SOS per l'Anima

Emozioni, Salute, Felicità

Un video-blog interamente dedicato al benessere psicosomatico.

Erica F. Poli

EFP

64. LE RADICI BIOLOGICHE DELL’AMORE

Carissimi,

in questo video qui sotto trovate il mio intervento al Festival dell’Amore (7-8-9 Giugno 2019, triennale Milano). Argomento trattato: le radici biologiche dell’amore. (Cliccare sull’icona dell’audio nella barra video per aumentare il volume, se necessario.)


Il tema dell’amore è centrale e riguarda la maggior parte delle problematiche psicologiche. L’amore in realtà ha radici biologiche, radici fisiche, chimiche e anche genetiche. L’amore è parte del corpo stesso e trova la sua massima espressione nella capacità di stare in relazione con ogni cosa.

Erica F. Poli

Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

A partire dal 10 settembre 2019 sarà disponibile il mio nuovo libro Le emozioni che curano

Libro-Poli-Emozioni

 

Poli-64-amore-b

 

 

 

26/08/19
Poli-64-amore

63. LA MALATTIA: MOMENTO QUANTICO E RESILIENZA

Carissime e carissimi,

vi segnalo questo mio intervento al 6° Congresso Internazionale di Medicina Biointegrata (Roma, 5-6-7 aprile 2019) sul tema “La malattia: momento quantico e resilienza. La risposta biointegrata”.

Parliamo di fenomeni biologici e fisica quantistica, resilienza, DNA, epigenetica, neuroscienze, emozioni, guarigione, sistema immunitario, risposta allo stress, memorie del corpo, stati di risonanza… Buona visione!

 

 

Erica F. Poli

Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

Poli-5giu

 

5/06/19
Poli-5giu

62. IL FALLIMENTO DELLO SCIENTISMO IN MEDICINA

La nostra società è malata. Come il pazzo che si crede Napoleone, così lo scientismo che oggi la attraversa vuole far credere a tutti che gli uomini, così come le stufe elettriche, non sono che macchine. Basta premere un bottone e la malattia se ne va. Ma l’universo, le sue leggi, la vita, la coscienza e i nostri stessi corpi sono molto di più che la somma delle loro parti. Dalle scoperte sullo spazio e sul tempo della fisica quantistica, a quelle sul DNA che cambia in maniera bidirezionale, addirittura anche grazie al linguaggio, passando per la reale natura della memoria e per il cuore della nostra salute, che passa attraverso le relazioni, lo stesso concetto di malattia deve essere ridefinito. La medicina dei nostri tempi, che dallo scientismo si è fatta abbracciare in una morsa mortale, può davvero guarire, ed è interessata a farlo? Perché molti medici hanno rinunciato a capire i loro pazienti nella loro complessità, e li trattano come un meccanico tratta il tubo di un radiatore? Di questioni fondamentali ed eterne parliamo con Erica F. Poli, medico, psichiatra, psicoterapeuta, e con Maurizio Grandi, medico, oncologo e immunoematologo. Una doppia intervista che vi proietterà sulle questioni fondamentali della vita. Su Byoblu.

Alcuni passaggi estratti dal video:

La malattia è qualcosa che ha a che fare con una perdita o un’alterazione, una disarmonia nella comunicazione tra diversi elementi di cui noi siamo costituiti e che appartengono a mondi diversi, appartengono a piani differenti. Allora, il mistero della vita è fatto di relazioni ed è per questo che quando noi andiamo a studiare gli aspetti relazionali – la biografia di una persona – scopriamo dei misteri che hanno a che fare anche con la sua biologia. Perché la relazione che tu hai con la tua vita, con te stesso, con il mondo, rispecchia, si traduce, dialoga con la relazione che c’è nei tuoi sistemi biologici. Quella che è la tua relazione con la vita, quella che è la tua relazione con il mondo si rispecchia nel tuo sistema immunitario, si rispecchia nelle tue cellule.

La malattia dovrebbe essere un segnale che indica che qualcheduno, in quell’orchestra, non sta più suonando una musica polifonica e armoniosa e che ci sono delle comunicazioni alterate… E per quella che riguarda la mia area di competenza posso dire che le emozioni, cioè i vissuti emotivi, hanno un grande impatto in questo perché le emozioni sono un Giano bifronte: sono contemporaneamente fisiche e non fisiche, sono psichiche, ma anche assai più somatiche di quello che noi pensiamo. E quando noi lavoriamo su quell’aspetto ci accorgiamo che possiamo dialogare con quell’orchestra. Un medico dovrebbe essere uno psicosomatista, non dovrebbe prescindere né dal versante psichico, né da quello somatico. Cioè, dovrebbe essere qualcuno che indaga le relazioni tra i piani di esistenza dell’individuo che ha di fronte.

C’è un aspetto di soggettività che (per fortuna, direi) non può mai essere esaurito da nessuna scienza, tant’è che anche le pericolose equazioni che a volte sento diffondere in psicosomatica – la relazione ogni sintomo un messaggio e per una malattia c’è un conflitto emotivo corrispondente – sono pericolose perché sono né più né meno che un’altra ipotesi meccanicista, soltanto questa volta non farmacologica o non chirurgica, ma è sempre il tentativo di ridurre qualcosa che è nell’individuo e che è unico di quell’individuo, invece, a un protocollo. Questo è il problema dello scientismo.

Oggi, in una medicina che vuole essere onnisciente, che fa pensare alle persone di essere immortali, il protagonista è diventato il farmaco. Protagonista anche sotto un aspetto economico.

Quindi è chiaro che ciascuno di noi porta la sua unicità e quindi ha anche i suoi irrisolti o i suoi interessi ai suoi bisogni in ciò che fa: il lavoro che tu fai, la ricerca che tu conduci è un’espressione di tema. Un conto è se tu consideri questo e quindi non scindi la scienza da chi la scienza la fa. Diverso, invece se la scienza diventa né più né meno che una religione in cui tu credi e credi che sia verità, senza considerare che sappiamo benissimo che una delle basi della scienza è che nella scienza un dato è vero fino a… quando? Fino a quando non arriva un altro dato che lo smentisce. Quindi il concetto di verità nella scienza dovrebbe essere qualcosa di molto meno rigido, e invece quello che noi osserviamo è che c’è – a volte – un sapere apodittico nella scienza che è molto forte, soprattutto nel sapere accademico. Cioè, ci sono alcuni aspetti che sono di integralismo accademico tanto quanto l’integralismo religioso!

Noi siamo in un mondo indubbiamente globalizzato – questo può essere anche interessante, può certamente darci delle aperture notevoli –, tuttavia il nostro benessere è anche collegato all’armonia con le radici. Cioè, nel momento in cui esiste una radice in cui tu trovi un nutrimento, esattamente come la pianta, cioè la pianta trova nella radice la possibilità di raggiungere delle profondità dove c’è una linfa, dove c’è qualcosa che la radica. Allora noi abbiamo bisogno per stare bene – proprio nell’ottica di questa armonia, anche rispetto a quella che è l’ereditarietà che noi portiamo, dove questo DNA, appunto, ormai sappiamo non essere soltanto un meccanico fautore dei nostri mattoni in maniera deterministica, ma è anche ovviamente il portato di chi ci ha preceduto – abbiamo bisogno di mantenere vivo il legame con le radici che sono quelle del tuo ambiente. Anche se tu viaggi nel Web e puoi, ovviamente, in 5 secondi vedere che cosa succede dall’altra parte del mondo e magari anche ascoltarne la musica o mangiare quel cibo, la tua radice biologica è nel luogo dove tu sei nato, è nell’ambiente in cui tu ti trovi e diventa un grande rifugio per ritrovare chi sei tu, soprattutto quando stai male. Invece noi questa cosa la stiamo perdendo.

Quando una persona viene da me, siccome è immersa e vive nel paradigma meccanicista il quale in parte ha contribuito (a ciò), ha l’idea lineare del tempo, cioè l’idea che esista un principio che ci regola, che regola la nostra vita, che è il principio causa/effetto per cui esiste un qualcosa che è prima, che genera un qualcosa dopo. E anche la medicina si è allineata a questo. E questo produce dei grossi danni… Tieni conto che io vedo veramente decine di persone ogni giorno, quindi annovero un campione – insomma – non indifferente da anni. E hanno tutti l’idea che devono trovare la ragione del loro malessere e questa ragione è tendenzialmente nel passato, e una volta che l’avranno trovata staranno bene, saranno liberi e invece… Tra l’altrom vogliono che, in qualche modo, gliela trovi tu. Quindi: “Sollevami dal carico di essere un essere umano, sollevami dal carico della mia complessità, toglimi dal mistero, rendi tutto chiaro, toglimi dal segreto di chi sono io”, che è una cosa terribile perché vuol dire toglierti dalla tua originalità. “Rendimi come tutti gli altri e dammi la famosa ricetta”.

Quando noi richiamiamo un ricordo noi non lo andiamo a pescare da qualche parte: noi lo riviviamo. Cioè, noi lo ricreiamo in quel momento, non è che esiste prima, tu ce l’hai una biblioteca e lo vai a prendere: no! Tu ricrei l’esperienza in quel momento e la rivivi (tant’è che una sostanza te la può bloccare a tal punto che tu non la ricordi più). Cioè, se tu smetti di riviverla in quel momento, poi la traccia amnesica non c’è più. Allora non è che tu ce l’avevi da prima, come se fosse un ricordo catalogato in un hard disk che l’enzima lo interrompe, tu riattacchi il cavo e poi continui a riviverlo. Non c’è più… Che cosa vuol dire questo? Questo cambia il paradigma anche della psicoterapia. Vuol dire che se tu stai costantemente rivivendo non un ricordo che già c’è, ma tu stai rivivendo un modo di funzionare. Tu rivivi un funzionamento del tuo organismo: stai risuonando una musica. Non è che la musica suona da prima, tu la risuoni e credi che quella sia la tua identità e continui a risuonarla. Arrivi – ipotizziamo – nel mio studio e io ti chiedo di suonare una musica diversa o la suoniamo insieme, il che già la rende diversa in qualche modo. A un certo punto questa è un’esperienza che interrompe il suono precedente e il suono precedente non esiste più. Certo, è tendenzialmente più facile suonare ciò che è già stato suonato, ma non è perché esiste da prima: esiste qui, adesso, e se tu lo modifichi esisterà qualcosa dopo che non è più quello di prima. Allora questo modifica il paradigma della psicoterapia e modifica l’idea che le memorie traumatiche abbiano effettivamente un peso nel determinare la tua psicopatologia. Non ce l’hanno le memorie traumatiche, ce l’ha il funzionamento immagazzinato nelle tue strutture rispetto a un’esperienza che ha lasciato un imprinting, e tu continui a ripetere un imprinting. Questo – se tu ci pensi da un punto di vista metafisico – va esattamente in una maniera, se vuoi più concreta e forse anche più intuibile, esattamente a confermare quello che Robert Lanza come altri dicono del tempo. Il tempo è un tempo circolare, non è un tempo lineare. Cioè, è un ciclo che si ripete a meno che tu non cambi musica.

Poli-Grandi-Scientismo

 

Visite congiunte a Torino con la dott.ssa Erica F. Poli e dott. Maurizio Grandi: 16 maggio 2019 – 27 maggio 2019- 11 giugno 2019 – 28 giugno 2019

Per maggiori informazioni andare a questo link.

 

23/04/19
Poli-Grandi-Scientismo-SQ

61. CODICE UMANO: DALLA GENETICA ALL’AMORE

Carissime e carissimi,

ecco il video con il mio intervento tenuto il 28 ottobre 2018 per TED x Reggio Emilia.

Tra gli argomenti del video:

Perché alcuni si ammalano e altri no? Perché alcuni guariscono e altri no?

Studi effettuati: neurofisiologia delle emozioni, biofisica delle emozioni, studi sulle energie e sulla coscienza.

Nelle vicende della salute e della malattia, le emozioni e la biografia hanno un peso molto importante.

Lo strumento più potente che avete per comunicare con il DNA sono le emozioni, le relazioni, il sorriso.

Pensavamo al DNA come a un programma statico e ora scopriamo che il DNA è invece un potenziale che può essere modificato nella sua espressione dall’ambiente, e di questo ci parla l’epigenetica.

Ogni cellula contiene circa 3m di DNA. Affinché il DNA si esprima si deve aprire e srotolare e per far ciò deve riceve delle informazioni dall’esterno.

L’informazione, infatti, segue anche il senso che dall’esterno, l’ambiente, verso l’interno, il DNA.

L’ambiente è il contesto, il cibo, l’aria, ma è anche la storia delle nostre emozioni.

Il connettoma, l’insieme delle reti neurali del cervello, è plasmato dalle nostre emozioni.

Il corpo agli albori dello sviluppo è fatto interamente di esperienze di contatto.

Modificare il tessuto delle nostre relazioni e della nostra quotidianità ci dà l’occasione di cambiare l’informazione biologica dentro di noi in quanto il nostro DNA è adattivo e apprende dall’esperienza.

poli-genetica

Erica F. Poli

Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

 

 

12/02/19
poli-genetica

60. LA COPPIA, LO SPECCHIO, IL DNA E L’EPIGENETICA

Carissime e carissimi,

ecco un’altra mia intervista per genitorialcontrario.it nella rubrica “Genitori che portano il cambiamento”.

Argomenti affrontati nel video:

Il genitore unico si trova a vivere il ruolo di referente per i figli senza le dinamiche naturali che si gestiscono all’interno della coppia.

Quando c’è la coppia genitoriale si innescano anche delle dinamiche nella gestione del potere, come una divergenza di opinioni che emerge quando si devono affrontare delle criticità.

I bambini sono molto bravi a percepire in quale ambito possono diventare più complici dell’uno o dell’altro genitore per ottenere quello che desiderano.

Tra genitori e figli si instaurano delle dinamiche che fanno da specchio sulle proprie dinamiche più profonde. Ciò che non hai risolto in genere è ciò con cui vai a incagliarti con il figlio.

Un figlio può cambiare la percezione che ha dei genitori immaginandoli ai tempi in cui erano bambini e poi immaginando di conversare con loro non come figlio ma come adulto che deve affrontare le loro stesse problematiche.

L’epigenetica riconosce l’importanza dell’ambiente nel modulare i geni. Molte volte abbiamo creduto che fosse genetico qualcosa che era invece epigenetico, considerando il DNA come qualcosa di statico. Il DNA a suo modo è epigenetico perché ha continua necessità di fattori di regolazione. Esistono chiaramente elementi genetici predeterminati e dal punto di vista spirituale possiamo pensare che l’anima sceglie comunque di manifestarsi all’interno di determinate condizioni secondo un proposito più profondo.

Erica F. Poli

Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

60-poli

Fonte: genitorialcontrario.it

 

18/12/18
60-poli-sq

59. MATERNITÀ, ANIMA E LAVORO

Carissime e carissimi,

ecco la mia video-intervista con genitorialcontrario.it per la rubrica “Genitori che portano il cambiamento”.

Argomenti affrontati nel video:

1) il lavoro che svolgiamo è un’apprendistato per l’anima e se guardiamo la nostra professione in quest’ottica non possiamo che aspettarci cambiamenti

2) il diventare madre permette alla donna di risvegliare la parte intuitiva di sé legata al ventre, all’istinto e alle radici e questo può essere portato nella propria professione come linfa nuova

3) una donna che non sia madre, voglia diventarlo ma abbia paura per questioni legate al lavoro, può lasciar andare questa emozione perché il figlio porterà solamente cambiamenti positivi nella sua vita

4) chi lavora su di sé diventa motore di cambiamento anche per chi gli sta attorno

Erica F. Poli

Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

Poli-genitori

Fonte: genitorialcontrario.it

 

13/11/18
Poli-genitori-sq

58. JUNG HA ANTICIPATO LE NEUROSCIENZE

Articolo di Florinda Belli per mutamenti.ch

Erica Francesca Poli è psichiatra, psicoterapeuta e couselor. Propone a chi la segue vari percorsi basati su metodi e strumenti diversi tra cui anche il Libro Rosso di Carl Gustav Jung, usato in modo personalissimo. Quale è il rapporto della dottoressa Poli con Jung e la psicologia analitica?

Oggi la psicanalisi è per così dire passata in secondo piano.  Spesso le si preferiscono le neuroscienze e gli approcci corporei. Perché?
Le neuroscienze hanno cambiato il paradigma perché hanno dato delle evidenze scientifiche ad alcuni aspetti che hanno spostato l’attenzione dalla riflessione intellettuale al sentito, al percepito. C’è un termine inglese che rende molto bene quest’idea: felt sense, il senso del percepito. In altre parole il prestare un’attenzione esplorativa, non giudicante, amorevole al tuo percepito. Si tratta di un’attività molto raffinata della nostra corteccia, unita all’attivazione del sistema limbico, che è invece il cervello più antico quello che condividiamo con i mammiferi e che è quello della vita istintiva che regola sia il vissuto emozionale che la vita vegetativa e ormonale. Quindi una specie di crocevia tra la mente e il corpo. Il felt sense unisce capacità riflessiva e capacità istintiva ed è quello che fa fare quel salto di neuroplasticità che trasforma il carattere. Questo tipo di ascolto viene usato come dicevo da tutte le tecniche corporee, ma il termine è stato coniato da Eugene T. Gendlin, un filosofo che ha creato la tecnica del Focusing. Tutte le tecniche corporee che provengono dalle neuroscienze si basano su questa attenzione al percepito. Si è notato che quando prestiamo attenzione non con la mente, ma con il sentire, a un certo punto, quasi magicamente, accade quello che viene chiamato un body shift, un cambiamento fisico perché c’è stata una straordinaria interazione tra il dato corporeo e il significato. Per tornare alla psicanalisi, direi che sensazione e simbolo si integrano, il che secondo me è molto junghiano.

Tuttavia la maggioranza degli psicanalisti junghiani contina a privilegiare il ragionamento intellettuale…
Nella psicanalisi junghiana esiste comunque una profonda conoscenza dei miti, dei simboli. Jung ha passato la vita ad ascoltare il percepito.

Lei usa il Libro Rosso di Jung in un modo che si potrebbe definire poco ortodosso. Inoltre integra la psicanalisi con altre tecniche. Come è arrivata a ciò?
Sono eclettica per natura. Credo che ciò sia dovuto alla mia innata curiosità, ma anche alla mia forma mentis che tende a integrare il sapere, a mettere in relazione una materia con l’altra per avere un quadro più grande. Ho sempre faticato a ragionare per compartimenti stagni. Per dare un’idea del mio percorso: ho iniziato con un’esperienza di ipnosi, poi ho seguito la Psicosintesi assagioliana, poi sono passata al “Rêve éveillé” di Desoille, da lì ho fatto la prima analisi junghiana, poi un’analisi freudiana e infine mi sono aperta alle neuroscienze e a varie forme di psicoterapia centrate sulle emozioni e infine a tutta la parte energetica. La mia preparazione si potrebbe paragonare a una cassetta di attrezzi da cui io pesco a seconda della persona e della situazione. Tuttavia se dovessi citare un referente spirituale lo troverei sicuramente in Jung piuttosto che in Freud. Jung ha oltretutto un lato concreto che corrisponde al medico che c’è in me. Non voglio sembrare pretenziosa, ma sento grandi affinità con Jung: come me era psichiatra, ha lavorato in ospedale, poi ha aperto il suo studio e ha iniziato un suo percorso di ricerca, senza disdegnare gli aspetti esoterici perché è stato un grande studioso di Alchimia e del mondo orientale. Tuttavia ha sempre avuto un approccio più pragmatico che speculativo e astratto. Jung, come me, amava provare, sperimentare su di sé ciò che proponeva ai suoi pazienti.

I suoi seminari sul Libro Rosso sono percorsi brevissimi che secondo lei portano all’individuazione, il massimo traguardo della psicanalisi junghiana. Per lei quindi l’individuazione non è ciò che eventualmente si può raggiungere solo dopo un lungo iter psicanalitico?
Jung  diceva una cosa che per me è rimasta come un traguardo al quale tendere: secondo lui un bravo psicologo analitico (usava questo termine invece di psicanalista per distinguersi da Freud dal quale si era separato) ipoteticamente vede il paziente anche una volta sola. Questo perché trova immediatamente il complesso centrale, o il dilemma centrale attorno al quale il paziente si costella e glielo restituisce in una forma tale che egli lo possa integrare, raggiungendo l’individuazione, che a mio modo di vedere è un punto di arrivo ma anche un punto di partenza.

In che senso?
Nel senso che durante una seduta di psicoterapia ci sono dei momenti in cui si arriva alla congiunzione degli opposti. Il problema è poi mantenerla e farla diventare testimonianza di vita, che è quello che ha cercato di fare Jung. Jung infatti dice che la sua vita è stata un viaggio di autorealizzazione dell’inconscio. Quindi la cosa difficile è permettere all’inconscio di autorealizzarsi nella vita. Per arrivare a ciò bisogna poter capire che la vita è un viaggio attraverso gli eventi, le persone e gli incontri come fatti contingenti, come aspetti esteriori di un Sé che si sta manifestando. Bisogna saper rinunciare al controllo della mente. Il che è molto orientale. Del resto Jung era vicino al pensiero orientale se è vero che l’ultimo testo che ha letto prima di lasciare il corpo è stata una poesia Zen che fa capire la differenza tra la realtà vista dalla mente che giudica e la realtà vista dal Sé che vive nella natura. Quindi nelle sue ultime ore Jung ha riflettuto su un testo che parla della necessità di abdicare al bisogno di definire. Avere questo coraggio secondo me è l’individuazione. Sono certa che un bravo psicoterapeuta può scoprire molto rapidamente quale è il dilemma centrale di una persona. Il punto è poi farlo arrivare al paziente e aiutarlo a incarnarlo. Anche qui Jung dice una cosa potentissima: “Abita il tuo conflitto”. In tutti i suoi lavori sull’ombra, Jung afferma che solitamente i pazienti vengono da lui per essere liberati dal conflitto,  mentre lui al contrario è costretto a farli stare proprio lì, dove non vogliono stare. Quindi, per tornare alla domanda, non penso che l’individuazione sia inarrivabile, anzi, penso che quando avviene trasforma: la vita non è più la stessa. Ci vuole il coraggio di restarci.

Un’ultima domanda: Jung diceva che se qualcuno giunge all’individuazione, in un certo senso “salva” retroattivamente anche i suoi genitori e i suoi antenati. Ciò naturalmente fa pensare alle Costellazioni familiari che però sembrano proporre il processo inverso, ossia: scopro i conflitti dei miei antenati per risolvere i miei. Che cosa ne pensa?
Ho molti pazienti che arrivano da me dopo aver tentato vari percorsi, tra cui anche le Costellazioni. Da notare che ho studiato Hellinger e che le Costellazioni come le propone lui mi sembrano molto belle. Il problema è che molti seguaci di Hellinger praticano le Costellazioni con una logica lineare, ossia con l’idea che tutto sia regolato da un meccanismo di causa-effetto. Questa è una delle trappole in cui cadono gli esseri umani e in particolare gli Occidentali. È un meccanismo che presuppone un flusso di tempo dal passato al presente e al futuro, in altre parole qualcosa che è successo prima determina ciò che succede adesso. Quindi, i costellatori pensano che, trovata la causa, risolveranno il problema. Questo modo di pensare caratterizza anche la visione freudiana della psicanalisi: troviamo il trauma originario e il problema scomparirà. In realtà si tratta di un’illusione. Nel caso delle Costellazioni poi c’è l’aggravante che devi affidarti al costellatore e al campo energetico, credendo tutto ciò che ti viene detto. Non voglio dire che a volte non vi siano delle corrispondenze che colpiscono emotivamente e che ottengano un certo effetto. Tuttavia da quanto ho potuto constatare con i miei pazienti, da costellatori diversi si ottengono soluzioni diverse. Inoltre, anche energeticamente, non si tratta di un processo sempre favorevole perché, se è vera la fisica quantistica, o quantomeno se è vero il concetto già enunciato da Einstein che in realtà il tempo è curvo, allora tutti i tempi sono presenti assieme e quindi, dal momento in cui agisci  su un tempo in realtà agisci su tutti gli altri, un po’ come quando fai l’upgrade del computer che modifica automaticamente tutti i file. Ma se qualcuno di questi file non sostiene il nuovo sofware, allora lo perdi e quindi rischi di perdere delle parti di te. Secondo me le Costellazioni vanno bene per esplorare varie ipotesi, ma non sono una terapia. Inoltre alimentano ancora una volta l’idea meccanicistica che bisogna trovare un perché in qualcosa che è successo prima. Jung cent’anni fa aveva già capito l’assurdità di una simile teoria. Questo del resto è stato uno dei motivi del suo disaccordo con Freud. Freud dice che l’inconscio è una specie di armadio per gli scheletri, un contenitore di fantasmi, di nevrosi. Per Jung invece l’inconscio è il serbatoio della nostra ricchezza, ci connette all’incoscio collettivo e contiene tutti i simboli dell’umanità, anche i più antichi. Quindi se Freud ha l’idea molto meccanicistica di riportare il sintomo a un trauma, Jung articola. Se possiamo rappresentare il processo freudiano come un vettore che torna in un punto, il processo junghiano è una ramificazione che tocca più significati e li sposta su più livelli. Perciò quello che ha un significato nel piano di coscienza ordinario, nel piano dei simboli ne ha un altro e ti arricchisce.
Jung in pratica aveva capito che prendersela con i propri antenati è un metodo di basso profilo intellettuale e culturale. Afferma infatti che chi inizia il processo di individuazione comincia ad avvicinarsi all’inconscio e lì trova gli archetipi, ossia dei grandi contenitori di signifcato, e solo grazie a questi può cominciare a capire che posizione occupa. Jung afferma che il processo di individuazione non affranca dagli antenati, ma dall’identificazione con il ruolo assunto.

C’è un bellissimo passaggio del vangelo di Giovanni che dice:
In principio era il Verbo (che viene tradotto anche con il Figlio)
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Quindi se in principio era il Logos, ossia il Figlio, ossia l’emanazione di Dio, vuol dire che il Figlio, ossia noi, che giudichiamo l’operato dei nostri genitori, siamo noi in principio. In realtà è solo il Verbo, ciò che diciamo, che definisce ciò che è stato prima. E il Verbo era presso Dio, ossia il Figlio era presso il Padre. E il Verbo era il Padre, e il Figlio era il Padre. E tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. Senza il Figlio che riconosce, niente di ciò che ha fatto il Padre esiste. Questo ribalta totalmente il problema: non è il padre che causa la situazione. La causa è il figlio che lo giudica. Il punto importante è che, se capiamo questo, capiamo che siamo noi l’ago della bilancia di ciò che c’è nella nostra vita, in base a come giudichiamo. Infatti nella prefazione al Libro Rosso, Sonu Shamdasani dice, citando Jung, che noi cominciamo a liberarci dall’inconscio collettivo quando capiamo che il nostro destino è determinato da ciò che diciamo e dal nostro giudizio. Questo ribalta il concetto di causa-effetto e situa la causa nel presente, introducendo il principio quantistico di inversione del flusso del tempo, o il concetto di tempo circolare che era già del mondo greco. Quindi, se il figlio smettesse di sentirsi vittima per entrare in un archetipo alchemico, capirebbe che ciò che dice in bene o in male del Padre potrà cambiare ciò che esiste.
L’individuazione è semplicemente la congiunzione degli opposti che libera dall’essere condizionati da ciò che gli archetipi agiscono in noi. È un passaggio coscienziale, è un processo alchemico in cui la sostanza di cui siamo fatti cambia. Credevamo di essere fatti di paure, dolori, torti e invece cambiamo radicalmente.

È molto affascinante.
Il suo grande pregio è di rendere la vita bella comunque. La vita è un viaggio di autorealizzazione e non una sequela di imprevisti a cui dobbiamo far fronte. Se vivi in questo modo, scopri che la vita ha un senso, indipendentemente da ciò che c’è dopo.

Per saperne di più: www.ericapoli.it

videocorso-Poli-Jung

 

2/07/18
jung-poli

57. ALIMENTAZIONE, SALUTE E AMBIENTE

Carissime e carissimi,

ricondivido con voi questo mio intervento al convegno Alimentazione, Salute e Ambiente svoltosi il 24 marzo del 2015 alla Camera dei Deputati.

Buona visione!

 

 

Erica F. Poli

Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

 

 

6/06/18
erica-camera-deputati

56. DOMANDE EURISTICHE

[…] adesso vi invito a disporvi in stato di presenza, di centratura, qui e ora nel vostro spazio interiore e vi chiedo, se lo volete, di leggere le domande che troverete poco più sotto, che sono le stesse che utilizzo nei miei corsi e con le persone che mi si rivolgono.

Lasciatele risuonare dentro di voi e lasciate che la risposta accada dentro di voi, con una parola, un’immagine, una sensazione, senza chiedervi perché. Lasciate che, dall’abisso dell’essere, chi è responsabile, capace di rispondere, cioè il superconscio, la coscienza quantica, lo faccia.

Abbandonate la paura che deriva dalla logica causale di colpevolezza e permettete al superconscio di fare ciò che è sicuro e appropriato per voi in questo momento, rispondendo solo a ciò a cui è bene rispondere ora.

A volte ci sono domande che restano sospese, anche per anni, e infine la risposta arriva.

Non dimenticate che etimologicamente la domanda è un affidarsi, un raccomandare con fiducia lieve la richiesta a chi sa e può rispondere.

Rispondete di getto, con la prima cosa che vi viene in mente, anche se vi sembra stupida.

Potete anche farvi leggere le domande da un’altra persona, vi potrebbe servire per ottenere un effetto di maggiore potenza della domanda.

Domande per trovare, o meglio, per essere trovati dalle risposte

Perché sto co-creando questo?

A quale scopo sto co-creando questo?

Quando ho co-creato questo?

C’è qualcosa di importante che ho ottenuto da questa situazione?

C’è qualcosa che non mi piace e questa situazione mi permette di evitarlo?

Se non avessi questa condizione farei qualcosa di diverso?

Ci sono vantaggi consci nel mantener questa situazione?

Se questa condizione se ne andasse temo di perdere qualcosa?

Se domani fosse l’ultimo giorno della mia vita cosa rimpiangerei di non avere fatto e cosa farei?

Se io sapessi già che, comunque vadano le cose, alla fine guarirò, sarò felice, sarò salvo etc., farei in questo momento qualcosa di diverso da ciò che sto facendo?

Erica F. Poli, estratto dal libro Anatomia della Coscienza Quantica (Anima Edizioni)

Libro-Quantica-Poli

 

56-poli

 

9/05/18
25-poli sq

55. LA GIOIA INTERIORE

La Dott.ssa Erica F. Poli, direttore sanitario del centro EFP Group di Milano, ci parla della gioia.

 

Tra gli argomenti del video:

In genere pensiamo alla gioia come al risultato di situazioni piacevoli.

La gioia interiore è come un sole che continua a esistere anche quando ci sono le nuvole.

Paradossalmente la gioia interiore permette anche il dolore e le lacrime.

La gioia interiore è una condizione nella quale anche in presenza delle nubi, di emozioni considerate negative, permane l’io sono, lo stato di presenza.

La gioia interiore non ha oggetti sui quali proiettarsi, ma è compiuta in sé.

Possiamo praticare la gioia interiore, anche se non sempre è facile farlo perché la tendenza è quella di scappare di fronte a ogni prova.

 

55polibig Libro-Quantica-Poli     poiesis

 

16/03/18
55poli