Il Percorso "Endoterico"

La Via Interiore alle Dimensioni Cosmiche

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Conoscere la verità sul passato, vivere consapevolmente il presente, determinare con fiducia il futuro: ecco quello che ognuno di noi può fare per se stesso e per la libera evoluzione della Coscienza Umana.

La definitiva realizzazione va cercata nel profondo di sé stessi: i riferimenti e i valori più autentici vanno trovati e maturati individualmente, nella riscoperta del proprio sentire e della propria identità reale.
Il lavoro su di sé attraverso logiche rinnovate, coerenti scelte di vita e una prospettiva di crescita finalmente autonoma, indipendente ed autodeterminata, sono la chiave di accesso a questa potenziale Nuova Era di emancipazione e consapevolezza.

Il Percorso “Endoterico” è la mia proposta per percorrere l’unica vera Via:
la propria!

Carlo Dorofatti

19. UNA RIFLESSIONE… E SALUTI

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13/07/10

Sto cercando di trarre spunto dalle esperienze fatte, non solo da me ma anche ascoltate da altri, facendo tesoro del meglio e ripulendo fin da subito ogni idea da zavorre e da appesantimenti antiquati o indesiderabili. Vorrei recuperare e sviluppare “l’idea buona”, alla luce di un approccio equilibrato, tra “individuo” e “individui”, tra vita quotidiana, ricerca personale e condivisione, per trovare soluzioni di reale benessere, senza fanatismi né dover rendere conto a nessuno. Creare un contesto sano, naturale, felice e sereno.

Io credo che non solo tutto questo potrebbe essere stimolante per coloro che “vogliono di più” da tutto quello che stiamo già facendo, ma anche per coloro ai quali basta vivere la propria ricerca senza particolari “altre scelte” perché comunque si darebbe una visione più estesa: ci sarebbe un senso maggiore, una direzione, una maggiore concretezza verso valori e paradigmi individuali e sociali da recuperare e da rinnovare.

Per essere pratici e pragmatici: siamo già in diversi a fantasticare su tutto questo e ci stiamo attivando – con risultati interessanti – per trovare luoghi e soluzioni proponibili per avviare l’idea. Senza stress né ansie di alcun genere: vogliamo divertirci. Già la sola idea ci apre il cuore e ci allarga il respiro.

Abbiamo una certa esperienza e sappiamo soprattutto quello che NON vogliamo. Siamo aperti a valutare occasioni, cooperazioni, idee e proposte di tutti i generi. Anzi, a dire la verità neanche “siamo”: questa “cosa” nasce e si modella nelle mani di chi la sente, con formule nuove, creative e divertenti… e ripeto: non si sta parlando di comunità o cose di questo tipo, né di infilarci in cose pesanti. Si tratta di un’apertura possibile, uno “sbocco” per dare un senso maggiore a quello che stiamo facendo: alla nostra ricerca, alla nostra voglia di crescita e… di cambiamento.

Vogliamo parlarne?
Contattami: info@carlodorofatti.com

 

 

Con l’occasione, ricordo che su anima.tv è presente il mio profilo personale dove trovate i miei articoli e le informazioni che mi riguardano: cliccare qui.

 

18. UNA CONCEZIONE “ESOTERICA” DEL TEMPO

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8/07/10

Così come lo spazio, le cose e le creature che ci circondano, anche il tempo è in fondo un’illusione della mente: esso stesso fa parte del grande teatro esperienziale creato per i fini evolutivi della Coscienza. E’ a sua volta una manifestazione dell’energia primordiale, del Tutto.

Per noi diventa l’indispensabile strumento attraverso il quale scandire un senso di lettura della nostra esperienza percettiva – calata in questa manifestazione – e quindi per dare significato a questa forma di esistenza: agli eventi, alla vita, alla “storia”.

Ma se non ci facciamo troppo invischiare dalla nostra natura materiale, possiamo emanciparci dai limiti dello spazio e del tempo e interagire con la realtà al di fuori dei limiti della causa-effetto stabiliti dalla mente attuale: possiamo accedere ad un superiore livello di relazione con la realtà, al potere sull’illusione e sulla sincronicità. O, per lo meno, ricordarci che questa nostra realtà non è che una rappresentazione teatrale e che di tanto in tanto, passando da dietro le quinte, possiamo “tornare a casa”, un pochino più saggi.

 

17. I CODICI DI NUT E LO ZODIACO DI DENDERAH – PARTE 3/3

2/07/10

(Terza e ultima parte dell’intervista a Monica Caron)

– Sostieni l’esistenza di Nibiru?

Negli ultimi decenni si è ipotizzata, attraverso un modello matematico, l’esistenza di un corpo celeste oltre il Sole che con la sua enorme mole gravitazionale influirebbe sull’orbita delle comete passanti per l’estrema periferia del sistema solare. Denominato Pianeta X, presenta una massa tre volte superiore a quella di Giove ed un’orbita contraria a quella degli altri pianeti.

– Ma perché credono che questo misterioso astro corrisponda a Nibiru?

Proprio per il dato appena riferito: la storia ci parla del pianeta degli Dei come di un enorme corpo celeste con orbita contraria rispetto ai nostri (le 6 figure nel dipinto sono girate al contrario). Gli studiosi ipotizzano che, se anche non fosse un pianeta, Nibiru comunque potrebbe essere una nana bruna: una stella più piccola del Sole, incapace di emettere luce e collassata su se stessa dopo aver esaurito l’energia contenuta nel proprio nucleo.

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Nibiru, viene rappresentato come un disco alato e sul dipinto lo troviamo raffigurato sul ventre della dea; le sfere dipinte sul suo corpo sono rosse: sarà una coincidenza? Sarà questo pianeta la Casa dei Nommo? La Stella Imperitura?

I Sumeri ci svelano che avrebbe una perfetta orbita ellittica che lo farebbe entrare ed uscire dal nostro sistema solare ogni 3.600 anni. Può quindi venire considerato, appartenente al nostro sistema solare, sebbene risulti invisibile per lungo tempo. Orbiterebbe tra due soli, il nostro ed uno esterno che ne costituirebbe il perigeo: Sirio?

– A quali conclusioni sei giunta?

Più che a conclusioni io sono giunta a nuove domande.

Nella parte inferiore del dipinto troviamo una raffigurazione ornamentale di estrema importanza e 36 tacche a cui darò il nome di codici.

Secondo la mia idea invertendo il dipinto di mezzo giro, possiamo vedere i 36 codici come la “Scala che porta fino al cielo” di cui ve ne sarebbero 6 molto importanti. Le rappresentazioni di Atlantide erano a 6 cerchi concentrici, così come Stonehenge.

Cosa volevano indicarci col numero 6? Questi codici potrebbero servire per calcolare delle coordinate spaziali che indicherebbero un luogo ben preciso collocato sul nostro pianeta, un ingresso segreto nel regno del Duat: la mitica Terra Cava?

E se i 6 codici della “Scala che porta fino al Cielo” fossero una scala musicale, per creare una frequenza sonora particolare per attivare “l’Occhio di Horus”, così da poter effettuare la magica “Apertura della Bocca”? …come una sorta di fiabesco “Apriti Sesamo”?

16. I CODICI DI NUT E LO ZODIACO DI DENDERAH – PARTE 2/3

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26/06/10

– Poteva Osiride essere un Nommo?

Secondo me l’associazione è possibile. Se osserviamo la parte inferiore del dipinto troviamo Osiride con le tre Dee vicine. Nell’antico Egitto l’imbarcazione di Sirio trasportava tre dee: Iside-Sothis, chiamata anche Anukis, che navigava nel vascello insieme a Satis e Nefti. I Dogon dicono che “il periodo di tempo dell’orbita è calcolato doppio, cioè 100 anni, perchè i Sigui si celebrano in coppia di ‘gemelli’, per insistere sul principio base della “gemellanza”. Le due Dee nel dipinto si assomigliano. La cerimonia del Sigui, a cui si allude, simboleggia il ritrovamento del mondo e si celebra ogni 60 anni.

Gli antichi faraoni egiziani andarono alla ricerca della “Pianta della Vita” che si trovava nel regno celeste di Ra, sulla “Stella Imperitura“. Questa pianta aveva la capacità di dare l’immortalità o vita eterna. Vari testi nelle tombe dei faraoni parlano di un luogo al di là di un lago, dopo un deserto e una catena di monti, sorvegliato a vista da vari dèi guardiani: era il Duat, una magica «dimora per salire alle stelle», suddivisa in dodici parti, che si attraversava in dodici ore (lo Zodiaco di Denderah?).

Il nome e la localizzazione sono stati a lungo oggetto di discussione tra gli studiosi. Veniva rappresentata come una stella unita ad un falco o come una stella unita da un cerchio (stella a otto punte). Era concepita come un “Circolo degli Dei” completamente chiuso, alla cui estremità, vi era un’apertura verso il cielo, attraverso cui si poteva raggiungere la Stella Imperitura.

A fatica il re doveva quindi raggiungere il “Luogo Nascosto” e attraversare labirinti sotterranei, finché non fosse riuscito a trovare un dio che portasse l’emblema dell’Albero della Vita e un altro dio che fosse il “Messaggero del Cielo“. Questi dèi gli avrebbero aperto i cancelli segreti e lo avrebbero condotto presso l’Occhio di Horus, una Scala Celeste su cui egli sarebbe salito al cielo.

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La Bocca della Terra si apre per te.. la Porta Orientale del cielo è aperta per te”. Credo che questa cerimonia fosse il rituale “dell’Apertura della Bocca“, la falsa porta.

– Uno Star-Gate?

Perché no? La “scala che porta fino al cielo”, la Scala Celeste. Come riportato nei testi sacri del Duat, “il faraone doveva raggiungerla nella “Casa dei Due”: entrare nell’Amen-Ta la terra di Seker, il Luogo Nascosto, e con la “voce” ottenere il permesso di entrare”.

Notate Osiride nel mezzo del dipinto di Nut. Sopra la testa c’è una bocca aperta. Dove si trova la scala ci sono “due” vascelli, la Casa dei Due. Una era la barca diurna m’ndt, l’altra, la barca notturna msktt , trainata da sciacalli sulle sabbie del mondo sotterraneo. Gli sciacalli sono raffigurati sotto d’avanti i sei omini che fanno l’imposizione delle mani.

Nella mitologia sumera troviamo Nibiru, il pianeta degli Anunnaki, esseri giganti ed anfibi, che secondo la storia riportataci, starebbero ritornando verso la Terra, come fecero già in passato.

Continua

15. I CODICI DI NUT E LO ZODIACO DI DENDERAH – PARTE 1/3

21/06/10

Intervista a Monica Caron

Ho conosciuto Monica attraverso il Web: qualche tempo fa infatti mi mandò un suo dettagliato studio sullo zodiaco di Denderah. Ci conoscemmo di persona a Torino, in occasione di una mia conferenza. Io credo molto nell’intuizione personale e nella ricerca indipendente: più volte mi sono imbattuto in persone che – pur non avendo specifici titoli accademici – hanno dato un grande contributo alla ricerca. Penso ad esempio al giornalista Graham Hancock e all’ingegnere civile Robert Bauval, cari amici che hanno dato prova di grande intuizione e soprattutto di grande passione, oggi agli onori della fama mondiale.

Come ho fatto con Armando Mei, ho deciso ora di chiedere un’intervista a Monica Caron, che riporto qui in tre parti.

Molte ipotesi di Monica sembreranno bizzarre e del tutto audaci le ricostruzioni fatte. Eppure, a mio avviso, nel suo racconto, molto più articolato nella tesi completa che Monica ha avuto la gentilezza di inviarmi, c’è qualcosa che mi colpisce: che mi tocca nel profondo.

– Cara Monica, parlami delle tue ricerche, della loro origine e delle ipotesi che hai voluto formulare.

Il mio lavoro si basa sullo studio delle possibili correlazioni tra le rappresentazioni della dea Hathor e della dea Nut con lo zodiaco di Denderah.

La dea Nut rappresentava la volta celeste e il ciclo siriaco.

Sirio-Sothis scompariva “nel Duat”, o mondo sotterraneo e non era più visibile fino alla sua ricomparsa che non segnava soltanto l’inizio dell’anno, ma annunciava anche l’imminenza dell’inondazione del Nilo. Si riteneva che in questo periodo Sothis fosse morta e che quindi si stesse purificando. Solo dopo la sua ricomparsa si festeggiava la rinascita.

È stato scoperto che la tribù dei Dogon nello stato del Mali, si tramandava questa antica conoscenza, di cui, dal punto di vista archeologico, non si spiega l’origine: il sistema di Sirio è composto da Sirio A e B. Sirio A è la stella principale, che potremmo assimilare alla dea Iside. La tribù dei Bozo nel Mali, che è affine ai Dogon, descrive Sirio B come la “stella dell’occhio”. Gli Egizi, come sappiamo, rappresentavano Osiride anche sotto forma di “occhio” e Iside nei cieli era la stella imperitura, la sua compagna. Questo per dire che le radici della mitologia egizia potrebbero affondare davvero nella “notte dei tempi”.

Nel dipinto più rappresentativo di Nut, di cui ci occupiamo in particolare in questa sede, appare un particolare che ricorda la prua di un’imbarcazione. Si può notare chiaramente il taglio trasversale, proprio per dare la parvenza di una barca. Come si vede, ci sono cinque rematori, di cui quello centrale si distingue per il copricapo.

 

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Sul dipinto tutti i rematori hanno in mano un remo, ma visto che i remi sono 5, per rendere evidente il numero 50 sono state messe a fianco dieci tacche. Questo numero corrisponde al numero dei rematori dell’imbarcazione celeste che ricorda la mitica imbarcazione con a capo Giasone e i 50 Argonauti, la nave degli Annunaki, o addirittura Enki che nel mito sumerico compare sempre nella sua dimora in fondo all’Abzu, o Abisso di acqua dolce.

– Vuoi quindi tentare un aggancio anche con la mitologia sumera?

In effetti Enki sarebbe figlio di Anu, re di Nibiru, pianeta da cui sarebbero discesi i progenitori dell’umanità. Fu proprio Enki ad avvisare e consigliare al proto-Noè dei sumeri, dell’imminente catastrofe che incombeva sull’umanità, e a far costruire un’arca, prima del diluvio. Nelle pagine storiche, il proto-Noè libera dall’arca degli uccelli per far si che vadano in cerca di terra asciutta, proprio come fece il Noè ebraico e il mitico Giasone affinché si trovasse la via attraverso le Rupi Erranti.

Il Dio Enki veniva associato a Oannes, il misterioso pesce umano, creatura anfibia, detto anche il Signore delle Onde. L’unico disegno originale degli scavi di Kouyunjik – in Iraq – tuttora conservato al British Museum, rappresenta una scultura del Dio che regge una cesta misteriosa. Anche l’uccello del dipinto sembra portare a tracolla la stessa cesta.

Anche nella tradizione Dogon abbiamo degli esseri anfibi, metà uomo metà pesce. Il Dio dell’universo Amma inviò questi esseri sulla Terra: i Nommo, detti “Padroni dell’Acqua”, i “Consiglieri” o gli “Istruttori”. “La sede dei Nommo è nell’acqua”. Ciò corrisponde alla tradizione babilonese, in cui il dio Ea, come il sumerico Enki, viveva in acqua e veniva a volte associato a Oannes.

“Scesero sulla Terra su di un’arca, che approdò a nord-est del paese, l’Egitto, nella arida terra della Volpe. A nord le Pleiadi, a est Venere, a ovest la Stella con la Grande Coda, a sud Orione. Ne uscirono dei ‘quadrupedi’ che la trascinarono fino ad una cavità, poi la cavità si riempì d’acqua”.

Essi descrivono anche il suono dell’atterraggio. “Mentre scendeva, la parola del Nommo uscì dalla sua bocca. L’arca era rosso fuoco e quando atterrò divenne bianca. In cielo era apparsa una stella luminosissima, che scomparve quando i Nommo se ne andarono”.

Secondo la leggenda i Nommo ritorneranno: ci sarà una loro “resurrezione”, e in cielo apparirà una stella detta ie pelu tol, rappresentata come “l’occhio del Nommo risorto”.

Interessanti le similitudini con la tradizione del Dio Osiride. Sempre vicino alla testa di Nut, c’è un occhio con il remo, forse per indicare i rematori, o visto che l’occhio rappresenta anche Osiride, volevano sottolineare che lui governava la barca?

Continua

14. PRESENTAZIONE ALLA LIBRERIA ESOTERICA

15/06/10

Sabato 5 giugno ho avuto modo di presentare il mio recente libro Nient’Altro che Sé Stessi (Nexus) presso la Libreria Esoterica di Milano, di cui ringrazio l’organizzazione per la gentile ospitalità.

E’ stata l’occasione per riflettere ancora una volta sugli scenari attuali della domanda/offerta spirituale e districarsi tra gli incanti e i disincanti di questa “nuova era”, non senza un pizzico di ironia.

Vi propongo gli estratti della presentazione, partendo dalla conclusione del mio intervento (gli altri estratti potete ascoltarli seguendo i link indicati) ma prima colgo l’occasione per condividere qualche ulteriore considerazione.

 

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Di solito, stufi di una sempre più evidente, insopportabile e globalizzata presa per i fondelli, ci si comincia ad interessare di dietrologia politica, ufo, meditazione, archeologia misteriosa, benessere olistico. Si fanno corsi e seminari, si leggono libri e riviste alla caccia di qualche indizio, di quale metodo, forse di qualche idea interessante, liberatoria e appagante, troppo spesso dimenticandosi, strada facendo, della domanda originale, ovvero delle intenzioni e delle necessità originali che hanno spinto verso una certa ricerca. Che è prima di tutto, in fondo, una ricerca di senso.

Si collezionano libri, corsi e magari – dato che tutto sommato può sembrare facile – se si ha un po’ di carisma personale ci si improvvisa pure divulgatori: coi tempi che corrono è il business del momento nel quale eventualmente riciclarsi; a volte basta saper comunicare e spararle grosse. Desolante vero?

Quando poi ci si accorge del caos nel quale si è finiti spesso sorge naturale un certo rifiuto, una sorta di cinismo, oppure si finisce in qualche rassicurante, quanto demenziale, setta, ai piedi del prontissimo “guru” di turno.

Insomma, si passa da un’illusione all’altra, da una suggestione a un’altra, da un sogno a un altro, che non di rado si trasforma in incubo. Ben inteso che i riferimenti, i maestri, i guaritori, i relatori di ogni sorta possono essere tutti validi stimoli: punti di riferimento formativi e fonte di ispirazione, ma vanno ineludibilmente trascesi e lasciati alle nostre spalle; e saranno loro stessi – se autentici – ad applaudire la nostra scelta, il nostro passo avanti, la nostra liberazione anche da loro e dal loro insegnamento (che è pur sempre il “loro”, ma non il nostro! Non il tuo!).

Le scuole, proprio in quanto tali, vanno lasciate; altrimenti non sono scuole ma sette, a meno che non si condivida un progetto specifico, ma attenzione: che sia sempre anche il vostro progetto. Che si conservi proprio per quel progetto in cui credevate e credete ancora, e che non diventi l’ennesimo nascondiglio, l’ennesimo imbroglio. Non ci sono giustificazioni: mezzi sbagliati non possono condurre a fini giusti. La vittoria spirituale la si misura non dall’aver raggiunto un fine, bensì dai mezzi usati.

 

Se non comprendi che tu sei il Buddha,

che senso ha cercare la ricchezza fuori di te?

Se non puoi meditare spontaneamente

cosa guadagnerai nell’allontanare i pensieri?

Se non sai armonizzare la pratica della meditazione con la tua vita,

non sei, probabilmente, solo un imbecille confuso?

Se non acquisisci intuitivamente la visione dell’illuminazione,

a cosa ti serve una ricerca sistematica?

Sei vivo grazie ad un energia e ad un tempo che non ti appartengono,

se sprechi la tua vita, chi pagherà i tuoi debiti in futuro?

Vestito solo di stracci e di cotone

cosa ci guadagna l’asceta a ricercare il freddo dell’inverno quaggiù?

Il novizio che raddoppia gli sforzi ma che non riceve istruzioni complete

è come una formica che cerca di scalare una montagna di sabbia:

non otterrà nulla!

Accumulare istruzioni senza riuscire a cogliere la vera natura della mente,

è come morire di fame davanti ad una dispensa traboccante.

[…]

Comprendi alfine l’essenza dell’insegnamento in questa vita,

e praticala!

 

Ghesce Ciapu

CONCLUSIONE DELL’INTERVENTO ALLA LIBRERIA ESOTERICA (audio – parte 7):

 

 

Parte 1

Parte 2

Parte 3

Parte 4

Parte 5

Parte 6

13. L’ESOTERISMO DEGLI SCACCHI

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7/06/10

La storia degli scacchi è millenaria. Indubbiamente ci giungono dall’oriente: dall’India, dalla Cina, dalla Persia, ma è difficile darne una datazione d’origine precisa. Nella tomba di Nefertari, moglie di Ramsete II, troviamo rappresentata, in un bassorilievo, proprio la regina impegnata nel gioco.

Sappiamo della loro esistenza in India già da molti secoli prima dell’era cristiana, sotto la forma del “ciaturraja”. In sanscrito significava “le quattro parti di un tutto” e il gioco faceva riferimento alle strategie ed alle armi del tempo: fanteria, cavalleria, elefanti e carri di battaglia. Si trattava infatti di un gioco di simulazione bellica tra due eserciti in miniatura guidati da un re e da un generale consigliere e costituiti di otto fanti, due cavalli, due elefanti e due carri da guerra.

Tra realtà e leggenda, ritroviamo il gioco degli scacchi nelle narrazioni del “Libro dei Re” di Abdul Qazim Hassan, il poeta persiano visse attorno all’anno 1000. Infatti, dall’India il gioco si trasmise in Persia già nel VI secolo d.C., per poi permeare la cultura araba. “Shatmat” (scacco matto) è una parola persiana/araba che significa “re ucciso”. Dal mondo arabo, il gioco si diffuse nell’Impero bizantino, in Spagna e quindi in tutta Europa, attraverso mercanti e crociati. Tuttavia, da alcune tracce ritrovate a Pompei, si direbbe che in Italia il gioco fosse già conosciuto, addirittura dal I sec. a.C.

Il gioco si diffonde in tutta Europa, dove subisce una serie di modifiche: per esempio, dall’arabo “firz”(generale o consigliere) si arriva al francese “fierce – fierge – vierge” quindi “vergine”, ovvero la “regina”. Gli elefanti diventano alfieri (dal latino medievale “alphinus”) e il carro da battaglia si trasforma in torre (o “rocco”, dalla parola araba “rukhkh”).

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Il gioco era prerogativa degli aristocratici, e lo troviamo in ambienti “iniziatici”: veniva considerato uno strumento per lo studio della strategia militare, ma anche un “rito” per la divinazione e la propiziazione. Se ne fece risalire l’origine mitica all’eroe greco Palamede.

Il gioco degli scacchi, scienza e arte nel contempo, sviluppa l’attenzione, la concentrazione, la memoria, il discernimento e numerose altre qualità dell’intelletto e dello spirito. Ed è a sua volta una pratica meditativa, esoterica, grazie al ricco simbolismo che è metafora degli eventi della vita, della lotta per l’esistenza, della vittoria, della sconfitta, del sacrificio, della vita e della morte. Innalza la mente in una lotta trascendente, nel contesto di uno scenario interiore e sacrale.

Le corrispondenze magiche si rendono evidenti nel simbolismo della scacchiera e dei numeri. 8 caselle per lato, per un totale di 64 caselle che si intrecciano nel gioco del bianco e del nero, del bene e del male: simbolismo riproposto nei templi massonici. Il numero 8 rappresenta la completezza dei cicli vitali e la stabilità interiore, e il suo quadrato, il numero 64 ha valore numerologico 10 (6+4), numero fondamentale nella tradizione pitagorica.

Ogni giocatore si muove su 16 elementi, ovvero il quadrato di 4, simbolo della volontà umana (che muove i pezzi) e, numerologicamente, 1+6 = 7, simbolo di ogni perfezione ideale cui tendere.

Il fatto di elevare i numeri a potenza indica, nella tradizione orientale, lo sviluppo dei loro significati sul piano macrocosmico. Per cui ecco la doppia lettura dei numeri coinvolti nel gioco che si trasforma in una rappresentazione dell’ordine naturale e cosmico.

Ogni movimento è un atto di creazione inserito in un’alchimia complessa di moti possibili, di contrasti e di alleanze, riflessi di meccaniche cosmiche e nel contempo di percorsi evolutivi personali.

12. IL CULTO DEL SERPENTE

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31/05/10

Il mistero dell’Energia e della Saggezza primordiale nei Culti del Serpente

Secondo le antiche cronache, i leggendari fondatori delle prime grandi civiltà umane quali l’Egitto, l’India, la Cina, la Mesopotamia, le civiltà del Nord-Europa e le Americhe erano “i Serpenti della Saggezza” e così venivano raffigurati e rappresentati nei miti antichi, come Maestri Spirituali – associati dunque ai culti del Serpente o dell’”Energia del Serpente” – che giunsero sul nostro pianeta da terre e dimensioni lontane. Le stirpi e i lignaggi sacerdotali che hanno presieduto e guidato la nascita e lo sviluppo di straordinarie civiltà, a capo delle rispettive tradizioni misteriche e iniziatiche, hanno nomi che richiamano l’etimo del serpente o del dragone, come Naga, Lung, Djedhi, Amaru, Quetzlcoatl, Adder ecc.

In molte aree del mondo permane il ricordo di un tempo in cui esseri con poteri e conoscenze speciali visitarono il pianeta. L’antropologia del sacro afferma che questi esseri, direttamente collegati con lo Spirito, vengono ricordati e rappresentati come draghi o serpenti della Sapienza, ovvero come i figli dei Creatori.

Sono i Chohans Dhyan della tradizione indù, i “draghi di fuoco della Sapienza” allo stesso modo fondatori della saggezza cinese, ma anche i detentori dell’energia primordiale in ognuno di noi assopita e pronta per essere finalmente risvegliata. I Chohans Dhyan sono i veicoli per la manifestazione del Pensiero e della Volontà Divina, esattamente come vengono evocati dai magisti o percepiti dagli yogi così come dagli sciamani e dai nativi mesoamericani durante i loro stati di estasi, sebbene diversamente provocata.

Gli Esseri chiamati “creatori” sono i primi figli di Dio o figli degli Dei, noti come “draghi di fuoco della Sapienza“, i Kumaras che fondarono Shamballa ai primordi della storia terrestre, i grandi istruttori e iniziatori dell’Umanità, i serpenti della Sapienza, emanazione della Coscienza Universale e dei Creatori che rivelano i misteri della razza umana.

Dopo Lemuria, durante il periodo di Atlantide, quando gli esseri umani “hanno perso la facoltà di comunicare con il Cielo”, i serpenti della Sapienza si sono manifestati nuovamente per creare le scuole misteriche: Enoch, Toth/Hermes, Orfeo non sono esseri specifici ma la rappresentanza di una categoria di esseri: i custodi dell’umanità e i maestri di saggezza.

L’Archeologia e l’Antropologia si imbattono puntualmente in tali rappresentazioni, eventualmente demonizzate dalle religioni monoteiste e dai rispettivi regimi dominanti la cui politica di controllo e di manipolazione non poteva che opporsi a qualunque forma di risveglio della saggezza, dell’energia e della consapevolezza individuale.

Da un estratto del mio recente libro Nient’altro che Sé Stessi:

Stando alle ultime ardite ipotesi del “filone David Icke” extraterrestri rettiliani/draconiani mutaforma giunsero da Alpha Draconis ai tempi dei Sumeri, per fondare la loro stirpe, la cosiddetta “Fratellenza di Babilonia” (che forse altro non è che una fantasiosa reinterpretazione dell’antico culto di Shaitan, che ben si presta per dare uno sfondo satanico alla faccenda, tutto fa brodo…), e costituirebbero o, per lo meno, supporterebbero e guiderebbero quella oscura élite globale che governa il nostro mondo e che ci rende sempre più inermi, inconsapevoli e schiavi.

Certo, complotti e cospirazioni fanno parte della storia da sempre, a tutti i livelli e su tutti i piani, e non posso certo negare che una grande cospirazione esista, tuttavia, per fare un po’ di ordine tra le varie interpretazioni, conclusioni (e strafalcioni), cerchiamo di conservare una visione multidimensionale, e casomai antropologica, dell’universo e della coscienza, prima di parlare di rettiliani che invadono la Terra e si camuffano da George Bush.

Prima di tutto non dobbiamo confondere i culti draconiani con la faccenda dei rettiliani e delle cospirazioni.

Per culto draconiano si intende il culto del serpente di fuoco (rappresentato astronomicamente dalla costellazione del Drago, Draco in latino) celebrato nell’Egitto pre-monumentale, che riprende e consolida tradizioni magiche africane ancora più antiche, che si perdono nella notte dei tempi. Il culto draconiano può anche essere identificato con la “tradizione tifoniana” o con la “corrente ofidiana”, quando non associato al periodo egizio. Vi sono inoltre numerose relazioni tra il culto draconiano/ofidiano e le correnti tantriche legate al cosiddetto Sentiero della Mano Sinistra (Vama Marg) ed al culto della dea Kali.

Tradizionalmente possiamo individuare due aspetti del “serpente”: da una parte una forza generatrice e creativa, dall’altra una potenza tanto dirompente che, se fuori controllo, ci domina e ci distrugge. Parliamo di energia sessuale, di istinto, di forza vitale e naturale grezza, “base dell’opera”, energia dunque da guidare e da raffinare, ovvero da spiritualizzare. Questo è il Dio Occulto, o Kundalini, da risvegliare dentro di noi, che può essere Dio oppure Bestia, Sobek amico di Horus, oppure Aphopis, terribile nemico dell’Uomo. Sono entrambi rettili (l’istinto primordiale) e quindi riferiti alla costellazione del Draco, che, ai tempi dei miti in questione, era la stella polare.

Anche la Grande Piramide si orienta sui due poli: Orione e Alpha Draconis, i due aspetti della natura umana.

Il Drago che dunque rappresenta l’istinto da dominare o dal quale essere dominati rappresenta l’indispensabile occasione evolutiva, ma anche la tentazione, il giogo degli istinti.

L’evoluzione della Coscienza va, idealmente, di pari passo con l’evoluzione della Vita. Sul nostro piano i rettili (di cui conserviamo “memoria” nel nostro cervello appunto “rettile”, quello più legato agli istinti reattivi) rappresentano una fase primitiva e la linea evolutiva che non abbiamo seguito (per questo forse ci impressionano?) ma dalla quale siamo ovviamente passati. Quello è l’aspetto fisico e “spirituale” primitivo, che costituisce la base della nostra energia vitale, creativa e distruttiva.

L’evoluzione si gioca sull’equilibrio dinamico di queste due polarità, contenute entrambe nella nostra natura e nella nostra anima.

Forse i “rettiliani” non sono altro che una proiezione della parte inferiore del nostro “ego” che cerca di sopravvivere, di sopraffarci, e diventano sempre più “veri” quanto più insistiamo a nutrirli e a proiettarli fuori di noi, ma che sono forse meno “extra” e più “intra” di quanto immaginiamo.

Noi nutriamo l’ologramma universale di “archetipi derivati” (e spesso deviati) e la nostra realtà prende le forme delle nostre suggestioni, paure, incubi, delle nostre lotte intime, che proiettiamo in simboli che diventano vivi e reali, nei miti antichi come in quelli moderni, e i nostri fantasmi, che prima erano orchi e demoni, diventano solidi dischi volanti e lucertoloni pervertiti.

Noi siamo, che ne siamo consapevoli o meno, co-creatori di una realtà consensuale che trae nutrimento dagli archetipi dell’inconscio collettivo. In pratica, proiettiamo ciò che abbiamo all’interno. E cosa abbiamo all’interno? Come nutriamo, come educhiamo, come guidiamo ciò che abbiamo all’interno? Questo è il problema.

E i due poli sono sempre lì, bene e male, i rettiliani come i pleiadiani di luce, tutti parassiti che cercano di sopravvivere, tutti lì a nutrirsi delle nostre illusioni… ma quando cresceremo? Quando matureremo una più elevata visione della realtà e di noi stessi? Quando sapremo condurci verso la nostra reale natura superiore, al di là del bene e del male?

Forse allora smetteremo di vedere diavoli che impossessano e madonne che piangono, alieni che devono venirci a salvare oppure che ci rapiscono, ci violentano, si cibano di noi, e dirigono le sorti del nostro mondo.

11. L’ORIGINE SPIRITUALE DELL’UNIVERSO, DELLA VITA E DELLE CIVILTA’

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25/05/10

John M. Jenkins è un ricercatore indipendente da decenni impegnato nella ricostruzione della cosmologia e della filosofia Maya. Dal 1986 ha viaggiato in Messico e in America centrale compiendo numerose ricerche sul campo. Nel 1990 ha contribuito a costruire una scuola a San Pedro, vicino al Lago Atitlan in Guatemala e nel 1994 ha personalmente guidato una campagna di soccorsi alla comunità Quiché Maya negli altopiani occidentali del Guatemala.

Sin dall’inizio del suo lavoro con i Maya, dagli anni ’80, ha scritto decine di articoli e molti libri sull’interpretazione del calendario Maya e sul tema del 2012, quando ancora si era ben lontani dal parlarne in forma così diffusa.

John ha tenuto corsi presso l’Istituto di Studi Maya a Miami e presentato i suoi studi sul calendario Maya al Congresso Maya in Messico, all’Istituto Esalen, alla Naropa University e in numerose altre sedi internazionali. Sua è la prefazione al libro di Geoff Stray’s Dopo il 2012, e numerose le sue interviste alla radio e alla televisione, tra cui a Discovery Channel e History Channel. Contrario alla diffusa fantasia catastrofista, è stato il principale consulente per la realizzazione del recente documentario “2012: l’Odissea”, non ancora edito in Italia.

Ecco un interessante estratto dell’intervento di John Major Jenkins all’International Conference on Ancient Studies (Dubai, Febbraio 2010):

10. IL MISTERO DELLO ZED – PARTE 3

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20/05/10

(Continuazione dell’intervista ad Armando Mei – terza e ultima parte)

– Dov’è finito questo sapere antico?

Gli antichi testi richiamano il misterioso Potere dell’Energia! “Quando la Torre rovinò a terra… nel tempo della caduta degli Dei…”. Il Capitolo XVII del Libro dei Morti sembra chiarire un dato incontrovertibile: dietro le formule rituali si nascondono episodi di inequivocabile rilevanza storica. Sono tramandate nelle forme orali e giungono dopo millenni alle discendenti popolazioni ridotte allo stato semiprimitivo dalle catastrofi planetarie, geologicamente accertate tra il 25.000 e l’8.000 a.C..

Esse vengono raccontate con straordinaria semplicità utilizzando concetti elementari ma estremamente efficaci: “Sono [le gocce di] sangue sgorgate dal phallus di Ra dopo che si mutilò da se stesso… E’ il giorno del combattimento tra Horo e Set… ed è Thoth che ha messo in ordine tutto ciò con le sue proprie dita”.

La rivolta dei Sebau (uomini di Set ed una volta seguaci di Ra), raggiunge il proprio apice quando viene mutilata la Colonna di Ra (volontaria o provocata?). In questa intensa visione della storia due eventi si celano: la rivolta contro Ra il quale si “mutila” di una parte del proprio seguito, e la distruzione del sistema della Colonna (Zed). I “Signori di verità e giustizia, divine potenze che siete dietro a Osiride, che portate la distruzione alle menzogne…” inviano Thoth, il semidio, l’essere umano iniziato dagli “Dei”, a realizzare, con la propria arte, il nuovo ordine sociale che non potrà mai più essere tecnico-scientifico. E’ così che “I Signori di Giustizia e Verità sono Thoth…”

Il Libro narra di rovina e distruzione. Ma come è stato possibile, ci chiediamo, che una civiltà così progredita abbia potuto perdere o rovinare le opere grandiose che aveva costruito? Ci rifacciamo alla solita ricerca a largo raggio. Comuni a gran parte della cultura terrestre, narrate nella tradizione di quasi tutti i popoli che abitano il pianeta, troviamo le ataviche catastrofi geologiche.

– Arriviamo al diluvio…

Sì, potremmo continuare il nostro lavoro col parlare del “Diluvio Universale”, per assecondare l’ordine culturale dell’indagine, arricchendola di contenuti storici a noi vicini. Ma il lettore è certamente a conoscenza degli sconvolgimenti planetari, di eguale portata, avvenuti tra 50.000 e 45.000 anni fa. Così come l’evento su cui c’è grande concordanza tra gli studiosi: l’effetto catastrofico, verificatosi tra il 30.000 ed il 26.500 a.C., che determinò lo spostamento delle masse continentali con conseguenti maremoti e terremoti, i quali causarono l’inabissamento delle terre emerse tra il continente africano e quello americano. Ci sono tracce che legano tali avvenimenti alla distruzione repentina di una civiltà progredita (Atlantide?).

– Il richiamo al Diluvio o ai cataclismi antecedenti può essere collegato allo Zed?

Pensiamo per un attimo al collasso del “mostro”, alla sua energia liberata ed ora svincolata dalle lastre di granito che gli imponevano un ordine assoluto. Se in Ucraina come in altri luoghi, le centrali nucleari provocarono disastri “circoscritti”, la massa energetica dello Zed concorse, in modo determinante, al cambiamento geofisico e climatico del nostro pianeta? Siamo davanti ad uno dei disastri citati precedentemente? “La Torre crolla e gli Dei cadono”, sono citazioni concomitanti; fu una tragedia voluta, programmata in tutti i suoi dettagli? Tutto ciò è possibile, poiché la Tradizione fa riferimento ad una Potenza superiore che decide, ancora una volta, di punire i disobbedienti. E’ come la triste “soluzione finale” di più recente memoria.

“Quando la Torre rovinò in terra si interruppe ogni comunicazione con il ‘Duat’”. I segni della drammatica battaglia tra due opponenti sono chiaramente descritti, sempre nel Capitolo XVII del Libro dei Morti, allorquando Ra – associato al gatto, felino di straordinaria intelligenza e furbizia – dice: “Io sono questo gran gatto che si trova al lago dell’alveo di Persea in On quella notte della battaglia in cui fu compiuta la sconfitta dei Sebau e quel giorno dello sterminio degli avversari del Signore dell’Universo… E riguardo alla notte della battaglia è quando arrivarono all’oriente del cielo e vi fu battaglia in cielo e sulla terra sino ai suoi estremi confini.” Da questo epico confronto tra forze contrapposte, volutamente celato nell’ermetica cosmologia religiosa, che coinvolge il cielo e la terra fino ai suoi estremi confini, si interrompe la funzione della Colonna Zed.

“Ed è Thoth che, sollevando la capigliatura, apporta vita, salute e forza, senza interruzione per il suo possessore”. Quale straordinaria metafora per sostenere come, alla fine della tenzone, Thoth si libera del proprio “cimiero” per ritornare alla sua naturale funzione di “Maestro Istruttore” delle popolazioni sopravvissute fino alla fine del proprio tempo. Nel Capitolo XVII, ancora, si legge: “In quella notte di festa del Lavorare la Terra (in Djedu) con il sangue che rende giustificato Osiride contro i suoi avversari… Ed allorché arrivano gli alleati di Set, essi fanno le loro trasformazioni in animali e poi li uccidono alla presenza di questi dei sino a che sgorga il loro sangue…”. Si conclude così, con l’annientamento fisico delle genti di Set, la battaglia per la conquista del Potere dell’Energia.

Set e le sue genti hanno tentato di conquistare la Colonna Zed, poi mutilata (o bloccata nelle sue funzioni), ora hanno perso la battaglia e, davanti agli dei vincitori, i Grandi Giudici indossano i loro elmi così da sembrare animali (emblematiche le raffigurazioni antropomorfe degli dei egizi) per uccidere (fino a che sgorga il loro sangue…) i ribelli.

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Nello stesso capitolo, si evince chiaramente il motivo della battaglia: “Le erezioni delle aste di Horo è la frase di Set ai suoi seguaci: si alzino qui i pilastri”… Nel Capitolo XIX, si cita: “La notte della battaglia e della sconfitta dei malvagi, innanzi ai Grandi Giudici di Abydos, la notte in cui Osiride è reso giustificato contro i suoi avversari… innanzi ai Grandi Giudici che sono in Djedu, la notte dell’erezione dello Djed, in Djedu”, è il momento in cui viene ricostruita la Colonna Zed, la cui funzione energetica è persa o sospesa per sempre, nella terra dello Djedu (Giza).

La conquista del Potere dell’Energia ci spinge inevitabilmente verso due ipotesi.

La prima è legata alla ricerca di una ipotetica “soluzione finale” di cui parlavamo in precedenza e di cui gli antichi testi, come descritto, ne tramandano testimonianza. Ma sembra altrettanto interessante pensare che un solo Zed (quello del Mar del Giappone governato dal dio conosciuto in Egitto con il nome di Atum?), sia sfuggito di mano a chi lo governava ed abbia liberato tutta l’immane energia di cui era depositario. Il cataclisma che ne derivò, lo precipitò irreparabilmente sott’acqua (la “Grande nell’Abisso del Mare”, come cita il Libro dei Morti). Ed a niente valse disattivare le altre strutture continentali: la tragedia era compiuta. Un errore, quindi, che tutto distrusse, cancellando tutte le forme di quella civiltà di alto livello tecnologico.

Chi si salvò, si trovò senza mezzi e materiali, e dovette cominciare daccapo. In più, fu costretto ad adattarsi ad una nuova condizione senza l’ausilio della macchina. E, nel tempo, conobbe la propria involuzione.

– Beh… E’ tempo di rinascita non trovi?

“Lo Zed, orientato secondo l’asse del mondo dovrà ristabilire il patto d’alleanza con la preesistenza, per la trasmutazione dell’uomo nel suo archetipo divino”. L’orientamento dello Zed segue il divenire delle cose. Esso sintetizza le dinamiche astronomiche, allorquando lo Zed è associato all’Albero, simbolo dell’asse terrestre nelle mitologie ermetiche antiche. Nel caso specifico, invece, il Capitolo XVII del Libro dei Morti propone l’ermetico: “Osiride entra in Djedu e ha ivi trovato l’anima di Ra: le due anime si abbracciano reciprocamente divenendo due anime gemelle”. Lo Zed conferisce a chi utilizza la propria energia di essere tutt’uno con gli dèi che lo hanno utilizzato nelle epoche remote. E’ un tecnicismo per descrivere il potere della conoscenza che conferisce all’uomo un potere divino… La riscoperta delle sue funzioni restituirebbe il Potere dell’Energia all’uomo conferendogli gli antichi poteri, propri degli uomini-dei descritti nel Libro dei Morti. Sarebbe il nuovo “patto d’alleanza con la preesistenza”.

Riconoscere l’esistenza di una civiltà antecedente alla nostra preistoria, che impose il proprio dominio sul Pianeta e irrimediabilmente travolta da tragici eventi è un fatto confermato dagli Antichi Testi. Tutto questo potrebbe farci ritrovare la nostra antica natura, che è ancestrale, che portò la nostra specie a dominare su tutte le cose del pianeta e che, nel perfetto equilibrio di una nuova era, ci darebbe il ricordo e la riconquista del nostro archetipo divino.