La Terra dei Magi

Fiabe e favole per la Nuova Era

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Da una terra di confine tra il visibile e l’invisibile, conosciuta soltanto alle creature fatate, ai Grandi Magi e agli esseri spirituali, raccolgo e narro storie fantastiche.

Grazia Catelli Siscar

20. IL CACCIATORE DI MINE

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28/03/17

Questa è la fantastica storia del ragazzo che diventò cacciatore di mine. Tutto ebbe inizio un giorno, sulla strada verso la scuola. Pareva una mattina uguale a tante altre, invece accadde un fatto strano, e quello fu il principio di una grande avventura.

1Camminava a passo svelto – era in ritardo – quando inciampò in un oggetto piantato nel terreno. L’oggetto, con un dolce suono di campanello, esplose in mille coriandoli colorati. Dentro al turbinio di coriandoli il bambino sentiva una voce; era come un sussurro cantato e diceva: «Perdona gli altri per il tuo bene».

Lui perdonò, e più perdonava più sentiva che spezzare le catene del risentimento era una benedizione. Così facendo capì che il perdono lo rendeva libero e leggero.

Dopo qualche giorno pestò un altro di quegli arnesi esplosivi simili a mine, però inoffensive, e tra i coriandoli brillanti sotto il sole, udì la voce che diceva: «Sii grato per ogni più piccola cosa». Lui imparò la gratitudine e si accorse che più ne provava, più riceveva in abbondanza tutto ciò per cui era grato. Grazie a questo diventò ricco e felice.

Quando pestò ancora una mina, la voce quella volta disse fra i coriandoli: «Vedi le soluzioni e non gli ostacoli».

Fece tesoro del suggerimento e diventò abilissimo a superare ogni difficoltà. Mentre allenava la fantasia per trovare soluzioni, anche la sua intelligenza cresceva e diventò quindi bravo in tante cose, oltre che molto saggio. Aveva capito che le sfide della vita servivano a cambiare in meglio le cose e lo conducevano verso avventure molto più belle. Così dal suo cuore scomparve anche la paura e diventò un cuore impavido.

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Ormai ragazzo, camminava per le vie del mondo con la sensazione di vivere nella magia, attendendo sempre nuove istruzioni. Un giorno pestò una mina speciale e i coriandoli erano simili a cristalli che rifrangevano infiniti raggi di luce colorata. Anche la voce pareva di cristallo: «I tuoi pensieri e le tue parole diventano realtà. Fai attenzione a ciò che pensi e dici».

Sorvegliò quindi attentamente i suoi pensieri e le parole che diceva, e imparò a dire solo cose belle e a pensare solo cose buone. Nella sua realtà si materializzavano cose belle e buone e l’esistenza diventò ancora più magica e straordinaria.

Ci fu la volta della mina che sparò nell’aria coriandoli d’argento, e la voce, anch’essa d’argento, disse: «Quando riesci a vedere difetti negli altri, significa che li hai riconosciuti perché anche tu li possiedi, quindi non giudicare mai».

Smise di giudicare, e le mancanze del prossimo scomparvero dal suo sguardo che, ora, vedeva solo fratelli e sorelle qualche volta sofferenti. La compassione per la sofferenza umana gli riempì il cuore. E il suo cuore divenne buono.

3Poi una sera, non più bambino né ancora uomo, una grande mina esplose sotto i suoi piedi con un rimbombo di campane a festa, e i coriandoli volarono fino al cielo! Nel turbinio di colori bellissimi e sconosciuti, la voce diceva: «Il secondo più grande potere è l’amore».

Lui amò tutti e ogni cosa, e amando riceveva amore e benedizioni. La sua stessa vita era una benedizione; la celebrò e ne fece un capolavoro.

Trascorsero gli anni e il ragazzo di un tempo diventò adulto. La sua esistenza era stata felice, aveva realizzato grandi imprese e soddisfatto quasi tutti i suoi desideri. Tuttavia camminava ogni giorno con la speranza d’imbattersi nell’ultima mina, quella che gli avrebbe rivelato il primo e più grande potere dell’uomo.

Una sera, dopo molti anni ancora, guardava il mare seduto sulla spiaggia. Era diventato un vecchio sereno, aveva una vita magnifica alle spalle, eppure quell’unico rimpianto non lo abbandonava. Non avrebbe voluto morire senza conoscere l’ultimo segreto: l’immenso potere primo fra tutti i poteri.

5Rifletteva su questo, quando vide arrivare da lontano una forma luminosa, e più si avvicinava più poteva apprezzarne la bellezza. Era una creatura femminile dall’incarnato diafano, né nuda né vestita, coperta di veli leggeri, e lei stessa sembrava più leggera del vento. Si sedette accanto a lui, e con la voce armonica di un canto disse: «Già ti appartiene il primo potere».

Il vecchio era emozionato e il suo cuore batteva forte, lo sentiva pulsare dolorosamente nella gola. «No, non ho mai conosciuto l’ultimo segreto» rispose, e la sua voce era un filo sottile senza respiro.

«Già ti appartiene» ripeté la diafana creatura. «L’insieme delle istruzioni che hai ricevuto e messo in pratica non è altro che la conoscenza delle leggi a governo dell’uomo e dell’universo. Grazie a queste sei diventato un creatore capace di realizzare la vita che desideravi. Ed è stata una vita grandiosa».

Il vecchio aveva appoggiato la testa sul petto della creatura, le forze lo abbandonavano ma il suo cuore felice ora scandiva gli ultimi rintocchi senza più dolore. Tutto era svelato. «Il primo potere dell’uomo è la conoscenza» disse con un sorriso, mentre moriva tra le braccia della bianca, dolce morte.

Era venuta a prenderlo, e con lei partì per un’altra fantastica avventura.

Grazia Catelli Siscar

 

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Immagini reperite su Pinterest.

 

 

19. LO IETTATORE

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27/02/17

Abele era nato di venerdì diciassette, una data che secondo la gente superstiziosa porta sfortuna. I suoi genitori però non erano superstiziosi, e appiopparono al bambino anche un nome sfortunato; non a caso era il nome di un povero ragazzo ucciso dal fratello, il cattivo Caino. Caino e Abele furono la prima coppia di fratelli che abitò la terra, quindi il bimbo portava il nome del primo uomo iellato della storia! Comunque, almeno sino all’inizio delle scuole, filò tutto liscio.

1Un giorno accadde che il nostro Abele, durante un esperimento nell’aula di chimica, prendesse in mano la bottiglia del liquido sbagliato. In verità l’errore non fu suo: un compagno aveva spostato le bottiglie proprio mentre Abele allungava la mano, e dove un momento prima c’era quella dell’aceto, a causa dello scambio trovò quella dell’acido solforico. La miscela sbagliata provocò uno scoppio infernale e mise a soqquadro l’aula, che restò chiusa per giorni. Fortunatamente nessuno si fece male. E fino a qui ancora tutto bene. Tuttavia il fato è ironico e se ci mette lo zampino…

2Qualche mese più tardi Abele giocava a calcio con i suoi compagni durante la ricreazione. Correva forte ed era prossimo al gol quando un bidello attraversò il campo da gioco. La palla, che doveva finire in rete, fu deviata dal tallone dell’uomo, sul quale rimbalzò per finire dritta in faccia a una maestra. La donna portava gli occhiali, che si ruppero e le tagliarono uno zigomo. La povera maestra fu costretta a portare occhiali scuri un mese intero per coprire la ferita e l’occhio livido!

3Anche quella volta la colpa dell’incidente non fu di Abele: il bidello non avrebbe dovuto trovarsi nella traiettoria del tiro, come la bottiglia dell’acido solforico non avrebbe dovuto trovarsi al posto di quella dell’aceto!

Il giorno successivo alla disgrazia, un compagno di Abele ebbe una maledetta folgorazione: «Abele è nato di venerdì diciassette! Per questo combina sempre guai: porta iella!»

Tutta la classe rise, mentre Abele sarebbe voluto sprofondare mille metri sotto terra. Da quel preciso momento cominciò un vero calvario per il povero bambino che fu etichettato come “Abele lo iettatore”.

Gli anni passarono e Abele diventò un adolescente, poi un ragazzo e infine un adulto. Per tutti era sempre, e lo sarebbe sempre stato, Abele lo iettatore. Il pover’uomo non cercava nemmeno di difendersi da tale ingiuriosa fama perché anche lui ci credeva, pensava realmente di portare sfortuna! I fatti lo dimostravano: gli andava sempre tutto storto.

Se mangiava seduto al tavolo di una mensa, era a lui che toccava l’unico flacone di maionese con il tappo difettoso, che durante l’uso avrebbe imbrattato non solo la sua camicia ma anche quella delle persone accanto. Se camminava nei giorni di pioggia, era solo a lui che una macchina poteva sfrecciare vicino e lavarlo con l’acqua dell’unica pozzanghera della strada, che naturalmente infangava da capo a piedi anche qualunque disgraziato passante si fosse trovato da quelle parti. Se comprava un paio di scarpe, era con lui che il commesso faceva l’unico errore della sua vita vendendo a un cliente due scarpe sinistre, e le due destre finivano di conseguenza nella scatola di qualcun altro, che aveva l’unica sventura di essersi trovato nello stesso negozio alla stessa ora di Abele.

4Era ancora a lui che sbagliavano le prenotazioni quando voleva riservare una camera d’albergo per le vacanze; al suo arrivo puntualmente riceveva delle scuse ma il risultato era sempre lo stesso: doveva dormire in auto! Se tra mille tazzine di un bar una sola aveva il manico sul punto di spezzarsi, finiva nelle sue mani e il caffè sui suoi pantaloni.

Ed era sempre solo a lui che capitavano incidenti causati dalle più improbabili circostanze. Come quella volta… quando sfondò una vetrina per evitare un pollo che scorrazzava in pieno centro città, saltato giù da una gabbia lasciata aperta! Il fattorino si era distratto a causa di una telefonata mentre caricava la gabbia sullo scooter: era la moglie che lo chiamava, agitatissima perché il figlio si era ferito cadendo da un’altalena difettosa. L’altalena era difettosa per colpa era di un operaio che… insomma, tutto l’universo pareva cospirare perché infine ad Abele capitasse una disgrazia! E la lista di accidenti non aveva fine.

La cosa che più faceva soffrire Abele era l’ovvia solitudine alla quale questa iella congenita lo aveva costretto sin da bambino. Perché diciamocela tutta: chi mai vorrebbe stare vicino a uno iettatore sapendo di essere coinvolto nelle sue sfortune? Anzi, non solo la gente gli stava lontano, ma addirittura faceva gli scongiuri quando sentiva pronunciare il suo nome, perché non si sa mai, meglio troppa prudenza che poca, con la iella! Naturalmente non aveva mai avuto una ragazza e sapeva che non si sarebbe mai sposato, né avuto figli.

5L’apoteosi della sfortuna si abbatté su Abele il giorno in cui un improvviso mal di pancia si rivelò appendicite, e fu operato d’urgenza. Era spaventatissimo. «Con la iella che ho chissà cosa può succedere» pensava mentre gli praticavano l’anestesia.

Non aveva torto: invece dell’appendice infiammata gli tolsero la cistifellea! Raccontare l’incredibile serie di sfortunate coincidenze che avevano condotto due infermiere a trovarsi nella stessa corsia, in un preciso momento, e a sbattere una contro l’altra, sarebbe troppo lunga da raccontare. Vi basti sapere che nel raccogliere le cartelle cliniche dei rispettivi pazienti – cadute a terra durante lo scontro – le scambiarono. Quindi alla sala operatoria di Abele arrivò la scheda clinica del paziente malato di cistifellea, al quale tolsero invece l’appendice che si doveva togliere ad Abele. Abele nello stesso momento perdeva la sua cistifellea sana!

Entrambi gli uomini subirono a breve una seconda operazione, quella giusta finalmente. Abele uscì molto indebolito dai due interventi, e anche maledetto dall’altro malcapitato paziente, che aveva ricevuto notizie sulla presenza del famoso iettatore, causa della sua sfortuna ospedaliera.

Era davvero troppo, Abele non poteva più sopportare una simile vita. In fondo a chi sarebbe importato se fosse morto? Anzi, forse aveva il dovere di morire, dato che provocava disgrazie ovunque e a chiunque!

Con questi pensieri funesti, appena dimesso dall’ospedale camminò fino all’unico ponte della città, deciso a buttarsi nel fiume. Stava salendo sul parapetto, nel punto più alto, quando una voce maschile alle sue spalle esclamò: «Perbacco, è un bel volo da qui!»

Abele si girò di scatto. Com’era possibile che qualcuno fosse dietro di lui se un attimo prima il ponte era deserto? Da dove sbucava quell’uomo?

«Non è una buona idea quella di buttare via la propria vita. Non sarebbe meglio aggiustarla un po’?» aggiunse lo strano personaggio; strano davvero, perché era incappucciato e avvolto in un ampio mantello blu.

«La mia vita non si può aggiustare, è meglio che la faccia finita» rispose Abele, sorpreso e imbarazzato.

«Tutto si può aggiustare, caro figliolo!»

Abele protestò: «Tu non sai come stanno le cose, tu non sai che…»

«Invece so tutto di te, Abele; sei uno iettatore dal giorno nel quale facesti scoppiare il laboratorio di chimica! Ma io posso guarirti e farti diventare un uomo fortunato» lo interruppe il vecchio.

6Abele rimase esterrefatto; come poteva quello strano uomo sapere il suo nome e tante cose di lui se non lo aveva mai visto?

«So tutto perché sono un grande mago! Altrimenti non potrei trasformare uno iettatore in una persona fortunata!»

Abele ora non aveva più parole, il vecchio gli leggeva anche nel pensiero! Doveva essere un mago per forza! Tuttavia è difficile credere alla magia quando si è adulti, e agli adulti le prove non bastano mai.

«Va bene, ti darò la prova che sono un vero mago» disse con fare accondiscendente il barbuto signore, ancora una volta leggendo nella mente di Abele. E dopo quelle parole fece apparire un mazzo di fiori nella sua mano sinistra. Poi aggiunse: «Allora, procediamo con l’incantesimo che spazzerà via la tua sfortuna?»

A quel punto Abele non aveva più dubbi: era di fronte a un mago vero! Durante la sua vita di cose strane in fondo ne aveva già viste parecchie, perché la iella è molto fantasiosa nelle sue manifestazioni. «Facciamolo!» rispose dunque emozionato.

Il mago sorrise, poi si fece molto serio e prese la testa di Abele tra le mani, costringendolo a cadere in ginocchio mentre pronunciava formule magiche. La sua voce diventò sempre più alta fino a sbottare in un grido e le mani premevano così forte che sembravano decise a stritolare la testa del povero iettatore congenito.

Abele era sconvolto dal rituale, impressionante e doloroso, e temeva che la sua testa si sarebbe sbriciolata fra le mani del mago. Tuttavia era anche grato all’Onnipotente che gli aveva mandato qualcuno per guarirlo dalla sfortuna. Non aveva alcun dubbio: stava accadendo un miracolo, lo sentiva, la sua iella evaporava come l’acqua sul fuoco. Dopo una vita di torture lo stava abbandonando, finalmente!

«Ecco fatto» disse infine il mago. «Ora sei libero. Vai e goditi la tua nuova vita da uomo fortunato». Si voltò con un gesto solenne che fece gonfiare il mantello, e scomparve nella nebbia di quella fredda mattina di gennaio.

Nei giorni successivi Abele non provò più l’angosciante certezza di dover vivere una disgrazia dopo l’altra; sapeva che non sarebbe più capitato niente di brutto, non era più uno iettatore. E ancora una volta i fatti gli diedero ragione. Come aveva ragione in passato quando si aspettava solo sfortuna e la sfortuna arrivava puntuale, aveva ragione anche adesso che si aspettava solo cose buone dalla vita, perché succedevano davvero.

7Trascorsero alcuni anni e ogni tanto ripensava agli eventi di quel mattino sul ponte e al fatto che il mago aveva qualcosa di familiare, come se fosse una vecchia conoscenza, ma forse era solo uno scherzo della sua mente, la distorsione del ricordo.

Un giorno entrò in un bar, si sedette e ordinò un caffè.

C’era un vecchio poco distante, con il volto coperto dal giornale che stava leggendo. Abele lo notò appena.

«Buongiorno, ti ricordi di me?» disse all’improvviso quell’uomo abbassando il giornale. Abele alzò gli occhi dalla tazza del caffè e… perbacco, era il suo vecchio insegnante di chimica!

Un attimo dopo tuttavia riconobbe in lui anche qualcun altro. Ecco perché gli era sembrato familiare il volto del mago misterioso: era lui, il suo professore di un tempo! E pensare che si era lambiccato il cervello durante tutti quegli anni senza mai arrivarci; qualche volta si era persino chiesto se non avesse sognato tutto!

Mentre stava tremando, folgorato da quella rivelazione, il vecchio insegnante lo guardava con aria complice e divertita.

«Ma… come ha fatto professore? Come c’è riuscito a compiere quella magia su di me?» chiese Abele, autorizzato dallo sguardo del vecchio nel quale aveva colto la chiara ammissione che sì, il mago del ponte era proprio lui!

«Ho letto la notizia dai giornali, il tuo caso tanto singolare ha fatto scalpore, e l’articolo parlava anche della tua fama funesta. Dovevo assolutamente intervenire perché non credo alla iella. È solo un’etichetta crudele che ti fu appiccicata da bambino».

«Ma io sono stato davvero sfortunatissimo fino al giorno in cui lei mi ha guarito!»

«Erano le tue credenze ad attirare quelle circostanze sfortunate. Non appena hai creduto il contrario, tutto è cambiato e la iella è scomparsa. Le credenze influenzano la nostra vita a tal punto da modellarla come se fosse creta nelle nostre mani. Ogni cosa nella quale credi fermamente si avvera, nel bene o nel male. Abbiamo un immenso potere, dobbiamo stare attenti alle cose che pensiamo di noi stessi!

«E i fiori? Sono apparsi dal nulla, come ha fatto? E come mi leggeva nel pensiero quel giorno?» Abele non era del tutto convinto che il suo ex professore fosse davvero solo un saggio insegnante di chimica e non invece un alchimista mago!

«Ti si leggeva in faccia quello che pensavi, e i fiori, beh, un facile trucchetto imparato da ragazzo: li avevo nascosti nella manica!» Il vecchio rise nel raccontare come si era spacciato per mago quel giorno.

Il vecchio scolaro e l’anziano insegnante conversarono a lungo e infine si dissero addio con un abbraccio.

«Mi ha salvato la vita professore!» Abele era commosso e infinitamente grato.

Pochi anni dopo trovò moglie ed ebbe due splendidi bambini. La prima cosa che volle insegnare ai figli fu la fiducia in se stessi. Ripeteva loro sempre una frase, che una volta adulti ripeterono ai propri bambini, e questi, cresciuti, ripeterono ai figli, i pronipoti di Abele. La sua progenie si distinse per il gran numero di uomini e donne che fecero la differenza in questo mondo, portando innovazioni, benessere e un sacco di cose buone.

La gente credeva che i membri di quella famiglia fossero tutti in qualche modo fortunati, tuttavia la fortuna non ebbe niente a che fare con loro storia.

Aveva a che fare con la cosa tanto importante che Abele ripeteva sempre e che tramandò ai discendenti:

«Non credete mai di essere ciò che gli altri vogliono farvi credere. Ascoltate solo la voce del cuore: dirà sempre cose buone di voi, e questa è l’unica verità!»

Grazia Catelli Siscar

 

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18. NEMICO AMICO

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25/01/17

Bianca sudava sotto il berretto, nonostante fosse un freddo mattino d’inverno. I battiti del suo cuore acceleravano mentre affrettava il passo; tra poco avrebbe cominciato a correre, ma tanto era inutile, lui l’avrebbe comunque raggiunta.

“Lui” era Guido, un ragazzino crudele che quasi ogni giorno se la prendeva con lei. Bianca non gli aveva fatto niente. La sua unica colpa – casomai fosse una colpa – era quella di avere un aspetto goffo, modi impacciati e tanta timidezza.

2Guido aveva preso di mira quella bimba rotondetta e silenziosa, con gli occhiali troppo grandi e lo sguardo troppo triste. Le sue vessazioni erano parole crudeli, nomignoli infamanti e persino, qualche volta, aggressioni fisiche. Ne faceva di tutti i colori alla povera Bianca, dal rompere i suoi occhiali al buttare al vento i suoi quaderni. Qualche volta la tirava per i capelli e la spingeva contro il muro. A tutto quel male Bianca non reagiva e non chiedeva aiuto, insomma non ne parlava con nessuno.

Lei non aveva mai molte parole, solo lo stretto necessario. Eppure il suo mondo interiore era ricco, ricchissimo di parole. Tanto grigia era la sua vita reale, quanto luminosa era quella segreta, nascosta in una mente brillante e visionaria. Possedeva una grande fantasia, era spesso folgorata da idee geniali, riflessioni profonde, intuizioni e ispirazioni che ogni artista amerebbe avere. Tuttavia nessuno conosceva la sua grande ricchezza. La teneva ben nascosta; infagottata come il corpo.

Anche quella mattina stava quindi tentando di sfuggire al suo aguzzino. Quando il terribile ragazzo fu a un passo da lei, mentre allungava le braccia per acchiapparla, accadde l’impensabile: tra loro due si frappose un vento fortissimo, un tornado in miniatura, così violento che risucchiò Guido lontano dalla sua vittima. Il bullo cadde a terra e si vide strappare il coltellino dalle mani, strumento con il quale aveva intenzione di infierire sullo zaino di Bianca. Tutto intorno splendeva il sole e regnava la solita atmosfera di ogni giorno: il chiasso dei bambini che uscivano da scuola, il via vai delle auto, i richiami dei genitori. In quell’angolo di strada invece infuriava un misterioso uragano in miniatura, e ce l’aveva proprio con lui!

3Guido ebbe paura, e appena fu in grado di rialzarsi scappò via.

A quel punto il turbine puff… svanì, e sotto gli occhi stupefatti di Bianca apparve l’autore di tanta confusione: una minuscola e graziosissima fata!

«Ciao» disse la piccola creatura, mentre si aggiustava il vestitino di delicato tulle azzurro e lisciava le sue belle ali, altrettanto azzurre e trasparenti.

«Grazie» riuscì a balbettare Bianca, che aveva voglia di darsi un pizzicotto perché non poteva credere ai suoi occhi, ma era paralizzata dalla meraviglia e non riusciva a muovere neanche un dito.

«Oh non c’è di che, mia cara. Quel tuo amico stava proprio esagerando!»

«Non è mio amico, in realtà mi odia! Un giorno ha cominciato a perseguitarmi e non ha più smesso. Eppure non gli ho fatto niente!» rispose Bianca, che non aveva mai pronunciato tante parole tutte insieme, tranne forse durante le interrogazioni della maestra.

«Sì, è tuo amico! E qualcosa di male lo hai fatto eccome, ma non a lui. Lo hai fatto a te stessa, e continui a farlo ogni giorno».

1«Non capisco…» Bianca era già molto frastornata dagli eventi, adesso quelle parole sembravano un enigma.

«È semplice!» esclamò la fatina. «Sei nata ricca di doni meravigliosi. E cosa ne stai facendo di tanta abbondanza? Un assoluto niente! Tutte le cose che conosci, tutta la saggezza che hai… restano imprigionate dentro la tua testa! Ma non è solo roba tua, è un dono che hai il dovere di condividere con il mondo!»

Bianca era sempre più confusa. «Sono timida, ho paura a dire le cose che penso, non interessano a nessuno».

La fata svolazzò intorno alla bimba, come per misurarla tutta, poi atterrò sopra alla sua spalla destra. «Proprio per questo ti è stato mandato Guido in aiuto!»

«In aiuto?» La bambina sgranò gli occhi dietro le lenti dei suoi occhiali. «Mi fa del male! Come può essere un aiuto questo?»

«I nemici sono i più grandi alleati che il generoso Universo decide di mettere sulla vostra strada terrestre. Sono preziosi quanto i migliori amici. Non sei forse la prima a dire parole cattive su di te, nel segreto della tua testolina? Ecco, Guido dice quelle parole a voce alta, così che tu possa capire quanto sono stupide e false! Con il suo strillare porta l’attenzione su di te, che invece vorresti tanto nasconderti al mondo. Illumina i tuoi angoli segreti, li tira fuori come tira fuori i tuoi quaderni e li butta al vento».

4«Guido fa tutto questo? Cioè mi fa del male per il mio bene?»

«Esattamente! Beh, è un sistema abbastanza rozzo, lo ammetto, ma se voi umani capite come funziona, è davvero efficace. Siete un po’ zucconi!» La fata ridacchiò cristallina.

«Perché mai si sarebbe preso questo disturbo? Nemmeno mi conosce!» Per Bianca era difficile credere che un ragazzo crudele, che le stava rovinando la vita, fosse in verità un amico, un alleato, e che il male subito da lui fosse un favore!

«Non lo conosci adesso, qui, in questa realtà». La fata parlava accovacciata sulla spalla della bambina. «Tuttavia forse – prima di scendere sulla terra – le vostre anime hanno stretto un accordo. Forse in verità siete grandi amici, e lui si è assunto il compito ingrato di farti da nemico, così che tu possa imparare qualcosa…»

«Cosa?» Bianca sentiva che il discorso, per quanto bizzarro, aveva un senso, anche se tutto era confuso nella sua mente, e le idee turbinavano facendo quasi il rumore del tornado sollevato poco prima dalla fata.

«Humm… nel tuo caso direi che… hai scelto di imparare l’importanza di condividere i doni. Ciascuno di voi nasce con un dono unico e specialissimo. Un dono prezioso che arricchirebbe l’intero pianeta se solo non foste tanto confusi e paurosi. Tanto sordi ai suggerimenti del vostro cuore! Lui, il cuore, sa tutto, lui ve lo dice qual è il vostro tesoro, ma quando mai lo ascoltate? Si sgola, poverino, fino a perdere la voce!»

La bambina rimase in silenzio. Aveva una domanda ma non osava chiedere.

«Vuoi sapere quali sono i tuoi doni?» La fata sapeva leggere nella mente. «Già li conosci, non c’è bisogno che te li dica io. E poi… vuoi mettere che bella avventura è scoprirli strada facendo?»

Adesso la fatina era volata sul berretto di Bianca, quasi volesse aprire la sua testa per far uscire allo scoperto il tesoro di cui parlava. Ma questa era una bizzarra sensazione della ragazza, che stava provando emozioni nuove e un po’ folli. Ed era felice!

5I giorni seguenti provò a cambiare atteggiamento nei confronti del prossimo e della vita. Non fu per niente facile, anzi, si trattò di un duro lavoro, fatto di successi e fallimenti, cadute e risalite, ma lei ce la mise tutta. Cominciò a intervenire quando la maestra stimolava una discussione in classe, o quando si parlava la sera a tavola con la famiglia. Le sue idee brillanti, la sua intelligenza, la sua capacità di trattare gli argomenti in modo originale, affascinarono e stupirono proprio tutti. Ottenne voti sempre più alti, i fratelli e i genitori finalmente la tenevano in considerazione, e lei acquistò sempre più coraggio e fiducia in se stessa. Aveva anche smesso di infagottarsi come un salamino e con la sua ciccetta simpatica e gli occhialoni da ragazza in gamba ora sembrava anche più bella!

Quando fu nuovamente aggredita dal suo aguzzino, Bianca per la prima volta reagì. Assestò a Guido una sonora cartellata sulla testa e gli diede del vigliacco e del fifone, perché non aveva il fegato di misurarsi con qualcuno della sua taglia. Il ragazzo non se l’aspettava una tale grinta! Che fine aveva fatto l’indifesa bambina brutta e stupida, o meglio, quella che lui credeva tale? Dove aveva trovato, Bianca, il coraggio di reagire a quel modo?

6Non poteva sapere che la ragazza aveva smesso di vederlo come un pericoloso nemico; ora per lei era un amico che aveva perso la memoria, e che stava interpretando la parte del cattivo. E gli amici non fanno paura! In cuor suo addirittura ringraziava Guido e lo benediva, perché senza la sua perfetta interpretazione da acerrimo nemico, non sarebbe arrivata alla disperazione, la fatina non sarebbe mai apparsa, e lei non avrebbe mai avuto la possibilità di mostrare tutta la luce dei suoi doni.

Guido non aggredì più Bianca, anzi, girava proprio alla larga, colpito dalle sue occhiatacce minacciose. È vero, Bianca lanciava occhiate nere per tenerlo a bada, tuttavia sotto sotto se la rideva. E serbava la speranza che un giorno, in un altro luogo e un altro tempo, chissà, forse avrebbe potuto abbracciare di nuovo quel caro, vecchio amico.

Grazia Catelli Siscar

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17. LO SPECCHIO MAGICO E IL SEGRETO DELLA FELICITÀ

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19/12/16

C’era una volta un bambino povero. Si chiamava Leone e non era affatto contento di essere povero. Bella scoperta, direte voi! Piano, una cosa alla volta: è necessario che prima vi racconti la sua idea di povertà, perché ciascuno intende le cose a proprio modo, e per molti bimbi della Terra quella parola significa – per esempio – patire la fame. Secondo Leone, invece, povertà era l’ansia della mamma quando non aveva abbastanza soldi per fare la spesa, e capitava che alla cassa dei supermercati si trovasse nell’imbarazzo di dover scegliere quale prodotto rimettere sullo scaffale, cioè a quale cosa avrebbe potuto rinunciare la famiglia quella settimana. Era povertà il doppio lavoro di suo padre, che tornava a casa sempre troppo stanco per giocare con lui e i fratellini, e non aveva nemmeno la forza di ascoltare il loro chiasso. Povertà erano i vestiti usati che gli passavano i fratelli maggiori, era la sua scatola da sei pennarelli, così misera davanti alla favolosa confezione di latta da cinquanta colori del compagno di banco. E gli zaini degli altri ragazzi sempre nuovi ogni anno, tanto sgargianti da far sembrare orrenda la sua vecchia sacca di tela. Anche le avventure delle vacanze al mare che raccontavano gli amici a settembre, mentre lui non era mai stato in vacanza.

Insomma, erano un sacco di cose che non poteva avere. Ma il Natale… il Natale sì che faceva sentire Leone davvero povero! Nelle settimane precedenti alle feste non sentiva parlare d’altro che di regali dai suoi compagni, e non sembravano nemmeno emozionati – nonostante descrivessero giocattoli meravigliosi – perché erano sicuri che li avrebbero ricevuti. Lui no. Non riceveva mai quello che desiderava! Perché gli era toccata la sfortuna di nascere povero?

1-leone-triste-sulla-panchinaUn pomeriggio d’inverno – mancavano due giorni al giorno di Natale – Leone tornava dal negozio del quartiere con una busta della spesa. La mamma gli aveva commissionato latte e biscotti, una confezione risparmio da cinquecento grammi, non quelli al cioccolato che a lui piacevano tanto. Lungo la strada si lasciò cadere seduto su una panchina, tutto ricurvo come un sacco vuoto; non gli andava di tornare subito a casa. Una pozzanghera lì accanto rifletteva il suo volto triste, e mentre si specchiava nell’acqua, parlava a se stesso: «Sei proprio sfortunato!» E più diceva quelle cose più si sentiva triste, più si sentiva triste più gli sembravano vere quelle parole.

All’improvviso, un altro volto apparve riflesso nell’acqua accanto al suo: il volto barbuto di un vecchio che non aveva né visto né sentito arrivare. Tantomeno sedersi su quella panchina!

3-lo-strano-vecchio«Ma guarda lì che faccia! Sei più grigio dell’acqua sporca nella pozzanghera!»
Leone sussultò alle parole dell’uomo. Distolse lo sguardo dalla pozza e guardò l’anziano signore negli occhi.
«Sono triste per un motivo serio» rispose.
«Quale sarebbe?» chiese il misterioso interlocutore.
«Io e la mia famiglia passeremo il solito Natale senza doni e senza cose speciali da mangiare. Siamo poveri».
«Uhm» mugugnò il vecchio grattandosi la barba bianca.

Due operai stavano passando nelle vicinanze e trasportavano insieme uno specchio antico molto grande, a piccoli passi per non scivolare sul terreno umido.

«Gentili signori, potreste farci un grandissimo piacere?» Il vecchio si alzò in piedi nel rivolgere la parola ai due, che si fermarono e posarono a terra il pesante oggetto.
«Ecco grazie, tenetelo fermo così» disse l’uomo soddisfatto mentre faceva alzare Leone dalla panchina e lo spingeva gentilmente davanti allo specchio. «Qui puoi vederti meglio. Coraggio, dimmi cosa vedi».
«La mia faccia triste, e i calzoni di mio fratello maggiore che oramai sono corti anche per me!»
«Bene» ribatté il barbuto signore mentre aggiustava la posizione del bambino davanti alla specchiera. «Vedi tristezza perché la superficie riflettente di questo oggetto te la rimanda tale e quale. Ora prova a sorridere».

Leone si girò a guardare lo strano personaggio con aria interrogativa, ma poi obbedì, si voltò di nuovo verso lo specchio e fece un ghigno, come quando si sorride controvoglia.
«Spero che tu sappia fare di meglio!» disse il vecchio aggrottando le sopracciglia candide e folte. Ma il suo cipiglio sembrava ironico.

«Ehi, noi stiamo lavorando, se avete voglia di giocare…» L’operaio non poté finire la frase perché il compagno gli allungò un calcio, e gli fece anche un gesto eloquente perché si togliesse il berretto, in segno di reverenza verso l’anziano. A dire il vero quel tipo alto e barbuto, dai modi risoluti e regali, suscitava uno spontaneo rispetto. Doveva essere così per forza se aveva convinto facilmente due operai a interrompere il lavoro e reggere uno specchio, immobili nel freddo polare di quel giorno, senza che nemmeno sapessero perché lo stavano facendo!

4-lo-specchio-della-vitaLeone finalmente sorrise come si deve, con il viso aperto e gli occhi luminosi.
«Oh ecco, questo sì che è un sorriso! Quindi adesso cosa vedi?»
«Beh, vedo me che sorrido!»
«Coraggio, guarda meglio, dimmi di più». Il vecchio roteò il palmo di una mano nell’aria, come un direttore d’orchestra che invita i musicisti ad alzare il volume del suono.

Leone rimase in silenzio qualche minuto a osservare se stesso nello specchio, mentre il suo sorriso diventava sempre più largo e spontaneo.
«Vedo un bambino felice» disse infine.
«Esatto, vedi un bambino felice, mentre poco fa vedevi un bambino triste. Ma chi ha dato allo specchio un’immagine triste e poi un’immagine felice?»

«Eh?» esclamò l’operaio che prima aveva fretta, grattandosi la testa confuso. Prese un altro calcio dal collega, il quale ammiccò verso il vecchio, come per dire «sta zitto e ascolta!»

«Sono stato io a dare le immagini a questo specchio» rispose Leone, che nel frattempo era passato dal sorriso al riso per la comica scenetta degli operai.
«Esatto, sei stato tu!» Il vecchio scandì le parole e assunse un’aria solenne. «Ti svelo un grande segreto, ascoltami bene. La vita è come uno specchio: riflette quello che le mostri. Quando sei triste, lanci nel mondo immagini di scontento e infelicità, e allora vedrai soltanto quelle intorno a te, perché lo specchio della vita potrà riflettere solo il tuo scontento e la tua infelicità. Se invece manderai immagini di gioia, come stai facendo adesso, lo specchio, obbediente, rifletterà la gioia. L’esistenza sarà gioiosa! Solo tu hai questo potere sulla tua vita, tu e nessun altro! Sei un potente creatore, di bellezza o di bruttezza, di felicità o disperazione. Puoi scegliere».

5-i-fratelli-di-leoneLeone non era sicuro d’aver capito tutto, ma di una cosa era certo: continuava a sorridere e provava gioia! Anzi, aveva proprio voglia di ridere, perché gli operai stavano facendo anche loro qualche prova, chinati sullo specchio per guardarsi mentre sorridevano a trentadue denti! Erano davvero buffi! E rideva anche il misterioso vecchio. E anche una coppia di sposi a passeggio; i coniugi non sapevano perché, ma vedere gli altri ridere li faceva divertire e ridere a loro volta. Poi passò il droghiere, che nel frattempo aveva chiuso la bottega; tutta quella gente allegra lo mise di buon umore e camminò a passo svelto verso casa con aria pacioccona e felice. Adesso l’emozione di Leone era al culmine perché accadeva qualcosa di stupefacente: tutto il mondo attorno a lui era cambiato davvero! Ed era successo perché aveva cominciato a sorridere!

«Perché funziona così? Chi l’ha inventata questa cosa?» Domandò mentre saltellava euforico.

«Appunto volevo proprio…» L’operaio – il solito curioso dei due – stava per dire che voleva fare la stessa domanda, ma si fermò per l’occhiataccia del collega; occhiataccia che in verità non aveva visto, ma era sicuro di averla ricevuta!

«Mio caro bambino» rispose il saggio. «È una delle prodigiose, magiche leggi della vita. Ce ne sono tante, una più magica dell’altra…»

Ecco, lo sapeva: c’era di mezzo la magia! Leone si accontentò della risposta ricevuta dal vecchio, certo che non fosse possibile spiegare davvero le faccende magiche. O forse invece era possibile? Ma già nel cielo scuro apparivano le prime stelle, si era fatto tardi, doveva tornare a casa. Abbracciò il vecchio e ringraziò gli operai, che salutarono sventolando i berretti, gioiosi come non si erano mai sentiti in vita loro. I due uomini poi sollevarono lo specchio e, dopo una specie d’inchino rivolto al saggio barbuto, si rimisero in marcia, grati perché aveva insegnato anche a loro tale grande segreto.

Leone entrò in casa con ancora un bel sorriso stampato sul volto. La mamma guardò il ragazzino stupita, ma contenta di vederlo finalmente allegro, quel figlio musone!
«Cosa ti è successo?» gli chiese mentre toglieva le mani dal lavello pieno di sapone e piatti da lavare.
«Ho imparato una cosa fantastica oggi, mamma!» ma non aggiunse altro.

6-lo-spettacolo-dei-fratelliIl bambino prese per mano suo fratello minore e lo portò con sé nella camera dei due fratelli maggiori.
«Ho un’idea!» esclamò rivolto a tutti. «Facciamo una piccola commedia la notte di Natale! Mamma e papà lavorano tanto per noi, meritano un regalo specialissimo».

I tre fratelli ci pensarono un po’ su, poi risposero che sì, era proprio una bella trovata! Si divisero i compiti: il maggiore avrebbe costruito un teatrino con oggetti trovati in soffitta, il secondo in ordine decrescente di età avrebbe fatto i costumi, era bravo con forbici e colla. Leone era lo sceneggiatore, e il piccolo… beh, il minore doveva aiutare un po’ tutti alla bisogna.

La notte di Natale, durante la cena, i ragazzi non stavano nella pelle per la gioia di fare la grande sorpresa ai genitori. Leone guardava mamma e papà scambiarsi occhiate affettuose, e ricordò che ogni sera suo padre, al ritorno dal lavoro, non dimenticava mai di dare un bacio alla moglie. Pensò a tutte le buone cenette che sapeva cucinare la mamma con gli ingredienti semplici che potevano permettersi. E guardò il suo piatto, dove un bel pezzo di pollo arrosto mandava un profumino delizioso. In cucina c’era persino la torta, decorata con glassa al cacao e alberelli natalizi di mandorle e zucchero! Si sentì molto fortunato. Non era più un bambino povero; circondato da tanto amore, adesso era il ragazzo più ricco del mondo! Cosa stava accadendo, forse un miracolo? No, era una magia, e l’aveva creata lui, ora che sapeva come fare, ora che lo specchio della vita rifletteva la sua immagine felice!

I fratelli avevano ridacchiato, complici, durante tutto il pasto, e una volta finita la cena saltarono letteralmente giù dalle sedie per cominciare lo spettacolo. Il fratello maggiore sbucò vestito di nero fuori dai teli che facevano da sipario, con una finta barba bianca e un incedere solenne. Leone e l’altro fratello avevano due berretti in testa e reggevano uno specchio, e il piccolo sedeva sopra a una cassa che fungeva da panchina, con l’aria triste da attore consumato. Leone aveva messo in scena l’incontro con il vecchio, che più ci pensava più era sicuro fosse un mago!

7-qualcuno-lascia-un-sacco-la-notte-di-nataleCon quel piccolo spettacolo voleva insegnare alla sua famiglia il segreto della felicità. E ci riuscì, perché la misteriosa legge dello specchio piacque a tutti, anzi, li entusiasmò, e tutti decisero di metterla in pratica.

I genitori applaudirono i figli, si erano divertiti moltissimo ed erano commossi. Mentre la casa risuonava di chiasso gioioso, suonò anche il campanello. Mamma e papà si guardarono in faccia con aria interrogativa: non aspettavano nessuno! Quando aprirono la porta, videro un sacco poggiato a terra e una figura di spalle che si allontanava rapidamente. I ragazzi nel frattempo pigiavano accalcati l’uno contro l’altro dietro ai genitori, per vedere chi aveva suonato il campanello della loro casa nella notte di Natale. Quando il papà trascinò dentro il sacco e lo aprì, calò un silenzio fatato: era pieno di doni! Ce n’era uno per ogni componente della famiglia e ciascuno ricevette una cosa che aveva molto desiderato.

I9-doni-per-tuttil dono di Leone fu uno zaino nuovo, favoloso, con dentro una favolosissima scatola di cinquanta pastelli colorati, un album da disegno con un sacco di fogli, e persino la serie completa dei suoi pupazzetti preferiti. Quante storie e avventure avrebbe potuto inventare adesso con tutti i personaggi al completo, e quanti bei disegni sarebbe riuscito a creare! Era troppo felice, gli veniva quasi da piangere!

Nessuno riuscì mai a sapere chi avesse portato doni nella notte di Natale più bella dell’intera famiglia. Nessuno tranne Leone, il quale era riuscito a vedere per un breve istante quel misterioso benefattore prima che sparisse nel buio, e aveva riconosciuto il vecchio saggio barbuto. Si trattava proprio di un mago, ora lo sapeva. Il mago più grande di tutti, il più amato dai bambini: Babbo Natale!

Grazia Catelli Siscar

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16. LA BILANCIA MAGICA

4-la-bimba-profuga
11/11/16

Un mattino, era il primo frizzante giorno di primavera, Gaia stava camminando verso la scuola a passo svelto. Solitamente distratta da mille pensieri, raramente si guardava intorno per gustare il piacere di una passeggiata, soprattutto quando aveva fretta, come del resto tutte le mattine tranne la domenica.

Quel giorno però accadde qualcosa d’insolito. Un oggetto luccicante, sul ciglio della strada, attirò la sua attenzione, e una volta tanto incurante del tempo, dell’ora e del possibile ritardo a scuola, si fermò per guardare cosa fosse.

Era una moneta e sembrava antica. Un raggio di sole l’aveva fatta brillare, altrimenti Gaia non avrebbe visto quella cosa nascosta tra i ciuffi d’erba che spuntavano in barba all’asfalto lungo i bordi del marciapiede. Naturalmente raccolse l’oggetto, voleva mostrarlo alle compagne e alla maestra, e anche se nessuna di loro era esperta in numismatica (la disciplina che studia le monete) lo liquidarono come certamente falso. La più antipatica delle compagne di classe, l’insopportabile Annarita, tentò addirittura di convincerla a buttare via quell’inutile moneta.

Il papà invece, incuriosito, si dedicò a una ricerca su Internet per saperne di più. Quella sera stessa, seduta accanto a lui davanti al computer, Gaia vide scorrere pagine e pagine di fotografie. C’erano monete di tutti i tipi e di tutte le epoche, ma nessuna somigliava a quella che aveva trovato. Poi, in una sezione dedicata alle monete rare, per le quali i più grandi collezionisti della terra avrebbero dato l’anima in cambio, eccola lì! Era un doblone d’oro, coniato in America nel lontano 1784 e valeva un sacco di soldi! Gaia e suo padre si guardarono in faccia senza parole, poi di nuovo confrontarono la moneta a quella dell’immagine: nessun dubbio, era proprio lei! Ma se non si trattava di un falso, cosa diavolo ci faceva un oggetto tanto prezioso e di un altro continente, abbandonato lungo la stradina di una scuola?

L’evento meritava una riunione di famiglia per discutere la difficile scelta: se un esperto avesse confermato che era autentica, sarebbe stato giusto tenere la moneta? Dato il grande valore, di certo il proprietario l’aveva perduta. Una persona molto distratta a quanto pare, visto che l’oggetto valeva circa sette milioni di dollari!

La famiglia di Gaia non era ricca, anzi, viveva in ristrettezze, e la bambina aveva già rinunciato a malincuore al sogno di frequentare una prestigiosa scuola di criminologia degli Stati Uniti. Quel doblone rappresentava un’opportunità insperata, un vero miracolo! Tuttavia i genitori erano persone oneste e decisero che, se la moneta si fosse rivelata autentica, avrebbero cercato il legittimo proprietario.

2-esperto-di-numismatica-disonestoL’esperto al quale fu portato il doblone riconobbe subito il suo grande valore, ma era un uomo disonesto, così disse che era falso e si offrì di comprarlo per qualche centinaio di euro, come pezzo da collezione di poco conto. Il padre di Gaia non era uno stupido e non accettò. Si rivolse a un altro esperto, un collezionista che aveva una passione vera e onesta per la numismatica, e che alla vista della moneta quasi si commosse. Confermò che si trattava di un pezzo rarissimo, roba da collezionisti miliardari! Era rammaricato di non poterlo comprare.

Certi dell’autenticità del doblone, a quel punto i genitori della ragazzina decisero di cercare il proprietario, ma in modo intelligente, così da non attrarre qualche bugiardo che si spacciasse per quello vero. Pubblicarono annunci e avvertirono i carabinieri del ritrovamento di un pezzo di valore, senza però nessun dettaglio sull’oggetto.

Gaia era così arrabbiata che tolse la parola ai genitori per una settimana. Aveva trovato lei quella moneta, era sua, e non aveva intenzione di restituirla! Perché i suoi erano tanto stupidi da sputare in faccia alla fortuna?

Dopo sette giorni di silenzio, quattro pianti e due cene saltate, la mamma decise di affrontare la situazione. Quando entrò nella stanza della figlia, trovò la bambina sdraiata sul letto, immobile e con lo sguardo fisso al soffitto. Erano evidenti il suo dolore e la sua rabbia.

La donna si sedette sul letto, e con dolcezza cominciò a spiegare le ragioni di quella difficile decisione. Lei e il marito sapevano qual era la cosa giusta da fare, anche se per un attimo si erano cullati in sogni di ricchezza, soprattutto a vantaggio dei figli, perché potessero avere tutto quello che desideravano dalla vita. Come semplici operai potevano offrire solo il necessario per un’esistenza dignitosa ma anche la cosa più pregiata del mondo: l’educazione ai valori dell’onore in tutti i suoi aspetti, che sono la dignità, l’onestà, l’ascolto e la compassione.

«Bambina mia, in ogni circostanza che coinvolga altre persone e dove si può fare loro del male o del bene, bisogna sempre scegliere il bene. È sufficiente mettersi nei panni degli altri per capire cosa è giusto. Se tu avessi perduto qualcosa di grande valore, saresti disperata. E non vorresti dunque che qualcuno te la restituisse?»

Le parole della mamma non facevano una grinza, aveva ragione, Gaia lo sapeva, anche se non voleva ancora ammetterlo e teneva ancora il muso. Provò a immaginare la sensazione di perdere il ciondolo di quarzo rosa che le aveva regalato la nonna per festeggiare il suo ingresso nel mondo della scuola, quando aveva sei anni. E anche il dolore che avrebbe provato a saperla nelle mani di qualcuno che lo avesse portato al collo al posto suo, il suo amatissimo ciondolo! Sì, era una gran brutta sensazione! Quasi le veniva voglia di alzare una mano e schiaffeggiare l’immaginario personaggio che, zitto zitto, si era tenuto il gioiello senza tentare di restituirlo!

1-la-bilancia«Voglio rivelarti anche un grande segreto» continuò la mamma.

«Esiste una bilancia della giustizia, invisibile ma infallibile. Quando si compiono azioni cattive, prima o poi queste tornano al mittente. E la bilancia ha molta fantasia, perché il male torna indietro sotto le forme più diverse, anche se a volte dopo tanto tempo. Ma quando facciamo qualcosa di buono, il bene che ci torna indietro è infinitamente più grande di quello che abbiamo fatto, perché quella bilancia è molto generosa».

Gaia aveva capito che si stava comportando da egoista, che restituire il doblone era giusto. E poi quella faccenda della bilancia le piaceva molto. Abbracciò la mamma e rispose: «Speriamo di trovare presto il proprietario della moneta». Era sincera.

Nei giorni successivi si fece avanti ogni sorta di furbacchione ma facile da smascherare: se non sapeva descrivere con precisione l’oggetto, semplicemente non era suo.

Dopo due settimane, finalmente una sera squillò il telefono, e una voce dall’accento straniero raccontò di aver subito un furto: gli era stato sottratto un doblone antico di grande valore. Descrisse la moneta perfettamente, era proprio quella trovata da Gaia. Forse il ladro l’aveva perduta nella fuga, o chissà com’era andata. In ogni caso il legittimo proprietario era saltato fuori e il giorno dopo sarebbe andato a riprendere il suo bene prezioso.

3-collezionista-gentiluomo-proprietario-del-dobloneIl giorno successivo suonò alla porta un uomo alto e ben vestito. Da vero gentiluomo, portava un mazzo di rose rosa per la padrona di casa e una pregiata bottiglia di brandy, riserva speciale, per il padrone di casa. Accettò volentieri un caffè, servito nel salotto buono con il servizio buono, quello che la mamma tirava fuori solo nelle occasioni speciali. E mentre beveva composto dalla tazzina di porcellana decorata in oro, tutta la famiglia lo guardava con un po’ di soggezione. I suoi modi eleganti e autoritari inducevano al rispetto.

Si rivelò un ricchissimo uomo d’affari con la passione per la numismatica, un grande collezionista insomma. In realtà non gli interessava tanto il valore economico del doblone, quanto il fatto che fosse un pezzo rarissimo della sua collezione, stimata la migliore al mondo. Senza quella moneta avrebbe perduto il suo posto al vertice della celeberrima classifica. Evidentemente teneva più al suo prestigio che al denaro.

E poi… poi… fece l’impensabile! Staccò un assegno da tre milioni di dollari, la metà del valore del doblone. Al papà di Gaia tremarono le mani e si piegarono le ginocchia. Per darsi un contegno deglutì più volte perché temeva che gli avrebbe tremato anche la voce. La mamma si sedette prima di svenire e Gaia invece, spontanea come lo sono sempre i bambini, volò al collo dell’affascinante benefattore! Quella cifra era enorme. Non solo avrebbe permesso alla ragazza di frequentare la scuola dei suoi sogni, ma catapultava l’intera famiglia verso una vita da ricconi!

Il collezionista si congedò ringraziando tutti per l’onestà, mentre tutti ringraziavano lui per la sua grande generosità.

«Mamma!» esclamò Gaia eccitatissima non appena il collezionista chiuse dietro di sé la porta di casa. «La bilancia della giustizia! Ha funzionato!»

«Te lo avevo… detto» rispose la mamma, con le parole che uscivano al rallentatore dalla sua bocca e un’espressione vagamente imbambolata. Lei stessa era quasi incredula di fronte al potere della legge insegnata alla figlia solo pochi giorni prima.

Quella sera, nel suo letto, Gaia fece una riflessione prima di addormentarsi: «Restituire la moneta ha portato doni. Ma come ho meritato il dono di trovarla, quella moneta?»

Passarono alcuni giorni di vero e felice subbuglio, perché bisognava decidere quali cambiamenti fare per primi, grazie alla nuova e insperata ricchezza.

4-la-bimba-profugaUn mattino, mentre andava a scuola, Gaia incontrò una bimba straniera che aveva già conosciuto. Una profuga, sopravvissuta al viaggio della speranza e della morte sopra uno di quei barconi che traghettano gente in fuga da guerre e povertà.

Il loro primo incontro era stato l’inverno precedente, un giorno nel quale doveva sfoggiare un paio di scarpette sportive; le aveva nello zaino, pronte per l’ora di ginnastica, e si era sentita fortunata di fronte a quella coetanea che sembrava non avere niente.

Lo sguardo della straniera era oltre la tristezza; forse oltre ogni inimmaginabile, per Gaia, orrore, e l’aveva colpita come una spada al cuore. Anche se faceva un freddo cane, la straniera indossava un paio di ciabatte in plastica e calzini rotti. D’istinto, senza inutili spiegazioni che la bimba africana forse non avrebbe capito, Gaia si era ingegnata in una misura sommaria dei loro piedi: sembravano avere la stessa lunghezza, visti uno accanto all’altro. E in un attimo, le sue scarpe nuove di morbida pelle rossa e gomma non erano più nello zaino ma ai piedi della ragazzina dalla pelle color cioccolata. La straniera aveva cominciato a saltare come un grillo, pazza di gioia. Poi il suo volto si era allargato in un sorriso luminoso, bellissimo.

Quelle scarpette erano costate un notevole sacrificio ai suoi genitori e Gaia aveva insistito tanto per averle! Non se l’era sentita di dire la verità, né di mentire spudoratamente accusando ignoti ladri a scuola. Semplicemente le aveva perse, questa la versione ufficiale. Quando ripensava alle sue belle scarpe nuove soffriva, e a dire il vero qualche volta si era scoperta pentita di quello slancio generoso. In ogni caso ormai era fatta, e per fortuna mamma e papà non l’avevano punita.

5-le-scarpette-rosseOra, quando incontrò la straniera per la seconda volta, erano trascorsi sei mesi, e indossava ancora le scarpette rosse. La vide correre verso di lei con quel sorriso incredibilmente luminoso.

«Ciao» disse la giovane africana, che nel frattempo aveva imparato un po’ la lingua del suo nuovo paese. «Ho corso con magiche scarpe! Guarda!» Ed estrasse dalla tasca una medaglia. Forse l’aveva vinta a una gara scolastica, pensò Gaia, considerando quanto in effetti apparisse agile quella bambina.

«Dono porta dono, amore porta amore, si dice nel mio paese».

A quelle parole consegnò la sua medaglia nelle mani di Gaia, che quando la guardò meglio ebbe quasi un colpo! Somigliava incredibilmente al celeberrimo doblone, aveva incise le stesse immagini, anche se ovviamente era di latta! Fu uno sforzo enorme per lei riuscire a non piangere in quel momento.

6-le-due-bambineRestituì la medaglia alla straniera e rispose: «Si dice così anche nel mio paese. E questa tienila tu, io ho già ricevuto il mio dono. Ora so perché».

Passava un vecchio in quel momento, tutto ricurvo sul suo bastone, e Gaia la trovò un’altra surreale coincidenza: era apparso dal nulla vicino a lei e alla bambina africana anche il giorno del loro primo incontro, ma quella volta non ci aveva fatto molto caso.

«Sono due i doni che hai ricevuto» disse l’uomo. «Ah, quanto è generosa quella bilancia…»

Le due bambine si guardarono in faccia interdette, e quando volsero di nuovo lo sguardo nella direzione del vecchio, questi era sparito. Puff… svanito di nuovo nel nulla! Mentre si domandava se lo strano personaggio fosse un Angelo, un Mago oppure un’allucinazione, Gaia capì che il secondo dono ricevuto era l’amicizia!

Forse ne sarebbero arrivati altri, chissà… Forse il potere della bilancia magica non aveva limiti…

Grazia Catelli Siscar

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15. VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE – PARTE 3

6 ARIEL TORNA DALLA MAMMA
15/04/16

Continua dalla parte 2

Riprese fiato, poi lentamente si alzò e si guardò intorno.

Sembrava magico quel frammento di bosco, dove nell’aria turchina galleggiavano piccole sfere, opalescenti come perle al chiaro di luna. Provava sensazioni nuove, mai sperimentate, commoventi e bellissime. Se guardava le stelle sentiva di essere una stella, se accarezzava l’erba era un filo d’erba. Era gli alberi, la rugiada, e anche i sassi, umidi e brillanti come pepite d’argento. Udiva persino le voci delle perle che danzavano nell’aria, e il canto del vento, e la musica degli astri…

Ora ricordava le istruzioni scritte nel libro del piccolo esploratore e osservò il cielo: riconobbe Venere nella stellina accanto alla luna. Sapeva che nell’ora del tramonto l’astro brilla a ovest, e quella era la direzione da seguire per tornare indietro, dai genitori. Per fortuna il papà gli aveva mostrato una mappa del parco naturale, completa di punti cardinali, e la zona del picnic per i visitatori si trovava appunto a ovest.

Tuttavia era stremato e non se la sentiva di attraversare di nuovo il bosco, al buio, con il rischio di perdersi ancora una volta e incontrare di nuovo le tre fiere. Era più saggio riposare e riprendere il cammino con la luce del giorno. Dunque disegnò in terra, con alcuni sassi, l’esatta direzione di Venere, perché il mattino dopo non avrebbe potuto vederla e quindi nemmeno orientarsi.

Decise anche di accendere un fuoco, faceva un freddo del diavolo quella notte! Aveva nelle tasche gli strumenti adatti, ma ci sarebbe riuscito? Ripercorse a mente le istruzioni del libro e si accucciò nell’angolo più asciutto della radura. Strappò i fogli di carta del taccuino, li appoggiò a terra, poi cominciò a sfregare la lama del suo piccolo coltello da esploratore contro un sasso asciutto, raccolto e messo in tasca prima di avventurarsi nel bosco. L’attrito della lama contro il sasso doveva creare scintille che avrebbero incendiato la carta. L’impresa non era per nulla semplice e ci vollero tanto tempo, forza e determinazione. Gli facevano male le mani e le braccia dallo sforzo, e le gambe gli formicolavano per la posizione accucciata, ma sapeva che non doveva arrendersi, e alla fine riuscì creare il fuoco. Lo alimentò con cautela grazie alle matite colorate, non poteva usare gli umidi rami della radura, e mentre preparava un letto di foglie accanto al piccolo falò, si sentiva orgoglioso del miracolo compiuto. Era un uomo forte che sapeva difendersi dagli animali selvaggi e vincere la paura, dominare gli elementi e cavarsela da solo. Era un guerriero, e come tale dormì, con in pugno la sua arma, il bastone che aveva raccolto.

5 ALBA NELLA FORESTA

Alle prime luci dell’alba si svegliò, bevve gocce di rugiada raccolte da calici di fiori e foglie, e seguì con passo svelto la direzione stabilita la sera precedente, indicata dal pianeta Venere.

I colori del bosco, sotto la luce rosa dell’aurora, erano dolci carezze, e lui si sentiva bene. Le chiome degli alberi costruivano un fitto intreccio, un tetto che nascondeva il cielo, e i raggi del sole vi penetravano come pioggia dorata. La terra rossa e bruna sembrava diaspro, i verdi delle foglie scintillavano come smeraldi, e il profumo intenso di muschio inebriava l’aria. Nel silenzio trasognato del luogo, solo agli uccellini, agli insetti e alle foglie mosse dal vento era permesso parlare. Rapito da tanta bellezza, sentiva di nuovo il suo legame con tutte le cose, respirava insieme alla foresta, ne faceva parte, e una sensazione d’indescrivibile felicità gli colmò il cuore.

Era sereno, più niente lo preoccupava: né la punizione esemplare che avrebbe sicuramente ricevuto, né la difesa dalla terapia antifelicità, e nemmeno la quotidiana lotta contro le idee che il prossimo voleva imporgli. Aveva conquistato la più grande forza conosciuta: la fede in se stesso. Non voleva confidare in nessun altro al mondo. Nessuno, dall’esterno, avrebbe mai potuto dargli quella gioia, perché proveniva da dentro, l’origine era lui!

Dopo due ore di cammino raggiunse la radura del picnic; trovò la mamma ad aspettarlo, pallida come un morto e con la faccia gonfia per le tante lacrime versate. Il papà stava invece perlustrando il bosco insieme alla polizia forestale.

La reazione dell’uomo, una volta di fronte al figlio ritrovato, fu la pretesa di spiegazioni: «Perché hai fatto una cosa simile? Siamo quasi morti di paura! Pensavamo che fossi annegato nel lago!»

6 ARIEL TORNA DALLA MAMMA

La polizia forestale incalzava: «I bambini cattivi li arrestiamo, lo sai?»

La mamma invece era talmente contenta per l’esito felice di tutta la situazione, che aveva solo voglia di abbracciare il suo bambino.

Quando il momento sembrò favorevole perché tutti erano più tranquilli, Ariel disse: «Non avevo intenzione di farvi preoccupare. Ho inseguito uno scoiattolo e mi sono perso».

Il suo sguardo era intenso, limpido, sincero. Esprimeva una tale autorità che disarmò tutti. La polizia disse ancora qualcosa e poi se ne andò, e i genitori replicarono solamente di non fare mai più una cosa del genere, se non voleva farli morire di un colpo e restare orfano!

Ariel non ricevette alcuna punizione, e da quel momento diventò più tranquillo. Aveva perduto la voglia di provocare il prossimo con le sue marachelle e di gridare quando rifiutava qualcosa; grazie a questo cambiamento ottenne il rispetto di chi sa imporsi con serena fermezza.

7 LUPO DI PEZZA HA MANGIATO LE MEDICINE DI ARIEL

Da quella notte nel bosco, imparò che è bene fidarsi del proprio intuito, e che non era caduto sul pianeta sbagliato, non era un alieno: semplicemente aveva una comprensione diversa delle cose.

Sembrava diventato davvero un’altro, e la mamma decise di interrompere la terapia. Naturalmente non sapeva che lui l’aveva sempre sputata: se avesse allargato la piccola scucitura sul fianco del lupetto di stoffa, le sarebbe caduta sui piedi una pioggia di pastiglie…

(Fine)

Grazia Catelli Siscar

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14. VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE – PARTE 2

4 ARIEL DORME NEL BOSCO
1/04/16

Continua dalla parte 1

Il premio per essere diventato, agli occhi del mondo, “un bravo bambino” fu una bella gita nei boschi, una merenda in collina con mamma e papà. Quel giorno il cielo era limpido e azzurro e l’aria profumava delle cose buone che la mamma aveva cucinato. Ariel mangiava in fretta la sua porzione di torta salata agli spinaci, seduto sulla coperta scozzese distesa nell’erba. Non vedeva l’ora che tutti finissero lo spuntino, così da iniziare al più presto l’escursione. Si era portato un quadernetto e matite colorate, come un vero esploratore, per disegnare le cose più interessanti che avrebbe visto: qualche fiore sconosciuto, o una buffa marmotta, o magari un albero molto antico, o chissà… forse una creatura magica!

I genitori continuavano a conversare tra loro di argomenti noiosissimi: gli eterni problemi del papà sul lavoro e le discordie della mamma con un collega. Insomma, uffa, quella gita era per lui! Perché nessuno se lo filava?

All’ennesima richiesta di attenzione ignorata, Ariel – deluso – lasciò il picnic. Mentre raccoglieva qualche sasso di forma piatta da lanciare nel lago poco distante, vide uno scoiattolo e gli corse dietro. I genitori erano talmente presi dalla loro discussione che non si accorsero di niente. E Ariel, correndo divertito dietro l’animaletto che saltava da un albero all’altro, non si accorse di quanto ormai fosse lontano.

3 ARIEL RINCORRE SCOIATTOLO

Quando rallentò la corsa, aveva il fiato grosso, lo scoiattolo sembrava sparito e lui si era perso. Come avrebbe fatto a tornare indietro? Quali tremende punizioni gli sarebbero toccate questa volta? E soprattutto, quanto tempo era trascorso? Il crepuscolo già si annunciava dipingendo di arancio e cremisi il cielo.

Nel frattempo, i genitori si aggiravano nel bosco alla ricerca di Ariel e gridavano a gran voce il suo nome, ma lui era troppo lontano e non poteva sentirli. La loro preoccupazione cresceva di minuto in minuto perché temevano che fosse scivolato nel lago. «Come ho fatto a perderlo di vista?» gridava la mamma in lacrime. «Non ne posso più di questo figlio ribelle!» dichiarava il padre con toni severi per nascondere la sua angoscia.

Perduto nel bosco, Ariel si sentiva sempre più solo e spaventato. La vegetazione pareva uguale in tutte le direzioni e vedeva solo alberi e fronde; non sapeva proprio come orientarsi per trovare la strada del ritorno. Le nozioni scritte sul libro che aveva tanto desiderato a Natale, Il giovane esploratore, per il momento non gli servivano a niente. Non aveva lasciato tracce, come per esempio incidere segni sulla corteccia dei tronchi, o legare pezzi di stoffa ai cespugli, o anche seminare sassolini dietro di sé. Non lo aveva fatto perché era corso dietro allo scoiattolo guardando in su, verso il roditore che saltava da un ramo all’altro a quattro metri d’altezza.

Decise di prendere una direzione a caso, giusta o sbagliata che fosse: la sera scendeva rapidamente e ormai era un’ombra scura che lo inseguiva, sempre più minacciosa. La sentiva muoversi dietro di lui, guadagnare terreno a ogni suo passo. Finché giunse la notte, nera come non l’aveva mai vista. Faceva così buio che avrebbe potuto inciampare o cadere in qualche buca, quindi si accucciò sotto la chioma di una quercia, assetato, impaurito e stanco. Desiderava chiudere gli occhi e dormire. Magari al suo risveglio i genitori lo avrebbero trovato, e tutto sarebbe finito per il meglio; dopo una severa punizione, naturalmente! Tuttavia, dormire in quel luogo oscuro, immerso in un silenzio pieno di presenze, non sembrava possibile.

L’udito di Ariel era teso al massimo: avrebbe sentito camminare persino una formica. Chissà quali feroci animali popolavano il bosco! E proprio allora, proprio mentre l’inquietante pensiero attraversava il suo cervello, un ruggito poderoso scosse la quiete della notte. Si schiacciò contro l’albero, i capelli rizzi dallo spavento e tutti i sensi allertati: annusava l’aria per sentire l’odore della creatura, tendeva l’orecchio ai suoi passi sul terreno, aguzzava la vista per vederlo arrivare.

In preda al terrore, il bambino ascoltava il fruscio dell’erba sfiorata dall’animale e il suo rantolo sempre più vicino. Tastò con le mani la terra intorno per trovare un bastone e difendersi da quello che, ormai era certo, sarebbe stato un attacco mortale. E se fosse davvero morto? Sbranato, lì in quel bosco, da una belva affamata? Chissà se qualcuno avrebbe pianto al suo funerale, o piuttosto avrebbe detto cinicamente che se l’era meritata quella fine, perché era un ragazzino disubbidiente e cattivo! Tali pensieri non gli erano certo d’aiuto, così provò a scacciarli e, armato di un robusto ramo che era riuscito a trovare, fece un balzo fulmineo e cominciò a correre.

Corse a perdifiato, completamente al buio, più forte che poteva, mentre rami e fronde invisibili lo percuotevano e lo ferivano al volto, alle mani, alle gambe. Il respiro ansimante della bestia sembrava avvicinarsi, il rumore attutito delle sue zampe, che battevano la terra coperta di muschio e foglie, era a un passo da lui.

Nel delirio della fuga inciampò in una grossa pietra e rovinò a terra. In quel momento sentì un grido stridulo, e un fruscio d’ali sfiorò la sua testa. Si rialzò subito e riprese a correre, ma in un’altra direzione, con la speranza di sfuggire ai predatori.

Poi accadde l’impensabile: il grugnito terrificante di un terzo essere squarciò l’aria, proprio davanti al bambino, e tanto cavernoso da far pensare a una creatura gigantesca. Ariel schiacciò i talloni sul terreno, e nella brusca frenata cadde all’indietro. Accerchiato frontalmente, alle spalle e a sinistra, scappò nell’unica direzione possibile, unica risorsa di salvezza, quella che nella linea del tempo indica il futuro: la destra.

4 ARIEL DORME NEL BOSCO

Quando ormai credeva che gli sarebbe scoppiato il cuore per la folle corsa e per il terrore, sbucò in una radura, dove il tetto di rami era meno fitto e si vedeva il cielo. La pallida luna aveva il colore del peltro e colorava di luce turchese lo spiazzo erboso e l’aria. Si lasciò cadere stremato sul mare azzurro d’erba, con gli occhi rivolti al bosco, perché temeva di veder balzare allo scoperto le tre bestie che lo avevano inseguito. Ma le creature sembravano scomparse.

Forse non potevano seguirlo fino alla radura… o forse chissà, non erano male intenzionate e lo avevano spinto a bella posta fuori dal buio. Sembrava un’idea folle, tuttavia – a pensarci bene – quelle belve avrebbero potuto acchiapparlo e divorarlo quando volevano; lui era solo un bambino e non riusciva certo a correre più forte di una fiera, né più veloce di un uccello, o di un mostro gigantesco! L’intera faccenda era proprio misteriosa!

Continua

Grazia Catelli Siscar

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13. VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE – PARTE 1

1 ARIEL ANNOIATO A SCUOLA
16/03/16

Iniziamo oggi una nuova avventura dedicata al “viaggio iniziatico” di un piccolo “ribelle”: una favola in tre puntate, che anima.tv metterà in onda ogni 15 giorni. 

PROLOGO

La pedagogia ha dimenticato il valore dei riti di passaggio. Celebrazioni simboliche e atti psicomagici delle più importanti tappe di crescita: la moderna civiltà occidentale ne ha quasi cancellate le tracce. Questi riti comprendevano anche vere e proprie iniziazioni. La fiaba del post è, come dal titolo, il viaggio iniziatico di un bambino, all’età del suo ingresso nella fanciullezza. Come in ogni iniziazione, il protagonista attraversa le fasi del percorso: l’allontanamento, quando si perde nella foresta; il sentirsi impreparato ad affrontare ciò che lo aspetta e quindi la paura; il sospetto che, sotto l’apparenza di eventi funesti (le tre belve che lo rincorrono nel buio), si mascheri invece una forza benefica. Poi, la comprensione di quello che accade grazie al potenziamento delle sue percezioni, e la successiva morte rituale, simboleggiata dalla notte che il fanciullo trascorre nel bosco. Infine l’ammaestramento, quando inizia a comprendere chi è veramente, e la rinascita del cambiamento. Un cambiamento quasi di personalità, come premio per la conquista della fede in se stesso e della fiducia nei doni che lo caratterizzano come individuo unico. La via della crescita, intesa in senso globale.

VIAGGIO INIZIATICO DI UN PICCOLO RIBELLE

Ariel era un bambino di sette anni, ribelle e testardo. O almeno così lo giudicavano. In classe, durante le lezioni, si annoiava a morte, e non ce la faceva proprio a stare fermo.  Nemmeno zitto, perché spesso se ne usciva con frasi e commenti ritenuti fuori luogo. Era come se parlasse una lingua che nessuno capiva: non la capivano papà e mamma, né la maestra, e a volte – che tristezza! – nemmeno i suoi compagni. L’insegnante chiamava spesso i genitori del tanto indisciplinato alunno, per lamentarsi di lui. E durante quegli incontri imbarazzanti con la maestra, loro si vergognavano di avere un figlio diverso dagli altri bambini. Puntualmente Ariel era sgridato dalla madre e punito dal padre. Questo accadeva in media due volte a settimana.

1 ARIEL ANNOIATO A SCUOLA

Anche dentro casa il ragazzino si comportava da peste, ma solo perché non poteva obbedire alle imposizioni, se queste gli sembravano stupide! Cosa c’era d’interessante nei compiti di scuola, nelle partite di calcio alle quali doveva partecipare per volere del padre o alla messa della domenica che gli imponeva sua madre? Che noia studiare la storia, cose accadute in un lontano passato; che barba le poesie, stati d’animo di sconosciuti dei quali non gli importava niente. E che strazio certe gite ai musei!

Amava la chimica, quella sì, ma i suoi interessanti esperimenti erano pericolosi e sporcavano troppo la casa, a detta della mamma. Gli piacevano anche la botanica e la zoologia, ma non come le insegnavano a scuola: lui studiava la prima annusando i fiori, accarezzando le foglie e abbracciando gli alberi. E studiava gli animali osservandoli in silenzio, o dialogando con loro tramite il pensiero: in quel modo gli rivelavano molte più cose di quelle che avrebbe saputo se avesse studiato a menadito tutti i nomi assegnati alle loro specie e famiglie zoologiche.

Un giorno la mamma lo portò dal dottore. Ariel non ne capiva il motivo, si sentiva in perfetta salute. Il medico però non aveva intenzione di curare il suo corpo, ma il suo cervello! Dopo tante domande da parte del curioso personaggio in camice bianco, capì che si trovava nei guai a causa dell’etichetta di bambino cattivo: aveva appiccicato addosso quel marchio come la stella di David degli ebrei ai tempi dell’olocausto!

Ariel era un tipo sveglio; capiva al volo cosa si aspettavano gli altri da lui, ma da vero disobbediente non voleva piegare la sua volontà. Tuttavia, quella volta diede le risposte che l’uomo si aspettava, quelle cosiddette “giuste”. Come un saggio guerriero, pensò che fosse meglio giocare d’astuzia invece di combattere, perché la situazione si presentava complicata. «Se l’avversario è più forte di te, o tu sei solo e i nemici numerosi, non puoi vincere con la forza, ma con l’ingegno…» Dove aveva letto queste assennate parole?

Una volta finita la visita, dalla sala d’aspetto oltre la porta chiusa sentì il dottore dire alla mamma che era un bambino intelligente e sano, soltanto un po’ troppo vitale. Quindi avrebbe dovuto assumere una medicina.

«Che strano» pensò Ariel in quel momento. «Credevo che la vitalità fosse una cosa buona». Evidentemente no, non era una cosa buona per gli altri, che la volevano curare come una malattia!

2 ARIEL INCOMPRESO

Dal giorno seguente Ariel cominciò la sua battaglia; anzi, continuò a lottare più duramente, perché oltre ai tanti guai che aveva già, ora doveva escogitare un modo per non ingoiare quelle pillole che la mamma gli portava ogni sera. Decise ancora una volta di fare buon viso a cattivo gioco e simulare una resa alla terapia antifelicità. Imparò a sorridere mentre fingeva di deglutire e, non appena la mamma lasciava la stanza, a sputare e nascondere la pastiglia dentro il suo lupetto di stoffa.

Sentiva di essere solo contro il mondo intero: nessuno lo capiva e doveva persino difendere la propria salute! Diventò taciturno, distante; cominciò a sentirsi come un profugo, uno straniero malvisto, un alieno precipitato per disgrazia sul pianeta Terra. La nuova identità sembrava piacere a tutti: tutti erano contenti e tutti pensarono che la terapia avesse funzionato. Nessuno capì che quella di Ariel era invece una profonda tristezza.

«Forse sono davvero cattivo!» Quel brutto pensiero faceva precipitare il ragazzo nel peggiore degli abissi: la perdita della fiducia in se stesso.

Continua

Grazia Catelli Siscar

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12. LA COCCINELLA E IL TESORO NASCOSTO

1 ROSSELLA LA COCCINELLA
21/01/16

Rossella era una coccinella garbata, amorevole e saggia. Abitava in un giardino insieme a tanti insetti, e alcuni di loro erano i suoi amici più cari. Come Lalla la farfalla, tanto svampita da volare spesso nella direzione sbagliata perché chissà dove aveva la testa, e poi bisognava andare a cercarla, altrimenti forse non avrebbe più trovato la strada di casa! Come Doriottero il coleottero, che vinceva sempre le gare di volo acrobatico: nessuno riusciva a salire più in alto di lui nel cielo azzurro.

C’era Camillo il grillo, un vero chiacchierone; a volte bisognava zittirlo per non farsi rimbambire dal suo ininterrotto parlare! Ma le storie che raccontava erano davvero meravigliose, e tutti, all’imbrunire, si raccoglievano attorno a lui per ascoltare la favola della buonanotte.

E poi Magno il ragno, un artista prodigioso: le sue tele erano esposte qua e là in giardino, e chiunque poteva ammirarne la complessa bellezza.

5 IL RAGNO MAGNO

Gli amici adoravano Rossella per i suoi modi gentili, i buoni consigli che sapeva dare al bisogno e le sue divertenti barzellette. La cosa che più desiderava al mondo la coccinella era vivere sempre allegra e felice, sempre circondata da creature allegre e felici e sempre sotto la confortevole, allegra luce del sole.

1 ROSSELLA LA COCCINELLA

Tuttavia quel grande desiderio di bellezza e di armonia era anche il suo punto debole, il rovescio della medaglia: non poteva proprio sopportare le cose tristi, gli avvenimenti spiacevoli, insomma tutto ciò che nella vita si potrebbe definire il contrario di allegro.

Soffriva terribilmente quando appassiva un fiore e non poteva più godere dei suoi colori né deliziarsi del suo profumo, o quando qualcuno degli amici aveva un problema serio. Come quella volta che Doriottero, compagno di mille voli nell’aria celeste, si era ferito un’aluccia: Rossella aveva curato il coleottero fino alla sua completa guarigione. Gli portava bricioline di pane per nutrirlo e gli dormiva accanto perché non si sentisse troppo solo durante la convalescenza.

3 DORIOTTERO IL COLEOTTERO

Non parliamo poi delle lunghe ore di tormento, quando Lalla era improvvisamente scomparsa! La coccinella aveva organizzato una spedizione in piena regola! Magno doveva cercare la farfalla a nord, Doriottero perlustrare l’est, Rossella era volata a ovest e Camillo aveva saltellato diretto a sud. Era stato proprio Camillo a trovare Lalla, finalmente due giorni dopo, in un lontano giardino dove svolazzava spaventata e persa, quell’inguaribile svampita!

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A Rossella non piaceva in particolare la notte, così buia e silenziosa, così simile, secondo lei, a qualcosa di tenebroso e funesto; lei che tanto ammirava la luce del sole, il ronzio dei suoi coinquilini, i colori del giardino, il chiasso della strada oltre la siepe.

6 LUCCIOLE IN GIARDINOTuttavia fu proprio di notte che la sua vita cambiò, una notte d’estate quando, mentre rincasava nel suo nido, vide qualcosa di stupefacente: migliaia di piccole luci che lampeggiavano nel buio, intermittenti come le lampadine dell’albero di Natale!

«È piovuta polvere di stelle!» pensò colma di meraviglia, e senza indugio volò in mezzo a quei brillanti puntini per danzare con loro. Tuttavia si accorse che non si trattava di frammenti stellari: erano invece insetti dotati di un pancino luminoso.

«Chi siete, voi che portate luce nel buio di questo giardino?» chiese emozionata la coccinella.

«Siamo lucciole. Io mi chiamo Lucia, felice di conoscerti» rispose una delle creature, e fece una piroetta per mostrare meglio a Rossella il proprio ventre lampeggiante.

«Wow quanto vi ammiro, siete capaci di creare la meravigliosa magia della luce! Venite a giocare con me tutto il giorno e tutti i giorni? Danzeremo insieme, ci divertiremo un sacco e non sarà mai più buio, io detesto il buio!»

«Perché mai detesti il buio, coccinella?» chiese la lucciola sgranando gli occhietti sorpresa.

«Bé, ecco…» rispose Rossella, e poi fece una pausa perché, a essere sincera, non si era mai soffermata sul vero motivo della sua avversione per il buio.

«Prima di tutto non si vede niente. Quindi nel buio possono nascondersi chissà quali pericoli! E nemmeno è possibile vedere le cose belle, come il rosso acceso delle rose, il blu delle genziane, o il celeste del cielo. Tutto è silenzio, nessuno gioca… insomma, il buio mi dà proprio i brividi!»

Si sentiva soddisfatta delle sue motivazioni più che esaurienti, di certo adesso la lucciola le avrebbe dato ragione. Ma non fu così.

7 LUCCIOLA LUCIA

«Dimmi, graziosa amica…» Lucia parlava ora quasi sussurrando. «Come si può sperimentare l’emozione del rosso acceso, la carezza vellutata del blu genziana e la dolcezza del celeste cielo se fossero sempre lì, ben visibili, e il buio non li nascondesse per qualche tempo alla vista? Come amare l’energia del risveglio e il canto degli uccelli senza aver prima riposato nella tana buia e nel perfetto silenzio? In che modo sapremmo di essere allegri senza aver mai provato la tristezza? Come conoscere la luce se non ci fosse anche l’oscurità?»

Rossella rimase a lungo in silenzio per riflettere sulle parole di Lucia. Poi disse: «Forse comincio a capire: ogni cosa ha bisogno del suo opposto perché possiamo capirla e apprezzarla».

Era davvero affascinata da quelle incredibili rivelazioni. Tuttavia ancora non riusciva proprio a considerare il buio una cosa bella e necessaria. Così ripeté alle lucciole la sua richiesta: «Venite qua a giocare con me tutti i giorni e tutto il giorno? Vi presenterò ai miei amici e faremo sempre festa. Siete così belle… vi ameranno tutti!»

«Cara coccinella…» rispose Lucia. «Alla luce del sole non siamo che semplici insetti, nemmeno tanto carini a vedersi, e quasi invisibili, come sono invisibili le stelle e la luna di giorno. Ma la notte… oh, la notte… quando danziamo nell’oscurità luminose come le brillanti stelle e chiare come la misteriosa luna… allora sì che riveliamo tutto lo splendore di cui siamo capaci! La nostra bellezza si può vedere solo nel buio. L’oscurità offre tesori preziosi, se vinci la paura e li vai a cercare».

8 LUCCIOLE E STELLE

Rossella dovette convenire che era vero: molte cose sono belle solo quando non c’è luce, e finalmente guarì dalla sua avversione per il buio.

Da quel giorno, ogni sera all’imbrunire, cominciò a guardare le stelle che si accendevano una a una, fino a quando il cielo diventava un tappeto di velluto blu scuro trapuntato da una miriade di luccicanti perline.

4GRILLO CAMILLO

E ogni notte, da quella notte, danzò felice con le amiche lucciole insieme al coleottero Doriottero, che le stelle voleva raggiungere volando fin lassù; al grillo Camillo che saltellava a più non posso e cantava a squarciagola; al ragno Magno che creava tele ancora più belle ispirato dal magnificente spettacolo notturno, e alla farfalla Lalla. Quest’ultima naturalmente bisognava tenerla d’occhio, o avrebbe svolazzato chissà dove; si sarebbe certamente persa, presa dall’ebbrezza di tutta quella gioia che animò il giardino dopo la scoperta di Rossella circa alcuni tesori nascosti nel buio. Ho detto “alcuni”, perché chissà quanti tesori attendevano solo di essere trovati, e la caccia al tesoro di Rossella era appena cominciata…

Grazia Catelli Siscar

Nota: vi aspetto alla presentazione del mio nuovo libro Il Principe, il Mago e la Città della Gioia a Milano il 7 febbraio 2016 alle ore 1530 presso la Libreria Gruppo Anima, Galleria Unione 1 ang. P.zza Missori, Milano.

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11. IL CONIGLIETTO ROSA – PARTE 2

17 CONIGLIETTI ABBRACCIATI
17/12/15

Continua dalla prima parte

Un fresco mattino d’autunno Rocco stava saltellando per le vie della città assorto nei suoi pensieri, quando vide una coniglietta che si accingeva a scendere da un tassì. Cercava nella sua borsa rosa i soldi per pagare l’autista ed era la creatura più bella che avesse mai visto, almeno lo era per lui, perché la bellezza è soggettiva.

fiaba Grazia Catelli SiscarIn ogni modo, qualunque cosa di particolare avesse quella femmina, gli fece schizzar via il cuore dal petto. Un’emozione così forte non l’aveva mai provata. Pensò a lei tutto il giorno, ma la sera, prima di dormire, decise di togliersela dalla testa. Quale coniglietta avrebbe mai voluto frequentare un coniglio rosa? Una bella come lei, poi! Era impensabile!

Il giorno successivo la vide di nuovo, la riconobbe da lontano. Era ferma davanti alla vetrina di un negozio e guardava con molto interesse un vestito di seta rosa. Rocco non ebbe il coraggio di avvicinarsi, e tirò dritto per la sua strada.

Qualche giorno più tardi, mentre passava davanti a una gioielleria, udì una risata limpida e spumeggiante come l’acqua di un torrente di montagna. Guardò dentro e vide lei, la bella coniglietta: stava provando sulla zampa un bracciale di perle rosa. Oh, quanto era affascinante! Il primo impulso fu di correre dentro e regalarle il gioiello, anzi, tutti i gioielli del negozio! Ma lo avrebbe preso per matto, o peggio, sarebbe scappata inorridita al solo pensiero che un coniglio rosa si interessasse a lei! Così tirò dritto per la sua strada ancora una volta, tutto mesto e sconsolato.

10 CONIGLIETTA SUL LAGOCominciò a incontrare spesso la stupenda coniglietta, e questo era un problema per Rocco, che voleva invece dimenticarsi di lei per non soffrire.

Il sabato mattina la rivide, comprava una sciarpa rosa al mercato del quartiere, poi ancora la domenica, ai giardini: gettava briciole di pane con fare aggraziato alle papere dello stagno, e mangiava confetti rosa. E ancora, la settimana successiva, mentre Rocco usciva dall’ufficio pensieroso e un po’ distratto, riuscì a cambiare direzione all’ultimo momento, un attimo prima che lei potesse vederlo; saltellava elegante con il suo fiocco di velluto rosa tra le orecchie, e tutti si giravano a guardarla perché era senza dubbio la più bella coniglia di tutta Conigliopoli.

La dolce creatura non si era mai accorta di Rocco e delle peripezie che faceva per non imbattersi in lei. Non doveva accorgersene! Il povero coniglio temeva che lo avrebbe guardato con ironia, o forse con disprezzo, ed era un’umiliazione che poteva sopportare da tutti, ci era abituato, ma non da lei! Uno sguardo di derisione da parte di colei che amava lo avrebbe sicuramente ucciso.

11 ROCCO VEDE ROSAArcibaldo aveva notato il cambiamento d’umore di Rocco, da settimane un po’ cupo e silenzioso. Il modo di agire dei maschi però è svelto e pratico: ci si aspetta che chi ha un problema tiri fuori il rospo, poi se ne discute insieme cercando una soluzione, magari davanti a un’aranciata bella fresca e salatini di carote. Niente chiacchiere inutili né troppe domande. Ma Rocco non lo tirava fuori quel rospo, allora Arcibaldo, che gli voleva molto bene e non ne poteva più di vedere l’amico tanto triste, lo indusse a parlare, e Rocco finalmente confessò il suo tormento.

Arcibaldo rimase in silenzio fino alla fine della storia, grattandosi il muso come faceva sempre quando era concentrato, poi disse: «Sembra proprio che quella femmina abbia una vera passione per il rosa, non ci hai fatto caso? Chissà che tu non le piaccia, proprio grazie a quella pellaccia color confetto che ti porti addosso!» E fece un grande sorriso perché sapeva sdrammatizzare come nessun altro la diversità di Rocco.

No, Rocco non ci aveva pensato, in ogni caso non voleva assolutamente rischiare un colpo al cuore con qualche orribile rifiuto!

12 FESTA DI NATALE CONIGLIETTI

La vigilia di Natale Arcibaldo organizzò una cena a casa sua. Invitò la sorella, i cugini, gli zii e anche gli amici che quella sera non avevano una famiglia con la quale festeggiare, come Rocco. In realtà Rocco aveva tanti fratelli, ma non lo invitavano mai per nessuna ricorrenza. Il timore di essere additati come portatori di qualche difetto genetico e di non trovar moglie, o essere derisi, li aveva sempre indotti a stare alla larga da quel parente difettoso!

Arcibaldo cucinò ogni sorta di delizia alla carota, mentre Rocco appendeva alle travi del soffitto e intorno al caminetto rami di vischio, stelle, fiocchi e palline rosse. In quell’atmosfera serena e frizzante addobbarono insieme anche un grande albero di Natale, con carotine glassate allo zucchero e mele candite.

14 INVITATI IN ARRIVO

Ecco finalmente gli inviati. Rocco era in cucina a decorare gli ultimi pasticcini quando udì una risata spumeggiante che conosceva bene. Il vassoio dei dolci quasi gli cadde dalle zampe! Era lei? Era la coniglietta che gli piaceva tanto? Si affacciò dalla stanza e la vide: sì, era proprio lei! Varcava l’ingresso di casa con un’amica, dietro parenti chiassosi che saltellavano e facevano commenti sul freddo di quella notte di Natale. Fu colto dal panico! Non si mosse dalla sua posizione, e quando Arcibaldo andò in cucina per vedere che fine avesse fatto il suo amico, lo trovò pietrificato, in grado solo di balbettare frasi senza senso.

15 ROSA ENTRA IN CASA«Ascoltami» disse Arcibaldo, tirando affettuosamente una delle lunghe orecchie color confetto di Rocco. «Hai avuto tanto coraggio nella vita; è giunta l’ora di mostrare di che pasta sei fatto, e che sei maschio perdindirindina! Sono stato io a invitare la coniglia che ti piace tanto. Adesso riprenditi per favore e vieni a tavola, andrà tutto bene. A proposito, lei si chiama Rosa, guarda un po’!»

16 TAVOLATA NATALIZIARocco non aveva scelta, non poteva certo scappare! Si diresse alla tavola imbandita camminando nascosto dietro le larghe spalle di Arcibaldo, col timore che tutti avrebbero sentito quanto gli batteva forte il cuore e probabilmente sogghignato della sua pelliccia rosa. Destino o macchinazione dell’amico, il suo posto era proprio di fronte a lei, a quella coniglietta che amava in segreto. Pensò che sarebbe morto di lì a poco. Quando si sedette, la coniglia alzò lo sguardo su di lui e allargò il musino in un sorriso radioso che più radioso non si può! Ecco, era ufficialmente morto e rinato nel tempo di un istante!

La dolce creatura non gli tolse gli occhi di dosso per tutta la cena e Rocco non riuscì a mandar giù nemmeno un boccone. Lei non aveva l’espressione curiosa o ironica; al contrario, lo guardava con estrema dolcezza, quasi accarezzando con i suoi languidi occhioni quelli di lui, che si stava sciogliendo come un pezzo di burro. Le gambe gli tremavano così tanto che sembravano diventate gelatina e temeva che non lo avrebbero retto una volta finita la cena!

Nonostante il suo stato emotivo pietoso, Rocco riuscì a mantenere una conversazione decente e – miracolo – a non balbettare. Rosa era arguta, colta, e simpatica; la sua risata spumeggiante contagiava tutti. Riuscì a contagiare persino Rocco, che piano piano si rilassò, anche se forse non fu molto loquace con gli altri: il mondo era scomparso, esisteva solo lei!

18 CONIGLI CHE SI BACIANOVenne il momento delle danze e ovviamente non si sognò nemmeno di invitare Rosa a ballare; lei gli aveva generosamente concesso la propria amicizia, non doveva pretendere di più. Tuttavia, con grazia sublime, Rosa si avvicinò e gli sussurrò all’orecchio: «Mi piacerebbe ballare…»

Non riuscì a rispondere, aveva la bocca di cemento; condusse la coniglietta al centro della sala, dove già tutti danzavano, e la prese fra le zampe. Rosa si strinse a lui e appoggiò teneramente il muso sulla sua spalla. Lo tenne così tutto il tempo, mentre Rocco si augurava, se quello era un sogno, di non svegliarsi più!

Non si trattava di un sogno, era proprio la realtà.

Nel Natale più bello di tutta la sua vita ricevette il dono prezioso dell’amore. Rosa lo trovava straordinario e affascinante con quella pelliccia rosa, così bella e speciale! E non era solo speciale d’aspetto, era anche un maschio dal cuore nobile, affidabile, intelligente e buono. S’innamorò di lui al primo sguardo quella sera, come lui si era innamorato di lei.

19 CONIGLIETTI MATRIMONIOTrascorsero molto tempo insieme da quello splendido Natale, consolidando sempre più la loro amicizia e il loro affetto. Misero su famiglia, e naturalmente Arcibaldo fu il loro testimone di nozze. Per l’occasione cucinò una torta di carote spettacolare, decorata in cima con due coniglietti di zucchero, uno bianco come lei, uno rosa come lui.

Rocco e Rosa vissero per sempre felici e contenti. Ebbero tanti deliziosi cuccioli, alcuni bianchi, alcuni rosa, alcuni bianco-rosa. Diedero inizio così a una bellissima generazione di coniglietti colorati e, nel tempo di qualche anno, Conigliopoli fu popolata da cittadini con ogni sorta di combinazione tra il bianco e il rosa, persino a pois, a righe e stelle.

Il mondo diventò variopinto e più allegro, e la diversità divenne la normalità.

 

Grazia Catelli Siscar, autrice del romanzo-fiaba I Viaggi di Timoteo

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