Punti di Vista

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220. LA GENTILEZZA FA BENE AL CERVELLO

Definire la gentilezza non è facile. La parola è legata all’empatia e alla solidarietà, ma non può essere limitata a queste descrizioni. Non è solo un tratto o un’abilità, è un valore umano arricchito da scelte etiche.

Nei dizionari la gentilezza è definita come l’inclinazione a fare del bene. Ma il bene è un concetto relativo. Un significato più accurato potrebbe richiamare la capacità di provare compassione, cioè sentire la sofferenza altrui e cercare di risolverla.

Esprimiamo gentilezza anche nei confronti degli altri esseri viventi oppure oggetti. Possiamo mostrare gentilezza nei riguardi di un dipinto, di una pietra, di un qualcosa che vogliamo preservare.

La gentilezza è certamente una virtù superiore perché coinvolge tante altre virtù. Nella gentilezza vi sono amore, rispetto, solidarietà, generosità e molto altro. Essa implica una certa evoluzione spirituale e mentale.

Gli scienziati hanno dimostrato che la gentilezza è un’abilità rintracciabile nel cervello ed è la base per una buona qualità di vita.

Un gruppo di scienziati dell’Università di Oxford e dell’università di Londra ha identificato un’area del cervello che sembra essere correlata alla gentilezza. Il gruppo, guidato dalla dottoressa Patricia Lockwood, ha lavorato con un gruppo di volontari. A questi è stato chiesto di individuare quali simboli fossero benefici per loro e quali fossero benefici per gli altri. Quando ciascun volontario scopriva il modo in cui un certo simbolo poteva aiutare gli altri, si attivava l’area del cervello chiamata “corteccia cingolata anteriore“.

Il neuropsicologo Richard Davidson ha fatto uno studio all’Università del Wisconsin dopo un viaggio in India. Nel 1992 ha incontrato il Dalai Lama, il quale gli ha fatto una domanda: “Ammiro il tuo lavoro, ma penso che tu sia molto concentrato su stress, ansia e depressione; non hai pensato di concentrare i tuoi studi neuroscientifici sulla gentilezza, la tenerezza e la compassione? “.

E così Richard Davidson seguì il consiglio del Dalai Lama e in seguito ha approfondito gli studi in tal senso. Egli ha dimostrato scientificamente che alcune strutture nel cervello possono cambiare in sole due ore, per esempio attraverso la meditazione, comportando effetti sul benessere dell’intero organismo.

Allo stesso modo, ha scoperto che i circuiti neuronali dell’empatia non sono gli stessi di quelli della compassione. Per arrivare alla compassione (un’altra forma di gentilezza), devi intraprendere la via della sensibilità, della simpatia e dell’empatia. La compassione è a un livello più alto, è un passo oltre la capacità di percepire, sentire e comprendere la sofferenza dell’altra persona; implica una chiamata all’azione quando si assiste alla sofferenza degli altri.

Davidson ha anche scoperto come la gentilezza e la tenerezza abbiano aumentato il benessere in diversi ambiti della vita. In uno studio su bambini e adolescenti, sono stati documentati diversi cambiamenti cerebrali quando gli scienziati hanno insegnato loro a essere più compassionevoli e teneri. Tutti hanno mostrato miglioramenti a scuola e anche la loro salute ne ha tratto beneficio.

Forse non erano necessari gli studi degli scienziati per sapere che la gentilezza ci aiuta a vivere meglio, ma dimostrare in modo scientifico le modificazioni neurofisiologiche di questa “pratica” e come essa impatti sul nostro benessere psico-fisico ci spinge a riconsiderare seriamente le conseguenze dei nostri modi di pensare e di comportarci.

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Redazione Anima.TV

Fonte: exploringyourmind.com

 

2/10/18
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