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Se da una parte la pubblicità cerca di indurci ad avere bisogni non autentici, dall’altra siamo costretti ad affrontare la frustrazione di non poterli soddisfare a causa dell’attuale crisi economica che, paradossalmente, potrebbe fornirci la chiave per imparare a distinguere quello che veramente è importante. Questo il messaggio di Stefano Fusi, intervistato sul tema “Veri e falsi bisogni”.

– Corriamo appresso ai desideri più disparati, spesso in modo compulsivo: la macchina, il conto in banca, i vestiti di marca.. e una volta ottenuti, alla fine ci sentiamo meno felici di quanto avevamo immaginato. Ci sono dei casi in cui dei personaggi, una volta ottenuta la fama che tanto desideravano, si sono poi lasciati andare alla depressione. Come distinguere tra veri e falsi bisogni?

Naturalmente, i bisogni sono relativi alle singole persone e al tipo di cultura in cui si vive, perché si è condizionati dalla storia personale e dalla cultura. Ad esempio, esistono culture per cui è molto importante avere un gran numero di famigliari e vivere in una famiglia allargata, piuttosto che avere tante cose ed oggetti. In particolare, per quello che riguarda il nostro stile di vita, viene coltivato ad arte il fatto di dipendere da qualcosa di esterno, di fuggire da se stessi, i bisogni vengono quindi indotti e coltivati e l’idea veicolata è che l’individuo deve avere bisogno di qualcosa che può ritrovare nell’acquisto o nell’ottenimento di una certa posizione sociale. Chiaramente, nella maggior parte dei casi, tutto questo non basta perché non conferisce davvero benessere né un senso di reale appagamento.

Quello che manca è sempre il senso di appagamento, che non si può ottenere con dei meri sostituti. E’ una sensazione che non si può descrivere esattamente a parole ma riguarda il sentirsi soddisfati con pienezza di quello che si ha, o meglio di quello che si è.

– Come andare incontro ai propri bisogni autentici invece che a quelli indotti dalla cultura? Può darci un consiglio?

Un consiglio potrebbe essere quello di fare il seguente gioco mentale: mettere sui piatti di una bilancia le nostre scelte e cercare di pesarle, vedendo quale delle due è veramente fondamentale per noi. Immaginare di aderire ad una scelta e pensare alle sue conseguenze, e poi fare altrettanto nell’altro caso. Occorre visualizzare dentro di sé, fare un’auto-esplorazione usando la propria immaginazione creativa e sentire la sensazione che ne deriva. In realtà, quando siamo un po’ più tranquilli con noi stessi e ci guardiamo dentro, ci accorgiamo che conosciamo già quello che è il nostro desiderio autentico. Certo, occorre fare un po’ di lavoro per svuotarsi dai falsi bisogni ed essenzialmente si tratta di meditare. Meditare, per me, vuol dire essere completamente presenti in quello che si fa, e quindi sentire con ogni parte di se stessi… e non esiste un modo unico per farlo, tenendo presente che ci vuole un addestramento al “non-fare” più che al “fare”. In questo modo, si arriva a scegliere di fare quello che ci dà più soddisfazione, e parlo di una soddisfazione che non è semplicemente mentale, ma sia fisica sia spirituale.

Nel momento in cui ci si è svuotati da questo genere di false attese, emerge quello che veramente conta, e per tutti fondamentalmente è la stessa cosa: il bisogno di essere amati, accettati, riconosciuti, di sentirsi parte di un gruppo e di una comunità. Conosciamo la massima di Gesù “Ama il prossimo tuo come te stesso” che non vuol dire “pensa solo agli altri” ma, al contrario, “pensa a te stesso, cerca di soddisfare te stesso come soddisfi gli altri”; cioè l’amore di sé non può diventare solo amore per gli altri, come invece accade nella nostra filosofia cattolico-cristiana. Quella frase, a mio avviso, voleva intendere entrambi gli aspetti quindi il bisogno più importante che abbiamo è di riconoscerci nel mondo e vedere che il mondo ci risponde. In questo, le varie acquisizioni esterne possono essere più di ostacolo che altro. Comunque, quello di essere prosperi, ricchi e realizzati può essere anche un bisogno esistenziale, non c’è nulla di male, quello che conta è l’uso che se ne fa e l’atteggiamento che si ha verso la vita.

Ci tengo a far notare che, paradossalmente, questo periodo di crisi economica è molto interessante perché dobbiamo fare a meno di tante cose che prima si davano per scontate; ci impone di affrontare una certa frustrazione perché non abbiamo la possibilità di soddisfare tutti i bisogni che ci vengono indotti esiamo costretti a scegliere fra le cose veramente importanti. Ogni giorno dobbiamo mettere qualcosa sul piatto della bilancia, proprio come ho suggerito nel mio esercizio di visualizzazione. L’importante è farlo con maggiore coscienza, dedicandoci un po’ di tempo regolarmente e, ogni volta che abbiamo dei dubbi, possiamo utilizzare i piatti della nostra bilancia interiore. Può essere di aiuto anche mettere per iscritto i risultati di questa auto-esplorazione, indicando chiaramente conseguenze e sensazioni per ciascuno dei casi. Invece, la pubblicità vorrebbe che non ci fermassimo a riflettere tant’è vero che ci segue ovunque senza lasciarci mai, la troviamo dappertutto e fra un po’ la troveremo pure al gabinetto… perché quando ci si ferma a pensare e a meditare, è facile rendersi conto che quello che la pubblicità propone non è fondamentale.

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