La Sapienza Dimenticata

La Sapienza dimenticata recupera lo spirito sapienziale di quei pensatori che, dalla Grecia Arcaica fino a oggi, hanno riconosciuto il nesso inscindibile che lega tutte le singole conoscenza in un’unica forma compiuta: la Sapienza, attraverso le parole di testi e autori ormai dimenticati, spesso dalla stessa storiografia filosofica. Un’operazione fondamentale, ai giorni nostri, per recuperare lo spirito “vissuto” del sapere, inteso non solo come un apprendimento passivo di nozioni, né la mera abilità di produrre nuove invenzioni tecnologiche, ma come una condizione dello spirito in grado di nobilitare l’uomo.

Daniele Palmieri

 

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07. LAO-TZE E IL SEGRETO MITICO DEL TAO

Lao-Tze, fondatore del Taoismo fu, insieme a Confucio, la seconda colonna portante del pensiero cinese. Ma mentre Confucio fu il filosofo dell’ordine, dell’etica, dello stato, della ragione, Lao-Tze fu un mistico, poeta, religioso dai tratti quasi rivoluzionari. A Lao-Tze è attribuito il Tao Te Ching, il Libro della Via e della Virtù, opera cardine del pensiero taoista.

Nonostante la brevità del testo, l’opera di Lao-Tze si contraddistingue per profondità e complessità; in soli cinquemila ideogrammi il filosofo cinese riesce a compilare un’opera che è un insegnamento di vita ma anche un trattato politico, un libro mistico e un testo di alta poesia ricco di metafore e similitudini.

Sin dalle prime righe del Tao Te Ching il “Vecchio Maestro” sottolinea la vacuità e la limitatezza del linguaggio e della conoscenza umana. “Il Tao che può essere detto” scrive, “non è l’eterno Tao,/ il nome che può essere nominato non è l’eterno nome./ Senza nome è il principio/ del Cielo e della Terra,/ quando ha nome è la madre/ delle diecimila creature./ Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l’arcano,/ chi sempre desidera/ ne contempla il termine./Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome/ ed insieme sono detti mistero, mistero del mistero,/ porta di tutti gli arcani.”

Il concetto qui introdotto è il concetto di “Tao”. Letteralmente la parola “Tao” significherebbe “Via”, ma come spesso accade nelle traduzioni da lingue tanto diverse dalla nostra, qualsiasi traslitterazione sminuirebbe il vero significato della parola originale.

Dare una vera e propria definizione di Tao, come dice Lao-Tze, non è possibile, poiché le parole prodotte dalla limitata mente umana non potranno mai essere in grado di comprendere il principio dell’Universo. Perciò quello di cui gli essere umani possono discutere non è il principio di tutte le cose, ma il Tao terrestre, ciò che permette la vita sul nostro pianeta.

La sua essenza viene svelata nel paragrafo successivo, dove Lao-Tze introduce il concetto antichissimo di yin e yang, che affonda le sue radici nell’I Ching.

In principio, secondo la cosmologia taoista, l’Universo era in uno stato nominato “Wu Chi”, stato in cui ancora non esistevano gli opposti. In seguito si formarono le due polarità, yin e yang.

Yin e yang non sono da intendersi come “opposti” nel senso di due estremi incompatibili, ma come polarità complementari. L’uno non potrebbe esistere senza l’altro e più che in una guerra questi sono impegnati in una danza il cui risultato è la vita. È soltanto a partire da una falsa illusione che li riteniamo inconciliabili.

Lo stesso simbolo del Tao rappresenta i due opposti in un’armoniosa simmetria circolare, la quale suggerisce l’idea di un continuo dinamismo. Inoltre essi non solo sono compenetrati, ma nella parte nera si trova un cerchio bianco e viceversa, simbolo della loro reciproca connessione e del potenziale mutamento che può trasformare l’uno nell’altro.

Come anticipato in precedenza, non è possibile descrivere il Tao con parole umane, né afferrarlo con la mente. Per riuscire a coglierlo bisogna trascendere i nostri limiti mentali. Dal mondo della frammentazione dei due opposti, dobbiamo tornare a ricostituire la loro unità. E per farlo bisogna andare al di là dei sensi; per questo Lao-Tze, pervaso da uno spirito mistico, scrive: “I cinque colori fan sì che s’accechi l’occhio dell’uomo,/ le cinque note fan sì che s’assordi l’orecchio dell’uomo,/ i cinque sapori fan sì che falli la bocca dell’uomo/ […]Per questo il santo/ è per il ventre e non per l’occhio./ Perciò respinge l’uno e preferisce l’altro”.

Oltre a sottolineare l’inadeguatezza dei sensi, i quali non fanno altro che ingannare l’uomo con falsa conoscenza, Lao-Tze propone un mezzo alternativo alla conoscenza empirica, cioè la via dell’intuizione, dell’illuminazione.

Il “ventre” di cui il filosofo cinese parla non è lo stesso che siamo solito identificare con le pulsioni primitive del nostro corpo, ma la parte intuitiva del cervello umano, quella libera da ogni schema rigido che permette all’uomo di spaziare con la propria creatività e di afferrare grandi verità universali.

Ed è proprio sull’intuizione che si baserà il successivo pensiero taoista. Su essa si fondano le attività meditative, il cui scopo è quello di mettere a tacere tutti i pensieri in attesa del “fulmine” che colpisca la nostra mente facendoci comprendere che la molteplicità è in realtà un’illusione, poiché tutte le cose fanno parte di un unico e grande Essere indivisibile. Da dove sorge tale intuizione? Non dal mondo sensibile, ma da un Non-Essere, dal Vuoto, un’entità che non possiamo concepire proprio perché va al di là dei limiti ordinari, ma in cui il Tao si nasconde.

Più volte all’interno del testo Lao-Tze elogia la potenzialità creativa del “Non-Essere”, nel quale risiede la vera origine dell’Essere.

Per esempio nel libro XI scrive: “Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo/ e nel suo non-essere si ha l’utilità del carro,/ s’impasta l’argilla per fare un vaso/ e nel suo non-essere si ha l’utilità del vaso,/ s’aprono porte e finestre per fare una casa/ e nel suo non-essere si ha l’utilità della casa./ Perciò l’Essere costituisce l’oggetto/ e il Non-Essere costituisce l’utilità.”

Se l’Essere costituisce l’oggetto, il Non-Essere è la sua utilità, cioè il motivo della sua esistenza. Mentre per Parmenide “L’Essere è e non può non essere, il Non-Essere non è e non può essere”, secondo Lao-Tze se non fosse per il Non-Essere, nulla sussisterebbe e l’Essere non avrebbe motivo di esistere.

Lo stesso si verifica anche nel mondo del pensiero. Infatti per il filosofo cinese è importante che la mente si mantenga vacua, libera, svuotata da ogni pensiero per raggiungere la vera conoscenza. Solo tramite il vuoto possiamo comprendere l’origine di tutte le cose.

Tramite l’esperienza mistica, sia Lao-Tze e in generale i saggi taoisti come Chuang-Tzu arriveranno a comprendere che lo scorrere del tempo lineare percepito dall’uomo è in realtà illusorio, poiché l’Universo, essendo infinito, si trova in uno stato di eterno presente.

Daniele Palmieri

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6/04/18
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06. IL VERBO DEGLI UCCELLI. UNA FIABA ESOTERICA SUFI

Il verbo degli uccelli è una grande favola esoterica scritta da Attār, filosofo e mistico sufi, che narra il viaggio compiuto da uno stormo di oltre diecimila uccelli, guidati dall’upupa, alla ricerca del loro sovrano, il Simorgh (la Fenice).

La scelta degli uccelli come animali protagonisti non è casuale; essi rappresentano l’animale terrestre che può sollevarsi fino al cielo, così come l’anima dell’uomo è in grado di innalzarsi dalla Terra verso il divino. Il “linguaggio degli uccelli” inoltre era, nella mitologia mistica e medievale, la lingua perfetta con cui gli uccelli comunicavano agli iniziati; non a caso ne I fioretti di San Francesco si legge che Francesco d’Assisi predicò agli uccelli, episodio spesso raccontato ai bambini come una semplice storiella, ma che in realtà nasconde un significato mistico molto più profondo.

Dopo aver elencato i vizi da abbandonare per intraprendere il viaggio, l’upupa descrive le sette impervie valli da percorrere per giungere alla montagna sacra dove stanzia il Simorgh, ossia la valle della ricerca, dell’amore, della conoscenza, dell’indipendenza (o perdita), dell’unità, dello stupore e della povertà (o annientamento). La descrizione di ciascuna valle è intervallata da brevi racconti allegorici, la cui morale ribadisce il concetto esplicitato precedentemente.

Il viaggio è lungo e impervio, e molti uccelli cadono sul cammino; grande metafora del sentiero spirituale, che non è mai retto e semplice ma sempre lungo, tortuoso, ricco di insidie, che soltanto pochi alacri viaggiatori riescono a percorrere senza smarrirsi.

Al termine del viaggio, soltanto trenta uccelli giungeranno a destinazione, e a essi verrà rivelata una grande verità: il Simorgh sono loro stessi.

L’opera è una grande metafora del rapporto tra uomo e Dio. Le sette valli da percorrere sono i sette stati che il sufi deve metaforicamente attraversare per giungere alla conoscenza del divino. Benché il Simorgh siano sempre stati loro, tuttavia non avrebbero mai potuto scoprirlo senza intraprendere la fatica del viaggio; è il viaggio stesso ad averli resi Dio, ad aver agito da maieuta per dar fuoco alla loro scintilla divina interiore, dando fuoco alle loro penne come a quella dell’araba fenice.

L’immagine data da Attār rasenta il panteismo; i trenta uccelli scoprono di essere loro stessi il Simorgh, così come l’anima che segue i precetti di Attār s’immedesima totalmente nella divinità, abbattendo la barriera dell’Io e dissolvendosi nell’Infinito.

Un Dio che non è afferrabile né con la logica né con il ragionamento; come lo stesso Attār nell’introduzione de Il verbo degli uccelli scrive: “[Per trovare l’Essere senza pari visibile e invisibile, n.d.R.] Non puoi fare niente, dunque non cercare niente. Tutto ciò che dici non è ciò che occorre, dunque non dire niente. Ciò che dici e ciò che sai è ciò che sei, ma devi conoscere Dio attraverso Lui e non attraverso te; è lui che apre la strada che conduce a Lui, non la saggezza umana” e ancora “Ciò che gli uomini ne hanno detto, lo hanno detto da se stessi” (Attār, Il verbo degli Uccelli, Edizioni Mediterranee, 2002 Roma, pp. 23)

Il culmine dell’esperienza mistica con la quale è possibile unirsi al divino si ha quando l’uomo comprende che “In questo Oceano immenso il mondo è un atomo e l’atomo è un mondo. […] il mondo è una bolla d’acqua di questo Oceano e […] l’atomo è identico alla bolla”, frase che ricorda molto i versi di William Blake:

“Vedere un mondo in un grano di sabbia/ e un universo in un fiore di campo,/ possedere l’infinito sul palmo della mano/ e l’eternità in un’ora.”

Ed è proprio il poeta inglese che riassume alla perfezione il pensiero di Attār; l’unico ostacolo che blocca la strada verso il divino siamo noi stessi e per superarlo dobbiamo solo infrangere la barriera dei nostri sensi, infatti “Se le porte della percezione/ fossero sgombrate/ ogni cosa apparrebbe com’è: infinita.”

Daniele Palmieri

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Daniele Palmieri ti aspetta a Milano il 19 marzo 2018 per la serata gratuita di “Filosofia e Spiritualità” condotta insieme a Camilla Ripani. Tema della serata: “Finito e infinito – Passare dall’attimo all’eternità”. Tutti i dettagli a questo link.

 

2/03/18
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05. ERACLITO: IL SEGRETO DEL FUOCO COSMICO

Se ci fosse pervenuta l’intera opera di Eraclito, filosofo di Efeso, ora lo considereremmo superiore addirittura a Platone e Aristotele. Per fortuna dei due, però, di Eraclito ci rimangono soltanto alcuni frammenti, tramandati dalla testimonianza degli antichi.

Ma, come sosteneva Nietzsche, è probabile che del filosofo ci sia stato tramandato l’essenziale e, difatti, soltanto da questi pochi frammenti è possibile delineare i punti chiave di un pensiero complesso e profondo. Allo stesso tempo, proprio per quel poco che ci rimane del pensiero di Eraclito, è molto difficile ricostruire l’intera struttura teorica del suo pensiero. Non solo per il numero esiguo di testimonianze, ma anche per il carattere stesso della scrittura eraclitea. Già nell’antichità infatti Eraclito era soprannominato “l’oscuro”. Il suo stile è incisivo, sibillino come le risposte dell’oracolo; ogni sentenza è come un colpo secco che colpisce la Verità nel segno; da questo punto di vista, è chiara l’influenza sapienziale dei misteri orfici e dei Misteri di Eleusi, che egli stesso cita in alcuni aforismi.

Per questo non presenterò il suo pensiero in un’esposizione sistematica, ma mi soffermerò su alcuni punti chiave che più volte ritornano nei frammenti pervenutici.

Primo di questi punti chiave è il “Fuoco”; alcuni manuali banalizzano il concetto di “fuoco” espresso da Eraclito, sostenendo che egli considera il fuoco, inteso come elemento naturalistico, il principio di tutte le cose e lo annoverano dunque tra i filosofi naturalisti. Chiunque sostenga questa interpretazione dovrebbe essere radiato dall’albo dei filosofi – se ne esistesse uno.

Il Fuoco di cui Eraclito parla nei suoi aforismi non è da intendersi in senso materiale, bensì metaforico.

Prendiamo ad esempio questo frammento: “questo cosmo non lo fece nessuno degli déi né degli uomini, ma sempre era, è e sarà, Fuoco sempre vivente, che con misura divampa e con misura si spegne”.

Il Fuoco è preso come esempio per illustrare il comportamento del Cosmo; qual è infatti il comportamento del Fuoco? Il Fuoco è un elemento indefinito, sempre in movimento, sempre diverso nella forma ma che, tuttavia, mantiene sempre la sua essenza. Si alza, si abbassa, si attenua o si incendia ma rimane, in ogni caso, Fuoco. La stessa cosa avviene con l’Universo; l’Universo è in continuo movimento, scorre incessantemente e tuttavia rimane sempre lo stesso, come il Fuoco. E, come il Fuoco, per rimanere acceso necessita di bruciare combustibile; e il combustibile dell’Universo è la vita, degli esseri viventi, dei pianeti e di ogni cosa che esso contiene.

Impegnati come siamo nel preservare la nostra singolarità, non ci accorgiamo di come il Fuoco dell’universo avanzi incessante e di come esso bruci ogni cosa; e proprio questo bruciare è il suo principio, dove la fine e l’inizio coincidono in un perpetuo ciclo di nascite e morti.

Ma cos’è che nell’Universo permette il divenire? La risposta è: la guerra, la contesa, in greco: Pòlemos. “Pòlemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re; e gli uni rivela déi, gli altri umani, gli uni schiavi e altri liberi” dice Eraclito. Ogni nascita e ogni morte è frutto di un conflitto, di una guerra; gli eventi naturali e umani sono il risultato di tale conflitto. Pensiamo alle realtà sociali, agli stati, alle comunità; non esiste società che non sia nata da una guerra di conquista. Roma, nata dall’uccisione di Remo da parte di Romolo e prima ancora con i conflitti attraversati da Enea.

E questa contesa è generata dalla presenza, nel cosmo, di due forze contrastanti, che comunemente gli uomini chiamano: gli Opposti. “Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescolano aromi, prende il nome secondo il gusto di ciascuno”.

Ma questi Opposti sono soltanto un’illusione di quelli che Eraclito chiama “i dormienti”, coloro che rimangono a galla sulla superficie dell’apparenza. Gli opposti in realtà sono due facce della stessa medaglia; la loro contesa non è una lotta per il predominio, è una lotta per mantenere l’ordine cosmico. La malattia si trasforma in buona salute e viceversa, il caldo in freddo e il freddo in caldo, la fame in sazietà e la sazietà in fame; “il ciceone se non viene agitato si disgrega” dice sempre Eraclito in un altro frammento. E in questo continuo alternarsi di Opposti non c’è alcuna accezione morale, non c’è un motivo per il quale il caldo dovrebbe vincere sul freddo o viceversa. E, ancora più importante, non esistono il “Bene” e il “Male”, poiché “belle, per il Dio, sono tutte le cose, e giuste; ma gli umani ne hanno ritenute giuste alcune, ingiuste altre”.

I “dormienti”, così come li chiama Eraclito, sono coloro che rimangono invischiati nella semplice contrapposizione degli Opposti, senza riconoscere la loro, fondamentale, unità, il principio comune che in realtà li rende identici, due facce della stessa moneta. Tali dormienti, con i loro sogni, non vivono la realtà ma rimangono intrappolati nella loro costruzione mentale della realtà.

Il risvegliato invece è colui che abbandona il mondo fittizio eretto dalle opinioni per vivere in quello che Eraclito definisce “il cosmo comune” guidato dal Lògos universale, che parla con la bocca degli iniziati, con la bocca dell’oracolo che “non nasconde ma accenna”. Un Logos che difficilmente l’uomo può cogliere con i suoi limitati schemi mentali, ma che necessita di una rivelazione mistica come quella della Sibilla cumana che “con bocca folle proferendo cose senza sorriso né ornamento né unguento, con la voce penetra i millenni, per mezzo del dio”.

E qual è il primo messaggio che il Lògos divino comunica all’uomo per bocca dell’oracolo? È il motto, inciso sul tempio delphico, “conosci te stesso”. Tale invito, che verrà poi ripreso e razionalizzato da Socrate, preserva invece con Eraclito un aspetto mistico. “Tutte le cose che ho imparato, le ho imparate da me stesso” dice il filosofo; non perché non avesse orecchie per ascoltare gli altri, ma perché il primo punto di partenza dev’essere ciò a noi più vicino, ossia l’anima.

Crediamo di conoscere l’anima ma non ci accorgiamo che essa è un abisso sconfinato. “I confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così abissalmente essa si dispiega”.

E visto che “l’Origine ama nascondersi”, quale posto migliore se non l’animo umano? Sempre impegnati a guardare superficialmente il mondo esterno, come potrebbe l’uomo accorgersi di avere dentro di sé il Lògos divino, il segreto dell’esistenza?

Daniele Palmieri

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Daniele Palmieri ti aspetta a Milano il 5 febbraio 2018 per la serata gratuita di “Filosofia e Spiritualità” condotta insieme a Camilla Ripani. Tema della serata: “illuminare l’ombra”. Tutti i dettagli a questo link.

 

31/01/18
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04. IL VANGELO APOCRIFO DI GIACOMO E IL PRESEPE

Il presepe è una delle tradizioni natalizie più note, ma pochi ne conoscono l’origine estetica, le relazioni e i retroscena che si celano dietro la nota immagine della grotta, di Giuseppe, Maria, Gesù, il bue e l’asino e i Re Magi. Alcuni di questi elementi sono presenti nei Vangeli canonici; di altri, invece, non vi è traccia; qual è la loro origine?

A diffondere la tradizione del presepe fu San Francesco, ma l’iconografia del presepe ha una storia ben più antica che affonda le sue radici non soltanto nei Vangeli canonici, ma soprattutto in quelli apocrifi, ossia non inseriti nel canone biblico. Tra essi, uno dei più importanti è il Protovangelo di Giacomo; testo fondamentale poiché, seppur con un tono fiabesco, tramanda informazioni sull’origine e l’infanzia di Gesù mai citate negli altri Vangeli.

Anzitutto, una delle idee più diffuse, e che sorge spontanea nell’osservare il presepe, è che Giuseppe e Maria siano marito e moglie, separati soltanto da qualche anno d’età. Il Protovangelo di Giacomo, invece, rivela che le cose sono molto diverse.

In esso, oltre all’infanzia di Gesù, si narra anche quella di Maria e qui si scopre che ella nacque a sua volta da un parto verginale; elemento di importanza teologica fondamentale, assunto poi anche dal dogma cattolico, poiché l’immacolata concezione ha permesso a Maria di nascere scevra dal peccato originale, tramandato attraverso il sesso di generazione in generazione, e dunque unica donna degna di accogliere il Salvatore nel proprio ventre.

Tornando al racconto, per rendere grazia a Dio del miracolo ricevuto (giacché entrambi erano sterili), i genitori di Maria, Anna e Giacchino, la affidarono a un Tempio ebraico in cui Maria crebbe fino ai dodici anni circa, quando dovette lasciarlo per il sopraggiungere del ciclo mestruale.

Chiaramente Maria non poteva essere lasciata a se stessa, doveva essere affidata a qualcuno di fidato, e i maestri del Tempio scelsero Giuseppe; un uomo ormai anziano, vedovo e con figli, una persona rispettabile e degna di fiducia, che non fu mai dunque il marito di Maria ma che invece ne fu esclusivamente il tutore. Da qui deriva la grande discrepanza di età che è possibile scorgere in alcuni presepi in cui, effettivamente, Giuseppe sembra molto più vecchio di Maria; inoltre, il fatto che Giuseppe fosse già sposato e con figli permette di comprendere l’identità dei “fratelli di Gesù” citati nei vangeli canonici; si tratterebbero, infatti, dei figli di Giuseppe, “fratellastri” di Cristo.

Sempre il Protovangelo di Giacomo narra l’iniziale scandalo suscitato dal concepimento verginale di Maria, poiché i sospetti caddero subito su Giuseppe, che dovette anche testimoniare la propria innocenza e difendersi di fronte ai maestri del Tempio, per convincerli di non aver avuto alcun rapporto sessuale con Maria.

La nota fuga a cavallo dell’asino verso Betlemme non fu dovuta, dunque, soltanto dalla persecuzione di Erode, ma anche dalle dicerie che correvano sul loro conto e proprio a Betlemme, dopo essere stati cacciati da ogni rifugio, approdano alla famosa grotta, che mai viene citata nei Vangeli canonici, e che è descritta per la prima volta nel Protovangelo di Giacomo, con tutti gli elementi di rito ormai entrati nell’immaginario collettivo.

Luogo quanto mai inospitale che, tuttavia, l’aurea divina e la nascita di Cristo riescono a rendere accogliente, caldo, sicuro e dotato di una propria luce, derivante proprio dalla forza di resistere a tutti i dolori dell’esistenza e all’intricato cammino.

Lungi dal “rovinare” lo stereotipo classico del presepe, tutti questi elementi non fanno che dotarlo di una ancora maggiore umanità, restituendo l’immagine di un presepe ancora più intimo e vicino alla vita di ogni giorno e ai travagli di ogni uomo, simbolo non solo di perpetua speranza ma anche dell’eterna lotta degli “ultimi”, destinati a combattere per guadagnare il proprio posto nel mondo ma eternamente vegliati dalla luce della stella cometa.

Daniele Palmieri

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Daniele Palmieri è autore del libro Autarchia Spirituale

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Lunedì 18 dicembre 2017 Daniele Palmieri conduce a Milano la serata Filosofia e Spiritualità con Camilla Ripani. Tema dell’incontro: Liberarsi dal superfluo. Maggiori dettagli qui.

15/12/17
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03. PLUTARCO E IL SOGNO COME SINTOMO…

PLUTARCO E IL SOGNO COME SINTOMO DELLA MALATTIA DELL’ANIMA

Plutarco fu uno dei filosofi antichi che più di tutti seppe coniare la speculazione filosofica con l’esigenza della vita pratica. La sua attività teoretica e speculativa sul significato e lo scopo della filosofia è sempre accompagnata da un impegno pratico, in grado di rendere la filosofia una forma di sapere vissuto…

Gli esempi più interessanti e più attuali della filosofia pratica di Plutarco sono i Moralia, una raccolta di saggi di argomenti più disparati ma che, nella maggior parte dei casi, si occupano dei problemi di vita comune. Spesso i suoi brevi saggi, come La loquacità, La passione della ricchezza, Invidia e odio, La curiosità, Sul controllo dell’ira etc. sono dei veri e propri esempi di “terapie dell’anima”, che si occupano di descrivere un vizio per poi prescriverne il rimedio.

Questo perché Plutarco, nella propria filosofia, riprende la concezione socratico-platonica espressa nell’Alcibiade I, secondo la quale la cura della propria psiché sia il punto di partenza dal quale ogni uomo deve muovere i propri passi, qualsiasi sia l’azione da intraprendere. Ne consegue che, mettendo a confronto le malattie del corpo e quelle dell’anima, le secondo sono più gravi per una serie di motivi.

Anzitutto, le malattie del corpo sono dettate principalmente dalla casualità; non scegliamo volontariamente di essere malati. Al contrario, le malattie dell’anima, ossia i vizi, dipendono sempre dalla nostra volontà che ci impedisce di compiere progressi e ci rende schiavi impotenti.

Questo perché l’uomo è essenzialmente cieco alle malattie dell’anima; il suo primo errore sta nel non conoscerle, nell’ignorarle o addirittura nel non dargli il giusto peso. Infatti, mentre la malattia del corpo si manifesta con evidenti sintomi fisici, che spesso inducono dolore e portano a cercare di risolvere la situazione, i sintomi delle malattie dell’animo sono spesso invisibili o, peggio ancora, assuefanno il malato facendogli credere di essere sempre nel giusto, facendogli amare la malattia.

Tale atteggiamento rende difficile curare i propri vizi, ma con l’accurato esercizio filosofico è possibile imparare a riconoscere i sintomi delle malattie del proprio animo. In ciò, un ruolo essenziale è svolto, secondo Plutarco, proprio dal sonno e dai sogni.

I sogni sono uno specchio dell’anima; essi riflettono la sua immagine. Concetto che non solo anticipa le moderne teorie psicopatologiche basate sui sogni, ma che addirittura lo oltrepassano.

Mentre per alcune correnti della psicologia il sogno testimonia un processo inconscio inaccessibile, nel quale si sedimentano le nostre turbe, per Plutarco e per i filosofi antichi il sogno è un riflesso di ciò che siamo. E ciò che siamo, ossia l’immagine riflessa, dipende da noi stessi; non siamo noi a dipendere dall’inconscio e dai sogni, sono l’inconscio e i sogni a dipendere da noi, nel momento in cui siamo in grado di estirpare i nostri vizi. Per questo in uno dei Moralia più belli di Plutarco, ossia Come valutare i propri progressi nella virtù, il filosofo greco considera proprio il sogno e la sua analisi come un esercizio spirituale, un banco di prova per comprendere se effettivamente siamo stati in grado di progredire nella virtù.

I sogni sono infatti, anche per Plutarco, la manifestazione più pura e sincera dei nostri desideri, che si manifestano senza filtri quando essi, nel sonno che ci priva sia di vincoli sia di osservatori, possono dar libero sfogo alle loro fantasie. Ne consegue che sogni puri indicano un’anima altrettanto pura, che è stata in grado di lavorare su se stessa per risolvere i propri vizi, le proprie turbe, i propri limiti e, soprattutto, i desideri smodati che incatenano alla mera materialità. Al contrario, sogni impuri sono il sintomo di una malattia dell’anima, intesa non come una “nevrosi” incontrollabile, ma come un elemento della nostra interiorità sul quale possiamo lavorare, per migliorare noi stessi.

La superiorità di questa pratica rispetto all’ormai imperante psicoterapia sta nel fatto che non si occupa dei “malati gravi” o delle “patologie mentali” così come le intendiamo oggi, ma dell’uomo “sano” e “comune”, che tuttavia è spesso reso schiavo dai propri vizi senza che ne sia consapevole.

La psicoterapia, concentrandosi soltanto sui casi limite, tralascia il male quotidiano che investe ogni persona senza nemmeno che ella se ne accorga. Un male che ci ostacola a vivere, che ci impedisce di essere felici sostanzialmente perché impedisce di essere liberi. La filosofia si mostra dunque come una pratica che impegna tutte le fasi della vita. Essa è onnipervasiva e Come sottolinea Focault ne La cura di sé e ne L’ermeneutica del sé, la grandezza degli esercizi filosofici antichi – come, in questo caso, nell’analisi del sogno atta a migliorare se stessi e non a scoprire delle turbe nascoste – risiede nel dare all’individuo i mezzi per essere in grado di conquistare la propria libertà da solo, senza mettere in mano questo processo ad altri, sia esso il prete o lo psicologo.

Daniele Palmieri

 

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Immagine (particolare): Il sogno di Ossian, cm. 348 x 275, Musée Ingres, Montauban.

 

Daniele Palmieri è autore del libro Autarchia Spirituale

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Daniele Palmieri sarà al convegno gratuito Dialogando con Gli Autori Domenica 26 novembre a Milano. Tutti i dettagli a questo link.

Lunedì 27 novembre condurrà inoltre la serata Filosofia e Spiritualità, sempre a Milano, con Camilla Ripani. Maggiori dettagli qui.

20/11/17
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02. I CINQUE LIVELLI DEL SOGNO SECONDO GLI ANTICHI GRECI

Il mondo del sogno ha sempre suscitato un grande senso di mistero, fin dalle epoche più remote. I dipinti paleolitici sulle pareti delle grotte di Lascaux rappresenterebbero proprio stati di sonno mistico, e le vivide visioni, veri e propri sogni lucidi, che si presentavano a quelli che, molto probabilmente, furono i primi sciamani della storia dell’umanità.

Nella più antica storia mai raccontata, l’Epopea di Gilgames, il protagonista, l’eroe Gilgames, re di Uruk, prima di ogni nuova impresa si ritirava in fasi meditative entro le quali il sogno assumeva un ruolo magico, di raccoglimento interiore e di catalizzazione delle forze divine.

Ma tra le culture che diedero grande importanza al mondo dei sogni vi fu, sicuramente, la cultura greco-romana. Per gli antichi Greci, il sogno non è una rappresentazione imperfetta della realtà, né unicamente un flusso caotico di pensieri durante il sonno. Il sogno rappresentava uno stadio superiore di realtà, un limbo tra il mondo umano e il mondo degli déi, che analizzarono dettagliatamente, distinguendone diversi livelli.

Nel Commento al sogno di Scipione, Macrobio, pensatore romano, compie una dettagliata anatomia dell’universo dei sogni, descrivendo i cinque tipi di sogno che, secondo gli Antichi, potevano manifestarsi all’uomo durante la notte.

I primi due livelli rappresentano il grado più “basso” del sogno e sono il visum e l’insomnium.

L’insomnium, ossia la visione interna al sogno, è strettamente legato alle immagini dei nostri desideri e delle nostre preoccupazioni che tornano a farci visita di notte. Esso rappresenta l’aspetto “ingannatore” dei sogni, in grado di farci credere di vivere una realtà effettiva che, però, svanisce e non lascia alcuna traccia di interesse o di significato non appena ci svegliamo.

Il visum, l’apparizione, “si verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, nel momento in cui, come si dice, si sta per cedere all’influenza dei vapori soporiferi, quando il dormiente, che pensa di essere ancora sveglio […] si crede assalito da figure fantastiche le cui forme e grandezze non hanno niente di analogo in natura” e per natura è simile all’insomnium, con la differenza che in questo caso le immagini che si presentano sono caotiche e confuse.

Come accennato in precedenza, questi due livelli rappresentano i più elementari e meno importanti del mondo dei sogni, poiché un mero riflesso, più o meno confuso, della realtà quotidiana.

Tuttavia, l’universo onirico è molto più variegato e secondo gli antichi, vi sono livelli superiori che possono rappresentare un limbo tra mondo terreno e mondo ultraterreno, uno stadio superiore di coscienza entro il quale la mente umana, libera dai vincoli della materialità e della quotidianità, può entrare in contatto con i segreti della realtà.

Il primo di questi livelli è l’oraculum, l’oracolo; esso “si manifesta quando ci appare in sogno un parente o un personaggio venerabile e importante, come un sacerdote o una divinità stessa, per informarci di ciò che ci accadrà o non ci accadrà e di ciò che dobbiamo fare o dobbiamo evitare”. Essendo l’universo onirico un limbo tra questo mondo e il mondo dei defunti, in alcune occasioni è possibile entrare in contatto con le anime che albergano nell’oltretomba, generalmente le anime degli antenati, che avendo acquisito la prescienza degli eventi futuri possono avvertire i loro parenti circa il fato a cui stanno andando incontro.

Il secondo livello superiore la visio, la visione; esso “ha luogo quando le persone o le cose che vedremo in realtà più tardi si sognano come saranno allora”; si tratta del sogno premonitore, che anticipa eventi futuri mettendoli in scena, senza dunque la mediazione di un antenato che anticipa “verbalmente” gli eventi.

Infine vi è somnium, ossia il sogno propriamente detto; esso “nasconde ciò che ci comunica sotto uno stile simbolico e velato di enigmi il cui significato incomprensibile esige il soccorso dell’interpretazione”. Il somnium vero e proprio, al contrario dell’insomnium e del visum, possiede un significato simbolico che è compito del sognatore riuscire a rintracciare, per decifrare cosa la sua psiche, l’esistenza o gli déi stanno tentando di comunicargli; esso può essere personale, quando il sognatore è il protagonista del sogno; estraneo, quando altri personaggi sono i soggetti delle azioni; comune e pubblico, quando esso mette in scena relazioni tra il sognatore e altri soggetti o, in generale, la comunità; infine, il grado più elevato di somnium, il sogno universale. Si tratta di una forma di sogno mistico, durante il quale la coscienza del sognatore è annichilita dalla manifestazione del Cosmo e delle sfere celesti nella loro immensità.

Gli antichi Greci diedero grande importanza allo studio e all’interpretazione dei propri sogni, non solo per la mantica (ossia per l’arte di prevedere gli eventi che accadranno), ma soprattutto per verificare lo stato del proprio progresso spirituale. Argomento che approfondiremo nel prossimo articolo.

Daniele Palmieri

 

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17/10/17
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01. LE PAROLE DIMENTICATE DEGLI ANTICHI SAPIENTI

Viviamo in una società che pensa di aver raggiunto i risultati più elevati mai raggiunti dalla conoscenza umana. A partire dal 1700, con il cosiddetto Secolo dei Lumi, continuando per il Positivismo ottocentesco e lo scientismo del XX e XXI secolo, nel corso di trecento anni l’uomo ha assistito a un progresso tecnologico e scientifico innegabile. L’affermarsi della mentalità scientifica, sostengono alcuni, ha permesso all’uomo di liberarsi delle sue vecchie superstizioni; tutto ciò che il pensiero umano ha prodotto nei secoli precedenti viene considerato, da taluni, come un’inutile vestigia del passato; nel migliore dei casi, materiale per riempire aridi manuali di storia del pensiero, nel peggiore dei casi, come mera superstizione di cui gli esseri umani dovrebbero vergognarsi. Lo scienziato è diventato l’emblema di colui che possiede una conoscenza certa, l’unica di cui ci si può fidare; il religioso è un’ombra del passato; il filosofo, uno strano feticcio che nessuno ha ancora capito dove collocare. A fronte di tutto questo, l’unica conoscenza che viene considerata degna di essere approfondita, studiata e ampliata è esclusivamente la conoscenza scientifica, quasi essa fosse in contrasto con tutti gli altri campi del sapere.

Questo grande malinteso nasce da una visione estremamente limitata e limitante del concetto di Sapere; lungi dall’essere sempre stato presente nella storia, il conflitto tra scienza, filosofia e religione è un’invenzione recente, derivante dalla progressiva specializzazione dei diversi saperi che, in passato, venivano in vece considerati come manifestazione di una medesima essenza: la Sapienza.

La Sapienza è sempre stata considerata la fonte in grado di nobilitare l’uomo, ossia di fargli intraprendere un percorso interiore in grado di elevarlo dalla sua condizione terrena per fargli raggiungere la perfezione spirituale. Culmine di tale processo è la trasformazione interiore da semplice uomo a Sapiente, che Bovillus, filosofo rinascimentale, definisce come “il fine verace e compiuto di tutte le cose materiali comprese nel firmamento e, come molti credono, un Dio terreno e mortale” (Bovillus, Il Sapiente). A tale scopo, ogni forma di conoscenza particolare è necessaria al Sapiente per divenire tale. Studiare esclusivamente una scienza a discapito di altre significa precludersi in partenza la strada verso la Sapienza.

Scopo del v-blog La Sapienza Dimenticata sarà proprio quello di recuperare lo spirito sapienziale di quei pensatori che, dalla Grecia Arcaica fino a oggi, hanno riconosciuto il nesso inscindibile che lega tutte le singole conoscenze in un’unica forma compiuta: la Sapienza. Per fare ciò, recupereremo le parole di testi e autori ormai dimenticati, spesso dalla stessa storiografia filosofica. Un’operazione fondamentale, ai giorni nostri, per recuperare lo spirito “vissuto” del sapere, inteso non solo come un apprendimento passivo di nozioni, né la mera abilità di produrre nuove invenzioni tecnologiche, ma come una condizione dello spirito in grado di nobilitare l’uomo. Una forma di conoscenza vissuta, che Angelo Tonelli descrive “una condizione dello spirito, un modo di essere, e non un insieme di contenuti che si ritengono veri e saggi. È la posizione interiore del meditante e del contemplatore, che non si preoccupa di spiegare il mondo o le procedure del pensiero, ma è puro testimone, sic et simpliciter, specchio fluido in cui tutto appare e si dissolve, senza lasciare traccia sulla superficie”. (Sulle tracce della sapienza, Moretti e Vitali Edizioni, pp. 21).

Daniele Palmieri

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3/10/17
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