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71. NEL NOSTRO INCONSCIO BENE E MALE ABITANO INSIEME

 

Cellulare, documenti.
Tutto quanto custodito,
nel gabbiotto, alla soglia,
di presidio all’infinito.
Sto arrivando,
nello stomaco gelato
del gigante assopito,
domicilio costruito
all’indirizzo più lontano
dallo spazio e dal tempo
che si possa immaginare.
Tutta occhi,
per ascoltare
ogni piccolo sussulto,
cosa hai fatto?
Non ricordi, non lo sai o non ci credi.
Sei un uomo,
e per adesso
niente altro mi interessa.
Ti ricordi come è andata,
me ne parli,
per favore,
mentre io tutto seguo,
fuorché le tue parole.
Cerco ombre disegnate sul tuo volto e nel respiro,
le pupille e le tue spalle,
e il tono muscolare,
ansia e rabbia, sempre loro,
si fan vive sotto il ghiaccio.
Ma sei triste, ora vedo,
lieve e rapido un accenno,
io son qui per valutare,
ma i miei occhi son veloci,
più di un monito al dovere.
La sorpresa del tuo sguardo
mi conferma il mio sentore,
niente per dissimulare,
tutta emozione da liberare.
Porta aperta su
di un nudo,
secondino avanti e indietro,
ma il pudore non si addice
al dolore da scontare.
Nudo e vivo,
tu mi dici,
e lo vedo, non c’è dubbio.
Sei un uomo
e per adesso
niente altro mi interessa.
Sono uscita, dovrò tornare;
cellulare, documenti…
metter via gli occhi per andare,
silenziosa rimuginare che
han visto vita
dove non si può dire.

Alle origini della poesia

Ma chi te lo fa fare di andare in carcere? Me lo son chiesta anch’io la prima volta, mentre depositavo all’ingresso i documenti e il cellulare. Sensazione di nudità estrema, smarrimento. Nessun riferimento, nessun contatto. Una telefonata come un miraggio. Poi arrivi davanti a lui che devi valutare. Un assassino, che ti parla della mamma, delle visite che aspetta, del freddo che fa. Tu sei il perito del Tribunale. Tu non appartieni a quel mondo. E lo guardi e molte emozioni contrastanti si muovono… perché è un essere umano, esattamente come te. Sì, potresti essere tu, come chiunque. Gli stessi bisogni, le stesse piccole quotidiane esigenze che diventano grandissime nella lente di ingrandimento che il carcere pone su ogni cosa.

Le prime volte è strano, poi ti abitui. Sì, ti abitui. Conosci tutti al centro clinico dove ti fan fare le visite… con la porta aperta. La porta aperta! E tu che la prima volta, ingenua e tenace paladina del tuo atto medico prima di tutto, hai tentato di chiuderla sotto gli occhi attoniti della guardia e tanto più del detenuto. Poi ti abitui anche a quello, e fai domande, intime, pesantissime, mentre passano lì accanto… ascoltano persino, in una rappresentazione scenica che però è reale.

A un certo punto si stravolge tutto. Le emozioni umane sono uguali dappertutto e per chiunque. Impari che l’atto non è la persona. Cominciano le domande, sul senso della pena, sulla detenzione, sulla riabilitazione, sul lavoro che svolgi, sul senso ultimo e profondo del tuo essere lì. Per ora so soltanto che l’essere umano è prima di ogni cosa e che la vita dirompe nonostante tutto e per fortuna.

Mi sono scoperta anche più scomoda di quel che pensavo, più tenace, più battagliera… una spina nel fianco mi han detto. Non mi dispiace, in fondo ho solo cominciato.

Riflessione: il mio rapporto con il male

Per questa ragione questa poesia vi invita a riflettere sui giudizi che emettete, sulla vostra idea di bene e di male, su come vi sentite diversi da chi disapprovate, sul senso di separazione che ognuno di noi coltiva in sé e che gli fa credere che a lui o a lei certe cose non possono capitare.

Tempo fa, durante un corso, uno dei partecipanti, essendo a conoscenza anche del versante forense della mia professione, mi chiese cosa ne pensassi delle madri che uccidono i figli, se fosse vero che la causa di tutto era la depressione e come mi fossi sentita periziandole.

La risposta che diedi stupì anche me stessa perché mi diede prova del lungo lavoro di trasformazione che la frequentazione delle carceri aveva prodotto in me. Spiegai che l’atto era cosa differente dalla persona e che, se l’atto era giustamente da condannare, la persona, in un’ottica che sarebbe degna della più classica delle tragedie greche, rappresenta quel soggetto che incarna anche per tutti gli altri il male di quell’atto. Quelle donne, quelle madri “degeneri” agiscono nel reale una dinamica fantasmatica che vive nell’inconscio di ogni madre, ma che di solito rimane tabù, cioè proibita e saldamente controllata per il bene del gruppo, come ci insegna Freud, appunto, in Totem e tabù: fare e disfare il figlio come un oggetto proprio. Quelle madri, con il loro agire, permettono alle altre di pensare: “Io non farei mai una cosa del genere”, “Io non sono come lei”, “Lei era malata, aveva la depressione”, e in termini sistemici, le salvano.

Perciò bene la condanna dell’atto, ma altrettanto necessaria la profonda compassione per la persona, che dovrebbe essere vista non come diversa, ma come espressione di una dinamica dell’umano che la società tutta ha il dovere di affrontare, con strumenti atti al recupero vero del soggetto, con mezzi che lo aiutino nel terribile, ma necessario viaggio nella colpa, che quando accade, e l’ho visto con i miei occhi, trasforma le persone in esseri nuovi, e conferisce loro (un po’ come nel personaggio manzoniano di Lodovico-Fra’ Cristoforo) la potenza e il coraggio di chi si redime nel cuore.

Nel nostro inconscio bene e male abitano assieme, luce e ombra sono presenti, intrecciate e mescolate. Inutile voler credere il contrario. Chi opera la scissione tra bene e male dentro di sé, chi rifiuta l’oscuro, la tenebra, la rabbia, l’invidia dentro di sé, alimenta ombre nei sotterranei della propria psiche e, paradossalmente, sono sempre la rigidità, il manicheismo, il controllo a generare gli atti peggiori.

È proprio quando facciamo nostra l’idea di dover “combattere il male” che diventiamo pericolosi per il nostro prossimo e per noi stessi. Il male, come ci insegna ogni tradizione di saggezza antica, incluso Gesù Cristo, non va combattuto né tantomeno eliminato: esso è parte integrante e necessaria della vita stessa.

Perciò provate a riflettere sul rapporto che avete con il male. Come lo sentite? Ne avete paura? Lo giudicate negativo? Oppure lo vedete come una forza intrecciata al bene? Come affrontate il problema del male nell’essere umano?

Dobbiamo comprendere, come scrive Jung nella lettera a Padre Victor White, che quando si affronta il male “si ha più che mai bisogno della minima particella di bene. Si tratta di fare in modo che la luce continui a risplendere nelle tenebre, e la vostra candela non ha senso se non nell’oscurità”. Finché condanniamo il male negli altri, perdiamo la possibilità di percepirlo in noi e in realtà vi restiamo legati. Non c’è altra via che quella di accettare il male, senza amarlo e senza odiarlo, comprendendo che esso fa parte della vita.

Sempre Jung ci ispira la più ardua delle riflessioni: “L’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito”.

Sopportare la piena conoscenza di sé, questo è l’unico vero antidoto al male. Una società che promuova nella scuola, nella cultura, nell’educazione la conoscenza di sé e la presa di coscienza degli opposti dentro di sé, è una società in pace, è una società divina.

Come, infatti, ci lascia scritto Eraclito, l’oscuro: “Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai profumi e prende nome dall’aroma di ognuno di essi”.

Erica F. Poli

Dal libro Poiesis – Psicoterapia in poesia (Anima Edizioni)

 

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1 commento su “71. NEL NOSTRO INCONSCIO BENE E MALE ABITANO INSIEME”

  1. Vado e sto con i carcerati da tanto tempo e tu Erica con la tua grazia e maestria hai messo in poesia ciò che sento io grazie

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