La Terra dei Magi

Fiabe e favole per la Nuova Era

Da una terra di confine tra il visibile e l’invisibile, conosciuta soltanto alle creature fatate, ai Grandi Magi e agli esseri spirituali, raccolgo e narro storie fantastiche.

Grazia Catelli Siscar

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18. NEMICO AMICO

Bianca sudava sotto il berretto, nonostante fosse un freddo mattino d’inverno. I battiti del suo cuore acceleravano mentre affrettava il passo; tra poco avrebbe cominciato a correre, ma tanto era inutile, lui l’avrebbe comunque raggiunta.

“Lui” era Guido, un ragazzino crudele che quasi ogni giorno se la prendeva con lei. Bianca non gli aveva fatto niente. La sua unica colpa – casomai fosse una colpa – era quella di avere un aspetto goffo, modi impacciati e tanta timidezza.

2Guido aveva preso di mira quella bimba rotondetta e silenziosa, con gli occhiali troppo grandi e lo sguardo troppo triste. Le sue vessazioni erano parole crudeli, nomignoli infamanti e persino, qualche volta, aggressioni fisiche. Ne faceva di tutti i colori alla povera Bianca, dal rompere i suoi occhiali al buttare al vento i suoi quaderni. Qualche volta la tirava per i capelli e la spingeva contro il muro. A tutto quel male Bianca non reagiva e non chiedeva aiuto, insomma non ne parlava con nessuno.

Lei non aveva mai molte parole, solo lo stretto necessario. Eppure il suo mondo interiore era ricco, ricchissimo di parole. Tanto grigia era la sua vita reale, quanto luminosa era quella segreta, nascosta in una mente brillante e visionaria. Possedeva una grande fantasia, era spesso folgorata da idee geniali, riflessioni profonde, intuizioni e ispirazioni che ogni artista amerebbe avere. Tuttavia nessuno conosceva la sua grande ricchezza. La teneva ben nascosta; infagottata come il corpo.

Anche quella mattina stava quindi tentando di sfuggire al suo aguzzino. Quando il terribile ragazzo fu a un passo da lei, mentre allungava le braccia per acchiapparla, accadde l’impensabile: tra loro due si frappose un vento fortissimo, un tornado in miniatura, così violento che risucchiò Guido lontano dalla sua vittima. Il bullo cadde a terra e si vide strappare il coltellino dalle mani, strumento con il quale aveva intenzione di infierire sullo zaino di Bianca. Tutto intorno splendeva il sole e regnava la solita atmosfera di ogni giorno: il chiasso dei bambini che uscivano da scuola, il via vai delle auto, i richiami dei genitori. In quell’angolo di strada invece infuriava un misterioso uragano in miniatura, e ce l’aveva proprio con lui!

3Guido ebbe paura, e appena fu in grado di rialzarsi scappò via.

A quel punto il turbine puff… svanì, e sotto gli occhi stupefatti di Bianca apparve l’autore di tanta confusione: una minuscola e graziosissima fata!

«Ciao» disse la piccola creatura, mentre si aggiustava il vestitino di delicato tulle azzurro e lisciava le sue belle ali, altrettanto azzurre e trasparenti.

«Grazie» riuscì a balbettare Bianca, che aveva voglia di darsi un pizzicotto perché non poteva credere ai suoi occhi, ma era paralizzata dalla meraviglia e non riusciva a muovere neanche un dito.

«Oh non c’è di che, mia cara. Quel tuo amico stava proprio esagerando!»

«Non è mio amico, in realtà mi odia! Un giorno ha cominciato a perseguitarmi e non ha più smesso. Eppure non gli ho fatto niente!» rispose Bianca, che non aveva mai pronunciato tante parole tutte insieme, tranne forse durante le interrogazioni della maestra.

«Sì, è tuo amico! E qualcosa di male lo hai fatto eccome, ma non a lui. Lo hai fatto a te stessa, e continui a farlo ogni giorno».

1«Non capisco…» Bianca era già molto frastornata dagli eventi, adesso quelle parole sembravano un enigma.

«È semplice!» esclamò la fatina. «Sei nata ricca di doni meravigliosi. E cosa ne stai facendo di tanta abbondanza? Un assoluto niente! Tutte le cose che conosci, tutta la saggezza che hai… restano imprigionate dentro la tua testa! Ma non è solo roba tua, è un dono che hai il dovere di condividere con il mondo!»

Bianca era sempre più confusa. «Sono timida, ho paura a dire le cose che penso, non interessano a nessuno».

La fata svolazzò intorno alla bimba, come per misurarla tutta, poi atterrò sopra alla sua spalla destra. «Proprio per questo ti è stato mandato Guido in aiuto!»

«In aiuto?» La bambina sgranò gli occhi dietro le lenti dei suoi occhiali. «Mi fa del male! Come può essere un aiuto questo?»

«I nemici sono i più grandi alleati che il generoso Universo decide di mettere sulla vostra strada terrestre. Sono preziosi quanto i migliori amici. Non sei forse la prima a dire parole cattive su di te, nel segreto della tua testolina? Ecco, Guido dice quelle parole a voce alta, così che tu possa capire quanto sono stupide e false! Con il suo strillare porta l’attenzione su di te, che invece vorresti tanto nasconderti al mondo. Illumina i tuoi angoli segreti, li tira fuori come tira fuori i tuoi quaderni e li butta al vento».

4«Guido fa tutto questo? Cioè mi fa del male per il mio bene?»

«Esattamente! Beh, è un sistema abbastanza rozzo, lo ammetto, ma se voi umani capite come funziona, è davvero efficace. Siete un po’ zucconi!» La fata ridacchiò cristallina.

«Perché mai si sarebbe preso questo disturbo? Nemmeno mi conosce!» Per Bianca era difficile credere che un ragazzo crudele, che le stava rovinando la vita, fosse in verità un amico, un alleato, e che il male subito da lui fosse un favore!

«Non lo conosci adesso, qui, in questa realtà». La fata parlava accovacciata sulla spalla della bambina. «Tuttavia forse – prima di scendere sulla terra – le vostre anime hanno stretto un accordo. Forse in verità siete grandi amici, e lui si è assunto il compito ingrato di farti da nemico, così che tu possa imparare qualcosa…»

«Cosa?» Bianca sentiva che il discorso, per quanto bizzarro, aveva un senso, anche se tutto era confuso nella sua mente, e le idee turbinavano facendo quasi il rumore del tornado sollevato poco prima dalla fata.

«Humm… nel tuo caso direi che… hai scelto di imparare l’importanza di condividere i doni. Ciascuno di voi nasce con un dono unico e specialissimo. Un dono prezioso che arricchirebbe l’intero pianeta se solo non foste tanto confusi e paurosi. Tanto sordi ai suggerimenti del vostro cuore! Lui, il cuore, sa tutto, lui ve lo dice qual è il vostro tesoro, ma quando mai lo ascoltate? Si sgola, poverino, fino a perdere la voce!»

La bambina rimase in silenzio. Aveva una domanda ma non osava chiedere.

«Vuoi sapere quali sono i tuoi doni?» La fata sapeva leggere nella mente. «Già li conosci, non c’è bisogno che te li dica io. E poi… vuoi mettere che bella avventura è scoprirli strada facendo?»

Adesso la fatina era volata sul berretto di Bianca, quasi volesse aprire la sua testa per far uscire allo scoperto il tesoro di cui parlava. Ma questa era una bizzarra sensazione della ragazza, che stava provando emozioni nuove e un po’ folli. Ed era felice!

5I giorni seguenti provò a cambiare atteggiamento nei confronti del prossimo e della vita. Non fu per niente facile, anzi, si trattò di un duro lavoro, fatto di successi e fallimenti, cadute e risalite, ma lei ce la mise tutta. Cominciò a intervenire quando la maestra stimolava una discussione in classe, o quando si parlava la sera a tavola con la famiglia. Le sue idee brillanti, la sua intelligenza, la sua capacità di trattare gli argomenti in modo originale, affascinarono e stupirono proprio tutti. Ottenne voti sempre più alti, i fratelli e i genitori finalmente la tenevano in considerazione, e lei acquistò sempre più coraggio e fiducia in se stessa. Aveva anche smesso di infagottarsi come un salamino e con la sua ciccetta simpatica e gli occhialoni da ragazza in gamba ora sembrava anche più bella!

Quando fu nuovamente aggredita dal suo aguzzino, Bianca per la prima volta reagì. Assestò a Guido una sonora cartellata sulla testa e gli diede del vigliacco e del fifone, perché non aveva il fegato di misurarsi con qualcuno della sua taglia. Il ragazzo non se l’aspettava una tale grinta! Che fine aveva fatto l’indifesa bambina brutta e stupida, o meglio, quella che lui credeva tale? Dove aveva trovato, Bianca, il coraggio di reagire a quel modo?

6Non poteva sapere che la ragazza aveva smesso di vederlo come un pericoloso nemico; ora per lei era un amico che aveva perso la memoria, e che stava interpretando la parte del cattivo. E gli amici non fanno paura! In cuor suo addirittura ringraziava Guido e lo benediva, perché senza la sua perfetta interpretazione da acerrimo nemico, non sarebbe arrivata alla disperazione, la fatina non sarebbe mai apparsa, e lei non avrebbe mai avuto la possibilità di mostrare tutta la luce dei suoi doni.

Guido non aggredì più Bianca, anzi, girava proprio alla larga, colpito dalle sue occhiatacce minacciose. È vero, Bianca lanciava occhiate nere per tenerlo a bada, tuttavia sotto sotto se la rideva. E serbava la speranza che un giorno, in un altro luogo e un altro tempo, chissà, forse avrebbe potuto abbracciare di nuovo quel caro, vecchio amico.

Grazia Catelli Siscar

Libro-Catelli-Principe-Mago     I Viaggi di Timoteo Grazia Catelli Siscar

25/01/17
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17. LO SPECCHIO MAGICO E IL SEGRETO DELLA FELICITÀ

C’era una volta un bambino povero. Si chiamava Leone e non era affatto contento di essere povero. Bella scoperta, direte voi! Piano, una cosa alla volta: è necessario che prima vi racconti la sua idea di povertà, perché ciascuno intende le cose a proprio modo, e per molti bimbi della Terra quella parola significa – per esempio – patire la fame. Secondo Leone, invece, povertà era l’ansia della mamma quando non aveva abbastanza soldi per fare la spesa, e capitava che alla cassa dei supermercati si trovasse nell’imbarazzo di dover scegliere quale prodotto rimettere sullo scaffale, cioè a quale cosa avrebbe potuto rinunciare la famiglia quella settimana. Era povertà il doppio lavoro di suo padre, che tornava a casa sempre troppo stanco per giocare con lui e i fratellini, e non aveva nemmeno la forza di ascoltare il loro chiasso. Povertà erano i vestiti usati che gli passavano i fratelli maggiori, era la sua scatola da sei pennarelli, così misera davanti alla favolosa confezione di latta da cinquanta colori del compagno di banco. E gli zaini degli altri ragazzi sempre nuovi ogni anno, tanto sgargianti da far sembrare orrenda la sua vecchia sacca di tela. Anche le avventure delle vacanze al mare che raccontavano gli amici a settembre, mentre lui non era mai stato in vacanza.

Insomma, erano un sacco di cose che non poteva avere. Ma il Natale… il Natale sì che faceva sentire Leone davvero povero! Nelle settimane precedenti alle feste non sentiva parlare d’altro che di regali dai suoi compagni, e non sembravano nemmeno emozionati – nonostante descrivessero giocattoli meravigliosi – perché erano sicuri che li avrebbero ricevuti. Lui no. Non riceveva mai quello che desiderava! Perché gli era toccata la sfortuna di nascere povero?

1-leone-triste-sulla-panchinaUn pomeriggio d’inverno – mancavano due giorni al giorno di Natale – Leone tornava dal negozio del quartiere con una busta della spesa. La mamma gli aveva commissionato latte e biscotti, una confezione risparmio da cinquecento grammi, non quelli al cioccolato che a lui piacevano tanto. Lungo la strada si lasciò cadere seduto su una panchina, tutto ricurvo come un sacco vuoto; non gli andava di tornare subito a casa. Una pozzanghera lì accanto rifletteva il suo volto triste, e mentre si specchiava nell’acqua, parlava a se stesso: «Sei proprio sfortunato!» E più diceva quelle cose più si sentiva triste, più si sentiva triste più gli sembravano vere quelle parole.

All’improvviso, un altro volto apparve riflesso nell’acqua accanto al suo: il volto barbuto di un vecchio che non aveva né visto né sentito arrivare. Tantomeno sedersi su quella panchina!

3-lo-strano-vecchio«Ma guarda lì che faccia! Sei più grigio dell’acqua sporca nella pozzanghera!»
Leone sussultò alle parole dell’uomo. Distolse lo sguardo dalla pozza e guardò l’anziano signore negli occhi.
«Sono triste per un motivo serio» rispose.
«Quale sarebbe?» chiese il misterioso interlocutore.
«Io e la mia famiglia passeremo il solito Natale senza doni e senza cose speciali da mangiare. Siamo poveri».
«Uhm» mugugnò il vecchio grattandosi la barba bianca.

Due operai stavano passando nelle vicinanze e trasportavano insieme uno specchio antico molto grande, a piccoli passi per non scivolare sul terreno umido.

«Gentili signori, potreste farci un grandissimo piacere?» Il vecchio si alzò in piedi nel rivolgere la parola ai due, che si fermarono e posarono a terra il pesante oggetto.
«Ecco grazie, tenetelo fermo così» disse l’uomo soddisfatto mentre faceva alzare Leone dalla panchina e lo spingeva gentilmente davanti allo specchio. «Qui puoi vederti meglio. Coraggio, dimmi cosa vedi».
«La mia faccia triste, e i calzoni di mio fratello maggiore che oramai sono corti anche per me!»
«Bene» ribatté il barbuto signore mentre aggiustava la posizione del bambino davanti alla specchiera. «Vedi tristezza perché la superficie riflettente di questo oggetto te la rimanda tale e quale. Ora prova a sorridere».

Leone si girò a guardare lo strano personaggio con aria interrogativa, ma poi obbedì, si voltò di nuovo verso lo specchio e fece un ghigno, come quando si sorride controvoglia.
«Spero che tu sappia fare di meglio!» disse il vecchio aggrottando le sopracciglia candide e folte. Ma il suo cipiglio sembrava ironico.

«Ehi, noi stiamo lavorando, se avete voglia di giocare…» L’operaio non poté finire la frase perché il compagno gli allungò un calcio, e gli fece anche un gesto eloquente perché si togliesse il berretto, in segno di reverenza verso l’anziano. A dire il vero quel tipo alto e barbuto, dai modi risoluti e regali, suscitava uno spontaneo rispetto. Doveva essere così per forza se aveva convinto facilmente due operai a interrompere il lavoro e reggere uno specchio, immobili nel freddo polare di quel giorno, senza che nemmeno sapessero perché lo stavano facendo!

4-lo-specchio-della-vitaLeone finalmente sorrise come si deve, con il viso aperto e gli occhi luminosi.
«Oh ecco, questo sì che è un sorriso! Quindi adesso cosa vedi?»
«Beh, vedo me che sorrido!»
«Coraggio, guarda meglio, dimmi di più». Il vecchio roteò il palmo di una mano nell’aria, come un direttore d’orchestra che invita i musicisti ad alzare il volume del suono.

Leone rimase in silenzio qualche minuto a osservare se stesso nello specchio, mentre il suo sorriso diventava sempre più largo e spontaneo.
«Vedo un bambino felice» disse infine.
«Esatto, vedi un bambino felice, mentre poco fa vedevi un bambino triste. Ma chi ha dato allo specchio un’immagine triste e poi un’immagine felice?»

«Eh?» esclamò l’operaio che prima aveva fretta, grattandosi la testa confuso. Prese un altro calcio dal collega, il quale ammiccò verso il vecchio, come per dire «sta zitto e ascolta!»

«Sono stato io a dare le immagini a questo specchio» rispose Leone, che nel frattempo era passato dal sorriso al riso per la comica scenetta degli operai.
«Esatto, sei stato tu!» Il vecchio scandì le parole e assunse un’aria solenne. «Ti svelo un grande segreto, ascoltami bene. La vita è come uno specchio: riflette quello che le mostri. Quando sei triste, lanci nel mondo immagini di scontento e infelicità, e allora vedrai soltanto quelle intorno a te, perché lo specchio della vita potrà riflettere solo il tuo scontento e la tua infelicità. Se invece manderai immagini di gioia, come stai facendo adesso, lo specchio, obbediente, rifletterà la gioia. L’esistenza sarà gioiosa! Solo tu hai questo potere sulla tua vita, tu e nessun altro! Sei un potente creatore, di bellezza o di bruttezza, di felicità o disperazione. Puoi scegliere».

5-i-fratelli-di-leoneLeone non era sicuro d’aver capito tutto, ma di una cosa era certo: continuava a sorridere e provava gioia! Anzi, aveva proprio voglia di ridere, perché gli operai stavano facendo anche loro qualche prova, chinati sullo specchio per guardarsi mentre sorridevano a trentadue denti! Erano davvero buffi! E rideva anche il misterioso vecchio. E anche una coppia di sposi a passeggio; i coniugi non sapevano perché, ma vedere gli altri ridere li faceva divertire e ridere a loro volta. Poi passò il droghiere, che nel frattempo aveva chiuso la bottega; tutta quella gente allegra lo mise di buon umore e camminò a passo svelto verso casa con aria pacioccona e felice. Adesso l’emozione di Leone era al culmine perché accadeva qualcosa di stupefacente: tutto il mondo attorno a lui era cambiato davvero! Ed era successo perché aveva cominciato a sorridere!

«Perché funziona così? Chi l’ha inventata questa cosa?» Domandò mentre saltellava euforico.

«Appunto volevo proprio…» L’operaio – il solito curioso dei due – stava per dire che voleva fare la stessa domanda, ma si fermò per l’occhiataccia del collega; occhiataccia che in verità non aveva visto, ma era sicuro di averla ricevuta!

«Mio caro bambino» rispose il saggio. «È una delle prodigiose, magiche leggi della vita. Ce ne sono tante, una più magica dell’altra…»

Ecco, lo sapeva: c’era di mezzo la magia! Leone si accontentò della risposta ricevuta dal vecchio, certo che non fosse possibile spiegare davvero le faccende magiche. O forse invece era possibile? Ma già nel cielo scuro apparivano le prime stelle, si era fatto tardi, doveva tornare a casa. Abbracciò il vecchio e ringraziò gli operai, che salutarono sventolando i berretti, gioiosi come non si erano mai sentiti in vita loro. I due uomini poi sollevarono lo specchio e, dopo una specie d’inchino rivolto al saggio barbuto, si rimisero in marcia, grati perché aveva insegnato anche a loro tale grande segreto.

Leone entrò in casa con ancora un bel sorriso stampato sul volto. La mamma guardò il ragazzino stupita, ma contenta di vederlo finalmente allegro, quel figlio musone!
«Cosa ti è successo?» gli chiese mentre toglieva le mani dal lavello pieno di sapone e piatti da lavare.
«Ho imparato una cosa fantastica oggi, mamma!» ma non aggiunse altro.

6-lo-spettacolo-dei-fratelliIl bambino prese per mano suo fratello minore e lo portò con sé nella camera dei due fratelli maggiori.
«Ho un’idea!» esclamò rivolto a tutti. «Facciamo una piccola commedia la notte di Natale! Mamma e papà lavorano tanto per noi, meritano un regalo specialissimo».

I tre fratelli ci pensarono un po’ su, poi risposero che sì, era proprio una bella trovata! Si divisero i compiti: il maggiore avrebbe costruito un teatrino con oggetti trovati in soffitta, il secondo in ordine decrescente di età avrebbe fatto i costumi, era bravo con forbici e colla. Leone era lo sceneggiatore, e il piccolo… beh, il minore doveva aiutare un po’ tutti alla bisogna.

La notte di Natale, durante la cena, i ragazzi non stavano nella pelle per la gioia di fare la grande sorpresa ai genitori. Leone guardava mamma e papà scambiarsi occhiate affettuose, e ricordò che ogni sera suo padre, al ritorno dal lavoro, non dimenticava mai di dare un bacio alla moglie. Pensò a tutte le buone cenette che sapeva cucinare la mamma con gli ingredienti semplici che potevano permettersi. E guardò il suo piatto, dove un bel pezzo di pollo arrosto mandava un profumino delizioso. In cucina c’era persino la torta, decorata con glassa al cacao e alberelli natalizi di mandorle e zucchero! Si sentì molto fortunato. Non era più un bambino povero; circondato da tanto amore, adesso era il ragazzo più ricco del mondo! Cosa stava accadendo, forse un miracolo? No, era una magia, e l’aveva creata lui, ora che sapeva come fare, ora che lo specchio della vita rifletteva la sua immagine felice!

I fratelli avevano ridacchiato, complici, durante tutto il pasto, e una volta finita la cena saltarono letteralmente giù dalle sedie per cominciare lo spettacolo. Il fratello maggiore sbucò vestito di nero fuori dai teli che facevano da sipario, con una finta barba bianca e un incedere solenne. Leone e l’altro fratello avevano due berretti in testa e reggevano uno specchio, e il piccolo sedeva sopra a una cassa che fungeva da panchina, con l’aria triste da attore consumato. Leone aveva messo in scena l’incontro con il vecchio, che più ci pensava più era sicuro fosse un mago!

7-qualcuno-lascia-un-sacco-la-notte-di-nataleCon quel piccolo spettacolo voleva insegnare alla sua famiglia il segreto della felicità. E ci riuscì, perché la misteriosa legge dello specchio piacque a tutti, anzi, li entusiasmò, e tutti decisero di metterla in pratica.

I genitori applaudirono i figli, si erano divertiti moltissimo ed erano commossi. Mentre la casa risuonava di chiasso gioioso, suonò anche il campanello. Mamma e papà si guardarono in faccia con aria interrogativa: non aspettavano nessuno! Quando aprirono la porta, videro un sacco poggiato a terra e una figura di spalle che si allontanava rapidamente. I ragazzi nel frattempo pigiavano accalcati l’uno contro l’altro dietro ai genitori, per vedere chi aveva suonato il campanello della loro casa nella notte di Natale. Quando il papà trascinò dentro il sacco e lo aprì, calò un silenzio fatato: era pieno di doni! Ce n’era uno per ogni componente della famiglia e ciascuno ricevette una cosa che aveva molto desiderato.

I9-doni-per-tuttil dono di Leone fu uno zaino nuovo, favoloso, con dentro una favolosissima scatola di cinquanta pastelli colorati, un album da disegno con un sacco di fogli, e persino la serie completa dei suoi pupazzetti preferiti. Quante storie e avventure avrebbe potuto inventare adesso con tutti i personaggi al completo, e quanti bei disegni sarebbe riuscito a creare! Era troppo felice, gli veniva quasi da piangere!

Nessuno riuscì mai a sapere chi avesse portato doni nella notte di Natale più bella dell’intera famiglia. Nessuno tranne Leone, il quale era riuscito a vedere per un breve istante quel misterioso benefattore prima che sparisse nel buio, e aveva riconosciuto il vecchio saggio barbuto. Si trattava proprio di un mago, ora lo sapeva. Il mago più grande di tutti, il più amato dai bambini: Babbo Natale!

Grazia Catelli Siscar

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19/12/16
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16. LA BILANCIA MAGICA

Un mattino, era il primo frizzante giorno di primavera, Gaia stava camminando verso la scuola a passo svelto. Solitamente distratta da mille pensieri, raramente si guardava intorno per gustare il piacere di una passeggiata, soprattutto quando aveva fretta, come del resto tutte le mattine tranne la domenica.

Quel giorno però accadde qualcosa d’insolito. Un oggetto luccicante, sul ciglio della strada, attirò la sua attenzione, e una volta tanto incurante del tempo, dell’ora e del possibile ritardo a scuola, si fermò per guardare cosa fosse.

Era una moneta e sembrava antica. Un raggio di sole l’aveva fatta brillare, altrimenti Gaia non avrebbe visto quella cosa nascosta tra i ciuffi d’erba che spuntavano in barba all’asfalto lungo i bordi del marciapiede. Naturalmente raccolse l’oggetto, voleva mostrarlo alle compagne e alla maestra, e anche se nessuna di loro era esperta in numismatica (la disciplina che studia le monete) lo liquidarono come certamente falso. La più antipatica delle compagne di classe, l’insopportabile Annarita, tentò addirittura di convincerla a buttare via quell’inutile moneta.

Il papà invece, incuriosito, si dedicò a una ricerca su Internet per saperne di più. Quella sera stessa, seduta accanto a lui davanti al computer, Gaia vide scorrere pagine e pagine di fotografie. C’erano monete di tutti i tipi e di tutte le epoche, ma nessuna somigliava a quella che aveva trovato. Poi, in una sezione dedicata alle monete rare, per le quali i più grandi collezionisti della terra avrebbero dato l’anima in cambio, eccola lì! Era un doblone d’oro, coniato in America nel lontano 1784 e valeva un sacco di soldi! Gaia e suo padre si guardarono in faccia senza parole, poi di nuovo confrontarono la moneta a quella dell’immagine: nessun dubbio, era proprio lei! Ma se non si trattava di un falso, cosa diavolo ci faceva un oggetto tanto prezioso e di un altro continente, abbandonato lungo la stradina di una scuola?

L’evento meritava una riunione di famiglia per discutere la difficile scelta: se un esperto avesse confermato che era autentica, sarebbe stato giusto tenere la moneta? Dato il grande valore, di certo il proprietario l’aveva perduta. Una persona molto distratta a quanto pare, visto che l’oggetto valeva circa sette milioni di dollari!

La famiglia di Gaia non era ricca, anzi, viveva in ristrettezze, e la bambina aveva già rinunciato a malincuore al sogno di frequentare una prestigiosa scuola di criminologia degli Stati Uniti. Quel doblone rappresentava un’opportunità insperata, un vero miracolo! Tuttavia i genitori erano persone oneste e decisero che, se la moneta si fosse rivelata autentica, avrebbero cercato il legittimo proprietario.

2-esperto-di-numismatica-disonestoL’esperto al quale fu portato il doblone riconobbe subito il suo grande valore, ma era un uomo disonesto, così disse che era falso e si offrì di comprarlo per qualche centinaio di euro, come pezzo da collezione di poco conto. Il padre di Gaia non era uno stupido e non accettò. Si rivolse a un altro esperto, un collezionista che aveva una passione vera e onesta per la numismatica, e che alla vista della moneta quasi si commosse. Confermò che si trattava di un pezzo rarissimo, roba da collezionisti miliardari! Era rammaricato di non poterlo comprare.

Certi dell’autenticità del doblone, a quel punto i genitori della ragazzina decisero di cercare il proprietario, ma in modo intelligente, così da non attrarre qualche bugiardo che si spacciasse per quello vero. Pubblicarono annunci e avvertirono i carabinieri del ritrovamento di un pezzo di valore, senza però nessun dettaglio sull’oggetto.

Gaia era così arrabbiata che tolse la parola ai genitori per una settimana. Aveva trovato lei quella moneta, era sua, e non aveva intenzione di restituirla! Perché i suoi erano tanto stupidi da sputare in faccia alla fortuna?

Dopo sette giorni di silenzio, quattro pianti e due cene saltate, la mamma decise di affrontare la situazione. Quando entrò nella stanza della figlia, trovò la bambina sdraiata sul letto, immobile e con lo sguardo fisso al soffitto. Erano evidenti il suo dolore e la sua rabbia.

La donna si sedette sul letto, e con dolcezza cominciò a spiegare le ragioni di quella difficile decisione. Lei e il marito sapevano qual era la cosa giusta da fare, anche se per un attimo si erano cullati in sogni di ricchezza, soprattutto a vantaggio dei figli, perché potessero avere tutto quello che desideravano dalla vita. Come semplici operai potevano offrire solo il necessario per un’esistenza dignitosa ma anche la cosa più pregiata del mondo: l’educazione ai valori dell’onore in tutti i suoi aspetti, che sono la dignità, l’onestà, l’ascolto e la compassione.

«Bambina mia, in ogni circostanza che coinvolga altre persone e dove si può fare loro del male o del bene, bisogna sempre scegliere il bene. È sufficiente mettersi nei panni degli altri per capire cosa è giusto. Se tu avessi perduto qualcosa di grande valore, saresti disperata. E non vorresti dunque che qualcuno te la restituisse?»

Le parole della mamma non facevano una grinza, aveva ragione, Gaia lo sapeva, anche se non voleva ancora ammetterlo e teneva ancora il muso. Provò a immaginare la sensazione di perdere il ciondolo di quarzo rosa che le aveva regalato la nonna per festeggiare il suo ingresso nel mondo della scuola, quando aveva sei anni. E anche il dolore che avrebbe provato a saperla nelle mani di qualcuno che lo avesse portato al collo al posto suo, il suo amatissimo ciondolo! Sì, era una gran brutta sensazione! Quasi le veniva voglia di alzare una mano e schiaffeggiare l’immaginario personaggio che, zitto zitto, si era tenuto il gioiello senza tentare di restituirlo!

1-la-bilancia«Voglio rivelarti anche un grande segreto» continuò la mamma.

«Esiste una bilancia della giustizia, invisibile ma infallibile. Quando si compiono azioni cattive, prima o poi queste tornano al mittente. E la bilancia ha molta fantasia, perché il male torna indietro sotto le forme più diverse, anche se a volte dopo tanto tempo. Ma quando facciamo qualcosa di buono, il bene che ci torna indietro è infinitamente più grande di quello che abbiamo fatto, perché quella bilancia è molto generosa».

Gaia aveva capito che si stava comportando da egoista, che restituire il doblone era giusto. E poi quella faccenda della bilancia le piaceva molto. Abbracciò la mamma e rispose: «Speriamo di trovare presto il proprietario della moneta». Era sincera.

Nei giorni successivi si fece avanti ogni sorta di furbacchione ma facile da smascherare: se non sapeva descrivere con precisione l’oggetto, semplicemente non era suo.

Dopo due settimane, finalmente una sera squillò il telefono, e una voce dall’accento straniero raccontò di aver subito un furto: gli era stato sottratto un doblone antico di grande valore. Descrisse la moneta perfettamente, era proprio quella trovata da Gaia. Forse il ladro l’aveva perduta nella fuga, o chissà com’era andata. In ogni caso il legittimo proprietario era saltato fuori e il giorno dopo sarebbe andato a riprendere il suo bene prezioso.

3-collezionista-gentiluomo-proprietario-del-dobloneIl giorno successivo suonò alla porta un uomo alto e ben vestito. Da vero gentiluomo, portava un mazzo di rose rosa per la padrona di casa e una pregiata bottiglia di brandy, riserva speciale, per il padrone di casa. Accettò volentieri un caffè, servito nel salotto buono con il servizio buono, quello che la mamma tirava fuori solo nelle occasioni speciali. E mentre beveva composto dalla tazzina di porcellana decorata in oro, tutta la famiglia lo guardava con un po’ di soggezione. I suoi modi eleganti e autoritari inducevano al rispetto.

Si rivelò un ricchissimo uomo d’affari con la passione per la numismatica, un grande collezionista insomma. In realtà non gli interessava tanto il valore economico del doblone, quanto il fatto che fosse un pezzo rarissimo della sua collezione, stimata la migliore al mondo. Senza quella moneta avrebbe perduto il suo posto al vertice della celeberrima classifica. Evidentemente teneva più al suo prestigio che al denaro.

E poi… poi… fece l’impensabile! Staccò un assegno da tre milioni di dollari, la metà del valore del doblone. Al papà di Gaia tremarono le mani e si piegarono le ginocchia. Per darsi un contegno deglutì più volte perché temeva che gli avrebbe tremato anche la voce. La mamma si sedette prima di svenire e Gaia invece, spontanea come lo sono sempre i bambini, volò al collo dell’affascinante benefattore! Quella cifra era enorme. Non solo avrebbe permesso alla ragazza di frequentare la scuola dei suoi sogni, ma catapultava l’intera famiglia verso una vita da ricconi!

Il collezionista si congedò ringraziando tutti per l’onestà, mentre tutti ringraziavano lui per la sua grande generosità.

«Mamma!» esclamò Gaia eccitatissima non appena il collezionista chiuse dietro di sé la porta di casa. «La bilancia della giustizia! Ha funzionato!»

«Te lo avevo… detto» rispose la mamma, con le parole che uscivano al rallentatore dalla sua bocca e un’espressione vagamente imbambolata. Lei stessa era quasi incredula di fronte al potere della legge insegnata alla figlia solo pochi giorni prima.

Quella sera, nel suo letto, Gaia fece una riflessione prima di addormentarsi: «Restituire la moneta ha portato doni. Ma come ho meritato il dono di trovarla, quella moneta?»

Passarono alcuni giorni di vero e felice subbuglio, perché bisognava decidere quali cambiamenti fare per primi, grazie alla nuova e insperata ricchezza.

4-la-bimba-profugaUn mattino, mentre andava a scuola, Gaia incontrò una bimba straniera che aveva già conosciuto. Una profuga, sopravvissuta al viaggio della speranza e della morte sopra uno di quei barconi che traghettano gente in fuga da guerre e povertà.

Il loro primo incontro era stato l’inverno precedente, un giorno nel quale doveva sfoggiare un paio di scarpette sportive; le aveva nello zaino, pronte per l’ora di ginnastica, e si era sentita fortunata di fronte a quella coetanea che sembrava non avere niente.

Lo sguardo della straniera era oltre la tristezza; forse oltre ogni inimmaginabile, per Gaia, orrore, e l’aveva colpita come una spada al cuore. Anche se faceva un freddo cane, la straniera indossava un paio di ciabatte in plastica e calzini rotti. D’istinto, senza inutili spiegazioni che la bimba africana forse non avrebbe capito, Gaia si era ingegnata in una misura sommaria dei loro piedi: sembravano avere la stessa lunghezza, visti uno accanto all’altro. E in un attimo, le sue scarpe nuove di morbida pelle rossa e gomma non erano più nello zaino ma ai piedi della ragazzina dalla pelle color cioccolata. La straniera aveva cominciato a saltare come un grillo, pazza di gioia. Poi il suo volto si era allargato in un sorriso luminoso, bellissimo.

Quelle scarpette erano costate un notevole sacrificio ai suoi genitori e Gaia aveva insistito tanto per averle! Non se l’era sentita di dire la verità, né di mentire spudoratamente accusando ignoti ladri a scuola. Semplicemente le aveva perse, questa la versione ufficiale. Quando ripensava alle sue belle scarpe nuove soffriva, e a dire il vero qualche volta si era scoperta pentita di quello slancio generoso. In ogni caso ormai era fatta, e per fortuna mamma e papà non l’avevano punita.

5-le-scarpette-rosseOra, quando incontrò la straniera per la seconda volta, erano trascorsi sei mesi, e indossava ancora le scarpette rosse. La vide correre verso di lei con quel sorriso incredibilmente luminoso.

«Ciao» disse la giovane africana, che nel frattempo aveva imparato un po’ la lingua del suo nuovo paese. «Ho corso con magiche scarpe! Guarda!» Ed estrasse dalla tasca una medaglia. Forse l’aveva vinta a una gara scolastica, pensò Gaia, considerando quanto in effetti apparisse agile quella bambina.

«Dono porta dono, amore porta amore, si dice nel mio paese».

A quelle parole consegnò la sua medaglia nelle mani di Gaia, che quando la guardò meglio ebbe quasi un colpo! Somigliava incredibilmente al celeberrimo doblone, aveva incise le stesse immagini, anche se ovviamente era di latta! Fu uno sforzo enorme per lei riuscire a non piangere in quel momento.

6-le-due-bambineRestituì la medaglia alla straniera e rispose: «Si dice così anche nel mio paese. E questa tienila tu, io ho già ricevuto il mio dono. Ora so perché».

Passava un vecchio in quel momento, tutto ricurvo sul suo bastone, e Gaia la trovò un’altra surreale coincidenza: era apparso dal nulla vicino a lei e alla bambina africana anche il giorno del loro primo incontro, ma quella volta non ci aveva fatto molto caso.

«Sono due i doni che hai ricevuto» disse l’uomo. «Ah, quanto è generosa quella bilancia…»

Le due bambine si guardarono in faccia interdette, e quando volsero di nuovo lo sguardo nella direzione del vecchio, questi era sparito. Puff… svanito di nuovo nel nulla! Mentre si domandava se lo strano personaggio fosse un Angelo, un Mago oppure un’allucinazione, Gaia capì che il secondo dono ricevuto era l’amicizia!

Forse ne sarebbero arrivati altri, chissà… Forse il potere della bilancia magica non aveva limiti…

Grazia Catelli Siscar

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11/11/16
4-la-bimba-profuga

15. VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE – PARTE 3

Continua dalla parte 2

Riprese fiato, poi lentamente si alzò e si guardò intorno.

Sembrava magico quel frammento di bosco, dove nell’aria turchina galleggiavano piccole sfere, opalescenti come perle al chiaro di luna. Provava sensazioni nuove, mai sperimentate, commoventi e bellissime. Se guardava le stelle sentiva di essere una stella, se accarezzava l’erba era un filo d’erba. Era gli alberi, la rugiada, e anche i sassi, umidi e brillanti come pepite d’argento. Udiva persino le voci delle perle che danzavano nell’aria, e il canto del vento, e la musica degli astri…

Ora ricordava le istruzioni scritte nel libro del piccolo esploratore e osservò il cielo: riconobbe Venere nella stellina accanto alla luna. Sapeva che nell’ora del tramonto l’astro brilla a ovest, e quella era la direzione da seguire per tornare indietro, dai genitori. Per fortuna il papà gli aveva mostrato una mappa del parco naturale, completa di punti cardinali, e la zona del picnic per i visitatori si trovava appunto a ovest.

Tuttavia era stremato e non se la sentiva di attraversare di nuovo il bosco, al buio, con il rischio di perdersi ancora una volta e incontrare di nuovo le tre fiere. Era più saggio riposare e riprendere il cammino con la luce del giorno. Dunque disegnò in terra, con alcuni sassi, l’esatta direzione di Venere, perché il mattino dopo non avrebbe potuto vederla e quindi nemmeno orientarsi.

Decise anche di accendere un fuoco, faceva un freddo del diavolo quella notte! Aveva nelle tasche gli strumenti adatti, ma ci sarebbe riuscito? Ripercorse a mente le istruzioni del libro e si accucciò nell’angolo più asciutto della radura. Strappò i fogli di carta del taccuino, li appoggiò a terra, poi cominciò a sfregare la lama del suo piccolo coltello da esploratore contro un sasso asciutto, raccolto e messo in tasca prima di avventurarsi nel bosco. L’attrito della lama contro il sasso doveva creare scintille che avrebbero incendiato la carta. L’impresa non era per nulla semplice e ci vollero tanto tempo, forza e determinazione. Gli facevano male le mani e le braccia dallo sforzo, e le gambe gli formicolavano per la posizione accucciata, ma sapeva che non doveva arrendersi, e alla fine riuscì creare il fuoco. Lo alimentò con cautela grazie alle matite colorate, non poteva usare gli umidi rami della radura, e mentre preparava un letto di foglie accanto al piccolo falò, si sentiva orgoglioso del miracolo compiuto. Era un uomo forte che sapeva difendersi dagli animali selvaggi e vincere la paura, dominare gli elementi e cavarsela da solo. Era un guerriero, e come tale dormì, con in pugno la sua arma, il bastone che aveva raccolto.

5 ALBA NELLA FORESTA

Alle prime luci dell’alba si svegliò, bevve gocce di rugiada raccolte da calici di fiori e foglie, e seguì con passo svelto la direzione stabilita la sera precedente, indicata dal pianeta Venere.

I colori del bosco, sotto la luce rosa dell’aurora, erano dolci carezze, e lui si sentiva bene. Le chiome degli alberi costruivano un fitto intreccio, un tetto che nascondeva il cielo, e i raggi del sole vi penetravano come pioggia dorata. La terra rossa e bruna sembrava diaspro, i verdi delle foglie scintillavano come smeraldi, e il profumo intenso di muschio inebriava l’aria. Nel silenzio trasognato del luogo, solo agli uccellini, agli insetti e alle foglie mosse dal vento era permesso parlare. Rapito da tanta bellezza, sentiva di nuovo il suo legame con tutte le cose, respirava insieme alla foresta, ne faceva parte, e una sensazione d’indescrivibile felicità gli colmò il cuore.

Era sereno, più niente lo preoccupava: né la punizione esemplare che avrebbe sicuramente ricevuto, né la difesa dalla terapia antifelicità, e nemmeno la quotidiana lotta contro le idee che il prossimo voleva imporgli. Aveva conquistato la più grande forza conosciuta: la fede in se stesso. Non voleva confidare in nessun altro al mondo. Nessuno, dall’esterno, avrebbe mai potuto dargli quella gioia, perché proveniva da dentro, l’origine era lui!

Dopo due ore di cammino raggiunse la radura del picnic; trovò la mamma ad aspettarlo, pallida come un morto e con la faccia gonfia per le tante lacrime versate. Il papà stava invece perlustrando il bosco insieme alla polizia forestale.

La reazione dell’uomo, una volta di fronte al figlio ritrovato, fu la pretesa di spiegazioni: «Perché hai fatto una cosa simile? Siamo quasi morti di paura! Pensavamo che fossi annegato nel lago!»

6 ARIEL TORNA DALLA MAMMA

La polizia forestale incalzava: «I bambini cattivi li arrestiamo, lo sai?»

La mamma invece era talmente contenta per l’esito felice di tutta la situazione, che aveva solo voglia di abbracciare il suo bambino.

Quando il momento sembrò favorevole perché tutti erano più tranquilli, Ariel disse: «Non avevo intenzione di farvi preoccupare. Ho inseguito uno scoiattolo e mi sono perso».

Il suo sguardo era intenso, limpido, sincero. Esprimeva una tale autorità che disarmò tutti. La polizia disse ancora qualcosa e poi se ne andò, e i genitori replicarono solamente di non fare mai più una cosa del genere, se non voleva farli morire di un colpo e restare orfano!

Ariel non ricevette alcuna punizione, e da quel momento diventò più tranquillo. Aveva perduto la voglia di provocare il prossimo con le sue marachelle e di gridare quando rifiutava qualcosa; grazie a questo cambiamento ottenne il rispetto di chi sa imporsi con serena fermezza.

7 LUPO DI PEZZA HA MANGIATO LE MEDICINE DI ARIEL

Da quella notte nel bosco, imparò che è bene fidarsi del proprio intuito, e che non era caduto sul pianeta sbagliato, non era un alieno: semplicemente aveva una comprensione diversa delle cose.

Sembrava diventato davvero un’altro, e la mamma decise di interrompere la terapia. Naturalmente non sapeva che lui l’aveva sempre sputata: se avesse allargato la piccola scucitura sul fianco del lupetto di stoffa, le sarebbe caduta sui piedi una pioggia di pastiglie…

(Fine)

Grazia Catelli Siscar

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15/04/16
6 ARIEL TORNA DALLA MAMMA

14. VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE – PARTE 2

Continua dalla parte 1

Il premio per essere diventato, agli occhi del mondo, “un bravo bambino” fu una bella gita nei boschi, una merenda in collina con mamma e papà. Quel giorno il cielo era limpido e azzurro e l’aria profumava delle cose buone che la mamma aveva cucinato. Ariel mangiava in fretta la sua porzione di torta salata agli spinaci, seduto sulla coperta scozzese distesa nell’erba. Non vedeva l’ora che tutti finissero lo spuntino, così da iniziare al più presto l’escursione. Si era portato un quadernetto e matite colorate, come un vero esploratore, per disegnare le cose più interessanti che avrebbe visto: qualche fiore sconosciuto, o una buffa marmotta, o magari un albero molto antico, o chissà… forse una creatura magica!

I genitori continuavano a conversare tra loro di argomenti noiosissimi: gli eterni problemi del papà sul lavoro e le discordie della mamma con un collega. Insomma, uffa, quella gita era per lui! Perché nessuno se lo filava?

All’ennesima richiesta di attenzione ignorata, Ariel – deluso – lasciò il picnic. Mentre raccoglieva qualche sasso di forma piatta da lanciare nel lago poco distante, vide uno scoiattolo e gli corse dietro. I genitori erano talmente presi dalla loro discussione che non si accorsero di niente. E Ariel, correndo divertito dietro l’animaletto che saltava da un albero all’altro, non si accorse di quanto ormai fosse lontano.

3 ARIEL RINCORRE SCOIATTOLO

Quando rallentò la corsa, aveva il fiato grosso, lo scoiattolo sembrava sparito e lui si era perso. Come avrebbe fatto a tornare indietro? Quali tremende punizioni gli sarebbero toccate questa volta? E soprattutto, quanto tempo era trascorso? Il crepuscolo già si annunciava dipingendo di arancio e cremisi il cielo.

Nel frattempo, i genitori si aggiravano nel bosco alla ricerca di Ariel e gridavano a gran voce il suo nome, ma lui era troppo lontano e non poteva sentirli. La loro preoccupazione cresceva di minuto in minuto perché temevano che fosse scivolato nel lago. «Come ho fatto a perderlo di vista?» gridava la mamma in lacrime. «Non ne posso più di questo figlio ribelle!» dichiarava il padre con toni severi per nascondere la sua angoscia.

Perduto nel bosco, Ariel si sentiva sempre più solo e spaventato. La vegetazione pareva uguale in tutte le direzioni e vedeva solo alberi e fronde; non sapeva proprio come orientarsi per trovare la strada del ritorno. Le nozioni scritte sul libro che aveva tanto desiderato a Natale, Il giovane esploratore, per il momento non gli servivano a niente. Non aveva lasciato tracce, come per esempio incidere segni sulla corteccia dei tronchi, o legare pezzi di stoffa ai cespugli, o anche seminare sassolini dietro di sé. Non lo aveva fatto perché era corso dietro allo scoiattolo guardando in su, verso il roditore che saltava da un ramo all’altro a quattro metri d’altezza.

Decise di prendere una direzione a caso, giusta o sbagliata che fosse: la sera scendeva rapidamente e ormai era un’ombra scura che lo inseguiva, sempre più minacciosa. La sentiva muoversi dietro di lui, guadagnare terreno a ogni suo passo. Finché giunse la notte, nera come non l’aveva mai vista. Faceva così buio che avrebbe potuto inciampare o cadere in qualche buca, quindi si accucciò sotto la chioma di una quercia, assetato, impaurito e stanco. Desiderava chiudere gli occhi e dormire. Magari al suo risveglio i genitori lo avrebbero trovato, e tutto sarebbe finito per il meglio; dopo una severa punizione, naturalmente! Tuttavia, dormire in quel luogo oscuro, immerso in un silenzio pieno di presenze, non sembrava possibile.

L’udito di Ariel era teso al massimo: avrebbe sentito camminare persino una formica. Chissà quali feroci animali popolavano il bosco! E proprio allora, proprio mentre l’inquietante pensiero attraversava il suo cervello, un ruggito poderoso scosse la quiete della notte. Si schiacciò contro l’albero, i capelli rizzi dallo spavento e tutti i sensi allertati: annusava l’aria per sentire l’odore della creatura, tendeva l’orecchio ai suoi passi sul terreno, aguzzava la vista per vederlo arrivare.

In preda al terrore, il bambino ascoltava il fruscio dell’erba sfiorata dall’animale e il suo rantolo sempre più vicino. Tastò con le mani la terra intorno per trovare un bastone e difendersi da quello che, ormai era certo, sarebbe stato un attacco mortale. E se fosse davvero morto? Sbranato, lì in quel bosco, da una belva affamata? Chissà se qualcuno avrebbe pianto al suo funerale, o piuttosto avrebbe detto cinicamente che se l’era meritata quella fine, perché era un ragazzino disubbidiente e cattivo! Tali pensieri non gli erano certo d’aiuto, così provò a scacciarli e, armato di un robusto ramo che era riuscito a trovare, fece un balzo fulmineo e cominciò a correre.

Corse a perdifiato, completamente al buio, più forte che poteva, mentre rami e fronde invisibili lo percuotevano e lo ferivano al volto, alle mani, alle gambe. Il respiro ansimante della bestia sembrava avvicinarsi, il rumore attutito delle sue zampe, che battevano la terra coperta di muschio e foglie, era a un passo da lui.

Nel delirio della fuga inciampò in una grossa pietra e rovinò a terra. In quel momento sentì un grido stridulo, e un fruscio d’ali sfiorò la sua testa. Si rialzò subito e riprese a correre, ma in un’altra direzione, con la speranza di sfuggire ai predatori.

Poi accadde l’impensabile: il grugnito terrificante di un terzo essere squarciò l’aria, proprio davanti al bambino, e tanto cavernoso da far pensare a una creatura gigantesca. Ariel schiacciò i talloni sul terreno, e nella brusca frenata cadde all’indietro. Accerchiato frontalmente, alle spalle e a sinistra, scappò nell’unica direzione possibile, unica risorsa di salvezza, quella che nella linea del tempo indica il futuro: la destra.

4 ARIEL DORME NEL BOSCO

Quando ormai credeva che gli sarebbe scoppiato il cuore per la folle corsa e per il terrore, sbucò in una radura, dove il tetto di rami era meno fitto e si vedeva il cielo. La pallida luna aveva il colore del peltro e colorava di luce turchese lo spiazzo erboso e l’aria. Si lasciò cadere stremato sul mare azzurro d’erba, con gli occhi rivolti al bosco, perché temeva di veder balzare allo scoperto le tre bestie che lo avevano inseguito. Ma le creature sembravano scomparse.

Forse non potevano seguirlo fino alla radura… o forse chissà, non erano male intenzionate e lo avevano spinto a bella posta fuori dal buio. Sembrava un’idea folle, tuttavia – a pensarci bene – quelle belve avrebbero potuto acchiapparlo e divorarlo quando volevano; lui era solo un bambino e non riusciva certo a correre più forte di una fiera, né più veloce di un uccello, o di un mostro gigantesco! L’intera faccenda era proprio misteriosa!

Continua

Grazia Catelli Siscar

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1/04/16
4 ARIEL DORME NEL BOSCO

13. VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE – PARTE 1

Iniziamo oggi una nuova avventura dedicata al “viaggio iniziatico” di un piccolo “ribelle”: una favola in tre puntate, che anima.tv metterà in onda ogni 15 giorni. 

PROLOGO

La pedagogia ha dimenticato il valore dei riti di passaggio. Celebrazioni simboliche e atti psicomagici delle più importanti tappe di crescita: la moderna civiltà occidentale ne ha quasi cancellate le tracce. Questi riti comprendevano anche vere e proprie iniziazioni. La fiaba del post è, come dal titolo, il viaggio iniziatico di un bambino, all’età del suo ingresso nella fanciullezza. Come in ogni iniziazione, il protagonista attraversa le fasi del percorso: l’allontanamento, quando si perde nella foresta; il sentirsi impreparato ad affrontare ciò che lo aspetta e quindi la paura; il sospetto che, sotto l’apparenza di eventi funesti (le tre belve che lo rincorrono nel buio), si mascheri invece una forza benefica. Poi, la comprensione di quello che accade grazie al potenziamento delle sue percezioni, e la successiva morte rituale, simboleggiata dalla notte che il fanciullo trascorre nel bosco. Infine l’ammaestramento, quando inizia a comprendere chi è veramente, e la rinascita del cambiamento. Un cambiamento quasi di personalità, come premio per la conquista della fede in se stesso e della fiducia nei doni che lo caratterizzano come individuo unico. La via della crescita, intesa in senso globale.

VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE

Ariel era un bambino di sette anni, ribelle e testardo. O almeno così lo giudicavano. In classe, durante le lezioni, si annoiava a morte, e non ce la faceva proprio a stare fermo.  Nemmeno zitto, perché spesso se ne usciva con frasi e commenti ritenuti fuori luogo. Era come se parlasse una lingua che nessuno capiva: non la capivano papà e mamma, né la maestra, e a volte – che tristezza! – nemmeno i suoi compagni. L’insegnante chiamava spesso i genitori del tanto indisciplinato alunno, per lamentarsi di lui. E durante quegli incontri imbarazzanti con la maestra, loro si vergognavano di avere un figlio diverso dagli altri bambini. Puntualmente Ariel era sgridato dalla madre e punito dal padre. Questo accadeva in media due volte a settimana.

1 ARIEL ANNOIATO A SCUOLA

Anche dentro casa il ragazzino si comportava da peste, ma solo perché non poteva obbedire alle imposizioni, se queste gli sembravano stupide! Cosa c’era d’interessante nei compiti di scuola, nelle partite di calcio alle quali doveva partecipare per volere del padre o alla messa della domenica che gli imponeva sua madre? Che noia studiare la storia, cose accadute in un lontano passato; che barba le poesie, stati d’animo di sconosciuti dei quali non gli importava niente. E che strazio certe gite ai musei!

Amava la chimica, quella sì, ma i suoi interessanti esperimenti erano pericolosi e sporcavano troppo la casa, a detta della mamma. Gli piacevano anche la botanica e la zoologia, ma non come le insegnavano a scuola: lui studiava la prima annusando i fiori, accarezzando le foglie e abbracciando gli alberi. E studiava gli animali osservandoli in silenzio, o dialogando con loro tramite il pensiero: in quel modo gli rivelavano molte più cose di quelle che avrebbe saputo se avesse studiato a menadito tutti i nomi assegnati alle loro specie e famiglie zoologiche.

Un giorno la mamma lo portò dal dottore. Ariel non ne capiva il motivo, si sentiva in perfetta salute. Il medico però non aveva intenzione di curare il suo corpo, ma il suo cervello! Dopo tante domande da parte del curioso personaggio in camice bianco, capì che si trovava nei guai a causa dell’etichetta di bambino cattivo: aveva appiccicato addosso quel marchio come la stella di David degli ebrei ai tempi dell’olocausto!

Ariel era un tipo sveglio; capiva al volo cosa si aspettavano gli altri da lui, ma da vero disobbediente non voleva piegare la sua volontà. Tuttavia, quella volta diede le risposte che l’uomo si aspettava, quelle cosiddette “giuste”. Come un saggio guerriero, pensò che fosse meglio giocare d’astuzia invece di combattere, perché la situazione si presentava complicata. «Se l’avversario è più forte di te, o tu sei solo e i nemici numerosi, non puoi vincere con la forza, ma con l’ingegno…» Dove aveva letto queste assennate parole?

Una volta finita la visita, dalla sala d’aspetto oltre la porta chiusa sentì il dottore dire alla mamma che era un bambino intelligente e sano, soltanto un po’ troppo vitale. Quindi avrebbe dovuto assumere una medicina.

«Che strano» pensò Ariel in quel momento. «Credevo che la vitalità fosse una cosa buona». Evidentemente no, non era una cosa buona per gli altri, che la volevano curare come una malattia!

2 ARIEL INCOMPRESO

Dal giorno seguente Ariel cominciò la sua battaglia; anzi, continuò a lottare più duramente, perché oltre ai tanti guai che aveva già, ora doveva escogitare un modo per non ingoiare quelle pillole che la mamma gli portava ogni sera. Decise ancora una volta di fare buon viso a cattivo gioco e simulare una resa alla terapia antifelicità. Imparò a sorridere mentre fingeva di deglutire e, non appena la mamma lasciava la stanza, a sputare e nascondere la pastiglia dentro il suo lupetto di stoffa.

Sentiva di essere solo contro il mondo intero: nessuno lo capiva e doveva persino difendere la propria salute! Diventò taciturno, distante; cominciò a sentirsi come un profugo, uno straniero malvisto, un alieno precipitato per disgrazia sul pianeta Terra. La nuova identità sembrava piacere a tutti: tutti erano contenti e tutti pensarono che la terapia avesse funzionato. Nessuno capì che quella di Ariel era invece una profonda tristezza.

«Forse sono davvero cattivo!» Quel brutto pensiero faceva precipitare il ragazzo nel peggiore degli abissi: la perdita della fiducia in se stesso.

Continua

Grazia Catelli Siscar

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16/03/16
1 ARIEL ANNOIATO A SCUOLA

12. LA COCCINELLA E IL TESORO NASCOSTO

Rossella era una coccinella garbata, amorevole e saggia. Abitava in un giardino insieme a tanti insetti, e alcuni di loro erano i suoi amici più cari. Come Lalla la farfalla, tanto svampita da volare spesso nella direzione sbagliata perché chissà dove aveva la testa, e poi bisognava andare a cercarla, altrimenti forse non avrebbe più trovato la strada di casa! Come Doriottero il coleottero, che vinceva sempre le gare di volo acrobatico: nessuno riusciva a salire più in alto di lui nel cielo azzurro.

C’era Camillo il grillo, un vero chiacchierone; a volte bisognava zittirlo per non farsi rimbambire dal suo ininterrotto parlare! Ma le storie che raccontava erano davvero meravigliose, e tutti, all’imbrunire, si raccoglievano attorno a lui per ascoltare la favola della buonanotte.

E poi Magno il ragno, un artista prodigioso: le sue tele erano esposte qua e là in giardino, e chiunque poteva ammirarne la complessa bellezza.

5 IL RAGNO MAGNO

Gli amici adoravano Rossella per i suoi modi gentili, i buoni consigli che sapeva dare al bisogno e le sue divertenti barzellette. La cosa che più desiderava al mondo la coccinella era vivere sempre allegra e felice, sempre circondata da creature allegre e felici e sempre sotto la confortevole, allegra luce del sole.

1 ROSSELLA LA COCCINELLA

Tuttavia quel grande desiderio di bellezza e di armonia era anche il suo punto debole, il rovescio della medaglia: non poteva proprio sopportare le cose tristi, gli avvenimenti spiacevoli, insomma tutto ciò che nella vita si potrebbe definire il contrario di allegro.

Soffriva terribilmente quando appassiva un fiore e non poteva più godere dei suoi colori né deliziarsi del suo profumo, o quando qualcuno degli amici aveva un problema serio. Come quella volta che Doriottero, compagno di mille voli nell’aria celeste, si era ferito un’aluccia: Rossella aveva curato il coleottero fino alla sua completa guarigione. Gli portava bricioline di pane per nutrirlo e gli dormiva accanto perché non si sentisse troppo solo durante la convalescenza.

3 DORIOTTERO IL COLEOTTERO

Non parliamo poi delle lunghe ore di tormento, quando Lalla era improvvisamente scomparsa! La coccinella aveva organizzato una spedizione in piena regola! Magno doveva cercare la farfalla a nord, Doriottero perlustrare l’est, Rossella era volata a ovest e Camillo aveva saltellato diretto a sud. Era stato proprio Camillo a trovare Lalla, finalmente due giorni dopo, in un lontano giardino dove svolazzava spaventata e persa, quell’inguaribile svampita!

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A Rossella non piaceva in particolare la notte, così buia e silenziosa, così simile, secondo lei, a qualcosa di tenebroso e funesto; lei che tanto ammirava la luce del sole, il ronzio dei suoi coinquilini, i colori del giardino, il chiasso della strada oltre la siepe.

6 LUCCIOLE IN GIARDINOTuttavia fu proprio di notte che la sua vita cambiò, una notte d’estate quando, mentre rincasava nel suo nido, vide qualcosa di stupefacente: migliaia di piccole luci che lampeggiavano nel buio, intermittenti come le lampadine dell’albero di Natale!

«È piovuta polvere di stelle!» pensò colma di meraviglia, e senza indugio volò in mezzo a quei brillanti puntini per danzare con loro. Tuttavia si accorse che non si trattava di frammenti stellari: erano invece insetti dotati di un pancino luminoso.

«Chi siete, voi che portate luce nel buio di questo giardino?» chiese emozionata la coccinella.

«Siamo lucciole. Io mi chiamo Lucia, felice di conoscerti» rispose una delle creature, e fece una piroetta per mostrare meglio a Rossella il proprio ventre lampeggiante.

«Wow quanto vi ammiro, siete capaci di creare la meravigliosa magia della luce! Venite a giocare con me tutto il giorno e tutti i giorni? Danzeremo insieme, ci divertiremo un sacco e non sarà mai più buio, io detesto il buio!»

«Perché mai detesti il buio, coccinella?» chiese la lucciola sgranando gli occhietti sorpresa.

«Bé, ecco…» rispose Rossella, e poi fece una pausa perché, a essere sincera, non si era mai soffermata sul vero motivo della sua avversione per il buio.

«Prima di tutto non si vede niente. Quindi nel buio possono nascondersi chissà quali pericoli! E nemmeno è possibile vedere le cose belle, come il rosso acceso delle rose, il blu delle genziane, o il celeste del cielo. Tutto è silenzio, nessuno gioca… insomma, il buio mi dà proprio i brividi!»

Si sentiva soddisfatta delle sue motivazioni più che esaurienti, di certo adesso la lucciola le avrebbe dato ragione. Ma non fu così.

7 LUCCIOLA LUCIA

«Dimmi, graziosa amica…» Lucia parlava ora quasi sussurrando. «Come si può sperimentare l’emozione del rosso acceso, la carezza vellutata del blu genziana e la dolcezza del celeste cielo se fossero sempre lì, ben visibili, e il buio non li nascondesse per qualche tempo alla vista? Come amare l’energia del risveglio e il canto degli uccelli senza aver prima riposato nella tana buia e nel perfetto silenzio? In che modo sapremmo di essere allegri senza aver mai provato la tristezza? Come conoscere la luce se non ci fosse anche l’oscurità?»

Rossella rimase a lungo in silenzio per riflettere sulle parole di Lucia. Poi disse: «Forse comincio a capire: ogni cosa ha bisogno del suo opposto perché possiamo capirla e apprezzarla».

Era davvero affascinata da quelle incredibili rivelazioni. Tuttavia ancora non riusciva proprio a considerare il buio una cosa bella e necessaria. Così ripeté alle lucciole la sua richiesta: «Venite qua a giocare con me tutti i giorni e tutto il giorno? Vi presenterò ai miei amici e faremo sempre festa. Siete così belle… vi ameranno tutti!»

«Cara coccinella…» rispose Lucia. «Alla luce del sole non siamo che semplici insetti, nemmeno tanto carini a vedersi, e quasi invisibili, come sono invisibili le stelle e la luna di giorno. Ma la notte… oh, la notte… quando danziamo nell’oscurità luminose come le brillanti stelle e chiare come la misteriosa luna… allora sì che riveliamo tutto lo splendore di cui siamo capaci! La nostra bellezza si può vedere solo nel buio. L’oscurità offre tesori preziosi, se vinci la paura e li vai a cercare».

8 LUCCIOLE E STELLE

Rossella dovette convenire che era vero: molte cose sono belle solo quando non c’è luce, e finalmente guarì dalla sua avversione per il buio.

Da quel giorno, ogni sera all’imbrunire, cominciò a guardare le stelle che si accendevano una a una, fino a quando il cielo diventava un tappeto di velluto blu scuro trapuntato da una miriade di luccicanti perline.

4GRILLO CAMILLO

E ogni notte, da quella notte, danzò felice con le amiche lucciole insieme al coleottero Doriottero, che le stelle voleva raggiungere volando fin lassù; al grillo Camillo che saltellava a più non posso e cantava a squarciagola; al ragno Magno che creava tele ancora più belle ispirato dal magnificente spettacolo notturno, e alla farfalla Lalla. Quest’ultima naturalmente bisognava tenerla d’occhio, o avrebbe svolazzato chissà dove; si sarebbe certamente persa, presa dall’ebbrezza di tutta quella gioia che animò il giardino dopo la scoperta di Rossella circa alcuni tesori nascosti nel buio. Ho detto “alcuni”, perché chissà quanti tesori attendevano solo di essere trovati, e la caccia al tesoro di Rossella era appena cominciata…

Grazia Catelli Siscar

Nota: vi aspetto alla presentazione del mio nuovo libro Il Principe, il Mago e la Città della Gioia a Milano il 7 febbraio 2016 alle ore 1530 presso la Libreria Gruppo Anima, Galleria Unione 1 ang. P.zza Missori, Milano.

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21/01/16
1 ROSSELLA LA COCCINELLA

11. IL CONIGLIETTO ROSA – PARTE 2

Continua dalla prima parte

Un fresco mattino d’autunno Rocco stava saltellando per le vie della città assorto nei suoi pensieri, quando vide una coniglietta che si accingeva a scendere da un tassì. Cercava nella sua borsa rosa i soldi per pagare l’autista ed era la creatura più bella che avesse mai visto, almeno lo era per lui, perché la bellezza è soggettiva.

fiaba Grazia Catelli SiscarIn ogni modo, qualunque cosa di particolare avesse quella femmina, gli fece schizzar via il cuore dal petto. Un’emozione così forte non l’aveva mai provata. Pensò a lei tutto il giorno, ma la sera, prima di dormire, decise di togliersela dalla testa. Quale coniglietta avrebbe mai voluto frequentare un coniglio rosa? Una bella come lei, poi! Era impensabile!

Il giorno successivo la vide di nuovo, la riconobbe da lontano. Era ferma davanti alla vetrina di un negozio e guardava con molto interesse un vestito di seta rosa. Rocco non ebbe il coraggio di avvicinarsi, e tirò dritto per la sua strada.

Qualche giorno più tardi, mentre passava davanti a una gioielleria, udì una risata limpida e spumeggiante come l’acqua di un torrente di montagna. Guardò dentro e vide lei, la bella coniglietta: stava provando sulla zampa un bracciale di perle rosa. Oh, quanto era affascinante! Il primo impulso fu di correre dentro e regalarle il gioiello, anzi, tutti i gioielli del negozio! Ma lo avrebbe preso per matto, o peggio, sarebbe scappata inorridita al solo pensiero che un coniglio rosa si interessasse a lei! Così tirò dritto per la sua strada ancora una volta, tutto mesto e sconsolato.

10 CONIGLIETTA SUL LAGOCominciò a incontrare spesso la stupenda coniglietta, e questo era un problema per Rocco, che voleva invece dimenticarsi di lei per non soffrire.

Il sabato mattina la rivide, comprava una sciarpa rosa al mercato del quartiere, poi ancora la domenica, ai giardini: gettava briciole di pane con fare aggraziato alle papere dello stagno, e mangiava confetti rosa. E ancora, la settimana successiva, mentre Rocco usciva dall’ufficio pensieroso e un po’ distratto, riuscì a cambiare direzione all’ultimo momento, un attimo prima che lei potesse vederlo; saltellava elegante con il suo fiocco di velluto rosa tra le orecchie, e tutti si giravano a guardarla perché era senza dubbio la più bella coniglia di tutta Conigliopoli.

La dolce creatura non si era mai accorta di Rocco e delle peripezie che faceva per non imbattersi in lei. Non doveva accorgersene! Il povero coniglio temeva che lo avrebbe guardato con ironia, o forse con disprezzo, ed era un’umiliazione che poteva sopportare da tutti, ci era abituato, ma non da lei! Uno sguardo di derisione da parte di colei che amava lo avrebbe sicuramente ucciso.

11 ROCCO VEDE ROSAArcibaldo aveva notato il cambiamento d’umore di Rocco, da settimane un po’ cupo e silenzioso. Il modo di agire dei maschi però è svelto e pratico: ci si aspetta che chi ha un problema tiri fuori il rospo, poi se ne discute insieme cercando una soluzione, magari davanti a un’aranciata bella fresca e salatini di carote. Niente chiacchiere inutili né troppe domande. Ma Rocco non lo tirava fuori quel rospo, allora Arcibaldo, che gli voleva molto bene e non ne poteva più di vedere l’amico tanto triste, lo indusse a parlare, e Rocco finalmente confessò il suo tormento.

Arcibaldo rimase in silenzio fino alla fine della storia, grattandosi il muso come faceva sempre quando era concentrato, poi disse: «Sembra proprio che quella femmina abbia una vera passione per il rosa, non ci hai fatto caso? Chissà che tu non le piaccia, proprio grazie a quella pellaccia color confetto che ti porti addosso!» E fece un grande sorriso perché sapeva sdrammatizzare come nessun altro la diversità di Rocco.

No, Rocco non ci aveva pensato, in ogni caso non voleva assolutamente rischiare un colpo al cuore con qualche orribile rifiuto!

12 FESTA DI NATALE CONIGLIETTI

La vigilia di Natale Arcibaldo organizzò una cena a casa sua. Invitò la sorella, i cugini, gli zii e anche gli amici che quella sera non avevano una famiglia con la quale festeggiare, come Rocco. In realtà Rocco aveva tanti fratelli, ma non lo invitavano mai per nessuna ricorrenza. Il timore di essere additati come portatori di qualche difetto genetico e di non trovar moglie, o essere derisi, li aveva sempre indotti a stare alla larga da quel parente difettoso!

Arcibaldo cucinò ogni sorta di delizia alla carota, mentre Rocco appendeva alle travi del soffitto e intorno al caminetto rami di vischio, stelle, fiocchi e palline rosse. In quell’atmosfera serena e frizzante addobbarono insieme anche un grande albero di Natale, con carotine glassate allo zucchero e mele candite.

14 INVITATI IN ARRIVO

Ecco finalmente gli inviati. Rocco era in cucina a decorare gli ultimi pasticcini quando udì una risata spumeggiante che conosceva bene. Il vassoio dei dolci quasi gli cadde dalle zampe! Era lei? Era la coniglietta che gli piaceva tanto? Si affacciò dalla stanza e la vide: sì, era proprio lei! Varcava l’ingresso di casa con un’amica, dietro parenti chiassosi che saltellavano e facevano commenti sul freddo di quella notte di Natale. Fu colto dal panico! Non si mosse dalla sua posizione, e quando Arcibaldo andò in cucina per vedere che fine avesse fatto il suo amico, lo trovò pietrificato, in grado solo di balbettare frasi senza senso.

15 ROSA ENTRA IN CASA«Ascoltami» disse Arcibaldo, tirando affettuosamente una delle lunghe orecchie color confetto di Rocco. «Hai avuto tanto coraggio nella vita; è giunta l’ora di mostrare di che pasta sei fatto, e che sei maschio perdindirindina! Sono stato io a invitare la coniglia che ti piace tanto. Adesso riprenditi per favore e vieni a tavola, andrà tutto bene. A proposito, lei si chiama Rosa, guarda un po’!»

16 TAVOLATA NATALIZIARocco non aveva scelta, non poteva certo scappare! Si diresse alla tavola imbandita camminando nascosto dietro le larghe spalle di Arcibaldo, col timore che tutti avrebbero sentito quanto gli batteva forte il cuore e probabilmente sogghignato della sua pelliccia rosa. Destino o macchinazione dell’amico, il suo posto era proprio di fronte a lei, a quella coniglietta che amava in segreto. Pensò che sarebbe morto di lì a poco. Quando si sedette, la coniglia alzò lo sguardo su di lui e allargò il musino in un sorriso radioso che più radioso non si può! Ecco, era ufficialmente morto e rinato nel tempo di un istante!

La dolce creatura non gli tolse gli occhi di dosso per tutta la cena e Rocco non riuscì a mandar giù nemmeno un boccone. Lei non aveva l’espressione curiosa o ironica; al contrario, lo guardava con estrema dolcezza, quasi accarezzando con i suoi languidi occhioni quelli di lui, che si stava sciogliendo come un pezzo di burro. Le gambe gli tremavano così tanto che sembravano diventate gelatina e temeva che non lo avrebbero retto una volta finita la cena!

Nonostante il suo stato emotivo pietoso, Rocco riuscì a mantenere una conversazione decente e – miracolo – a non balbettare. Rosa era arguta, colta, e simpatica; la sua risata spumeggiante contagiava tutti. Riuscì a contagiare persino Rocco, che piano piano si rilassò, anche se forse non fu molto loquace con gli altri: il mondo era scomparso, esisteva solo lei!

18 CONIGLI CHE SI BACIANOVenne il momento delle danze e ovviamente non si sognò nemmeno di invitare Rosa a ballare; lei gli aveva generosamente concesso la propria amicizia, non doveva pretendere di più. Tuttavia, con grazia sublime, Rosa si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio: «Mi piacerebbe ballare…»

Non riuscì a rispondere, aveva la bocca di cemento; condusse la coniglietta al centro della sala, dove già tutti danzavano, e la prese fra le zampe. Rosa si strinse a lui e appoggiò teneramente il muso sulla sua spalla. Lo tenne così tutto il tempo, mentre Rocco si augurava, se quello era un sogno, di non svegliarsi più!

Non si trattava di un sogno, era proprio la realtà.

Nel Natale più bello di tutta la sua vita ricevette il dono prezioso dell’amore. Rosa lo trovava straordinario e affascinante con quella pelliccia rosa, così bella e speciale! E non era solo speciale d’aspetto, era anche un maschio dal cuore nobile, affidabile, intelligente e buono. S’innamorò di lui al primo sguardo quella sera, come lui si era innamorato di lei.

19 CONIGLIETTI MATRIMONIOTrascorsero molto tempo insieme da quello splendido Natale, consolidando sempre più la loro amicizia e il loro affetto. Misero su famiglia, e naturalmente Arcibaldo fu il loro testimone di nozze. Per l’occasione cucinò una torta di carote spettacolare, decorata in cima con due coniglietti di zucchero, uno bianco come lei, uno rosa come lui.

Rocco e Rosa vissero per sempre felici e contenti. Ebbero tanti deliziosi cuccioli, alcuni bianchi, alcuni rosa, alcuni bianco-rosa. Diedero inizio così a una bellissima generazione di coniglietti colorati e, nel tempo di qualche anno, Conigliopoli fu popolata da cittadini con ogni sorta di combinazione tra il bianco e il rosa, persino a pois, a righe e stelle.

Il mondo diventò variopinto e più allegro, e la diversità divenne la normalità.

 

Grazia Catelli Siscar, autrice del romanzo-fiaba I Viaggi di Timoteo

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17/12/15
17 CONIGLIETTI ABBRACCIATI

10. IL CONIGLIETTO ROSA – PARTE 1

Nel paese di Conigliopoli nacque un giorno una creatura molto speciale: il primo coniglietto rosa della storia. Aveva un mantello soffice soffice, e rosa appunto, un delizioso e intenso rosa confetto. Era senza dubbio il cucciolo più bello e tenero del mondo, pur tuttavia il suo colore rappresentava un problema. Perché? Perché era maschio…

1CONIGLIA CON CUCCIOLO IN BRACCIOFin dal giorno della sua nascita spiccava – con quel colore insolito – tra i fratellini tutti bianchi. La mamma gli prestava particolari cure, temendo per la sua salute: chissà, forse lo strano colore era sintomo di una grave malattia! Il papà invece gemeva sconsolato ogni volta che guardava il suo bizzarro figliolo. Si era mai visto un coniglio rosa? E maschio per di più? Considerava quell’evento una vera disgrazia. Nella speranza di dare al piccolo un po’ di credibilità maschile lo aveva chiamato Rocco, che significa forte come la roccia, quando invece il cucciolo somigliava ben più a una nuvola di cipria che a una dura pietra!

3 CONIGLIETTO DAL DOTTORERocco crebbe sorvegliato da una madre sempre in ansia per lui e molto protettiva, e un padre che non riusciva a farsi una ragione di quella diversità. Come avrebbe potuto quindi, il coniglietto, sentirsi come gli altri?

Se l’infanzia non fu poi tanto male, tra le coccole delle amiche di mamma che lo adoravano – così bellino da aver voglia di mangiarselo di baci –, l’adolescenza fu invece un periodo molto difficile. I compagni di scuola lo prendevano in giro e di amici veri non ne aveva nemmeno uno. Le conigliette lo trattavano come un peluche e i maschi non volevano giocare con un tipo tanto ridicolo per paura di essere additati anche loro come femminucce. Come se il colore rosa fosse contagioso!

4 MAMMA E CONIGLIETTODiventò adulto e, nonostante le difficoltà e tanta solitudine, il suo cuore si mantenne generoso e buono, colmo di luce e di colore rosa, come il soffice mantello. Aveva studiato sodo in quelle interminabili giornate senza amici con i quali giocare. In fondo, in quale altro modo avrebbe potuto trascorrere il suo tempo se non dedicandolo alla lettura, allo studio e alla riflessione?

A dire il vero, nella sua condizione avrebbe anche potuto avvilirsi, e spendere la vita a maledire la sorte e a sognare un bel pelo tutto bianco. Ci aveva provato a farlo diventare bianco, oh se ci aveva provato! Si era cosparso di farina, ma lasciava orme bianche e sporcava dappertutto; si era rotolato nel borotalco, ma il borotalco è profumato, e a quel punto, tutto rosa e anche profumato, tanto valeva che mettesse pure un bel fiocco sulla coda e se ne andasse in giro sculettando come una femmina; chissà, forse era proprio quello che il prossimo si aspettava da lui!

5 CONIGLIO CHE PREGARocco capì ben presto che nessun espediente gli avrebbe restituito una pelliccia normale, quindi scelse di vincere le avversità, di non sprecare il tempo, che è prezioso e scorre veloce, e adoperarlo per imparare un sacco di cose. In quel modo divenne erudito, competente e anche saggio, perché leggere, essere curiosi, farsi domande apre la mente a pensieri arguti e soluzioni geniali.

Grazie a queste doti preziose ottenne un buon impiego. Naturalmente anche sul lavoro era deriso, e quel che è peggio, succedeva tutto alle sue spalle; ora non poteva difendersi con qualche brillante battuta come faceva da cucciolo. Gli capitava spesso di sentire chiacchiere e bisbigli attraverso le porte degli uffici, ma quando entrava si zittivano tutti, e quello era segno che stavano proprio parlando di lui. Beffeggiandolo, naturalmente!

6 CONIGLIO SOLO CON I LIBRIFinché, un giorno, un incauto collega disse qualcosa di offensivo in sua presenza; non lo fece apposta, semplicemente non si era accorto dell’arrivo di Rocco, il quale purtroppo sentì quelle parole.

Mentre al povero coniglio rosa si riempiva il cuore di tristezza, accade l’impensabile. Arcibaldo, un coniglione tutto muscoli che incuteva timore solo a guardarlo, si alzò in sua difesa! Saltò spedito verso lo stupido collega, che stava rimpicciolendo a vista d’occhio dalla paura, lo prese per le lunghe orecchie, lo spinse contro il muro e gli disse con tono minaccioso e i due dentoni sfoderati: «Azzardati ancora una volta a offendere il mio amico e io ti sconiglierò per bene!»

Poi si girò verso gli altri, che stavano osservando la scena ammutoliti, e aggiunse: «Questo vale per tutti. Da oggi in poi, chi proverà a dire cattiverie sul conto di Rocco dovrà vedersela con me!»

Anche Rocco era senza parole. Arcibaldo lo aveva chiamato “amico”! Quando era successo? Com’era capitato che quel grosso coniglio silenzioso e un po’ burbero, da tutti rispettato e temuto, e soprattutto così diverso da lui, era diventato suo amico? Le parole non sarebbero bastate a esprimere la gratitudine che provava e disse semplicemente: «Grazie, Arcibaldo».

Altrettanto semplicemente, Arcibaldo rispose: «Io ti ammiro, sei leale e capace. E perbacco, ti porti in giro quel diavolo di pelliccia rosa con dignità!»

Rocco e Arcibaldo da quel giorno presero a frequentarsi e a fare un sacco di cose insieme. Andavano alle partite di pallone, al cinema, a scolarsi coca cola nei bar per discutere di sport, di lavoro e di conigliette. Non che Rocco avesse molta esperienza in merito, di fidanzate non ne aveva mai avuta una! Per questo motivo gli piaceva farsi raccontare dall’amico le sue vicende amorose. Lo divertivano molto le avventure di Arcibaldo, un po’ comiche e un po’ tragiche, come lo sono sempre le faccende sentimentali.

8 CONIGLI AMICI X LA STRADAQuando saltellavano fianco a fianco in giro per la città, Rocco notava gli sguardi maliziosi dei passanti; si era abituato a essere deriso per via della sua pelliccia rosa, e sbirciava Arcibaldo col timore di cogliere qualche eventuale segno d’imbarazzo. Ma sul muso di Arcibaldo non comparve mai alcuna espressione di disagio. Non gliene importava proprio un bel niente di portarsi in giro un amico tutto rosa; quello che pensava la gente non lo toccava. Che fosse maschio o femmina, o un maschio che sembrava una femmina o anche viceversa, o insomma qualunque combinazione meravigliosa e originale la natura avesse deciso di creare, ciò che importava ad Arcibaldo erano soltanto il cuore luminoso e la mente brillante di Rocco.

Il giorno che Rocco entrò nel mondo più privato di Arcibaldo, in occasione di un invito a cena, rimase davvero stupito. Non solo scoprì che era un gran cuoco (gli cucinò il miglior tortino di carote che avesse mai mangiato), ma conobbe anche quanta passione aveva l’amico per piante e fiori, distribuite ovunque a rallegrare la casa, e sulle quali svolazzava felice un cardellino. Seppe quindi che il burbero Arcibaldo aveva persino una vena materna e soccorreva spesso creature in difficoltà, come quell’uccello, caduto dal nido in primavera. Insomma, chi l’avrebbe mai detto? In quel coniglione tutto muscoli, dal pelo ispido e di poche parole, si celava il più raffinato e sensibile dei cuori! Ma chi meglio di Rocco poteva sapere che le apparenze a volte ingannano?

Le avventure del coniglietto rosa continuano nella seconda parte.

Grazia Catelli Siscar

 

 

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27/11/15
7 ROCCO A LETTO CHE LEGGE

9. OGNI VITA È PREZIOSA

L’apina Zazà spiccò il volo quel giorno, all’alba come di consueto, e come sempre felice di trascorrere una mattinata svolazzando nei campi di fiore in fiore. Le piaceva molto il suo lavoro: succhiare nettare per trasformarlo poi in delizioso miele insieme alle sorelle.

Il metereologo, il signor Millo Millepiedi, la sera precedente aveva predetto sole e vento moderato perché nessuna delle sue mille zampette gli doleva: i reumatismi del signor Millo erano più precisi di un orologio svizzero! La prima cosa che vide Zazà quando uscì dalla sua casa alveare fu, infatti, un bel sole splendente.

Tuttavia, mentre ronzava a zig zag alla ricerca dei più succulenti fiori di corniolo, sentì un rumore assordante provenire dal cielo. Guardò in su e vide un grande uccello di ferro che sorvolava la pianura; le sue ali sputavano strane scie biancastre, così dense da galleggiare nell’aria senza dissolversi. Dopo una serie di circonvoluzioni dell’oggetto volante, il cielo diventò un reticolo, come se una gigantesca mano avesse dipinto le strisce bianche usando un altrettanto gigantesco righello!

«Wow!» esclamò Zazà. «Qualcuno sta disegnando il cielo!»

Era talmente distratta da quella visione inconsueta che per poco non mancò l’atterraggio sull’arbusto del corniolo, rischiando di sbattere le antenne contro un albero vicino. Ancora stupita dalla visione di un cielo che adesso pareva una scacchiera, si mise a succhiare il nettare, ma il primo fiore aveva un sapore amaro ed era appiccicoso. Cambiò fiore, tuttavia anche il secondo aveva uno stranissimo sapore e le imbrattava le zampine. Girò il corniolo in su e in giù, a destra e a sinistra, e provò svariati fiori finché riuscì a trovarne uno pulito.

«Che cosa succede oggi, è tutto strano! Cielo a strisce, fiori disgustosi, e mentre poco prima l’aria era tersa e brillante, adesso sembra lattiginosa e grigia!» Zazà parlò ad alta voce, lo faceva sempre.

2 SECONDA IMMAGINE (BRUCO)«Si tratta di un grosso guaio, mia piccola amica». Bruco Mastrandrea rispose dall’albero di gelso che cresceva lì accanto.

Zazà non lo aveva visto perché era verde come le foglie, e come al solito trasalì: la perfetta mimetizzazione del bruco riusciva a coglierla di sorpresa ogni volta!

«Ciao Mastrandrea, che orrenda mattina! E dire che mi sentivo così allegra quando sono uscita dall’alveare, mentre ora mi appare tutto talmente brutto e triste… a chi è venuta la bizzarra idea di imbrattare così la nostra bellissima vallata?»

«All’uomo!» rispose il bruco alzando lo sguardo in segno di sconsolato disappunto.

«Vuoi dire quella buffa creatura con una grande testa fatta di rete metallica? Sai, ci fa un po’ compassione, allora noi api gli lasciamo prendere sempre un po’ di miele».

Mastrandrea sorrise. «Gli uomini non sono fatti davvero così; la buffa creatura di cui parli è semplicemente vestita in modo speciale per proteggersi dalle vostre punture».

«Oibò!» esplose Zazà risentita. «Noi non pungiamo i poveri affamati!»

«Come può saperlo un essere così poco intuitivo come quello?» ridacchiò il bruco.

«E per quale motivo insozza la vegetazione? Non gli piace la natura?»

3 TERZA IMMAGINA (FARFALLA)Mentre Zazà faceva questa domanda, Farfalla Rosalisa atterrò sbuffando sull’arbusto di corniolo.

«Ohi ohi, povera me, quasi non riesco più a volare!» si lamentò la farfalla, sporca della stessa sostanza appiccicosa che aveva imbrattato i fiori, evidentemente piovuta dal cielo, e forse proprio dalle dense strisce che sputava l’uccello di ferro.

Mastrandrea e Zazà tentarono immediatamente di aiutare la povera Rosalisa perché, se non avesse più potuto volare, sarebbe morta di lì a breve. Ma più cercavano di liberare le ali blu della farfalla dalla robaccia, più ne rimanevano loro stessi invischiati, finché si ritrovarono tutti e tre legati come salami.

«Aiuto, moriremo!» gridò Zazà.

Le sue sorelle udirono il richiamo disperato e si stavano preparando a uscire dal nido per correre in aiuto, ma Zazà ronzò un avvertimento di pericolo: non voleva che cadessero in disgrazia anche le amate sorelline! A malincuore e per il bene della comunità, le api restarono nelle loro cellette. Regina Zara, l’amata e saggia regina dell’alveare, tentò di consolarle e di mantenere l’ordine perché il caos non prendesse il sopravvento. «Dobbiamo avere fede ragazze, cominciamo a pregare con fervore per la salvezza di nostra sorella e dei nostri amici».

Sempre obbedienti agli ordini della loro sovrana, le apette cominciarono a pregare tutte insieme, e il loro ronzio si levò dall’alveare come un canto bellissimo che armonizzò tutta la vallata.

«L’uomo è davvero una strana creatura…» borbottava nel frattempo il bruco, ancora intrappolato insieme all’ape e alla farfalla dentro la rete viscosa caduta dal cielo.

Zazà ripeté la sua domanda. «Perché l’uomo sta facendo una cosa tanto cattiva e stupida?»

«E chi lo sa, è proprio un mistero…» rispose Rosalisa con un filo di voce: le forze la stavano abbandonando e sentiva prossima la fine. «Grazie mie coraggiose amiche, avete rischiato la vostra vita nel tentativo di salvare la mia. Vi amo con tutto il mio cuore di farfalla!»

«Non disperiamo» disse Mastrandrea, ansimando anche lui allo stremo delle forze. «Sentite il canto di preghiera delle api? Dobbiamo avere fede».

«Se non altro moriremo da eroi!» esclamò Zazà. Tuttavia quel pensiero non la confortava molto perché avrebbe di gran lunga preferito vivere!

4 QUARTA IMMAGINE (BIMBI E PALLONE)Il tempo passava, e mentre in cielo si sentiva ancora il rombo dello strano uccello di ferro, che era un aeroplano, e l’aria diventava sempre più grigia, i tre disgraziati amici perdevano via via le forze, finché non furono quasi più in grado di parlare.

L’infernale agonia durava già da un’ora quando un bambino passò accanto ai tre insetti, sfrecciando veloce dietro la sua palla. Zazà aprì un occhietto e vide nel cucciolo d’uomo l’ultima speranza. Allora si mise a ronzare più forte che poteva per attirare l’attenzione.

«Non ci sente, e poi chi ti dice che ci aiuterebbe?» La voce di Rosalisa era ormai un impercettibile sussurro.

«Lo farà invece. I piccoli dell’uomo sono l’ultima speranza dell’umanità e di noi tutti. Ho sentito dire che nascono con cuori saggi e pieni d’amore. Coraggio Zazà, grida più forte!» Mastrandrea era rimasto fiducioso e aveva continuato a pregare silenziosamente, confortato dal canto delle api.

Zazà ce la mise proprio tutta e fece un altro disperato tentativo, anche se ronzare con le ali intrappolate in quel modo richiedeva uno sforzo tremendo. Sfortunatamente il bimbo era già troppo lontano e non poteva sentirla.

5 QUINTA IMMAGINE(FATA)I rumori causati dall’aeroplano, dal canto delle api e dal ronzio di Zazà svegliarono Corinta, la fatina del corniolo.

«Che succede?» domandò stropicciandosi gli occhi e frullando le ali intorpidite.

Non fu necessaria una risposta: alla vista dei tre insetti capì al volo, qui è proprio il caso di dirlo, la situazione! Inoltre conosceva il linguaggio delle api perché collaborava con quelle infaticabili operaie: lei faceva sbocciare i fiori che poi le apette impollinavano al momento opportuno. Comprese che Zazà stava invocando l’aiuto del bambino. Allora sfrecciò verso di lui fino ad atterrare sulla sua spalla destra, ma doveva sbattere forte le alucce per mantenersi in equilibrio perché il ragazzino correva a perdifiato.

Corinta stava proprio per cadere quando le venne in soccorso il signor Ponfo, uno degli gnomi della radura, che per un fortuito caso passava da quelle parti, sottoterra ovviamente. Non aveva idea di cosa stesse succedendo e agì d’istinto: dal suo cunicolo sotterraneo si mise a inseguire il ragazzino, e quando questi fu prossimo a un bel mucchio di morbido fogliame… zacchete! Balzò fuori e perbacco, a costo di procurarsi un bernoccolo, usò la propria testa per farlo inciampare! Il piccolo cadde, ma atterrò senza danni sul letto di foglie.

Ora finalmente Corinta poteva sussurrare nelle orecchie del cucciolo d’uomo e dirgli che c’era bisogno del suo aiuto. I cuccioli d’uomo possono udire la voce delle fate, degli gnomi, dei folletti, delle ondine, insomma di tutti gli esseri magici che sorvegliano la natura, e talvolta persino vederli. Messo al corrente dell’accaduto, il piccolo corse all’albero del corniolo, e quando si trovò di fronte la scena dei tre poveri insetti intrappolati cominciò subito a tentare di liberarli. Tuttavia non sapeva dove mettere le mani: erano esserini fragili, doveva usare molta cautela!

«Coraggio figliolo, anche se non indossi la testa di rete metallica non ho alcuna intenzione di pungerti!» esortava Zazà, che nonostante fosse in fin di vita ancora pensava alla strana paura degli uomini nei confronti delle api, insetti con un tale senso dell’onore! Quella razza di giganti aveva davvero problemi di comunicazione!

«Amica mia, non preoccuparti, è un bambino, lui sa queste cose. Soprattutto conosce il legame indissolubile tra uomo e natura, e sa che senza api, farfalle e bruchi, anche l’uomo scomparirebbe molto presto dalla faccia della terra!» disse Mastrandrea con un’ombra di malinconia nella voce.

«Davvero?» chiese stupita Zazà.

«Certamente! Senza di noi che trasportiamo il polline delle piante e fecondiamo la vegetazione, quanto credi che ci metterebbe questo pianeta a diventare un arido deserto?»

Nel frattempo, con estrema delicatezza, il bimbo era già riuscito a liberare Rosalisa e l’aveva deposta sopra un ramo. Ancora non volava e il piccolo credeva che fosse sotto shock, invece la farfalla era in trepidante attesa di vedere salve le sue amiche. In breve anche il bruco fu liberato dai filamenti vischiosi e messo al riparo sull’albero di gelso. L’ape invece si era dimenata parecchio, attorcigliandosi malamente nella disgustosa sostanza bianca. Il bambino ce la stava mettendo tutta, ma le alucce di Zazà erano troppo piccole, rischiava di strapparle.

Mastrandrea, Rosalisa e fata Corinta guardavano con il fiato sospeso il giovane eroe adoperarsi attorno all’apina. Quando abbassò le mani per tastare le sue tasche, pensarono tutti che avesse rinunciato. Invece il ragazzo tirò fuori un bastoncino appuntito, in verità una matita, e con questa, piano piano, sollevò dalla pancia di Zazà la malefica rete; mentre l’arrotolava sulla punta, la srotolava dall’ape, che stava girando come una trottola in miniatura.

«È un genio!» esclamò Rosalisa.

7-boy

«Cosa ti avevo detto? Questi bambini sono speciali. Salveranno il mondo!» rispose Mastrandrea, che guardava il giovane liberatore con grande affetto e ammirazione.

Alla fine anche Zazà fu tratta in salvo, sana e tutta intera, anche se un po’ malconcia. Il bimbo la teneva ancora sul suo indice e controllava che le ali non si fossero strappate e che nemmeno un residuo di schifezze ne potesse impedire l’uso. Zazà le fece vibrare per mostrare al suo eroe che era tutto in ordine, era libera, poi volò accanto alle amiche, compagne di quell’incredibile avventura. Insieme a loro guardò il bambino allontanarsi e correre di nuovo dietro la sua palla.

«Secondo voi si rende conto della magnifica azione che ha compiuto?» chiese un po’ commossa Rosalisa.

«Penso di no. Per lui si è trattato di un gesto naturale. È nella sua natura proteggere la vita» rispose bruco Mastrandrea.

«Se queste creature meravigliose fossero solo un poco più grandi potrebbero distruggere tutti gli uccelli volanti di metallo che sputano robaccia, e tutte le fabbriche di veleni!» esclamò Zazà con un impeto di rabbia e desiderio di giustizia.

«Non temete amici miei: tra qualche anno i bambini di oggi saranno gli adulti di domani. E quando il ricambio sarà completo, vedremo l’alba di nuova era, luminosa e pacifica» disse quasi in estasi la saggia fata Corinta.

L’ape, la fata e la farfalla attesero la metamorfosi del bruco, e quando finalmente anche lui ebbe le ali e diventò a sua volta una magnifica farfalla, volarono insieme in lungo e in largo per diffondere un passaparola, o meglio, un passaronzio. La parola d’ordine dello sterminato esercito degli insetti, delle fate, dei folletti, degli gnomi e di ogni essere della natura visibile o invisibile era: sopravvivere e difendere il pianeta fino all’arrivo del nuovo mondo. Ciascuno doveva solo fare la sua piccola ma preziosissima parte. Cuccioli d’uomo compresi!

Grazia Catelli Siscar

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19/10/15
1 PRIMA IMMAGINE (APE)