente, perdere i sensi, “andare via dal mio tempio” perdendo il controllo del “mio castello”, mi turbava parecchio. Come spesso accade per chi è su un percorso evolutivo, quando compi il primo passo verso l’ostacolo, a patto sia nella sincerità, il Cosmo collabora affinché il tuo cammino avvenga in armonia. E così è stato.

Mi trovavo alla visita chirurgica, avevo appena terminato di dialogare con il medico sui dettagli dell’intervento, e l’assistente mi disse di passare per l’ufficio poiché c’era una persona che voleva vedermi. Con mia grande sorpresa si trattava di un mio amico anestesista che aveva deciso di collaborare proprio con la clinica presso la quale avrei fatto il mio intervento! Fantastico! L’ho visto subito come un segno! Il 2 luglio quindi, inizio la mia esperienza, di cui qui riporto un per me prezioso diario.

02.07.2015 Dove sono io?

Ho dormito bene stanotte, non avrei creduto. Mi spinge una strana forza che non chiamerei proprio “coraggio”, un misto tra inconsapevolezza del dolore e una buona soglia di determinazione a volercela fare. Come quando ero al termine della gravidanza e sapevo che la bambina da qualche parte doveva uscire. Strane forze miste alla disperazione e all’emozione si mettono in moto in casi simili.

Ore 7.00. Arrivo in clinica. Scartoffie varie di prassi da compilare per la privacy. Foto al viso su quello che lo stesso chirurgo denomina “il muro del pianto”. Segnature della zona da operare con pennarello blu.

Ore 8.00. Saluto Andrea, il mio compagno, ed entro nell’ascensore con Matteo, l’anestesista, e con l’otorino. Cerco di valutare la serenità dei medici e si fa spazio la mia domanda: “Tutto bene dottore? Il suo cuore è sereno? Ha dormito bene?” risposta sibillina: “In pace!”

La strumentista mi accompagna in una stanza, mi fa spogliare, indossare un camice aperto sul dietro, una cuffia con cui sigilla i capelli con il cerotto. Gaetano, l’infermiere, mi preleva e mi accompagna in sala operatoria. Senza perdere un secondo mi si fa stendere su di un lettino sagomato, molto stretto, al braccio destro mi si applica il misuratore di pressione, al sinistro l’ago per la flebo: inizio a sentire il mio battito in stereofonia! Contemporaneamente mi si applica sulla gamba una placca in metallo. Matteo mi dice: “Ti girerà un po’ la testa, è l’effetto iniziale dell’anestesia”. Game over!

Una voce dal nulla mi dice: “Monia, apri gli occhi!” Vedo Andrea sulla mia destra che mi chiede se va tutto bene, segretamente (neanche tanto) sconvolto. Non so che faccia ho, non so come davvero mi sento, non ha importanza, sono altre le sensazioni: la coscienza è sempre stata qui, non me ne sono mai andata via, il mio ego è andato. Realizzo solo dopo ore il suo arrivo. Incredibile! L’io, Monia, non aveva alcuna importanza. Importava solamente l’esistenza stessa. La mia mente era debole, ero tutta coscienza espansa. Potenza!

03.07.2015 Tutto passa

Carità per questo povero corpo! Tutto è faticoso: respirare, parlare, deglutire il sangue che arriva a fiotti, mangiare e tutto questo attraverso lo stesso canale, che duole, grattato dal tubo servito per la respirazione. Mi fanno male i denti, la cervicale costretta a una posizione poco naturale per ore.

Penso ai medici e alle loro mani che hanno lavorato sul mio tempio (divenuto improvvisamente un fagotto scomodo e malconcio), rompendo, tagliando, cucendo… Penso agli infermieri, al loro lavoro prima, durante e dopo. Penso ai miei polmoni tenuti in movimento dal respiratore, a Matteo e alla mia vita in questo corpo resa improvvisamente dipendente dalle sue “alchimie d’anestesista”. All’amorevolezza del chirurgo che mi carezza la guancia durante un controllo, al sorriso sornione dell’otorino. Penso alle loro storie, alle loro vite, trascorse così, ogni giorno, con in mano la vita e il benessere o meno delle persone. Grata, molto grata a tutti!

Mia figlia mi viene a fare visita, le viene un attacco d’ansia a vedermi così. Vuole rimanere dalla nonna. Povera! Io mi guardo allo specchio quando vado al bagno. So che sono io, anche se non mi riconosco. Ciò che più mi impressiona sono gli occhi, che mi osservano pietosi, dietro al velo del dolore. Assenti a loro stessi, come a me.

Andrea è confuso, mi ha vista entrare in un modo e uscire in quest’altro: occhi gonfi e spenti, occhiaie viola gonfie, viso tumefatto, tutta un tampone! Passerà! La cosa buona del dolore è proprio questa.

04.07.2015 Gara d’amore

Non sono preoccupata per il mio aspetto, sento che è stato fatto un buon lavoro al di là di ciò che ora si vede.

Ore 8.00. Mi tolgono i tamponi. Una esperienza senz’altro: sembra che tutto il contenuto del cervello sgusci via dai fori del naso. Mi ricorda certi interventi degli imbalsamatori egizi. I miei genitori, la mia famiglia si stringe intorno a me e mi fa sentire tutto il loro amore. Mia madre mi regala un anello con una perla. Senz’altro un simbolo di come dal dolore possa nascere qualcosa di bellissimo.

Non sono molte le persone a sapere dell’intervento, ho preferito così. Quando mi sento bene riesco anche a postare sui social, nessuno si è accorto di nulla. Le due classi di futuri motivatori Human Project della nostra accademia mi scrivono ogni giorno. È come se l’energia di amore nel servizio di tutte le persone di cui mi sono presa cura in tanti anni arrivasse tutta in un colpo, anche da persone differenti da quelle aiutate, con gesti diversi. Il bene del mondo mi travolge e io mi lascio permeare. Una gara d’amore è in corso.

05.07.2015 Respiro

Mi sveglio per le consuete medicazioni. Sono a casa, nel mio bagno, per qualche minuto sento gli odori: la pipì del mio cane espletata sul tappetino assorbente durante la notte, acre, forte, pungente. Inizio ad annusare qua e là, felice: voglio urlare di gioia! … Gioia e tripudio durano poco, perché il naso è nuovamente tappato, ma mi è bastato a sentire che c’è l’alba là fuori, e mi sta aspettando!

06.07 Come trasformare il dolore in benessere

Da questo giorno in avanti è stata tutta una consapevolezza in crescita, in cui respiravo il dolore del mondo e usciva il benessere. Mi chiama Lara, la mia amica coordinatrice dei centri tibetani e mi rende consapevole che questa tecnica esiste! Si chiama Tong-Len!

La pratica del Tong-Len significa “dare e ricevere”, ed è una tecnica meditativa di enorme utilità e consapevolezza, che oltre a fare del bene, fa bene e sviluppa il senso di compassione.

Si tratta, in buona sostanza, di prendere su di sé il dolore (sia fisico sia mentale) di una persona, del mondo, di un particolare evento e trasformarlo in gioia, possibilità, guarigione, amore… dall’effetto immediato (garantisco!); distrugge gli attaccamenti che l’io conserva volentieri come cimeli preziosi e anche stantii.

Sono proprio l’ego e gli attaccamenti la causa di tutta la sofferenza umana, dei disastri e della chiusura delle menti collettive, causa dei mali che vediamo. Coltivare la compassione produce bene-volenza: amore verso gli altri. Così, nei picchi di dolore massimo, inspiravo i mali del mondo ed espiravo bene-volenza. E il mio dolore acquisiva un nuovo significato, si innalzava, si rendeva sacro (sacrificio), e diventava puro. Passava tramutandosi.

Questa pratica, oltre che preziosa per innalzare la consapevolezza collettiva e trasmutare il male del mondo in possibilità bene-vola, è anche molto potente per provare benessere. Inoltre sono innumerevoli i meriti che si possono accumulare come effetto collaterale. Si tratta di una vera e propria benedizione e si producono guarigioni. In tal modo viene bene-detto il gesto e si trasmuta rapidissimo in bene-volenza collettiva.

Om tat sat allora! Ossia che il dolore serva a diventare consapevoli, che non sia inutile, o fine a se stesso. Om Tat Sat viandante! Om Tat Sat.

Monia Zanon

 

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23/07/15
170

169. IL POTERE DELLA DONNA

Questo mese, viandante, vorrei puntare il faro su ciò che quotidianamente ci capita di vedere in TV: massacri e violenze in cui le donne sono spesso protagoniste. Per molto tempo e anche in tempi moderni la donna è stata ed è vittima di soprusi. Ma non è sempre stato così. È molto facile al giorno d’oggi dare la colpa alla società, alle istituzioni, alle famiglie, all’educazione, alle religioni… Abbiamo imparato una parola nuova, prima poco usata (e non certo perché non accadessero): i femminicidi.

Questo male rivolto verso la donna (che di questi tempi sembra quasi un accanimento) ha origini semplici, molto più di quel che si pensi. L’origine di questo abominio ha a che fare con la perdita del rispetto nei confronti della donna stessa, con la perdita dei ruoli, dei valori che essa rappresenta e di cui è dispensatrice attraverso l’educazione della prole.

Come dicevamo, le cose non sono sempre state così. Vi era un tempo in cui la donna era “donna” e l’uomo era “uomo”, un tempo in cui erano le fasi di passaggio a scandire la vita dell’uomo (non l’orologio o il calendario) e a dare senso alle cose. Vi era un tempo in cui c’era il rispetto, l’onore, e ognuno investiva un ruolo nella società. Un ruolo sacro.

Perdendo questi aspetti fondamentali della vita dell’uomo, si è perduto tutto ciò che ne regolamentava e garantiva l’equilibrio.

In origine vi era aleph, l’archetipo che rappresentava il maschile. Esso era freccia che conduceva il principio, lo sperma che portava a termine il suo vitale viaggio in beith, l ‘archetipo contenitore, l’uovo, la culla, la cova, l’utero cosmico che incubava il principio. Laggiù, nel buio e nel silenzio celato agli occhi del mondo, il segreto maturava, mutando il suo aspetto. Il segreto rivelato era palese solo quando poteva uscire agli occhi di tutti attraverso la nascita, con il figlio, frutto di aleph e beith, uguale a loro, ma diverso, distinto, poiché unico. Questi ruoli – di padre, madre, figlio – erano in equilibrio tra loro e vi era rispetto nel compito e nel progetto che ognuno occupava in società.

Il compito misterioso della donna era fondamentale. Da sempre il mistico processo di nascita annunciava il miracolo di cui lei era portatrice.

Eppure la donna moderna ha dimenticato tutto questo. Essa stessa non ricorda chi è e quale sia il suo ruolo. Essa è ignara della sua natura di covare un segreto, di essere fattrice di equilibrio, incubatrice di luce. Luce che scaturisce da una caverna umida e buia: l’archetipo stesso che essa rappresenta. La natura oscura della donna portatrice di luminescenza è diventata oscura pure alla donna stessa!

Vi era un tempo in cui lei profetizzava, lei era in comunione con le forze della natura, con-unione. Insieme! Unità in un tutt’Uno.

Quando la donna ha smarrito il suo centro, ha perduto il suo insieme, il suo spazio sacro, la com-unione, ed è diventata debole, perdendo ciò che rappresentava la sua forza. Un tempo invece lei era connessa, capace di decidere per sé e per gli altri, era governante, e governava. Era rispettata perché si rispettava e rispettava a sua volta.

Essa era strega, certo! Nel senso più alto. In celtico la parola “strega” significa “saggia“. Non sapiente… Saggia! I saggi sanno, i sapienti ne parlano.

Essa era stata a sua volta istruita dalle donne venute prima di lei, e si faceva portatrice di conoscenze per le donne a venire. Custode dei ritmi della terra e delle sue stagioni, poiché il ritmo risiedeva in lei: essa stessa era ritmo e stagione, poiché queste fasi si muovevano nel suo sangue, con i suoi cicli.

Lei viveva in 13 mesi tutte le stagioni (numero che rappresenta la donna, poiché essa ha proprio 13 cicli mestruali in un anno. Strano come questo numero spesso sia associato alla sfortuna). Essa viveva la fase “vergine” con la luna calante, che rappresentava la primavera. Viveva la fase “madre” con il ciclo della luna nuova, che rappresentava l’estate. Viveva la fase “incantatrice” con il flusso che rappresenta l’autunno, con la luna crescente. E infine, in lei si riversata il sangue della fase “strega”, con la luna piena che rappresentava l’inverno.

Con lo sbilanciamento e la perdita del ritmo, la donna è uscita dal suo centro, perdendo il senso. Con la perdita dei cicli perfetti divenne portatrice di squilibrio. Uscita dal suo centro sacro, educò figli sbilanciati che iniziarono a non portare più rispetto per lei.

Con la separazione da questa attenzione ai cicli naturali fu il caos: mente, corpo, spirito ed emozioni hanno inondato l’uno, gli spazi dell’altro. Niente più ascolto.

Ogni mese la donna anticamente poneva attenzione, cercando di conservare il suo ritmo interiore. Essa sapeva che ciò che era salito doveva scendere, ma non era detta che ciò che era sceso avesse nuovamente la forza per risalire. Ciò accadeva solamente se lei riusciva a trovarsi al centro.

Anticamente istruita sul “come, dove e perché”, iniziò a soffrire della malattia più comune al genere umano: la dimenticanza.

Ora, se mi si chiede chi ha rinchiuso la donna negli effetti della storia moderna, non posso che avere un unico pensiero: chi, se non lei stessa, attraverso la disconnessione da se? Lei per prima si è messa in una condizione di perdita di potere.

Prima di ogni religione, che ha creato divisione per imperare, vi era il matriarcato, e ogni saggia matriarca teneva sulle proprie spalle ogni cosa, ma poiché era nel flusso di ogni cosa, in comunione con le forze generatrici e divine, essa faceva un buon lavoro.

Nel tempo, privata dalla sua “traslucenza”, debole e scossa, iniziò a perdere il panorama del Tutto, allevando figli disconnessi dall’armonia e dalla bellezza, connessi al potere distruttivo e alla bruttezza della guerra, alla violenza.

Sempre lei che generava, educava e governava, è stata matrice della sua stessa schiavitù. Iniziò a scollegarsi dal sentire e dai ritmi. Perse il senso delle fasi dentro di lei che si muovevano con i cicli lunari. Più stupida e più debole, diventò uno strumento di piacere e di possesso. Con l’epoca del patriarcato ebbero inizio scissione e religioni. Con loro lo scempio, la violenza, la distruzione. Con lo smarrimento della traslucenza della donna tutto il mondo fu al buio. Iniziò l’epoca della sofferenza.

La cosa utile da fare, a questo punto, è portarci in territori neutri di osservazione, sollevarsi dal giudizio, visionare geografie dell’oltre in cui qualcuno ci aveva raccontato che la luce ha bisogno del buio per manifestarsi. In fondo, per ogni epoca rinascimentale, c’è stato prima un medioevo.

È giunta l’ora che la donna impari dai suoi errori e torni a ricordare chi è stata e quindi chi può ancora essere. Una donna che riprende possesso del suo potere, della sua traslucenza, è una donna felice poiché ritrova il suo senso nel mondo. Tornerà ad allevare figli che comprendono il loro valore, il ruolo, l’importanza. La donna tornerà a essere solidale con altre donne perché porrà fiducia in sé. Riprenderà ritmi femminili e abbandonerà definitivamente gli archetipi maschili che la rendono brutta, non forte, che la indeboliscono rendendola disarmonica. Smetterà dunque di fare a “braccio di ferro” con il sesso opposto, riscoprendo la sua forza tornerà a dare dignità all’uomo, disorientato, senza più un suo ruolo autentico.

È giunta L’ora! Donna, risorgi! Guarisci dalla dimenticanza!

Donna ricorda il tuo potere!

Riprendi a brillare, torna al centro. Nel tuo centro sacro.

Il mondo intero ti sta aspettando!

Monia Zanon

 

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26/06/15
169

168. DOVE ANDIAMO QUANDO DORMIAMO?

Caro viandante, ti sei mai chiesto dove andiamo quando dormiamo? Che posti visitiamo? Quali frequenze cerebrali usiamo? Chi e cosa raggiungiamo?

Ho tenuto una conferenza approfondita sull’argomento e ora mi fa piacere condividerne il contenuto con te e con chi ne vorrà beneficiarne attraverso i seguenti tre video.

 

Video 1:

– Onde cerebrali e stati di coscienza (comprese le onde gamma poco conosciute)
– Fasi del sonno e come è necessario dormire per riposare
– Stati mistici
– In che fase cerebrale si partecipa alla co-creazione
– Primo livello di coscienza: Il mondo delle cose che passano e i sensi
– Secondo Livello di coscienza: Il mondo dei quanti, appuntamento onirico attraverso il campo eterico
– Imparare per affinità d’anima
– Il sottile velo che ci divide dal mondo dei defunti e l’incontro con loro.

 

Video 2:

– L’importanza di dormire con chi gradiamo
– La preghiera di protezione prima di lasciare il corpo e andare a imparare con l’anima durante il sonno: l’importanza della preghiera della sera.
– Coesistere con energie perverse; imparare a proteggersi
– L’eta dell’innocenza e la percezione di allora: “credendo vides”, per vedere bisogna credere
– Terzo Livello di coscienza: la mente di Dio
– Travalicare se stessi per essere ogni cosa
– Liberarsi dalle forme pensiero, dalle credenze e dai rancori dopo la morte
– Tornare a reincarnarsi per desiderio
– Svegliarsi nel sogno: i sogni lucidi
– Fare futuro attraverso il sogno come realtà simulata
– Essere architetti del proprio destino
– Liberarsi dai programmi installati dall’infanzia
– Liberarsi dal “pensare male”
– Quando sogno, con chi comunico?

 

Video 3:

– Coesistere nel sogno di molte persone: condividere le esperienze nel sogno
– Quale parte del sogno è utile per essere analizzata a livello archetipale? E quali tipologie di sogno?
– Imparare dormendo
– Programmare i sogni
– Usare gli archetipi durante il sonno per imparare e studiare
– Come ricordare i sogni
– Il sonnambulismo
– Le distanze nei sogni e l’ordine di apparizione: come la coscienza riorganizza il tutto
– I deja vu
– Mondi paralleli e teoria delle stringhe
– Tornare con l’anima nel corpo dopo il sonno

 

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1/06/15
168

167. IL SEGRETO DEL MIO SUCCESSO

Buona nuova vita, viandante!

In questo periodo primaverile vorrei parlarti di un processo straordinario che a me ha dato moltissimo. È un sistema che si attiva con un semplice gesto da attuare nella propria quotidianità, giornalmente, settimanalmente o anche mensilmente: dare la decima!

Dare la decima – dare cioè la decima parte dei propri guadagni o di ciò che si può – è un sistema perfetto che, se attivato, porta come effetto collaterale l’abbondanza!

Dare la decima è un programma etico, che crea benessere nelle vite degli altri oltre che nella propria, quindi sostenibile. Chi applica la decima inoltre può sentire l’amore che esce dalla sue stesse mani mentre co-partecipa al progetto divino sulla terra. Quando la decima è applicata, si restituisce alla collettività ciò che si è preso per sé, facendo così in modo che ce ne sia sempre e per tutti. Quindi la domanda è: perché non farlo? Perché non applicare tale sistema perfetto?

Chi dà la decima

“Dare la decima” (מעשׂר, ma‛ăśêr in ebraico) è un concetto dell’Antico Testamento. La decima era un requisito della legge secondo la quale tutti gli Israeliti avrebbero dovuto dare il 10% di tutto quello che guadagnavano, devolvendolo al tabernacolo o al tempio (Levitico 27:30; Numeri 18:26; Deuteronomio 14:24; 2 Cronache 31:5).

Il Nuovo Testamento non stabilisce mai una certa percentuale di guadagno da mettere da parte, ma dice soltanto che dev’essere “secondo la prosperità concessagli” (1 Corinzi 16:2). La Chiesa cristiana ha desunto semplicemente la cifra del 10% dalla decima dell’Antico Testamento, applicandola come un “minimo raccomandato” per le offerte dei cristiani. Sebbene il Nuovo Testamento non identifichi una specifica somma o percentuale da dare, parla davvero dell’importanza e dei benefici del dare.

Dare la decima, ognuno secondo le proprie possibilità, “secondo la prosperità concessagli”, manda un messaggio al cosmo, che dice: “Grazie perché ho ricevuto, ho ricevuto in abbondanza, tanto che offro a mia volta”. Talvolta questo significa dare più di una decima, talvolta meno, quel che è certo è che dare la decima attua benessere mai neanche solo sperato…

Io ho solo ciò che ho donato

Seneca prima e D’annunzio di seconda battuta sapevano bene che l’autentico uomo libero era il saggio, colui che non possiede se non ciò che può donare, ed è proprio nell’atto del farsi dono che egli sa di esistere veramente.

La Decima nella Bibbia

Alcuni affermano che la decima era già praticata in tempi antichissimi come segno di riconoscenza al Dio dal quale proviene ogni cosa (si veda il libro della Genesi, citando gli episodi di Abramo e Melchisedek – dall’ebraico “re vero”, chiamato in questo modo perché riconosciuto come un giusto – e il voto di Giacobbe, nei capitoli 14:2028:22).

Comunque, in Genesi 14, Abramo diede la decima parte del bottino di guerra a Melchisedek, e non della sua proprietà personale, e inoltre restituì il 90% del bottino al re di Sodoma.

Già prima della legge di Mosé, in Genesi 4,3-4 si parla per la prima volta di dare la decima: “Avvenne, dopo qualche tempo, che Caino fece un’offerta di frutti della terra al Signore. Abele offrì anch’egli dei primogeniti del suo gregge e del loro grasso. Il Signore guardò con favore Abele e la sua offerta”. Possiamo dedurre che essa fu richiesta da Dio, altrimenti Abele come poteva sapere che Dio voleva in offerta il primogenito del gregge se Egli stesso non lo aveva rivelato?

Abramo diede quindi la decima d’ogni cosa a Melchisedek (Genesi 14, 18-20): “Melchisedek, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo. Egli benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra! Benedetto sia il Dio altissimo, che t’ha dato in mano i tuoi nemici!» E Abramo gli diede la decima di ogni cosa”.

Giacobbe promise a Dio che gli avrebbe dato la decima di tutto quello che Egli stesso gli avrebbe provveduto durante la sua fuga da Esaù. “Giacobbe fece un voto, dicendo: «Se Dio è con me, se mi protegge durante questo viaggio che sto facendo, se mi dà pane da mangiare e vesti da coprirmi, e se ritorno sano e salvo alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio e questa pietra, che ho eretta come monumento, sarà la casa di Dio; di tutto quello che tu mi darai, io certamente ti darò la decima»” (Genesi 28,20-22).

La giusta ricetta nel dare la decima

“Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia, né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso” (2 Corinzi 9:7). Non è sufficiente dare, ma occorre dare con gioia. “Dio ama chi dona con gioia non finta!”

Quando si inizia a farlo, dedicando il proprio tempo, le proprie conoscenze o i propri mezzi materiali al prossimo (cioè alla prima persona che ci accorgiamo ne abbia bisogno), la gioia aumenta a dismisura. Questo a patto che il primo gesto nell’intenzione di voler dare la decima sia nella gioia di volerlo fare. In questo modo, si dice, Dio sarà glorificato.

Non è meraviglioso sapere che donando le nostre opere a Dio, al suo creato, a chi ci viene incontro, ecc., noi diventiamo il mezzo grazie al quale Dio riceve gloria?

Il segreto del mio successo

Quale sarà la conseguenza del nostro dare con gioia? La Parola di Dio dice:

  • “Abbonderà ogni grazia su di noi” (2 Corinzi ver. 8a).

La grazia… che bellissima parola! Abbonderà la grazia su di noi! Che spettacolo! Sapere che i nostri passi potranno “portare bene” a chi incontriamo poiché saranno armonici, e vizieranno di buono chi ne entrerà in contatto… già sapere questo non è forse una grazia?

  • “Avremo sempre in ogni cosa tutto il necessario” (ver. 8b).
    Riuscire a vivere questo sistema della decima produce ogni genere di benefici, poiché in benedizione benedirà le opere e l’operato, attirando in questo modo altra benedizione. Questo è un potentissimo attivatore d’abbondanza!
  • “Il Signore fornirà e moltiplicherà la nostra semenza ed accrescerà i frutti della nostra giustizia” (ver. 10).
    Sapere che saremo ricordati per l’esempio che lasceremo non dovrebbe essere la meta, tuttavia ognuno di noi dovrebbe chiedersi: “Sono entrato nella vita del mio prossimo e cosa ho lasciato? Si è trattato di un buon ricordo?” Insegnare ai nostri figli, ai nostri amici, la pratica del donare la decima parte di ciò che riceviamo accrescerà i frutti e ci creerà intorno un buon percorso, smussato il più possibile dagli eventi nefasti.
  • “Saremo arricchiti in ogni cosa” (ver. 11a).
    Il motivo per cui Dio ci benedirà sia materialmente che spiritualmente quando siamo pronti a dare, non è per farci stare meglio di prima, ma affinché possiamo abbondare in ogni opera buona e affinché possiamo esercitare una larga liberalità (si veda ver. 8b e 11b). Facendo questo, chi riceve la nostra offerta produrrà per nostro mezzo abbondanti ringraziamenti a Dio. Il creatore prende esistenza nel momento in cui viene riconosciuto dalla sua stessa creazione.

Come dare la decima

Ognuno di noi, se vorrà, potrà sperimentare tale pratica priva di effetti collaterali nocivi. Come? Attraverso atti quotidiani di gentilezza, piccoli gesti, anche se ora può fare poco.

Nel mio caso, offro la mia “decima” con una certa quantità di consulti con scambio minimo, oppure oggetti che non uso più, sempre richiedendo un minimo simbolico di corrispettivo o nulla, in base al mio sistema mensile di entrate e uscite, e anche rispetto all’etica delle cose gratis. Spesso ciò che viene percepito come gratuito perde in automatico di valore, così, se proprio voglio dare, faccio in modo di mantenere il valore di ciò che offro.

È possibile offrire la decima su ogni cosa, dal ricavato dell’orto, ai risultati degli elaborati culinari, al pacco di pasta donato a un vicino… Insomma, l’unico limite è la nostra fantasia! A me piace lasciarmi sorprendere dal come la mattina apparirà davanti ai miei occhi la modalità per offrire la mia decima!

“Onora il Signore con i tuoi beni e con le primizie di ogni tua rendita; i tuoi granai saranno ricolmi d’abbondanza e i tuoi tini traboccheranno di mosto” (Proverbi 3,9-10). “Il mio Dio provvederà abbondantemente a ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza, in Cristo Gesù” (Filippesi 4,19).

Monia Zanon

Operatore olistico con livello Trainer, accreditato SIAF (Società italiana armonizzatori familiari, councelor, operatori olistici) codice di attestazione VE855T-OP. Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. Direttrice didattica dell’accademia Human Project ®.

 

5/05/15
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166. PER ACCORGERSI DI CHI SIAMO…

Per accorgersi di chi siamo, è necessario dimenticare chi ci hanno detto di essere

Caro viandante, questo mese vorrei potessimo permetterci di puntare i riflettori sulla felicità, intesa come riconoscimento di noi attraverso l’offerta di un nostro contributo.

La felicità può essere direttamente proporzionale a ciò che possiamo donare, ci avevi mai pensato?

Possiedo solo ciò che ho donato

Sentirci riconosciuti nell’offrire le nostre opere non solo ci permette di pagare l’obolo alla natura per le risorse che ognuno di noi consuma, ma contribuisce a riconoscerci come esseri. Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci persone di contributo, perché in questo modo possiamo sentirci d’esistere.

Permettersi di darsi

Spesso, però, può accadere che dei programmi tossici e intossicanti, che ci siamo lasciati installare da piccoli, ci facciano credere di non avere nulla da dare. Oppure può accadere di sentirci dei reietti, degli incompresi, e che quindi ciò che avremmo da dare potrebbe non essere capito dagli altri. Viviamo in questo caso con la credenza che, in fondo, il mondo non si meriti il nostro talento… e che, in fondo, è meglio tenersi tutto per sé.

Mantenere fede nella nostra verità

La frustrazione aumenta così in modalità esponenziale e ci raggiunge, mentre la gioia si allontana sempre più da noi e, con essa, la nostra verità interiore. Ogni qualvolta infatti tradiamo la nostra verità, mentendo inesorabilmente a noi stessi, feriamo il nostro bambino interiore che a un certo punto potrebbe decidere di non voler più giocare con noi.

Con il bambino interiore ferito, si sa, non si fa molta strada. Ogni volta che potremmo utilizzare le nostre conoscenze per aiutare qualcuno, fornire un contributo, dare sostegno o trovare nuove soluzioni, il bambino interiore, puntando i piedi, finisce per farci credere che a nessuno interessa cosa abbiamo da dire, oppure spingerci nella convinzione di venire giudicati, o peggio, convincerci che il mondo è troppo brutto e cattivo per meritarsi il nostro contributo. Lenti distorte che non ci permettono di avvicinare la gioia, né andare ad alimentare quella famosa “massa critica” che aiuterebbe l’evoluzione collettiva.

Perché la società riconosca un talento è necessario non soltanto che ognuno di noi riconosca il proprio, ma che ci troviamo nel desiderio autentico di volerlo condividere e, in questo, onorandolo nel modo a noi più funzionale.

Desiderare la libertà

Se ognuno di noi lavorasse sui propri programmi disfunzionali, improvvisamente diminuirebbero le patologie e crescerebbe la gioia. Se ognuno di noi desiderasse lavorare su di sé, il sistema stesso funzionerebbe in modo migliore.

La lamentela uccide la gioia

Lamentarsi che la società non accoglie i nostri slanci di miglioramento sarà, quindi, non soltanto inutile, in quanto ciò non aumenta di certo il livello di attenzione verso le risorse umane, ma anche profondamente poco funzionale, perché demotivante persino per noi stessi.

Uscire dall’eco

Tutto questo sistema a “domino” proviene da lontano e influenza da così tanto vicino le nostre vite… Programmi fatti di “non vali abbastanza“, “la verità è che non ti amano davvero”, piuttosto che “ci sarà sempre qualcuno migliore di te”… Sembra un vicolo cieco! Non se ne esce!

A certi livelli di tossicità, interrompere il programma non è certo facile. Tuttavia si può partire da piccoli passi, laddove ci sentiamo d’osare, per trovarsi, guardando indietro, ad aver fatto chilometri verso la libertà. Tutto parte comunque dall’accorgersi di ciò che non ci conduce alla gioia.

Come sapere quando ne siamo usciti

Ci siamo emancipati davvero da un programma, che quindi è da ritenersi veramente disinstallato, caro viandante, quando riconosciamo che, con lo stesso evento, tempi addietro ci saremmo comportati in modo diverso.

A questo punto possiamo anche sorridere, mentre ci godiamo i risultati di ciò che potremo attrarre nella nostra nuova dimensione, la dimensione gioia!

Monia Zanon

Operatore olistico con livello Trainer, accreditato SIAF (Società italiana armonizzatori familiari, councelor, operatori olistici) codice di attestazione VE855T-OP. Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. Direttrice didattica dell’accademia Human Project ®.

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30/03/15
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165. UNO SU DIECI CI SALVERÀ

Caro viandante, ti sei mai chiesto di che consistenza è fatta un persona “santa”, e quale sia la differenza con una “comune”? La  principale diversità si può notare dalla quantità di desiderio di migliorarsi e dalla quantità di ego presente.

La lampada è la medesima

La luce di una persona santa e di una persona qualunque è la medesima: immagina, viandante, due portalampada, uno rappresenta il santo e l’altro una persona qualunque. La luce emanata dalla candela dentro a ogni portalampada è la stessa, ma la differenza di funzionalità sta nella quantità di sporco che copre il vetro della lampada; questo produrrà una diversa luminescenza, un differente risultato.

Tornando a parlare di uomini e non di lampade, in cosa consiste questa “spazzatura”, questa sporcizia che ricopre il vetro? È la quantità di ego presente nella persona. Nel santo la percentuale di ego è pari a zero.

Fidarsi e affidarsi come i gigli nel campo

Altro elemento che può intensificare la durata della stessa candela è la fede, la fiducia e la capacità di affidarsi: il santo ha fede, è nella convinzione ferrea che egli rappresenta una manifestazione del divino. L’uomo comune dubita, in sé si agita forte il seme malefico che lo porta, se può, a pensare male. 

A cosa porta un cuore pieno di ego

Il cuore dell’uomo pieno di ego, coperto di questa immondizia, crea i disastri ai quali tutti i giorni assistiamo. Si è parlato molto del raggiungimento della famosa massa critica. Essa non è ancora stata raggiunta e questo non è difficile da credere, è sufficiente guardarsi intorno…

Nella corrente New Age, che ha di buono l’aver fatto diventare la spiritualità una moda, si racconta che solo alcuni uomini avranno la possibilità di vivere in un mondo migliore. Questo non è completamente vero. In realtà, se non evolviamo tutti, non ce la farà nessuno.

La giusta ricetta

Perché questa massa critica possa costituirsi è necessaria una percentuale pari a un uomo santo su dieci. È necessaria quindi una persona santa su dieci per entrare nel regno del futuro.

La buona notizia è che ognuno di noi può rappresentare quel santo con  opere di ordinaria gentilezza, spassionato amore e incondizionata volontà di essere una persona migliore. Senza ansia, ognuno di noi, quindi, dovrebbe essere spinto dal desiderio di contribuire a questa massa critica, salvare per salvarsi. Evolvere per migliorarsi.

Illuminare la strada mano a mano che la si percorre

Questa visione panoramica catastrofica che si può osservare in questo momento a livello mondiale potrebbe suscitare una sensazione di panico in molti, vedendo quanto ancora c’è da fare. In realtà è come se si stesse viaggiando in una autostrada in piena notte. I fanali dell’auto andranno a illuminare laddove potranno e, via via che l’auto avanzerà, si andrà a schiarire il panorama, si avrà la visibilità illuminata. In tal modo, serenamente, ognuno di noi potrebbe arrivare lontano, illuminando le zone più buie di sé, piano piano, cammin facendo.

Pulire la lampada: istruzioni per l’uso

Iniziare a pulire dall’ego la propria lampada, là dove si può vedere che occorre farlo, con calma, potrebbe portare, in un tempo più breve di quel che si crede, a trovarsi con l’intero portalampada che risplende di chiara luce.

Accorgersi per liberarsi

Queste persone che si accorgono di poter far parte della massa critica sono gli “eletti”. Essi non sono necessariamente scelti da Dio ma dalla parte sana di sé che si sente spinta a essere un fenomeno di miglioramento e che desidera innanzitutto migliorare sé stesso.

Gli illuminati che qui si intendono non sono coloro che appartengono necessariamente a un gruppo religioso o culturale, essi sono persone comuni, spinte dal desiderio di essere migliori, come abbiamo già detto. Essi non hanno per forza dei superpoteri. Spesso è facile cadere nell’errore e credere che le persone “speciali” siano solo quelle che hanno certi doni, certe abilità.

Il vero super eroe è il santo comune

L’ego esiste anche se si arriva a parlare con gli angeli, vedere gli spiriti, creare manifestazioni, apporti, essere canalizzatori di entità, contattisti  di creature aliene, arrivare a leggere la mente, interpretare il futuro, avere la capacità della bilocazione, riuscire a vedere le vite precedenti delle persone …

Il più grande miracolo che l’essere umano può augurarsi che accada nella propria vita è l’illuminazione, è accorgersi che egli è importante per il raggiungimento di quella massa critica che interromperà i mali del mondo. La persona che inizierà a pulire il suo cuore dall’ego scaccerà il buio, l’immondizia da sé, sarà capace di evitare di alimentare le forze che fanno accadere le guerre, le discordie, le manie di potere, di possesso, gli omicidi, gli stermini, le manipolazioni di ogni forma e genere. Essi sono a tutti gli effetti i nuovi supereroi.

Essere un super eroe

Ognuno di noi dovrebbe accorgersi e voler migliorare per aggiustare il proprio karma e di conseguenza il karma collettivo. Il karma individuale crea le nostre malattie, il karma collettivo i disastri. Solo il giusto livello di umanità potrà far accadere questo. Ogni altra forma aiuta, ma è debole, flebile. Esiste un equilibrio e questo è composta dal delicato sistema formato da un uomo santo su dieci: questa è la meta da raggiungere.

I fattori

Perché ci fosse un giusto livello di umanità servivano dei fattori fondamentali, che solo nel tempo dell’adesso troviamo presenti. Essi sono: il giusto tempo, la giusta umanità, il posto giusto e la possibilità di poterne parlare, di poter divulgare certe conoscenze.

Vuoi essere un supereroe?

Monia Zanon

Operatore olistico con livello Trainer, accreditato SIAF (Società italiana armonizzatori familiari, councelor, operatori olistici) codice di attestazione VE855T-OP. Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. Direttrice didattica dell’accademia Human Project ®.

 

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26/02/15
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164. VUOI SALVARE IL MONDO? CAMBIA TE STESSO!

Caro viandante, sono stati giorni densi, in cui di persone che si sono arrabbiate e sono uscite di senno ce ne sono state tante. Spesso ciò che vediamo è riscontrabile anche su vasta scala. La TV e le radio ne sono la prova. Che cosa sta davvero accadendo? Le persone sono più cattive? Il divino ci vuole punire? Si è attivata una qualche profezia che ci porterà all’estinzione di massa?

Credo sia utile fermarsi a riflettere, potrebbe trattarsi di uno di quei casi in cui ne va di noi.

Facciamo un passo indietro

Chi guida la nostra personalità? Se fosse la coscienza, noi esseri umani saremmo degli illuminati e il mondo andrebbe meglio. Invece, in percentuale molto alta, la personalità è gestita dall’ego. Questo produce rabbia, poiché l’ego molto spesso si offende, arrivando a interpretare i fatti della vita o le relazioni con gli altri come torti personali.

Un incendio

Quando si attiva la rabbia, l’ego ha già avuto la meglio. A quel punto la rabbia deve essere gestita e questo non ci aiuta a elevarci, si tratta infatti di inutili dispersioni d’energia. È necessario comprendere il motivo per cui la rabbia si è accesa, ed è sempre una reazione dell’ego ferito, sovrastrutturato, certo più potente della coscienza.

Trovare la motivazione segreta

Riuscire a scovare la motivazione segreta che accende la rabbia è lo scopo verso la via dell’accettazione. Senza questo processo non è possibile arrivare ad avere il controllo sulle reincarnazioni e saremo quindi costretti a ritornare. Riuscire a emergere dal gioco che continuamente ci sposta tra la tristezza e la felicità è la sfida. Riuscire a non essere sottomessi alle emozioni è la via maestra. Questo ci permetterebbe di elevarci dal ciclo delle reincarnazioni, avendo in questo modo il destino finalmente nelle nostre mani. Riuscire a tornare sempre al centro, qualsiasi sia la situazione alla quale siamo sottoposti, non è certo cosa da poco, risulta tuttavia necessaria.

Coltivare la gratitudine

Spesso dimentichiamo di essere grati e questo accade in molteplici modi. Ci arrabbiamo, arriviamo a perdere la pazienza con i nostri genitori proprio perché ci siamo dimenticati di essere grati. Arrivare a riconoscere nel cuore tutto quello che ci hanno dato e hanno fatto, potrebbe farci coltivare la pazienza. La gratitudine si dimentica facilmente, e questo produce impazienza rispetto alle nostre relazioni quotidiane. Ripagare la gentilezza, sempre, con altra gentilezza… e in questo senso anche la pazienza lo è. Imparare a coltivare noi stessi, ripulire il cuore, onorerà la virtù dei genitori.

Durante la giornata ci capita spesso di dimenticare la parte buona del cuore e collegarci a quella contaminata, poiché di rimando vediamo fuori solo il peggio. Un vecchio modo di dire zen dice che ciò che è puro e leggero sale; ciò che è contaminato va verso il basso. Ora se noi arrivassimo a sapere la nostra posizione nel mondo, capiremmo anche cosa dovremmo fare.

L’uomo, il demone, il giusto, il santo

Nell’elevazione verso l’illuminazione è possibile scorgere quattro tipologie di persone: l’uomo, il demone, il giusto e il santo. È il cuore della persona che decide chi diventare. Il grado di ego fa di noi: uomini, demoni, giusti o santi. Il santo è una immagine di Dio, il giusto ha una percentuale di ego pari a zero. Purtroppo la massa ha scelto di purificare il cuore attraverso lo stato di dolore. E così è. Ecco che sono stati e sono e saranno necessari i disastri, le calamità naturali, gli incidenti. Se tutti noi avessimo il cuore sgombro dall’ego, tutte queste sofferenze sarebbero spazzate via all’istante.

Operare per la luce

Le guerre sono prodotte dall’ego distorto; le violenze, i ladrocini, la disperazione, gli omicidi, i suicidi sono tutte dinamiche figlie dell’ego distorto. I nostri panni, i nostri corpi, vanno puliti velocemente affinché la luce li penetri e i mali si dissolvano.

Vogliamo davvero fare qualcosa per neutralizzare le scie chimiche, le guerre, la fame, l’inquinamento? Lavoriamo su di noi, puliamo l’ego. Arriviamo a essere santi. Se la luce è in noi bloccata, non avviene il regno di Dio. Quando il nostro corpo sarà luce, questa potrà fuoriuscire e i mali del mondo verranno illuminati, e ognuno vedrà la verità e smetterà di alimentare il problema. Ognuno di noi quindi è direttamente responsabile sia della quantità di buio del suo tempo, sia del tempo che sta programmando nel buio a venire, sia della possibilità del risveglio collettivo.

Far uscire la luce per trasformare il destino del mondo

Vuoi salvare il mondo? Cambia te stesso! Il karma collettivo può essere sciolto se ognuno di noi lavora sul proprio singolo ego.

È necessario il desiderio di migliorarsi. In una persona buona come nel santo vi è la stessa quantità di luce, ciò che cambia è solamente l’immondizia che ne oscura la forza. Quell’immondizia è prodotta dall’ego. Il cuore perverso dell’uomo deviato è responsabile del nutrimento costante di ciò che saranno e sono i mali del mondo peggiori. Riuscire a sentire questo è la chiave per attivarsi subito al desiderio di divenire migliori.

Riuscire a ridurre l’azione del nostro ego in formula sempre maggiore è il modo per procedere. Capire che, se una cosa non va, ne va di me, come di tutti. Il cuore dell’uomo può essere demoniaco e attirare i grandi disastri, invitando in tal modo le energie malvagie esterne.

Attivare il desiderio che ci porta a pulire oggi fin dove vedo, e domani ciò di cui mi accorgo, può sgomberare l’effetto dell’ego e denutrire l’egregora nefasta che stiamo alimentando.

Monia Zanon

Operatore olistico con livello Trainer, accreditato SIAF (Società italiana armonizzatori familiari, councelor, operatori olistici) codice di attestazione VE855T-OP. Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. Direttrice didattica dell’accademia Human Project ®.

 

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30/01/15
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163. IL FUTURO DELL’AMORE

Proseguendo con gli infiniti movimenti del cuore, caro viandante, questa volta affronterò un argomento assai delicato e complesso, decisamente multi-strato come le torte più buone, ma che pochi sanno comporre. Si tratta di una scia lasciata da qualcosa che non sarebbe corretto definire “tendenza”; mi riferisco alla “pansessualità”.

La pansessualità (dal prefisso greco pan-, “tutto”) è un orientamento sessuale caratterizzato da una potenziale attrazione per delle persone indipendentemente dal loro sesso o identità di genere: essi semplicemente amano rimanendo affascinati dall’animo della persona. Questo include un forte interesse per persone che non rientrano nella concezione binaria di maschio/femmina, implicita nell’attrazione bissessuale, come per esempio gli individui transessuali, sia da maschio a femmina, che viceversa. La pansessualità è in pratica la capacità di amare una persona indipendentemente dal suo genere.

In Italia, la teoria della pansessualità è stata sviluppata nel 1977 da Mario Mieli nel suo Elementi di critica omosessuale, secondo cui l’essere umano è sostanzialmente un essere “completo” (polimorfo), che nasce con tutte le “opzioni” aperte, le quali vengono poi represse selettivamente (soggette a “educastrazione”, secondo la definizione dello stesso Mieli), in base all’ambiente in cui vive. Mieli parte dalla rielaborazione delle teorie infantili di Freud. Si tratta di una sorta di amore completo che va ad abbattere le discriminanze del genere sessuale innalzando d’importanza il valore emozionale e unico della persona verso la quale si prova un particolare interesse. Al di là di ogni ideale, quindi, il pansessuale ama, punto.

Si apre in tal modo un varco che annulla completamente ogni ideale estetico-sessuale basato esclusivamente su caratteristiche fisiche. Il pansessuale è attratto piuttosto dall’unicità che è presente in ciascuno di noi.

Sembra incredibile che si possa arrivare ad amare al di là di ogni struttura e tendenza precedentemente conosciuta. Le percentuali verso tale apertura di cuore sono ancora minime, si parla di percentuali che stanno al di sotto del 4%, e a me fanno riflettere.

Amare a  prescindere, senza tenere conto del sesso di appartenenza, suona molto “New Age”, tuttavia non lo percepisco impossibile. Arrivare ad amare le persone, semplicemente questo, sembra sia il senso più sottile, oltre ogni facile giudizio. Infondo non siamo così lontani dal concetto di essere androgino, perfetto, intonso, di cui parlano gli antichi libri sulla storia dell’uomo in ambiente alchemico e mistico: l’essere umano per sua natura è “pansessuale” (dal greco pan, “tutto”), un essere sessuale completo.

Riflettiamo: in origine tutti noi possedevamo varie combinazioni sessuali che vengono ahimé troppo settorialmente classificate dalla sessuologia in base a etichette come: etero-, omo -, bisessualità, autoerotismo, feticismo, sadomasochismo, e molte altre forme d’uso sessuale. Eppure queste tendenze sono state vissute da tutti noi, poco o tanto nelle varie fasi della nostra crescita. Un bambino molto piccolo prova piacere nel defecare e intorno ai due , tre anni, guarda le proprie feci con soddisfazione, come se si trattasse di un autentico capolavoro. In età adulta tale tendenza viene subito etichettata come perversione. Nel periodo della pubertà inoltre, si manifesta una accentuata ambiguità, anch’essa assolutamente naturale e innegabile. In ogni caso tutte queste sfaccettature rimangono in noi come sfumature dello stesso colore e questo non è né male né bene… Semplicemente naturale!

È triste compito dell’estrazione sociale, delle tradizioni dentro le quali si vive – la tribù d’appartenenza – “stabilire” se tutto ciò è normale oppure no. Ecco che da qui si creano tabù di cui è spiacevole anche solo sentire parlare, senza rendersi conto che tale divieto crea un vespaio tra frustrazioni e comportamenti violenti.

Il timido avanzare di una terza tendenza umana che usa il cuore innanzitutto (sempre che sia una tendenza autentica), mi commuove parecchio e mi fa sperare in un futuro differente, in cui le diversità si sfiorino fino a toccarsi, arrivando così a essere semplicemente persone che appartengono al genere umano che amano, a prescindere.

Monia Zanon

Operatore olistico con livello Trainer, accreditato SIAF (Società italiana armonizzatori familiari, councelor, operatori olistici) codice di attestazione VE855T-OP. Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. Direttrice didattica dell’accademia HumanProject®

 

9/01/15
Monia8gen2015

162. LA VITA DOPO LA MORTE E IL CARRO DELL’ANIMA

L’anima esiste fuori dal tempo; essa può sperimentare gli insegnamenti che brama attraverso il veicolo umano ma, mentre per noialtri, caro viandante, si tratta di una vita di fatiche, limiti, abbandoni, per lei non sono che pochi attimi di comprensione, elaborazione, archiviazione.

L’argomento della settimana fa luce su come è composto il nostro veicolo fisico, poiché siamo dei viaggiatori e questo corpo ne è la nave.
Inoltre ci dirà cosa accade dopo la morte del fisico e cosa accade da una reincarnazione a un’altra.
Offrirà delle tecniche per aiutare chi è morto suicida.
Ci spiegherà come garantirsi un corpo energetico che funga da contenitore dopo la morte per proteggere l’anima, definito “carro dell’anima”. Come già accennato nei precedenti post e video, attivare il cuore e ripulirlo da credenze fuorvianti è importante nonché garanzia per avere nel piano astrale questo involucro che ci trasporti nel viaggio dopo la morte fisica. Ma se questo non avviene, se non si è formato il carro dell’anima, che accade?

Condivido con te, caro Viandante, queste ricerche attraverso il seguente video, in cui sono ospite di Sennar Karu e Anna Spiga, che onoro e ringrazio.

 

 

 

19/12/14
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