SOS per l'Anima

Emozioni, Salute, Felicità

Un video-blog interamente dedicato al benessere psicosomatico.

Erica F. Poli

EFP

13. ECO E NARCISO

Vi siete mai trovati a vivere una relazione affettiva nella quale sentivate che, in qualche modo, stavate dipendendo dal partner? E che, per questo motivo, potevate perdere il vostro centro e la vostra stima? Questo accade nelle dipendenze affettive.

Vi ripropongo questo mio video con il tema “Sindrome di Eco, dipendenza affettiva e narcisismo”… e scopriremo come Eco e Narciso non sono solo due personaggi mitologici, ma figure interiori che ci portiamo dentro e a volte prendono il sopravvento.

Buona visione!

 

4/11/14
econarc

12. APRIRSI ALL’AMORE

Aprirsi all’amore è l’ultima frontiera, l’unica frontiera che schiude l’unica dimensione reale… Diceva Rimbaud che «la vera vita è altrove», come mi ha insegnato il mio amato docente di Filosofia e Teologia Don Gioacchino Molteni, collegando così Platone e il suo Mondo delle Idee a Cristo e il Regno dei Cieli.

Il Regno dei Cieli e il Mondo delle Idee si trovano quando vi aprite all’amore. Cosa significa?

Niente a che vedere con prospettive buoniste, niente a che vedere con amare tutti, e cose di questo tipo… Aprirsi all’amore significa essere presenti, così presenti che tutto si trasforma. Quando avete superato voi stessi, quando avete riparato le ferite emotive che condizionano i vostri comportamenti distruttivi, quando avete compreso profondamente il senso del terzo livello di felicità e cancellato stati mentali nocivi attraverso il perdono, quando avete cominciato a giocare con la neuroplasticità, quando avete deciso di esserci e di restare presenti, e di concedervi questo malgrado tutto, allora cominciate a provare un senso d’amore per voi stessi. Allora la vita vi appare come un flusso che da voi proviene e si dipana in un moto intenzionale e il mondo si rivela come il luogo della costante creazione di voi stessi… Riconoscete senza dubbi che siete coscienza e siete coscienti istante dopo istante di voi stessi. Restate nella coscienza e, pur vivendo ogni cosa, non vi identificate in nulla…

La grande differenza tra tutte le pratiche di concentrazione, visualizzazione, lavoro emotivo e il lavoro coscienziale più elevato è che in esso cercate solo voi stessi, non il lutto che avete subito, non l’innamoramento che provate, non la malattia che avete, non la professione che svolgete, ma andate oltre… e, contemporaneamente, arrivate oltre attraverso tutto questo, che è ciò che tale dimensione ci offre; cercate voi stessi e siete voi stessi… Perciò potete stare nel lutto, nell’amore, nella malattia, nel lavoro oppure no, è una vostra scelta, potete decidere che visione avere, o, se preferite dirlo così, potete stare contemporaneamente nell’una dimensione e nell’altra. Non combaciate mai del tutto con nulla, siete disidentificati e dunque siete voi, coscienti di voi in ogni istante. Questa è apertura del cuore, perché è riconoscimento e amore davvero incondizionato verso se stessi.

Potreste pensare che questo significhi distaccarsi, e assai di frequente le filosofie orientali, prima fra tutte il Buddhismo, vengono equivocate in tal senso. In realtà, disidentificandosi non ci si distacca. Si lascia l’attaccamento, non ci si attacca.

Non attaccarsi (cioè lasciare l’attaccamento) e distaccarsi sono due cose ben diverse. Lasciare l’attaccamento vuole dire lasciare la paura della perdita, il che è l’unica via per godere veramente ciò che si sta vivendo. Lasciando l’attaccamento si ottiene una grande presa sulla realtà, la si può davvero godere e gustare… Si può godere tutto… Persino il dolore diventa una occasione da vivere invece che da rifiutare.

Come ho imparato a dire negli Stati Uniti, what you resist will persist: quanto più resistete a qualcosa perché non lo volete, quanto più siete in coscienza di separazione da esso, tanto più durerà, perché, senza rendervene conto, con il continuo lamentarvi, rifiutarlo, chiedervi
perché e cosa potete fare, state creando attaccamento a esso. Se invece accettate di viverlo, se potete giungere persino a chiedervi «cosa sto imparando da tutto questo?» e «perché dovrei ringraziare che mi accada?» allora lo attraverserete e passerà.

Erica F. Poli

 

Nota: L’argomento è approfondito nel libro Anatomia della Guarigione di Erica F. Poli, da cui è estratto questo post.

Anatomia della Guarigione Erica Francesca Poli

 

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21/10/14
Aprirsi

11. DNA “SPAZZATURA”, LINGUAGGI, FREQUENZE

Se andassimo a vedere cosa accade all’interno del DNA stesso? È un viaggio che è già stato compiuto e il risultato più entusiasmante riguarda il cosiddetto junk DNA, il “DNA spazzatura”. Si tratta del 95-97% del genoma: sarebbe composto da porzioni di DNA apparentemente prive di informazioni, non codificanti per alcuna proteina, costituite da sequenze disordinate prive di struttura e di logica, in mezzo alle sequenze codificanti.

Il junk DNA è sempre stato un mistero per i genetisti. Perché una proporzione così vasta? Un tale spreco di geni? È come se da una parte avessimo le istruzioni (il DNA codificante, il 3% del totale) per costruire 30-40mila chiavi proteiche per la vita biologia umana, e dall’altra migliaia di “ingredienti” senza la ricetta per metterli assieme.

Ebbene, quei frammenti “spazzatura” di DNA sono ben 4 milioni di interruttori genetici. Si tratta di un sistema complesso che controlla i geni stessi; gli scienziati che hanno approfondito lo studio di questo “DNA spazzatura” (parti del DNA che non sono veri geni contenenti istruzioni per le proteine) hanno scoperto che almeno l’80% di questo DNA è attivo e necessario. Un altro 15-17% ha funzioni superiori che gli scienziati stanno ancora decodificando. Il risultato del lavoro è stato una mappa di gran parte di questo DNA, un affascinante sistema di interruttori che, agendo come regolatori, controllano quali geni e quando sono usati in una cellula, e determinano probabilmente anche i processi di differenziazione e specializzazione cellulare.

Vi siete mai chiesti come fa una cellula a diventare una cellula della pelle, del fegato o un neurone? E chi dice alla morula, a quel primo “semplice” ammasso di cellule originate dalla fecondazione dell’ovocita da parte dello spermatozoo, di diventare un embrione e poi un feto, formare tessuti e organi? Ci avete mai pensato a questo abisso di intelligenza cellulare? A volte, a rifletterci, cercando di penetrarne l’essenza, ho finito col provare un senso di vertigine… Ecco tutto questo probabilmente accade con l’azione di questi interruttori.

Capite ora la portata di questa scoperta, le enormi implicazioni che essa ha per la salute e la coscienza umana, perché molte malattie complesse sembrano essere causate da cambiamenti molto piccoli in centinaia di questi interruttori genetici.

Le frange estreme di queste ricerche riguardano la natura del linguaggio da usare per comunicare con questi interruttori: alcuni studi si sono orientati sull’energia luminosa, altri sull’energia vibrazionale. Sembrano nascere sempre più gli elementi sperimentali per un tipo completamente nuovo di medicina in cui il DNA può essere influenzato e riprogrammato dalle parole e dalle frequenze.

Alcuni linguisti russi, che fanno riferimento alle ricerche del biofisico e biologo molecolare Pjotr Garjajev, oggi affermano che il codice genetico, specialmente nell’apparentemente inutile DNA spazzatura, segue le stesse regole di tutti i linguaggi umani, ed è un linguaggio a tutti gli effetti. A tal fine, hanno confrontato le regole della sintassi (il modo in cui le parole sono messe insieme per formare le frasi), della semantica (lo studio del significato delle parole) e le regole di base della grammatica. Hanno scoperto che le basi azotate del nostro DNA seguono una grammatica regolare e hanno delle regole fisse, proprio come i nostri linguaggi. Hanno ipotizzato dunque una relazione diretta tra il linguaggio e il DNA, come una sorta di alfabeto delle basi azotate.

Questo getta una luce potente sul senso delle antichissime pratiche dei mantra, delle preghiere di guarigione, persino delle formule magiche. Se ormai potevamo certamente ammettere che esse avessero una reale efficacia in virtù dell’effetto placebo e dell’azione sul subconscio […], ora possiamo intravedere qualcosa di ancora, forse, più suggestivo e potente.

Il nostro DNA è un linguaggio che reagisce a un altro linguaggio, è una frequenza che reagisce alle frequenze. Il senso antichissimo della frequenza originaria dell’Om orientale sembra prendere forma scientifica e rivelare il meccanismo della potenza che da sempre gli è stata attribuita. Questo spiegherebbe finalmente perché le affermazioni, il training autogeno, l’ipnosi e tutte le discipline simili possono avere effetti così forti sugli esseri umani e sui loro corpi.

[…]

Nota: L’argomento è approfondito nel libro Anatomia della Guarigione di Erica F. Poli, da cui è estratto questo post.

Anatomia della Guarigione Erica Francesca Poli

 

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6/10/14
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10. PROGETTO IPPOCRATE

Oggi nella mente di sempre più ricercatori, medici e pazienti, ha preso piede l’idea che una sola e unica medicina non possa esistere. Accanto a quella accademica e tradizionalmente scientifica si fanno strada sempre più spesso altre medicine, che viaggiano su percorsi “alternativi”, naturali, complementari.

Ma la cosa straordinaria è che oggi sono le scienze stesse, che si spingono ai confini della materia, a supportare queste intuizioni e a dare, finalmente anche a chi desidera le validazioni scientifiche, dati tangibili in grado di fare luce in modo significativo sui meccanismi con i quali il corpo e i cervelli dentro di noi, nella testa, nel cuore e nell’intestino, si parlano.

Il paradigma medico non può dunque più prescindere dal dato che testimonia l’influenza reciproca di psiche e soma, nella salute come nella malattia.

Le stesse guarigioni cosiddette miracolose perché sfuggono ai normali criteri medici, sono solo la punta dell’iceberg della potente interazione tra psiche e corpo, ancora da esplorare, conoscere e finalmente applicare.

Oggi è possibile; e questo non può non evocare un senso di profonda speranza, di gioiosa sorpresa di fronte alla capacità autorigenerativa del nostro organismo e al potere della nostra consapevolezza.

Ma quando una malattia sopraggiunge, come fare concretamente a trovare i Medici Integrati giusti? Come trovare indirizzi e recapiti? Come orientarsi nel mare magnum dei siti web e delle tecniche?

La Medicina Integrata è una realtà, eppure resta per molti ancora soltanto un miraggio, un sogno che si materializza nelle storie di chi ce l’ha fatta ma poi non si sa concretamente come realizzare.

Avendo vissuto io stessa questa empasse anni fa di fronte alla malattia di persone a me care, e mettendomi nei panni di chi si trova con la paura e la sofferenza di non sapere a chi rivolgersi o come fare a scegliere un professionista serio, ho creato il Progetto IPPOCRATE.

Di associazioni di Medicina Integrata ce ne sono tante e molte di esse operano in modo serio e professionale: il Progetto IPPOCRATE non vuole mettersi in competizione con nessuna di queste, piuttosto creare una rete di connessione tra ciascuna di loro e le persone che potranno averne bisogno, che sono in fondo la vera ragione, il motore di tutto questo e devono essere poste al centro.

Il Progetto IPPOCRATE nasce dunque per creare due directory di Medici e Operatori Integrati.

La mission è quella di riunire Medici abilitati a esercitare la Professione Medica, generalisti e specialisti, che operino secondo il paradigma della Medicina Integrata, e gli Operatori appartenenti a tutte le categorie sanitarie e professionisti della relazione d’aiuto (psicologi, terapeuti, counselor, coach, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, agopuntori, osteopati, naturopati, operatori olistici…), che operino secondo il paradigma della Integrazione dei trattamenti nell’ambito della Medicina Integrata.

Intendiamo per Medicina Integrata il nuovo paradigma di integrazione delle discipline mediche convenzionali con medicine complementari, tradizionali, quantistiche e innovative purché validate da studi di efficacia sperimentale e/o clinica.

Possono aderire al Progetto Medici e Operatori Integrati di qualsiasi orientamento purché scientificamente o clinicamente validato.

L’intento di Progetto IPPOCRATE è di fornire tramite queste directory informazioni al pubblico circa:
– ambiti operativi
– sedi e reperibilità
di ciascun Medico e Operatore aderente al Progetto, in modo da facilitare le persone nella ricerca di Medici e Operatori Integrati di comprovata serietà, competenza ed etica professionale.

La commissione scientifica di Progetto IPPOCRATE garantirà gli standard scientifici, qualitativi, etici e deontologici di Medici e Operatori facenti parte della directory e fornirà  loro servizi di collegamento in rete, formazione continua, organizzazione di convegni, corsi e qualsiasi attività volta a promuovere la crescita professionale.

Infine Progetto IPPOCRATE servirà anche a promuovere qualsiasi attività di divulgazione al pubblico del paradigma integrato, comprese collaborazioni e partnership con Enti, Istituzioni,  Atenei Universitari, Imprese pubbliche e private, Associazioni.

È nata una nuova medicina ma essa richiede nuovi medici e nuovi pazienti. Siamo tutti chiamati a praticarla, studiarla, divulgarla, ciascuno per il suo ruolo in un prospettiva di vera integrazione su tutti i piani. Ricercatori, medici, operatori e pazienti insieme nel viaggio della guarigione. Questo è Progetto IPPOCRATE. Le sue parole chiave sono: etica, professionalità, innovazione, umanità.

Chiunque desideri collaborare può scrivermi usando il form a questo link e mettendo come oggetto “Progetto IPPOCRATE”.

Erica F. Poli

 

VIDEO – Erica F. Poli ci parla di Medicina Integrata:

PARTE 1

 

PARTE 2

 

22/09/14
Hipp

09. EMOZIONI: PONTE FRA MENTE E CORPO

Le emozioni, e come esse vengono elaborate dentro di noi, è il tema centrale della nuova medicina integrata, forse il tema più rilevante mai esaminato finora, perché le emozioni sono universali, ubiquitarie, entrano in gioco in ogni situazione umana, in ogni ambito della nostra vita.

Cosa sono le emozioni? Un grande esperto di emozioni, Paul Ekman, che ho avuto la fortuna di conoscere e che ha dato vita alla Paul Ekman International, presso la quale ho perfezionato profondamente il mio apprendistato in tema di emozioni, pone l’accento sul fatto che le emozioni sono prima di tutto eventi fisiologici, come Darwin aveva compreso, necessari e indispensabili alla nostra sopravvivenza. Esse sono universali, anche nella loro espressione, e condividiamo quelle basiche con il mondo animale, soprattutto con i mammiferi che hanno il cervello limbico […].

Perché dico che le emozioni sono un ponte tra la mente e il corpo? Perché esse sono fenomeni reattivi; come dice l’etimologia che sapete sempre essere rivelatrice, sono “e-mozioni”, mosse da uno stimolo, reale o immaginato, interno o esterno… Il serpente velenoso nella giungla o una corda avvoltolata nell’ombra o il solo pensiero di essi… E una volta che questo stimolo ha provocato in noi la reazione, questa reazione avviene nel corpo. Le emozioni sono infatti eventi neurovegetativi, per via della funzione adattiva che svolgono: modificare il nostro stato per permetterci di rispondere allo stimolo. Esse hanno specifici pattern neurobiologici osservabili, con vie di scarico somatico ben precise.

Per esempio, la rabbia […] si manifesta come un calore che risale dall’addome al torace fino alle braccia e produce un incremento di energia pronta per colpire o mettere in atto una qualche forma di comportamento violento. I substrati biologici, le localizzazioni e le funzioni delle singole emozioni stanno divenendo sempre più chiari grazie agli studi di neuroimaging e le ricerche in vivo con l’utilizzo della videoregistrazione […].

D’altra parte il fatto è intuitivo: provate a pensare come esprimete a parole un vissuto emotivo. Potreste usare frasi di questo tipo: «Ero verde di rabbia», «Mi si sono drizzati i capelli in testa», «Mi si sono rivoltate le budella», «Si è sciolta in lacrime», «Mi sono messo le mani nei capelli», «Era livido», «Sprizzava gioia da tutti i pori», «Mi si è allargato il cuore», «Era piegato in due… dal dolore» ma anche «… dalle risate» (da notare […] che negli scarichi emotivi forti non vi è differenza di espressione, tanto che se voi prendete una videoregistrazione di tifosi esultanti allo stadio e fate un fermo immagine l’espressione dei volti è identica a quella di una smorfia di dolore).

È chiaro, dunque, che le emozioni sono prima di tutto fatti fisici e che per esprimerle il linguaggio delle mere parole non serve: esse parlano un linguaggio del corpo che va oltre le parole e abita quell’inconscio di cui abbiamo a lungo parlato.

Erica F. Poli

 

Nota: L’argomento è approfondito nel libro Anatomia della Guarigione da cui è estratto questo post.

Anatomia della Guarigione Erica Francesca Poli

 

Presentazione video:

5/09/14
Bridge

08. PERDONO E POTERE

Fino a che rimaniamo nel ruolo della vittima abbiamo in mente una sola cosa; far fuori il messaggero. E così ci perdiamo il messaggio! (Colin Tipping)

 

Non c’è nulla, che io conosca, di più potente del perdono per guarire e liberare dalla sofferenza.

Non c’è nulla, che io conosca, di più potente del perdono per farvi recuperare potere sulla vostra esistenza.

Perdono verso qualcuno che ci ha ferito, perdono verso qualcuno che ci ha lasciato, perdono verso noi stessi, per ciò che abbiamo fatto o non fatto, perdono verso la vita che ci ha fatto soffrire, perdono verso il destino che ci ha trattato duramente, perdono verso Dio per non aver ascoltato le nostre preghiere… perdono per la perdita di un amato, perdono per l’amore che non abbiamo ricevuto, per l’amore che ci siamo negati, per aver tradito noi stessi, per non esserci curati di noi…

Alcuni di noi credono in Dio, altri nel destino, altri nel diavolo, altri nel caso… così un evento o una condizione che ci mette alla prova può essere interpretato come una punizione inspiegabile da parte di Dio, come una sfortuna, come una trama malefica, come l’espressione del nonsenso dell’esistenza umana ecc…

Sono credenze che ciascuno di noi ha, spesso senza averne neppure coscienza. Si può credere a quello che si vuole, o avere credenze senza neppure rendersene conto, oppure scegliere di coltivare credenze che liberino dalla sofferenza o accrescano il proprio potenziale.

Personalmente credo che la prova, qualsiasi prova, sia un’opportunità di crescita. Conosco cosa significa vivere l’esperienza della perdita, della crisi, dell’impotenza; in quella esperienza ho scoperto che esisteva una domanda che potevo pormi: «Che cosa posso imparare come essere umano da questa esperienza?».

Per questo, spesso, il trauma rivela le radici della forza e nel mezzo del più gelido inverno, come scrive Victor Hugo, si scopre di avere nel cuore un’invincibile estate.

Per questo il trauma è apprendimento e per questo il dolore, perlomeno finché siamo totalmente immersi in questa dimensione terrena e carnale che ci troviamo a vivere, è nostro malgrado un potente maestro. Per imparare, tuttavia, abbiamo bisogno di passare attraverso un tunnel emotivo e ho compreso, nella vita e nella professione, che questo tunnel è il processo del perdono.

Il perdono è dunque soprattutto una guarigione dell’ego.

L’ego, il nostro io, la nostra mente critica o razionale funziona sui principi dell’avere, del competere e della separazione. Ciò che conta è il possesso dei beni o delle persone, il successo o il risultato; si vive come entità separate, separate dagli altri, separate da Dio, separate da coloro che sono assenti o non ci sono più…

Il perdono sposta letteralmente il nostro essere alla dimensione del sentire e dell’amare. L’amore è soprattutto unione, sintonizzazione, condivisione universale e in questo senso è l’opposto della solitudine.

Molte persone ritengono di saper perdonare e vivono nella illusione di farlo, ma non esiste, secondo le parole di Rosenzweig, un «perdono a basso prezzo». Ricordo la prima volta che sentii queste parole… «Non esiste un perdono a basso prezzo»: mi trovavo a un immersion course di ISTDP con Jon Frederickson, autore dello splendido libro Co-creating change e fu proprio lui ad aprire il discorso sul perdono.

Ricordo ancora la potenza che quelle parole ebbero su di me: mi fu chiaro d’improvviso il punto d’arrivo di ogni terapia degna di questo nome. Era il perdono.

[…]

Estratto dal libro Anatomia della Guarigione di Erica F. Poli

Anatomia della Guarigione Erica Francesca Poli

 

Video-conferenza con Erica F. Poli sul tema “Donne e malattia”:

 

 

7/07/14
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07. SELFCOMPASSION

In questi giorni sono tra coloro che assistono agli insegnamenti di Sua Santità il Dalai Lama in Toscana. Quest’anno gli insegnamenti riguarderanno la saggezza e l’etica della compassione. Così ora vi voglio parlare di una forma di compassione, la selfcompassion. Credo che sia la prima che dobbiamo sviluppare…

Provare compassione significa essere toccati dalla sofferenza degli altri, senza evitare il contatto e senza distaccarsi, in modo da lasciar emergere un sentimento di comprensione, gentilezza e desiderio di cura. Provare compassione significa anche offrire un atteggiamento di comprensione non-giudicante nei confronti degli errori che vengono visti nel contesto della condivisione dell’umana fallibilità.

Avere selfcompassion significa essere aperti nei confronti della propria sofferenza, senza evitarla o senza disconnetterci, con il desiderio di alleviarla e di curarci con gentilezza e amorevolezza.

Centrale è il poter guardare con un atteggiamento di non giudizio per le proprie inadeguatezze e i propri fallimenti.

Niente a che vedere con un atteggiamento eccessivamente egocentrico. Tra l’altro spesso le persone egocentriche vivono accompagnate da un dialogo interiore aspro e aggressivo nei confronti di se stesse.

Se abbiamo compassione verso noi stessi, allora abbiamo anche la capacità di provare compassione nei confronti degli altri perché riconosciamo la nostra interconnessione e uguaglianza nei confronti degli altri.

La selfcompassion ci fa anche da base sicura per affrontare ciò che vogliamo cambiare. Nessun cambiamento infatti è possibile se prima non ci sentiamo sicuri, come dimostrano con efficace sintesi le ricerche di Porges e il trattamento sul trauma di Pat Ogden: l’atteggiamento di selfcompassion ci permette di vederci senza timore come siamo e solo da questa base possiamo partire per trasformare ciò che non va.

Eccovi allora le tre componenti della compassione:

  • gentilezza verso se stessi che si estende a un atteggiamento non giudicante;
  • comprensione della interconnessione tra tutte le persone che rende la nostra esperienza di dolore simile a quella di tanti altri ma, anche, che rende il nostro dolore l’altra faccia del dolore dell’altro;
  • mindfulness, ossia la capacità di avere una consapevolezza equilibrata dei pensieri e delle emozioni senza cadere in una sovra-identificazione.

Provate a vedere quanto siete davvero compassionevoli con voi stessi… Potete fare molto per il vostro benessere soltanto cambiando questa attitudine.

Erica F. Poli

 

 

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13/06/14
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06. CREATE BELLEZZA, OSATE

Buongiorno e buone emozioni a tutti e a tutte!

Ecco un nuovo post per il blog dedicato ai temi della salute emozionale e del ben-essere sia psichico che fisico, visto che, in realtà, mente e corpo sono profondamente intrecciati e mai scindibili.

Nonostante mi sia prefissata di rispondere in questo blog alle numerose domande emerse durante la serata del ciclo Femminil-mente dedicata alla sessualità femminile, questa volta ho sentito forte la necessità di dirvi qualcosa su questo tempo di crisi.

Incerti, preoccupati, ansiosi, demoralizzati, angosciati. La crisi economica, l’incertezza per il futuro, il carico fiscale, i licenziamenti, le notizie mediatiche sempre negative… e così via…  Non credo sia necessario continuare, siamo tutti immersi in questo stato di cose.

Anche chi non ha perso il lavoro e ha una situazione stabile, in fondo ha paura. Perché la crisi economica diviene la cifra di uno stato di crisi più profondo, mette in scacco noi stessi, le nostre certezze, i nostri schemi.

Cosa ci salva dalla crisi? Salvare Dio in noi stessi.

Etty Hillesum lo afferma, mentre è nel campo di concentramento dove troverà la morte, scrivendo queste parole:

L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio”
(
Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, pp. 169-170).

Come salvare Dio in noi?

Mi vengono in mente due parole: creazione e bellezza.

Non rinunciate a creare e non rinunciate alla bellezza, anche se vi sentite immersi nella crisi. Create, e create bellezza, perché siete nella fase di crisi. Pensate la crisi come a un sovvertimento della realtà, nella quale potete disfarvi di vecchi schemi e osare

Sì, osate. La crisi giunge per questo.

Scritta in cinese, la parola “crisi” è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità.
(John Fitzgerald Kennedy)

Accettate il pericolo, in cambio avete l’opportunità.

Buona crisi a tutti, buona trasformazione, buona rinascita.

Erica F. Poli

 

NOTA

Venerdì 23 maggio ERICA F. POLI vi aspetta per la serata di “Femminil-mente”, dedicata alla BELLEZZA (e ai partecipanti verrà dato un “omaggio di bellezza”).

Per info & iscrizioni:

 erica

 

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20/05/14
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04. SIETE FELICI?

Siete felici? O sentite che vi manca qualcosa? E poi cos’è la felicità?

Un tempo materia esclusiva dei filosofi, oggi la felicità è tema di ricerca anche per gli scienziati, in particolare grazie allo sviluppo delle neuroscienze e delle scienze cognitive. L’argomento potrebbe risultare persino pericoloso, perché il concetto di felicità si presta bene a relativismi di tipo culturale, ovvero è molto probabile che un americano e un coreano abbiano idee diverse al riguardo… 

È possibile dunque definire la felicità in modo universalmente valido, sulla base delle nostre conoscenze sul funzionamento del cervello? E soprattutto, domanda ancora più profonda, è possibile pensare a una soluzione sempre universale per la ricerca della felicità? Esiste la molecola della felicità? Cosa accade al nostro cervello, quando queste molecole si attivano?

Secondo alcuni studi scientifici ci sarebbe l’attività di più di una molecola alla base della felicità, così come più centri nervosi contribuiscono a farci sentire felici.

Quando una persona o una situazione ci comunicano una sensazione piacevole, la corteccia cerebrale risponde attivando l’area ventrale tegmentale (VTA), posta nel mesencefalo. La VTA produce una elevata quantità di dopamina, un neurotrasmettitore con attività ormonale che raggiunge in abbondante quantità l’amigdala, centro delle emozioni, la corteccia prefrontale (sede di molte funzioni tra cui le capacità di concentrazione di un individuo) e il nucleo accumbens (responsabile della comunicazione di sensazioni piacevoli che noi associamo alla felicità, come la risata e l’euforia).

Il nucleo accumbens è stato scoperto dagli psicologi americani James Olds e Peter Milner intorno agli anni ’50 e definito come “il centro del piacere nel cervello” nel loro studio sui meccanismi alla base della ricompensa nel cervello dei ratti e, successivamente, nell’uomo.

La corteccia prefrontale, area del cervello dedicata alle funzioni mentali superiori e integrative, che sembra saper imparare come creare la felicità interiore, potrebbe essere una delle chiavi fondamentali. Secondo studi di neuroimaging, per esempio, la meditazione porta a un aumento dell’attività della corteccia prefrontale sinistra, legata alle emozioni positive, e una diminuzione del coinvolgimento della corteccia parietale nella percezione della nostra posizione nello spazio, riconducendoci così più vicino all’IO interiore.

Indirizzo allora la vostra curiosità a due pagine pubblicate sul web.

Un video molto divertente di Shawn Achor intitolato “The Happiness Advantage: Research Linking Happiness and Success”; parla di come la felicità possa essere lo strumento per raggiungere il successo, e non il contrario, attraverso le basi della psicologia positiva. Trovate il video qui sotto:

“Abbiamo scoperto che l’ottimismo è il più grande predittore del successo imprenditoriale, perché permette al cervello di percepire più possibilità” ha detto Achor. “Solo il 25% del successo nel lavoro si basa sul quoziente intellettivo (IQ). Il 75% è su come il cervello ritiene che il vostro comportamento sia importante, come si rapporta alle altre persone e come gestisce lo stress” (Shawn Achor, The Happiness Advantage. TED Bloomington talk).

Secondo la psicologia positiva, basterebbe seguire 5 regole per 21 giorni consecutive, per insegnare al nostro cervello come generare un cambiamento positivo nella propria vita in duraturo nel tempo:
1) annotare tre nuove cose al giorno per cui essere riconoscenti;
2) ripercorrere ogni una esperienza positiva vissuta nelle precedenti 24 ore;
3) fare esercizio;
4) fare meditazione;
5) almeno un gesto casuale di gentilezza ogni giorno.

Se, alla fine, vi state chiedendo se avete tutti gli strumenti per invertire nel vostro cervello la formula della felicità, misuratevi nell’Ultimate Happiness Quiz, un test (in inglese) che rivelerebbe, almeno da come si presenta, quanto si conosce dell’arte di essere felici. Lo trovate a questo link.

Erica F. Poli

 

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24/04/14
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03. COME UNIRE TENEREZZA E SESSUALITÀ?

Buongiorno e buone emozioni a tutti e a tutte!

Ecco un nuovo post per il blog dedicato ai temi della salute emozionale e del ben-essere sia psichico sia fisico, visto che, in realtà, mente e corpo sono profondamente intrecciati e mai scindibili.

Ogni volta potrete trovare un post dedicato ai temi che da sempre contraddistinguono il mio lavoro e la mia ricerca: le neuroscienze, la psicosomatica e il mondo della psicoterapia e della crescita personale fino alla spiritualità.

Oltre alla lettura del post, ricordate che potrete anche inviarmi le vostre lettere, con le vostre domande, richieste, curiosità.

Stiamo proseguendo con la raccolta dati e la disamina dei professionisti, medici e terapeuti, che praticano la medicina integrata, che quanto prima possibile potrete trovare sul sito di www.anima.tv nella sezione che verrà dedicata al Progetto Ippocrate.

E veniamo al tema del post odierno.

Durante la serata del ciclo FemminilMente dedicata alla sessualità femminile dello scorso gennaio, abbiamo chiesto ai numerosissimi partecipanti, uomini e donne, di scrivere in forma anonima una domanda che riguardasse la sessualità femminile cui avrebbero voluto avere risposta. Abbiamo poi raccolto gli scritti e abbiamo estratto a sorte soltanto una domanda tra quelle espresse dalle partecipanti femminili e una per i partecipanti maschili.

Alle altre risponderò attraverso questo blog e sarà un’occasione unica per esplorare un tema fondamentale per tutti noi come quello della sessualità, ingrediente prezioso per il nostro benessere, per la nostra felicità e persino per la trascendenza.

Buona lettura a tutti allora … Mi piace immaginare anche che chi, quella sera, ha formulato il quesito, magari legga questo post e trovi la risposta proprio alla “sua” domanda…

(Domanda tratta dalla raccolta dei partecipanti maschili)

Come unire tenerezza e sessualità?

Ringrazio colui che ha formulato questa domanda perché mi permette di parlare di un tema molto delicato per un gran numero di uomini.

Per molti maschi, infatti, la tenerezza viene ancora scambiata per debolezza; me lo sento dire spesso nelle mie sedute, e c’è ancora il timore che lasciandosi andare a emozioni di vicinanza e dolcezza si possa risultare poco virili, soprattutto oggi, in una società in cui l’archetipo maschile sembra aver perso di consistenza; al contrario, la tenerezza è uno dei capisaldi di un’autentica arte di amare.

Accade molto spesso, infatti, nelle coppie, che un uomo, per sentirsi considerato tale, tenda a porsi nei confronti della partner, nei momenti di intimità, in atteggiamento quasi esclusivamente di tipo erotico/sessuale.

Succede a una percentuale tutt’altro che irrilevante di uomini di non riuscire in coppia a non essere affettuosi: se la moglie o la fidanzata mostrano la voglia o il bisogno di fare delle coccole, loro, magari dopo un momento di forzata dolcezza, si ritraggono, con la scusa di non essere appiccicosi oppure spingono l’incontro sul piano erotico.

È possibile che la partner a questo punto provi frustrazione e sia poco disponibile al rapporto sessuale, il che finisce per alimentare nell’uomo un senso di rifiuto, per giunta inspiegabile, nel sentire che le proprie avance erotiche non vengono apprezzate.

Si generano così molti non detti che spesso pesano sulla possibilità di una reale intimità e complicità.

Siamo figli degli archetipi che abbiamo ricevuto e assorbito, e anche in questo caso alcuni stereotipi subconsci portano alla credenza che essere uomo significhi essere in grado di soddisfare sessualmente una donna.

In verità l’energia maschile ha una istanza assai più ampia.

L’energia propriamente maschile sostiene la femmina fino alla soglia di quella esperienza del trascendente che questa fa, in forma assai più diffusa e dilagante, interiormente nell’orgasmo o meglio negli orgasmi.

Essere uomo significa saper fare sentire calore, presenza, affetto, tenerezza, rifugio. Impostare l’intimità solo sul sesso, spegne l’erotismo femminile in breve tempo.

La donna che vuole coccole e respinge le offerte di tipo meramente sessuale non sta rifiutando il partner, ma sta dicendo che in quel momento desidera altro.

Un punto cruciale riguarda qui la possibilità per entrambi i partner di rispettarsi e comprendere le ferite dei propri Ego: se infatti il maschio si sente in quel momento rifiutato, e la femmina frustrata, ciò che sta accadendo è che entrambi stanno vivendo la cosa in modo egocentrico, riferito ai propri bisogni e non nell’ascolto dell’altro e del suo essere specchio per noi stessi, che è il vero fulcro del percorso di coppia.

Questa può essere invece l’occasione per entrambi di imparare a cambiare il proprio registro affettivo in rapporto alle situazioni e scoprire un Eros condiviso e frutto di un percorso.

Da notare comunque che gli affettuosi lo fanno meglio… Infatti la tenerezza favorisce nella donna l’apertura emotiva e fisica perché crea un luogo sicuro nel quale lasciarsi andare e poter essere accolti, e tra l’altro fa sentire l’uomo in realtà più potente, poiché in grado di essere forte e di proteggere al contempo.

Provare per credere…

Erica Poli

 

Dalla serata FemminilMente – Sessualità femminile:


 

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18/03/14
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