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Il lavoro: caduta e redenzione (parte 1)

Il lavoro: caduta e redenzione (parte 1)

Il lavoro come vocazione è quello che si fa per realizzare se stessi e adempiere al proprio dovere e destino. Cioè adempire alla chiamata della propria anima. Quando il lavoro tornerà a servire questi valori, rappresenterà di nuovo un ponte verso la gioia e il benessere, del singolo e della collettività. Articolo di Peter Roche de Coppens.

La vita sulla terra così come la condition humaine sono costellate da una miriade di paradossi e contraddizioni, da disuguaglianze e ingiustizie (apparenti, cioè a corto ma  non a lungo termine, in quanto a lungo termine ognuno raccoglie, fatalmente e inevitabilmente, ciò che ha seminato).

Uno di questi paradossi è quello che esiste fra i piaceri e la gioia. Un altro potrebbe essere quello che troviamo quando gli uomini, pur facendo una certa cosa per conseguire un determinato fine od obiettivo, finiscono invece per giungere all’opposto di quello che volevano. Un’ultima contraddizione potrebbe essere quella fra vocazione e professione. È proprio questo l’argomento che vorrei discutere, in quanto questo è un tema veramente fondamentale a vari livelli: materiale, psicosociale e spirituale.

Per porre il nostro tema in prospettiva ed esaminarlo alla luce della tradizione spirituale (che è la mia passione e il mio forte), vorrei sottolineare un fatto o assioma veramente fondamentale. Santi e Saggi di molte tradizioni, così come i Padri della Tradizione Cristiana primitiva, erano giunti alla conclusione e insegnavano che la vita sulla terra per l’essere umano è sostenuta da tre pilastri fondamentali: la preghiera, il lavoro e la ricreazione o, visti sotto un’altra angolatura, dal pilastro della forza (vita), della forma (contenitore) e della coscienza, fiore e integrazione della vita e del contenitore. Per questa volta penso di parlare e di farvi riflettere sulla prima prospettiva.

Per crescere, per rimanere sani e per godere di benessere e quindi poter essere ed esprimere se stessi, il bambino, l’adulto e il vecchio hanno bisogno di riconoscere, vivere e integrare la preghiera (collegamento con il Cielo e il Sé spirituale), il lavoro (necessario per sopravvivere in questo mondo e per manifestare le proprie energie e facoltà creatrici) e la ricreazione, ossia il divertimento sano (riequilibrare e creare armonia tra le forze celesti, che sono la polarità femminile e interiore, e le forze terrestri, che rappresentano la polarità maschile ed esteriore). Non a caso il motto di vari ordini monastici, tanto in Occidente quanto in Oriente, è stato per secoli ora et labora!

Stranamente, non tutti sono coscienti dell’importanza della ricreazione o del divertimento, purché sia sano e morale. Di cosidetti “divertimenti” ne abbiamo tanti nel mondo e nella società moderna, ma ben pochi sono rimasti sani e morali.

Oggi, comunque, ci focalizzeremo sul tema del lavoro, che ha vissuto e sta vivendo una vera “caduta” e “redenzione” a livello sociale, economico ed evolutivo.

I problemi del lavoro sono sempre stati diversi e molteplici, ed è normale sentire frasi come le seguenti:

Non c’e lavoro anche se vorrei veramente lavorare.
Il lavoro che faccio non viene apprezzato nel suo giusto valore e non sono ricompensato in modo adeguato.
Nel lavoro ci sono “padroni” che ne fanno di cotte e di crude e “schiavi” che devono accettare i ricatti dei padroni se vogliono ottenere o mantenere il loro posto.

A questo punto potremmo chiederci una cosa molto semplice, chiara e fondamentale: la dimensione del lavoro è intelligibile e studiabile, oppure no? Esistono vere soluzioni sane e morali per tutti? E se esistono, come potremmo trovarle, studiarle e realizzarle?

Dal punto di vista spirituale, non esiste problema che non abbia soluzione… in quanto il mondo è stato creato da un Essere, Forza e Intelligenza, perfetto, che sa quello che fa, che è saggio, buono e potente! Ma molte volte, come già diceva Albert Einstein, la soluzione si trova a un livello superiore di quello dove è nato il problema! Quindi il lavoro è intelligibile e ci sono soluzioni che possiamo trovare, sperimentare e adoperare… ma a livelli di coscienza superiori, e non a quelli attuali!

Uno dei grandi paradossi o contraddizioni della nostra epoca è quello dei piaceri e della gioia che vorrei mettere un po’ più a fuoco con la nostra “lente d’ingrandimento” cioè con la nostra consapevolezza e conoscenza.

I piaceri sono molteplici, provengono dal mondo esteriore e si possono comperare e vendere… ma il tempo lavora contro di loro. Prima o poi tutti i piaceri ci lasciano sazi, nauseati e annoiati così dobbiamo correre a cercarne altri, più sofisticati e più forti per sentire ancora qualcosa di vero e poter goderne. Provenienti dalla nostra personalità (che va dal 1° al 4° livello di coscienza e di essere), i piaceri si frammentano e si moltiplicano senza fine. Più scendono e più si polverizzano (cioè ci danno meno soddisfazioni in un periodo di tempo sempre più ristretto).

La gioia invece ha la sua fonte nella nostra anima (che va dal 5° al 7° livello di coscienza a livello tecnico). Questa non si puo’ né comperare né vendere, ma solo ricevere o meno, se l’abbiamo meritata! La gioia autentica non si frammenta né si moltiplica ma s’intensifica e va sempre più in profondità. In questo modo, il tempo lavora per lei piuttosto che contro di lei! Come un buon vino, col tempo migliora, si approfondisce, s’intensifica e ci dà sempre più soddisfazione e quindi non dobbiamo cambiarla come i piaceri che invece sono effimeri.

Per di più, la gioia ci vivifica e ci ispira mentre i piaceri ci indeboliscono e ci abbruttiscono! E così sono veramente contrari e opposti anche se in apparenza dovrebbero essere simili e portarci alla vera soddisfazione.

Penso che esistano delle similitudini e corrispondenze fra il lavoro visto come vocazione e il lavoro visto come professione, in quanto la loro natura, la dinamica e i risultati finali sono molto simili. Infatti, vedo la tragedia del lavoro, così come quella dell’amore, aver seguito in qualche modo lo stesso percorso evolutivo, cioé una “caduta” o degrado, che poi porterà a un rinascimento o “redenzione”.

Che cosa intendo con “lavoro come vocazione” e “lavoro come professione”, in che modo sono opposti e qual è la soluzione di questo paradosso, pieno di contraddizioni e di una grande sofferenza umana?

Il lavoro come vocazione è quello che si fa per realizzare se stessi e adempiere al proprio dovere e destino. Dal punto di vista della tradizione spirituale, prima d’incarnarsi e di scendere nel mondo della materia, l’anima, con l’aiuto del Cielo (Angeli o Signori del Karma), sceglie un certo percorso e destino da vivere sulla terra. Questo comporta varie esperienze, lezioni da imparare, facoltà e potenzialità da attualizzare, e debiti da pagare.

Il problema, qui (che poi si può spiegare e ha un senso molto logico), è che la persona beve l’acqua del Lete, dell’oblio, quando entra in un corpo fisico, non ricordandosi più quello che aveva scelto “in alto”, in un altro livello di coscienza. Quindi il lavoro come vocazione non è altro che rispondere alla chiamata della propria anima e adempiere ai compiti che si erano scelti ancora prima d’incarnarsi. In parole semplici questo significa fare una cosa per se stessa e non per quello che ci può offrire.

Visto sotto questo profilo, il lavoro è proprio una trinità per quanto riguarda i suoi scopi, obiettivi e raison d’être:

1. È una cosa che si fa per se stesso, per essere fedele a se stesso e al proprio destino, e per evolvere e arricchirsi attualizzando le proprie facoltà e potenzialità (il fine).
2. È qualcosa che si fa per vivere per pagare le proprie spese nel mondo della materia, per fare scambi: dare e ricevere (il mezzo).
3. Il lavoro è anche una terapia per mantenere e guarire la propria salute, e assicurare il proprio benessere e la propria crescita (per maggiori dettagli si veda il capitolo “Il Lavoro Come Terapia” nel mio libro La Grande Opera: La Piena Realizzazione dell’Uomo, Guna 2010).

Il lavoro come professione è il risultato inevitabile della ”caduta”, ossia dell’abbassamento del livello di coscienza dove il ”mezzo” divora il ”fine” così come la “parte” assorbe e frantuma il ”tutto”, creando disarmonie e violenza.

Qui una persona non lavora più per il lavoro stesso e per farlo bene, ma piuttosto per ottenere quello che il lavoro può offrire come strumento: più soldi, prestigio, e un ruolo sociale e professionale. Questo è un cambiamento sottile ma molto profondo a livello qualitativo. Un esempio e una metafora potrebbe essere la relazione sessuale vista come manifestazione dell’amore e dell’attrazione… o come mezzo per guadagnare soldi, potere e prestigio! Come esiste una “prostituzione” a livello affettivo, così esiste anche una “prostituzione” a livello cognitivo e volitivo… che porta a risultati molto simili!

Analizzando questa differenziazione e passaggio, vediamo che il lavoro per vocazione, così come la conoscenza per l’amore della verità e l’amore per l’amore, coinvolge tutta la persona e non solo una parte di essa. Questo crea un “circuito” dove la vita, la vitalità, l’affetto e l’informazione possono fluire liberamente dalla dimensione spirituale a quella fisica tramite i nostri corpi energetici e i loro centri psicospirituali. Questo vivifica e ispira la persona dandole anche una grande gioia e soddisfazione.

La “prostituzione” invece, cioè fare una cosa non per se stessa ma per quello che ci può offrire, e dunque il lavoro come professione,  così come la conoscenza e l’amore strumentalizzati, coinvolgono solo una parte della persona, e quindi la frantumano e la dissociano. Questo crea “blocchi energetici” e informativi dove il suddetto “circuito” non esiste più e quindi la persona non può più essere vivificata, ispirata, e dunque veramente soddisfatta!

A lungo termine, questa situazione porta inevitabilmente al burn-out dove la persona si ammala, diventa triste e insoddisfatta, vuole sempre di più a livello esteriore e materiale per colmare un vuoto interiore e umano. Così si arriva al conflitto con gli altri e alla guerra tra i “ricchi” che hanno beni materiali e i poveri che non li hanno!

Riassumendo e guardando a questi due primi attributi del lavoro, possiamo dire che si tratta di una doppia faccia: può essere fine a se stesso rappresentando il processo attraverso il quale noi evolviamo, attualizziamo le nostre facoltà e potenzialità, ma allo stesso tempo è anche un mezzo per guadagnare la nostra vita e il cibo nel mondo materiale cioè per sopravvivere.

La questione fondamentale è l’importanza e la priorità che diamo a queste due facce che poi variano e devono cambiare nel tempo e secondo la nostra età. È chiaro che dobbiamo anche sopravvivere e pagare la nostra parte nel mondo fisico… e quando siamo giovani questo può essere l’aspetto più importante. Ma ciò non basta e non possiamo lavorare solo come mezzo per guadagnare soldi, prestigio e potere; dobbiamo anche crescere, evolvere e trovare soddisfazione nell’adempiere ai compiti scelti dalla nostra anima. Più invecchiamo e più maturiamo, più questo aspetto diventa relativamente più importante.

(fine Parte 1)

Continua nella Parte 2

 

 

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