Meditazione Cromatica

Il percorso dall’io al Sé

Salve, amici! Ecco un piccolo spazio per chi ama i colori e desidera non solo conoscerne le valenze energetiche, psicologiche e simboliche, ma anche sperimentarne gli effetti con le opportune tecniche meditative. Un luogo quieto, tutto nostro, “ritagliato” (come letteralmente significa la parola tempio) dalle attività quotidiane, per ritrovarci (noi stessi e tra noi) serenamente e vivere insieme i colori come teoria e pratica dell’autoconoscenza.

Cesare Peri

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53. IL SAPORE DEI COLORI

I colori hanno un sapore? Immaginare che le onde elettromagnetiche che noi chiamiamo colori possano agire direttamente sulle nostre papille gustative sarebbe una lettura semplificata di un processo complesso, che coinvolge il nostro essere a livello fisico, emozionale e mentale.

Di fatto ogni colore ha una sua lunghezza d’onda e qualità specifiche in grado di influenzare l’intera gamma delle emozioni umane, tenuto conto che la nostra aura è essa stessa un campo elettromagnetico, composto da aree di diversa frequenza, che i chiaroveggenti descrivono come un insieme di raggi colorati emananti dalla colonna vertebrale.

A parte i processi biochimici prodotti dall’energia della luce solare che, a prescindere dalla simbologia del colore legata a fattori culturali e ambientali, generano in ciascun individuo, come è noto, effetti universali di carattere psicofisico (accelerazione o rallentamento del battito cardiaco, alterazioni della pressione, del ritmo respiratorio, ecc.), più complessi da indagare, il fattore determinante alla base di queste dinamiche si può individuare nelle associazioni mentali, profondamente radicate nella psiche dell’essere umano, veri e propri riflessi condizionati impressi nella nostra specie.

Va inoltre considerato quel meccanismo percettivo denominato sinestesia, (“percezione simultanea”), cioè l’associazione di sfere sensoriali diverse, per cui raramente i nostri sensi agiscono autonomamente, ma si trasmettono e scambiano sempre impulsi, spesso a livello inconscio, che si imprimono profondamente dentro di noi, tanto che un colore, un odore, un sapore, un suono e persino una sensazione tattile possono destare non solo emozioni, ma precisi ricordi.

Nella tradizione cinese con i colori si classificano anche i sapori: il rosso indica l’amaro, il giallo il dolce, il verde l’acido, mentre il bianco è associato al piccante e il nero al salato. Nel nostro gusto di occidentali i colori suscitano sensazioni gustative un po’ diverse.

Passiamole brevemente in rassegna in base ai dati emersi da ricerche e statistiche non sempre concordanti, tuttavia nel complesso uniformi.

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Il rosso suggerisce in genere un sapore piccante, tuttavia è innegabile che la scelta di un aperitivo di un bel rosso brillante susciti in noi un’aspettativa dolce al palato, come accade alla vista delle fragole, diversamente da quella del pomodoro e dalle varie sfumature di gusto che ci offre il vino.

Al rosso si accompagna l’impressione di caldo o bruciante a livello tattile, mentre suggerisce un odore pungente, forse per influsso dell’aceto, e un suono “vigoroso”.

Il verde ha un sapore aspro, per associazione istintiva con l’acerbo, anche se ortaggi e olio di oliva non destano necessariamente questa reazione. Alla percezione tattile si rivela fresco e liscio, come pure rinfrescante ne è avvertito l’odore, associato alla menta e alla freschezza naturale della vegetazione, mentre suggerisce un suono “ovattato”.

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Il giallo è avvertito come un sapore brusco, probabilmente perché richiama l’immagine del limone, tuttavia non si può negare che è anche il colore del miele, evidentemente meno comune nell’uso quotidiano e perciò meno impresso nella psiche. Si associa all’idea di caldo, ma alla percezione tattile potrebbe apparire pungente, mentre l’odore è agro, conforme alla sensazione gustativa, e il suono è immaginato “squillante”.

Il blu, malgrado l’esperienza gustativa di prugne e mirtilli, suggerisce ai più un sapore edulcorato, cioè reso dolce artificialmente, forse perché questo colore è più raro degli altri in natura. Il tatto lo percepisce come fresco, l’olfatto frizzante, l’udito lo identifica come un suono “basso”.

L’arancione ha un sapore speziato, per influsso dello zafferano, evidentemente più forte di quello dell’arancia, che pure gli dà il nome, e così intenso da generare la stessa sensazione a livello olfattivo, mentre al tatto si rivela caldo o tiepido e come suono risulta “potente”.

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Il rosa è universalmente riconosciuto di sapore dolce, come il suo profumo, per influsso dell’omonimo fiore, e agli altri sensi risulta soffice e tiepido, suggerendo un suono “lieve e delicato”.

Il viola è avvertito come un sapore amabile, delicato come il fiore da cui trae origine il nome, e genera una sensazione tattile calda e morbida, analoga a quella olfattiva, che induce al rilassamento e al sonno, accompagnata dall’idea di un suono “denso e sommesso”.

Il marrone ha un sapore combusto e un odore di bruciato, e non pare risulti ancora mitigabile dall’attuale diffusione né della cioccolata e tanto meno dei datteri, gusti arrivati troppo tardi nella cultura occidentale e a lungo estranei al palato comune. Al tatto si rivela caldo e ruvido, associato com’è all’idea base del legno e sembra nei più destare una sensazione auditiva malinconica e triste.

Il nero ha un gusto amaro e odora di carbonizzato. La percezione tattile lo identifica come solido, mentre non evoca nessun suono.

Al silenzio è associato anche il bianco, inteso tuttavia non come assenza di suono, bensì come potenzialità espressiva, conformemente alla caratteristica cromatica, secondo la quale il nero è assenza di colore, mentre il bianco raccoglie in sé tutti i colori. Al gusto si rivela insapore e non dolce, perché lo zucchero era sconosciuto ai nostri avi ed evidentemente questa associazione mentale non è ancora prevalente, mentre quella col freddo e con il ghiaccio resta universalmente viva.

I colori rientrano dunque in un ricco e suggestivo patrimonio di sensazioni che accompagnano il cammino dell’umanità: come echi lunghi che da lontano si fondono / in una tenebrosa e profonda unità, / vasta quanto la notte e quanto la luce, / i profumi, i colori e i suoni si rispondono (Baudelaire, Corrispondenze).

Cesare Peri

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21/05/19
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52. COLORI E VALORI DEL PAVONE

Quel meraviglioso ventaglio di colori che con infinite sfumature la natura dispiega ai nostri occhi (e alla nostra anima) nei suoi tre “regni”, minerale, vegetale e animale, sembra interamente riprodotto, quasi per un gioco olografico, nel ventaglio della coda del pavone.

In effetti questo misterioso uccello, uscito, come per magia, dalle foreste dell’India, nella sua straordinaria varietà di piumaggio riunisce tutti i colori dell’iride con riflessi cangianti blu-verde, lavanda-viola, grigio-argento-marrone, opale, giallo-rosso rame, bianco-nero… Per ogni colorazione primaria del piumaggio esistono venti variazioni e, come risultato di combinazioni di colori di base e secondari, si arriva a ben centottantacinque varietà del pavone comune!

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La lucentezza metallica del piumaggio del pavone maschio, che incede solenne con in testa un ciuffo di penne azzurre, gli occhi bordati da un elegante fregio bianco, il lungo collo e il petto di un blu intenso, mentre un verde marino brilla tra le ali scure o grigio-marrone e sembra prolungarsi nelle lunghe penne bronzo-rame della coda, ci lascia ammirati. Che dire poi del pavone bianco, la cui la coda sembra uno splendido pizzo? Anch’esso richiama la totalità dei colori, dal momento che il bianco in sé tutti li riassume.

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E proprio questa totalità cromatica include il pavone nella dimensione simbolica: le splendide penne della coda dai misteriosi “occhi” blu-azzurri, cerchiati di giallo e di verde chiaro, aperte a ventaglio nella caratteristica ruota, richiamano alla mente l’idea dello spiegamento cosmico della creazione e quindi della totalità dell’esistente. Più in generale, l’aprirsi della meravigliosa ruota simboleggia ogni tipo di manifestazione, ma il suo subitaneo richiudersi evoca anche il senso di precarietà e di impermanenza di ogni cosa.

D’altro canto, poiché il ventaglio è destinato a riaprirsi, si associa a idee di rinascita, di primavera, di longevità e anche di amore, dal momento che questo sentimento sembra “esplodere” improvviso in tutta la sua bellezza e, non di rado, svanire con altrettanta rapidità. Oltretutto il pavone fa la ruota nel periodo degli amori (per attrarre le femmine e per intimorire gli avversari). Un’altra ricorrente valenza simbolica deriva dal fatto che questo insolito volatile si ciba di serpenti velenosi senza subire danno, divenendo perciò l’emblema della trasformazione in positivo di qualsiasi situazione negativa. Un’antica credenza spiega i colori cangianti della sua coda proprio come l’effetto del veleno tramutato in sostanza solare. Di conseguenza la sua immagine fu sempre considerata di buon auspicio.

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Quanto ai misteriosi “occhi” dei quali è disseminata la coda (con cui disorienta e spaventa i predatori), i popoli antichi, soprattutto in Oriente, vi riconobbero gli astri che punteggiano il firmamento. Anche per i Greci rappresentavano lo splendore celeste, simbolo di Era, la Grande Dea, gelosa consorte di Zeus, la quale volle l’omonima costellazione in memoria di Argo, il suo fedele guardiano dai mille occhi, ucciso da Ermes. Non di meno i Romani, che lo chiamavano “uccello di Giunone”, lo esaltarono come simbolo di bellezza, di regalità e anche d’immortalità, perché ritenevano che a esso spettasse il compito di accompagnare nell’aldilà le anime delle imperatrici.

Simbolo di vita eterna fu anche per i primi cristiani, che lo raffiguravano per esprimere le qualità del Salvatore, regalità e gloria, ma anche l’idea di morte e resurrezione, sia per il movimento della sua ruota sia, probabilmente, anche perché le splendide penne della coda vengono perse durante la muta (in settembre), ma poi rispuntano (in aprile). A questo va aggiunta la credenza, già nelle antiche religioni pagane, che la carne del pavone non si decomponesse dopo la morte. Il pavone bianco, in particolare, significava la purezza e la luce della coscienza, come pure lo Spirito Santo e Cristo risorto. Secondo una leggenda medievale gli “occhi” rappresentano l’onniscienza di Dio, che tutto sa e tutto vede, ma proprio a partire dal Medioevo si diffuse anche un’interpretazione negativa del pavone come simbolo di orgoglio, di vanità e di lusso.

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Nella religione indù esso appare associato alla conoscenza e alla saggezza, attributi della dea Saraswati, che lo usa come personale cavalcatura, forma che assume lo stesso Indra, il dio del cielo, quando scende sulla terra. Simbolo di purezza mentale e di perfezione morale è in Tibet il pavone bianco.

Particolare rilievo nella simbologia musulmana ha “l’uccello dai cento occhi”, la cui ruota rappresenta lo spiegamento cosmico dello Spirito, l’universo e la volta celeste, a cui allude simbolicamente anche la danza rotatoria dei dervisci. Secondo una leggenda sufi, Dio all’origine creò il pavone, dalle cui gocce di sudore, stillate per timore reverenziale, sarebbero nati tutti gli altri esseri. Un’altra leggenda ha per protagonista il giovane Adi, desideroso di divina conoscenza, al quale il maestro consiglia di cercare il significato del Pavone e del Serpente. Giunto in Iraq, egli s’imbatte nei due animali che, disputando sulle loro presunte qualità, si rinfacciavano reciprocamente i difetti: uno era vanitoso, pur avendo delle brutte zampe, mentre l’altro era un pericoloso dissimulatore. In realtà i due animali stanno a rappresentare la natura umana nella sua duplice componente, divina e terrena, ricca di potenzialità da sviluppare, ma sempre esposta al rischio dell’orgoglio spirituale.

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Davvero tanti valori nei colori del pavone! Ma, se dall’universo simbolico, specchio della ricchezza dell’animo umano, scendiamo nel giardino zoologico dell’ornitologo, vediamo passarci davanti un pennuto che può pesare dai 4 ai 6 chili (maschio adulto) con il caratteristico strascico di penne del sopracoda lungo anche 1,6 m. Sappiamo che può campare fino a 25 anni e che, diversamente dagli altri uccelli, resiste bene al freddo invernale.

Inoltre ha voce sgradevole, simile al gracchiare del corvo, e un caratterino poco socievole, che lo rende aggressivo verso le altre specie domestiche e gli estranei. In compenso può affezionarsi a chi se ne prende cura, ma non sopporta voliere e recinti, perché ama la libertà e tuttavia preferisce camminare invece che volare. Si accontenta di appollaiarsi sui rami alti degli alberi per sentirsi al sicuro… Ma, forse, anche senza ricorrere alla simbologia, ho l’impressione che in questi aspetti ci si possa comunque riconoscere…

Cesare Peri

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9/04/19
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51. L’AMBIVALENZA DEL ROSSO

Il principio della bivalenza dei simboli vale anche per i colori: ogni colore ha un simbolismo primario (generalmente positivo) e uno secondario (generalmente negativo), sia intrinseci al colore stesso sia determinati dal variare della sua luminosità e saturazione.

Il rosso ci offre un esempio di dualità simbolica particolarmente significativo, legato com’è alla manifestazione materiale della vita e alla dimensione corporea. In quanto inizio (sembra “emergere” dagli invisibili raggi ultravioletti) reca inevitabilmente in sé la polarità opposta della fine, l’idea della terra madre che genera, ma anche della sepoltura, già nella preistoria spalmata di ocra rossa. L’incarnazione è intesa come espressione esteriore dello Spirito, un momento gioioso del suo dispiegarsi come esperienza di consapevolezza e, d’altra parte, implica la pesantezza della materia e gli automatismi biologici che non favoriscono la coscienza spirituale. Nella sua Teoria dei colori Goethe afferma che «un rosso completamente puro, un carminio perfetto, conferisce un tono più vivace alle facoltà psichiche», però il rosso-bruno (o tanè), che ricorda il rosso cupo della brace, produce tutt’altro effetto, associato a una dimensione infernale e all’idea di tradimento, tanto da essere considerato l’unico colore dal simbolismo primario negativo che non ammette l’inversione in positivo (diversamente dal grigio e dal marrone).

Il rosso è associato al sangue, simbolo della vita, e al fuoco, simbolo della conoscenza e della trasformazione, che include comunque l’idea della morte. L’ambivalenza caratterizza entrambi i simboli.

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Il sangue, oltre che della vita stessa, è per gli antichi simbolo dello Spirito e per il Cristianesimo della passione purificatrice e santificante del Salvatore, del martirio con cui “morendo si ottiene la vita”, ma è anche il simbolo della carne, del peccato, delle impurità e dei crimini. Il rosso scuro è per Artemidoro il colore stesso della morte e Omero definisce “purpurea” la morte (porphýreos thánatos).

Il fuoco è un simbolo spirituale, che dissipa le tenebre dell’ignoranza e illumina (lo Spirito santo della Pentecoste scende sugli apostoli in lingue di fuoco), ma d’altro canto è immagine della passione che obnubila la mente, trascinandola verso il basso, delle fiamme infernali, regno di Satana.

Si dice anche che il rosso sia il colore dell’amore, che tuttavia già Platone nel Simposio distingueva come «duplice Eros»: quello «celeste» e il suo opposto, «volgare», tipico di «quelli che amano i corpi piuttosto che le anime e, per quanto loro possibile, amano le persone più stolte, mirando solo al compimento dell’atto, senza curarsi che ciò avvenga in modo bello o no». Sappiamo che nella simbologia cromatica il rosso rappresenta piuttosto la passione, la componente istintiva, mentre il vero amore è simboleggiato dal rosa (dove il rosso è ingentilito dalla purezza del bianco) e anche dal verde, già per gli antichi sacro ad Afrodite e colore del chakra del cuore.

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Anche indossato, il rosso non smentisce il suo ruolo ambivalente. La porpora è segno della regalità e della spiritualità: imperatori e alti prelati se ne sono sempre fregiati per mostrare il loro potere temporale e spirituale. Ma è anche simbolo di crudeltà e di arroganza e di coloro che, in quanto vittime del potere, contro di esso hanno innalzato una bandiera di rivolta dello stesso colore, dai garibaldini ai rivoluzionari russi e cinesi. Insomma il rosso appare simbolo del potere e dell’aristocrazia e nello stesso tempo simbolo rivoluzionario e del proletariato.

In quanto carico di energia, di forza e di aggressività non poteva che essere il colore della guerra: abbinato a Marte e al pianeta rosso, era l’insegna dei guerrieri (la famosa uniforme dell’esercito spartano, non meno degli antichi romani), per accrescerne il coraggio, la ferocia e la spietatezza. Ma nell’arte paleocristiana anche gli arcangeli e i serafini ci appaiono dipinti di rosso. D’altro canto il colore della furia devastatrice è anche il colore della fortuna in Cina e in India e in particolare di buon auspicio per le spose, che tuttora lo scelgono come loro abito. Già al tempo dei romani le spose indossavano un bell’abito ocra, e rosso rimase in Europa l’abito nuziale fino alla metà del XIX secolo, allorché la regina Vittoria d’Inghilterra si sposò col principe Alberto sfoggiando un abito bianco con fiori d’arancio, e nacque così la nuova moda.

Se l’abito rosso contrassegnò per secoli la sposa, sancendo l’amore come sentimento sacro, non bisogna dimenticare che fu anche l’abito d’obbligo per le prostitute, simbolo di amore carnale e di peccato, riproposto dalla lanterna rossa sulla porta delle “case chiuse”, e tuttora di erotismo (una situazione sconveniente o proibita è ancora definita “a luci rosse”). Ma se il rosso rappresenta la vergogna, esso può parimenti essere il segno di chi si vergogna, quindi del pudore, di quel rossore che è indice di candore. Si racconta a proposito che un giovane, interrogato da Aristotele, arrossì per non saper rispondere, suscitando l’ilarità dei suoi compagni, ma il grande filosofo azzittì prontamente gli scolari con questo monito: «Guardate bene il colore del volto di questo ragazzo, perché questo è il colore della virtù!». Del resto anche i lama tibetani si vestono di rosso…

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Gli psicologi del colore ci dicono che chi predilige indumenti rossi è tendenzialmente estroverso, vitale, competitivo, sicuro di sé, allegro e che ama essere notato, insomma una persona positiva. Tuttavia potrebbe anche essere un tipo istintivo, rude, irascibile, aggressivo (in modo aperto o mascherato), presuntuoso e crudele, cioè una persona negativa. Se poi chi si veste di rosso è un individuo evidentemente “tranquillo”, la sua predilezione cromatica potrebbe essere segno di insicurezza, di timidezza, rivelandosi così un tentativo (spesso inconscio) di compensare un senso di inadeguatezza. Ovviamente l’uso “sano” di un colore dipende dal giusto equilibrio, dal saperlo cioè unire con gli altri colori. In effetti ogni eccesso rivela un disagio e la monocromia, nell’abbigliamento come negli ambienti abitativi, va evitata.

Se riconosciamo al rosso le qualità della sicurezza e dell’ottimismo (più pertinenti, in realtà, all’arancione), è singolare che il richiamo alla sicurezza si ottenga ricorrendo allo stesso colore quale messaggio perentorio e allarmante di divieto e di pericolo, come nella segnaletica stradale o comunque in situazioni estreme: “codice rosso”, “conto in rosso”, “telefono rosso”, “cartellino rosso”… Ma per il suo influsso positivo, che genera vivacità e gioia, si addice ai giocattoli ed è giustamente prediletto dai bambini. È il colore rassicurante e sornione di Babbo Natale e apparecchiare in rosso significa creare un’atmosfera serena e festosa.

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Quanto poi alla potenza e alla grinta di questo colore, meglio non potrebbe scegliersi per un’auto sportiva, ma anche per le tute degli sportivi, perché è provato che rafforza il tono muscolare e ne migliora le prestazioni. E qui siamo giunti finalmente a un dato univoco, perché i codici simbolici legati al cromatismo possono mutare coi tempi e con i luoghi, ma a livello psicofisico gli effetti del rosso sono universali: stimola il cuore, aumentandone i battiti, migliora l’irrorazione sanguigna, aumenta la temperatura corporea e, in generale, combatte l’esaurimento fisico e rafforza l’energia sessuale.

Il rosso, dunque, conforme alla sua complessa ambivalenza, ha il meno elevato tasso di vibrazioni di tutti i colori e il più alto livello di energia. Per renderlo più benefico è consigliabile accompagnarlo all’oro, simbolo di saggezza, che permette così di incanalare positivamente la sua intensa energia, come sperimentato dal metodo terapeutico di Wicky Wall denominato Aura-Soma.

Cesare Peri

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12/03/19
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50. LA DIETA DEI CINQUE COLORI

Quando c’imbattiamo nella parola dieta, l’associamo subito all’idea di dimagrire e ai “sacrifici” che essa comporta. Quella “dei cinque colori”, invece, ha come principale scopo la protezione della salute, poiché stimola il sistema immunitario ed esercita una straordinaria influenza positiva sul sangue, sull’apparato gastrointestinale, sui polmoni e sulle degenerazioni cellulari. È quanto affermano concordemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto Superiore di Sanità e le maggiori organizzazioni per la lotta ai tumori. Naturalmente può giovare tantissimo anche alla linea (a condizione che la si prediliga al consumo smodato di dolci e di piatti “pesanti”) e per di più è un toccasana per la pelle e contrasta l’invecchiamento.

In cosa consiste? Nel consumo quotidiano di verdura e frutta (da associare liberamente ad altro cibo, meglio se leggero, e distribuibili anche nell’arco della giornata) di cinque colori: rosso, giallo-arancio, verde, blu-viola e bianco. Si è scoperto infatti che i pigmenti che determinano il colore sono dovuti a composti organici, denominati fitochimici, che svolgono una naturale funzione protettiva contro virus e infezioni e in particolare contrastano l’azione dei radicali liberi, sostanze di scarto prodotte dall’organismo che danneggiano le cellule.

Siamo dunque nell’ambito della cromo-dieta, che rientra in quello più ampio della cromoterapia, non limitata però all’effetto psicologico, di per sé importante, dei colori che mettiamo nel piatto, ma avvalorata da ricerche scientifiche e da significative statistiche che riconoscono l’importanza dei “cinque colori del benessere”.

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Il primo posto spetta a verdura e frutta giallo-arancione e in particolare alla carota: basti pensare che in passato (fin dagli antichi egizi) veniva usata solo a scopo terapeutico. Ricca di vitamine (A, B, C, E) e di oligoelementi (potassio, magnesio, rame, calcio e zinco), ha proprietà rimineralizzanti (un vero e proprio integratore naturale) ed effetti cicatrizzanti, sia sulle mucose dello stomaco (perciò raccomandata per bruciori e ulcere) sia sulla pelle (per infezioni e scottature). Il betacarotene, in essa contenuto, che l’organismo trasforma in vitamina A, permette di ottenere un sorprendente effetto protettivo e anticancro e protegge la vista, favorendo la produzione di rodospina, una proteina presente nell’occhio, indispensabile per le cellule nervose che consentono la visione notturna. Eccezionale è anche la scorta di carotenoidi, i pigmenti antiossidanti che colorano di arancione e che contrastano i radicali, i principali responsabili dell’invecchiamento della pelle.

I frutti arancioni contengono anche una grande quantità di flavonoidi, che potenziano gli effetti benefici delle vitamine e dei minerali e bloccano l’ossidazione del colesterolo cattivo, evitando che si depositi sulle pareti delle arterie.

Dunque sulla nostra tavola non manchino, oltre alle carote, zucche, albicocche e tutti i frutti e i vegetali di color giallo (il betacarotene è presente in molti altri vegetali, come asparagi, patate, pomodori, verze, lattuga, angurie, ciliegie e pesche).

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Gli alimenti vegetali di colore rosso contengono le antocianine, sostanze utilissime per migliorare la circolazione sanguigna, prevenendo la formazione di coaguli e rinforzando l’apparato vascolare, e il licopene, che esercita una potente funzione antiossidante che preserva dai tumori e favorisce la rigenerazione cellulare.

Quindi conviene mettere in tavola pomodori, peperoni, ravanelli, come pure fragole, ciliegie, ribes rosso e anguria.

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Anche nel cibi blu-viola troviamo le preziose antocianine, che, oltre a scongiurare i rischi di trombosi, ictus e infarto e l’aumento del colesterolo, migliorano la vista e la memoria.

Faremo dunque una buona scorta di melanzane, radicchio e di prugne, fichi, uva nera e mirtilli.

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Verdura e frutta verde abbondano di clorofilla, che svolge una preziosa funzione fluidificante sulla bile, favorendo i processi digestivi e impedendo le fermentazioni nell’intestino. Inoltre questa sostanza potenzia l’effetto benefico dei carotenoidi.

Aggiungeremo perciò cavoli, spinaci, broccoli, carciofi, zucchine, cicoria, rucola, prezzemolo e kiwi, ma anche legumi, come fave e piselli.

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A completare “i cinque colori del benessere” introdurremo da ultimo il bianco, per combattere efficacemente il colesterolo cattivo e l’ipertensione arteriosa. Questi alimenti contengono gli isotiocianati, che rallentano l’invecchiamento cellulare e controllano i livelli di alcuni ormoni implicati nello sviluppo di vari tumori.

Aglio, cipolla, finocchio, cavolfiore e così pure mandorle, mele e pere entreranno a far parte delle nostre abitudini alimentari.

Le proprietà chimiche della dieta dei cinque colori sono dunque un vero e proprio tesoro di composti organici, di vitamine e minerali, a cui va aggiunta una straordinaria ricchezza di fibre e di acqua, indispensabile al nostro organismo. Non dimentichiamo però anche le proprietà psicologiche: la piacevolezza di un piatto ricco di colori e l’influsso che ciascun colore esercita sul nostro equilibrio umorale. La presenza del rosso, infatti, ci dà energia, l’arancione stimola l’appetito e l’allegria, mentre il giallo, oltre a migliorare le funzioni gastriche, suscita vivacità e ottimismo. Il verde ci tranquillizza, facendoci ritrovare calma ed equilibrio, il blu e il viola ci rasserenano e ci infondono pace, mentre il bianco ci dà un senso di pulizia e di purezza e la voglia di riprendere il cammino con rinnovate energie.

Un’ultima considerazione: la cosiddetta “dieta dei cinque colori” (in realtà sette) può includere, oltre al benessere fisico e psicologico, un beneficio più grande, offerto dalla Meditazione Cromatica. Infatti, questi colori fondamentali in campo vegetale non sono forse gli stessi dello spettro solare e quelli che, in ordine verticale, dal rosso al bianco, caratterizzano il percorso evolutivo della coscienza rappresentato dai chakra?

Allora, per gustare pienamente un colore e goderne l’effetto benefico e terapeutico, posso aggiungere al mio piatto la consapevolezza del significato intimo di quel colore e percepirlo come un dono che entra non solo nello stomaco, ma anche nella mente e, soprattutto, nel cuore.

Cesare Peri

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5/02/19
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49. I COLORI… ESISTONO?

I colori… esistono? A prima vista (l’espressione suona quanto mai appropriata) la risposta a tale domanda sembrerebbe ovvia, ma, a ben guardare, rientra di diritto nella questione più ampia e ben nota alla ricerca filosofica e scientifica, se cioè la realtà percepita dai nostri sensi sia realmente come a noi appare. Senza scomodare Platone o Kant, limitiamo il quesito a ciò che si sa, o crediamo di sapere, sulla natura dei colori.

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Si tratta di un’emissione di energia solare con determinate frequenze, che si propaga nello spazio alla velocità di 300.000 Km al secondo con moto ondulatorio: «radiazioni elettromagnetiche, vibrazioni sotto forma di onde generate da un movimento di cariche elettriche o dalle transizioni energetiche che avvengono a livello di molecole, atomi o nuclei». Noi registriamo queste emissioni di luce secondo la lunghezza d’onda (distanza tra due onde successive) e la frequenza (numero di oscillazioni al secondo), la cui diversità ci permette di percepire col senso della vista solo i sette colori dello spettro solare, ma il loro numero è di gran lunga superiore e difficilmente calcolabile.

Se paragoniamo i nostri sette “colori” a un’ottava musicale, è possibile individuare altre tre ottave, non con il senso della vista ma del calore, al di sotto del rosso (raggi infrarossi), mentre al di là del violetto si è identificata una mezza ottava di raggi dotati di potenti proprietà chimiche (raggi ultravioletti). L’occhio umano, secondo i testi di ottica, può distinguere fino a duecento sfumature, ma i fisici ipotizzano che le irradiazioni emesse dal sole corrispondano almeno a quaranta ottave. Tutti i “colori” agiscono sulla materia, come le onde sonore: quelli “caldi” (rosso, arancione, giallo) hanno una frequenza inferiore a quelli “freddi” (verde, blu, viola), quindi meno energia.

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Di fatto noi percepiamo come colore la luce riflessa da un corpo, poiché alcune radiazioni elettromagnetiche vengono assorbite dalla materia, altre invece respinte, “colorando” così l’oggetto. Come prova evidente che si tratta di energia basta confrontare la superficie di una macchina nera e quella di una bianca esposte al sole: la prima si riscontrerà più calda, perché il nero risulta dall’assorbimento totale dei raggi solari, mentre il bianco li rimanda tutti.

Occorre altresì precisare la differenza tra sintesi additiva, quando i colori si ottengono utilizzando luci, e sintesi sottrattiva, quando si usano pigmenti o vernici (ogni pigmento sottrae luce allo sfondo). Il primo tipo di miscelazione è utilizzato dai monitor, dai televisori a colori, dai proiettori e dall’occhio umano, il secondo dai pittori e dalle pellicole fotografiche. I colori primari nella sintesi additiva sono il rosso, il blu e il verde, dalla cui sovrapposizione si ottiene luce bianca, mentre nella sintesi sottrattiva sono il rosso, il blu e il giallo, che mescolati producono il nero. Il giallo risulta così un colore primario sulla tavolozza del pittore, ma secondario se generato da un faretto verde e da uno rosso.

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Tale, dunque, la natura del “colore” secondo il fisico, che studia la luce e la luminosità, e il chimico, che analizza la pigmentazione e la composizione del colore. Ma, per addentarci nella complessità del fenomeno cromatico, occorre rivolgerci soprattutto al fisiologo, che studia la percezione del colore (sensazione visiva ed elementi neurofisiologici), e infine allo psicologo, che analizza le reazioni emotive e gli stati d’animo collegati ai colori.

Il colore non si esaurisce perciò come fenomeno fisico, ma, sperimentato attraverso il senso della vista, si presenta a noi come una profonda sensazione, che coinvolge tutti i livelli del nostro essere: fisico, emozionale, mentale e spirituale. A livello fisiologico sappiamo che gli impulsi luminosi, che colpiscono la retina, sono trasformati in impulsi nervosi e vengono trasmessi dal nervo ottico alla corteccia cerebrale visiva, situata nei lobi inferiori del cervello: qui nascono i colori. Un colore esiste solo perché lo guardiamo: è un prodotto della mente, dunque una nostra invenzione.

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Giustamente Goethe si chiedeva: «Un vestito rosso è ancora rosso quando nessuno lo guarda?», concludendo che «un colore che nessuno guarda non esiste». Eppure questa illusione mentale, proprio in quanto nostra creazione, produce straordinari effetti psicofisici e, come dice Kandinsky, «influenza l’anima», perché «un colore è una categoria dello spirito, un insieme di simboli» secondo Michel Pastoureau, il noto storico e antropologo specialista dei colori.

Il nostro corpo emette continuamente vibrazioni, perciò è influenzato dalle vibrazioni dei colori, le cui frequenze agiscono sensibilmente sui meridiani energetici e sui chakra per il principio di risonanza, dimostrato dalla fisica quantistica. La luce influenza la respirazione e il metabolismo in generale. A livello fisico, infatti, gli stimoli luminosi agiscono sull’ipotalamo, la parte del cervello in cui avviene la regolazione dell’orologio biologico, che determina il rimo sonno/veglia e di conseguenza tutti i fattori fondamentali dell’organismo, dall’alimentazione alla temperatura corporea. La luce esercita un’influenza diretta anche sulla ghiandola pineale (o epifisi), che regola i processi ormonali e immunitari con la secrezione della melatonina, che, aumentando col buio, genera in bisogno di dormire.

I colori caldi producono eccitazione ed energia, stimolando il sistema nervoso simpatico, con conseguente aumento della pressione sanguigna, innalzamento della frequenza cardiaca, crescita della tensione muscolare e incremento delle onde beta. I coloro freddi invece favoriscono il riposo e la tranquillità, agendo sul sistema nervoso parasimpatico: diminuzione della pressione sanguigna, decelerazione del battito cardiaco, riduzione della tensione muscolare e incremento delle onde alfa.

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Gli effetti dei colori a livello psicologico non sono meno intensi e per alcuni aspetti davvero sorprendenti. Influenzano la percezione del tempo e della temperatura: persone chiuse in una stanza rossa (ovviamente senza orologio) per la stessa durata di altre chiuse in una stanza blu o verde hanno la sensazione di aver trascorso il doppio del tempo e dicono di avere più caldo. I colori alterano la percezione dello spazio e del peso: locali dipinti di scuro, pur con uguale metratura di altri con tinte chiare o poco sature, sembrano molto più piccoli, mentre oggetti colorati di verde o con tinte chiare danno l’impressione di essere meno pesanti degli stessi tinti di rosso o di colori scuri. La percezione visiva infatti risente della “temperatura” del colore: i colori caldi sembrano espandersi e venirci incontro (effetto centrifugo), mentre quelli freddi suggeriscono una contrazione e una sensazione di allontanamento (effetto centripeto).

Infine i colori, proprio perché prodotti da noi stessi, esprimono gli umori e gli stati d’animo («linguaggio emozionale dell’inconscio», secondo Lüscher) e, di conseguenza, possono agire su di essi. I rapporti particolari che ciascuno di noi ha con i colori rivelano i bisogni, i desideri, i rifiuti e le paure che ci portiamo dentro. Si tratta di precisi messaggi costantemente inviati, in genere a nostra insaputa, a noi stessi e agli altri, che sarebbe davvero utile saper decifrare e conoscere. È lo scopo della Meditazione Cromatica, intesa non come una componente sussidiaria della cromoterapia, ma come vero e proprio percorso che al benessere psicofisico unisce un processo di autoconoscenza.

Dunque i colori esistono, come ogni aspetto della realtà che ci circonda, perché noi esistiamo, ma forse si sottraggono alla legge generale dell’illusorietà delle cose: infatti è grazie all’oggettività, per così dire, del nostro sentire, del nostro essere concreta manifestazione di un centro di coscienza, che coloriamo l’album incolore del mondo.

Cesare Peri

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6/12/18
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48. LE VALENZE SEGRETE DEI COLORI

Che i colori presentino varie lunghezze d’onda di natura elettromagnetica, tali da riequilibrare le frequenze vibratorie del nostro organismo, agendo sul sistema nervoso e immunitario, e che inoltre i loro significati simbolici possano influenzare positivamente il subconscio è ormai cosa risaputa. Un po’ meno noto è il fatto che i colori posseggano polarità e che, di conseguenza, siano anch’essi soggetti alla legge di attrazione.

«Questo fenomeno della polarità che riscontriamo in ogni parte e in ogni forma del creato, dagli astri ai minerali, dai vegetali agli animali, dai colori agli umani, ha una grandissima importanza anche nella pratica quotidiana della nostra vita», osserva l’ingegner Pietro Zampa in un “venerabile” libro, scritto con la profondità e con l’entusiasmo di un radioestesista allora d’avanguardia (Elementi di radiestesia, Editore Giulio Vannini, 1941).

All’esame radioestesico i colori rivelano dunque le loro diverse polarità, dividendosi in colori positivi (+) e colori negativi (-). Nella prima categoria rientrano il rosso, l’arancione, il giallo e il nero, che determinano la rotazione del pendolo in senso orario. Alle seconda appartengono invece il blu, l’indaco, il viola e il bianco, che generano una rotazione antioraria.

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In quanto dotati di polarità, anche i colori subiscono la legge di attrazione e di ripulsione, secondo il principio generale per cui elementi con lo stesso segno si respingono, mentre col segno opposto si attraggono. «L’Attrazione», precisa il nostro autorevole studioso, «è quella forza che tende a spingere, reciprocamente, alcuni corpi gli uni verso gli altri. L’attrazione può essere magnetica (come quella esercitata dalla calamita), può essere fisiologica o sessuale (come quella che si riscontra fra due esseri di sesso diverso) e può essere anche semplicemente psicologica o spirituale: in questo ultimo caso è quello che chiamiamo simpatia. L’opposto dell’Attrazione è la Ripulsione».

Tra i vari esempi dell’ampio gioco delle polarità, non mancano alcuni relativi al colore: «Il toro e il tacchino (+) manifestano violentemente la loro avversione per il colore rosso (+), mentre la ranocchia (-) ricerca questo colore», il che spiegherebbe, dunque, a livello magnetico, osservo io, la naturale complementarità tra verde e rosso.

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Più interessante ancora si rivela lo sviluppo di questi effetti “magnetici”, direi anche in senso psicologico, riguardo ai colori che indossiamo. Così «un uomo vestito di nero (+) si sente attratto da una donna vestita di blu o di bianco (-), mentre si sentirà respinto da una che sia vestita di rosso (+). Viceversa un uomo vestito di blu o di bianco (-) sarà attirato verso una donna vestita di giallo o di arancione, o di rosso o di nero (+)». In questa prospettiva sentirsi “attratti” o “respinti” da una persona, come pure il cosiddetto “magnetismo” personale, a parte le qualità proprie di ciascuno, si potrebbe spiegare anche in base a una legge universale piuttosto che secondo una semplice e soggettiva sensazione.

Gli opposti, tuttavia, in un’ottica più ampia non sono contrastanti, bensì espressione di un equilibrio fra un’apparente dualità, di fatto espressione dell’Uno. Così «quel mirabile equilibrio fra attrazione e ripulsione, fra il positivo e il negativo», conclude il nostro amico Zampa, «si può definire armonia».

Ma l’energia dei colori risponde non solo alle leggi fisiche, ma anche alle leggi chimiche, dal momento che «i raggi del colore complementare al colore di un corpo provocano delle attività chimiche in quel corpo» (Grothus). L’esempio più evidente è offerto dal processo della fotosintesi clorofilliana. Un autore recente, Stuart Wilde. Osserva: «Ogni cosa che ti circonda ha una sua energia, che si tratti di una cosa alcalina, acida o neutrale. La tua vita dovrebbe essere come il tuo cibo, alcalina all’ottanta per cento. Naturalmente avrai bisogno di un po’ di acidità per equilibrarla…» (La forza, Macro Edizioni, 2001).

Quanto ai colori, per questo noto conferenziere il rosso, l’arancione, il giallo e il nero sono, per così dire, acidi, e perciò andrebbero usati con moderazione sia nell’arredamento domestico sia negli indumenti. Il rosso, infatti, trattiene nel mondo delle energie fisiche, l’arancione in quello delle energie emozionali e il giallo nei limiti del mentale. Quanto al nero, «è il colore dell’energia che implode, non in maniera negativa, ma comunque di un’energia che ricade su se stessa. È un colore che attrae gli individui che sono coinvolti nella negatività e nella violenza, perché queste persone proiettano paura e il nero permette loro di avvertire la reazione emotiva di coloro che hanno intorno (il che dà loro la sensazione di avere potere sugli altri). La difficoltà in cui s’imbatteranno alla fine è che la negatività, nel suo tornare sempre indietro a chi la proietta intorno a sé, li colmerà sempre più e un giorno si manifesterà in qualche avvenimento orrendo. Il nero non è né buono né cattivo, ma implode. Perciò deve essere usato o indossato con moderazione».

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Il blu, l’indaco e il violetto sono considerati alcalini, perciò favoriscono il contatto con il nostro Sé superiore. Anche il bianco è alcalino ed è consigliabile indossarlo quando ci si trova in mezzo a tante persone, perché ha una funzione di schermo nei confronti delle loro energie, respingendo ogni negatività. Alcalina si può considerare pure gran parte dei colori pastello, perché «sono molto morbidi e, anche quando tendono verso tinte più fisiche, emotive o mentali, esprimono luce e colore con una quieta bellezza».

Il verde, colore dell’equilibrio, è neutrale e passivo, poiché produce l’effetto calmante della natura. A questo proposito Stuart Wilde ci ricorda che «anticamente le quinte dei teatri erano dipinte di verde, allo scopo di calmare gli attori prima dello spettacolo».

I colori, dunque, cioè quei sottili mutamenti di frequenza manifestati dalla luce, producono un notevole effetto sulla mente e sul corpo, in quanto energia capace di influenzare la materia, la quale, secondo alcune teorie, altro non sarebbe che «luce intrappolata».

Ma il mistero dei colori, di fatto “creati” dal nostro cervello, resta in definitiva insondabile e inesauribile come l’Essere che si manifesta attraverso di noi. Bene conclude Dominique Simonnet nell’introduzione all’aureo libretto di Michel Pastoureau (Il piccolo libro dei colori, Ponte alle Grazie, 2016): «In passato si diceva ai bambini che c’era un tesoro nascosto ai piedi dell’arcobaleno. È vero: là, nel crogiolo dei colori, c’è uno specchio magico che, se sappiamo brandirlo, ci rivela i nostri gusti, le nostre avversioni, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri pensieri reconditi, e ci dice cose essenziali sul mondo, e su noi stessi».

Cesare Peri

 

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29/10/18
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47. LE STAGIONI E I COLORI: L’AUTUNNO

Nell’immaginario collettivo l’autunno appare come una stagione triste: dopo il rigoglio estivo, ecco i primi freddi, le piogge insistenti (ma benefiche!) e le brume. Nella simbologia intrinseca, per così dire, nella nostra stessa natura, che associa le stagioni alle fondamentali fasi della vita, questa si configura come l’epoca della decadenza, del progressivo venir meno dello slancio vitale, insomma dell’incipiente vecchiaia, se non come vero e proprio preludio della morte, rappresentata dall’inverno (anche se, come sappiamo, l’inverno è in realtà tutt’altro: v. 41. Le stagioni e i colori: l’inverno).

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Certamente quel cadere di foglie, l’appassire dei fiori e il progressivo allungarsi della notte suscitano un senso di malinconia, nostalgia e persino tristezza, magari accresciuta dall’idea della ripresa lavorativa dopo le ferie estive e, per i più giovani, dell’inizio di un nuovo anno scolastico. Non a caso in americano col termine fall si designa l’autunno, che in inglese propriamente significa «caduta» e, di conseguenza, «decadenza, rovina».

Ma, se proviamo a uscire dai luoghi comuni e osservare il nuovo abito con cui in questa stagione si veste e sveste la natura, c’è da chiedersi se le cose stiano veramente così o non sia piuttosto una lettura riduttiva di un fenomeno straordinario, ricco di colori e di simboli molteplici che suggeriscono una visione più complessa.

Lo stesso termine autunno (in inglese autumn) sembra contraddire questo venir meno delle risorse della natura, in quanto derivato dal latino autumnus (< auctumnus), collegabile ad auctus, participio passato del verbo augère, che significa «aumentare, arricchire». L’autunno è da sempre una stagione ricca per i contadini, momento di vendemmia e di raccolta di frutti, molti dei quali destinati alle scorte invernali. Non solo: se la primavera è prodiga di fiori e l’estate di frutti, l’autunno ci offre i preziosi semi, destinati a perpetuare la vita, garantendo nuovi raccolti.

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Quanto ai colori, l’autunno non si può certo definire una stagione “grigia”, giacché non sembra smorzare, ma anzi accrescere sensibilmente le tinte dell’estate: prima di mostrare la nudità e l’austerità invernali la natura fa sfoggio dei colori più caldi, rivestendosi di rosso, arancione, giallo, marrone, ocra, amaranto, viola e oro, con una varietà di sfumature affascinanti, tanto che giustamente si parla di “magia” dell’autunno. In effetti qualcosa di misterioso, se non portentoso, succede. Come i fuochi d’artificio tenuti per ultimi alla fine della festa, perché più belli e più complessi, così l’autunno fa esplodere i colori più caldi, dall’effetto centrifugo, per lasciarli poi cadere in morbidi e variopinti tappeti.

Anche la frutta autunnale, particolarmente ricca di vitamine e di sali minerali, reca in sé i colori della stagione. Ritroviamo così il rosso, colore dell’energia vitale, in mele, melograni, giuggiole, corbezzoli, lamponi, mirtilli e corniole; l’arancione, colore della gioia e della crescita, in zucche, cachi, arance, mandarini, mandaranci e pompelmi dalla succosa polpa rosata; il giallo, colore della positività e della saggezza, in nespole, uvaspina e uva, che al sole sembra splendere in grappoli d’oro; il marrone, colore della solidità e dell’accoglienza, in castagne, nocciole, mandorle e noci, un vero tesoro energetico e d’alto valore nutrizionale, ricco di ferro, fosforo, potassio, magnesio e calcio; il viola, colore della trascendenza, in uva, mirtilli, susine e fichi.

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Dopo questa esplosione pirotecnica di colori, sulla soglia del fecondo silenzio invernale, incomincia il fenomeno della caduta, del progressivo e risoluto spogliamento, fino alla totale nudità. C’è qualcosa che ricorda la pioggia di petali dei ciliegi, che i giapponesi festeggiano pur nella consapevolezza della fugacità dell’esistenza terrena, in quel «di foglie un cader fragile» del pascoliano Novembre. L’autunno si toglie allora la maschera dei colori per mostrare il suo volto segreto, che ha espressioni di maturità, per suggerire messaggi di saggezza, che invitano a liberarsi di ciò che col tempo non ha più ragione di persistere, a creare spazio per accogliere gemme di vita nuova.

È l’autunno interiore, segno non di età anagrafica ma di maturità spirituale, che sa accogliere con gioia il mutamento, la trasmutazione e il sentimento stesso della caducità dell’esperienza terrena, bella e preziosa proprio perché breve. Spogliarsi del superfluo appare allora condizione indispensabile per cogliere l’essenziale. In questa prospettiva l’autunno si rivela come la stagione più spirituale, capace di conciliare i colori più festosi, che esaltano la pienezza della vita, con il loro, seppure temporaneo, assoluto venir meno.

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Forse le foglie non “cadono” come pensiamo noi, ma hanno atteso a lungo questo supremo momento che d’improvviso muta la loro fissità in volo, un breve e incerto volo, come di farfalle, ma liberatorio ed esaltante. Un insegnamento naturale di vita, che Thoureau coglie, senza contraddizione, come meraviglioso esempio con cui «esse c’insegnano a morire»: «quando gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità?».

Cesare Peri

 

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25/09/18
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46. LE STAGIONI E I COLORI: L’ESTATE

Dopo la festosa girandola di colori sprigionata dalle gemme primaverili, che, in un mistero d’incanto e di bellezza paragonabile all’innamoramento (43. Le stagioni e i colori: la primavera), ridesta speranza e desiderio di vita, ecco l’estate.

Terminata la prima fioritura, per un attimo la natura sembra prendere un profondo respiro e il verde nuovo delle foglie subentra alla pioggia di petali, ma subito riesplodono i colori, più intensi e più duraturi, e soprattutto capaci di trasmettersi dai fiori ai frutti: se prima il colore si era fatto messaggio olfattivo, ora diviene sapore (lo stesso percorso che propongo negli esercizi di Meditazione Cromatica).

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Quel fremito nascosto, covato a lungo nella pausa invernale, dove il bianco e il nero, il grigio e il marrone assumevano il valore della gestazione e dell’attesa (41. Le stagioni e i colori: l’inverno), ora si manifesta e si espande con tutta la sua potenza: ai tenui e delicati colori primaverili subentra l’energia vitale del rosso, dell’arancione e del giallo.

Il termine stesso «estate», dal latino aestas, racchiude l’idea di «calore», «ardore» (aestus), un «ribollire» (aestuare), un «ondeggiare» di correnti e di energie, che ritroviamo nella parola «estuario», proprio perché lo scorrere del fiume sembra ribollire incontrandosi col flusso marino. E come il corso d’acque fluisce e si perde nell’abisso, così la natura assurge alla sua pienezza, a un turgore di maturità che reca già in sé un presentimento di decadenza, ma anche i semi destinati alla vita futura.

Nella metafora esistenziale agli anni “verdi” della primavera subentra la maturità della stagione estiva, l’età in cui la vita «dà i suoi frutti». Freschezza e delicatezza si mutano allora in ardore e concretezza, ma l’intensificarsi della fioritura sembra un costante richiamo alla poesia dello spirito accanto alla materialità del frutto.

E i “richiami” cromatici sono davvero straordinari. Tra i rampicanti più diffusi ricordiamo la clematide, col suo vasto assortimento di colori: rosa chiaro e scuro, porpora, malva, blu e bianco, e il gelsomino, con i piccoli fiori bianco-rosa dall’intensa fragranza.

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Nel verde dominante della vegetazione, ovvero nel colore dell’amore, fin dall’antichità sacro ad Afrodite-Venere, spicca il rosso, il colore complementare, e lo troviamo nelle note cromatiche dei papaveri, dei gerani, delle primule, che mantengono per tutta l’estate le promesse augurali primaverili, dei garofani, ma soprattutto nella rosa, anch’essa simbolo d’amore. Secondo il mito il suo rosso avrebbe origine dal sangue di Afrodite, che si punse con un rovo correndo in aiuto di Adone, mortalmente ferito da un cinghiale, mentre dal sangue del bel giovane nacquero gli anemoni rossi.

Il rosso, colore dell’energia vitale, al confine fra le realtà invisibili (raggi infrarossi) e il mondo visibile della materia, domina anche nei frutti: fragole, ciliegie, pesche, uva, mele, susine, ribes, mirtilli e soprattutto quel grande (è proprio il caso di dirlo) dono che è l’anguria, ricca d’acqua, con potassio, magnesio, calcio e, in particolare, licopene, un antiossidante naturale che contribuisce a ridurre il rischio di tumori.

L’arancione, il colore della gioia di vivere e della crescita, che unisce la materialità del rosso alla solarità del giallo e che gli antichi ritenevano sacro a Dioniso, simbolo della forza generante della natura, ci offre il profumo e il sapore nelle albicocche, ad alto contenuto di betacarotene, calcio, magnesio e potassio, e così pure nel melone, ricco di carotenoidi, vitamina A e vitamina E, nonché regolatore naturale della pressione sanguigna. Che dire della pesca, in cui i tre colori dell’estate si mescolano in varie sfumature? Questo succoso frutto, che sembra assommare anche i sapori dell’estate, è ricco di sodio e di vitamina C e quindi un vero toccasana per la pelle.

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L’estate, dunque, ci offre una straordinaria esperienza sinestetica dei colori: tattile, visiva, olfattiva e gustativa. Manca solo l’aspetto uditivo, ma non dimentichiamo che i colori sono radiazioni elettromagnetiche, onde di energia che vibrano con diverse frequenze, proprio come le note musicali. E forse in un particolare momento, di fronte a un tramonto estivo o a un’alba che illumina il mare, le vette o una pianura ricca di fiori e di frutti, chiudendo gli occhi, potremmo anche intendere la musica dei colori.

Cesare Peri

 

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30/07/18
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45. IL VERDE RIFIUTATO

Che il verde abbia valenza terapeutica per eccellenza, date le sue frequenze simili a quelle emesse dal nostro organismo a riposo, è risaputo. Il colore della natura, dell’equilibrio, come cerniera tra l’estroversione delle tinte calde e l’introversione di quelle fredde, della giovinezza, della speranza, della fratellanza e in particolare dell’amore, non può che essere rassicurante.

Al contrario del rosso, che segnala pericolo e proibizione, ci comunica un’idea di spazio e di libertà, il permesso di muoverci anche agli incroci con sicurezza, da quando, a partire dal XIX secolo, fu adottato dalla segnaletica internazionale prima per le navi, poi per i treni e infine per le auto. Nella nostra società è diventato sinonimo di pulizia, di ecologia (“zone verdi”, “benzina verde”, “treni verdi”), di garanzia della naturalità e della freschezza di prodotti alimentari e persino di gratuità (“numero verde”). Le inchieste demoscopiche sui colori preferiti lo danno in seconda posizione dopo il blu.

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Dal punto di vista psicologico, poi, rafforza non solo la calma e i buoni sentimenti, favorendo l’empatia, ma anche l’autostima, la volontà di azione e di affermazione con una carica di costanza, tenacia e perseveranza tale da generare fierezza e degenerare talora in ostinazione. Chi predilige il verde è in genere una persona onesta, che ama la tranquillità e la stabilità, anche se non esita a essere competitivo e non troppo collaborativo.

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Eppure anche questo colore benefico e rassicurante non può sottrarsi al principio della bivalenza dei simboli. Ogni colore, infatti, ha una valenza simbolica primaria, generalmente positiva, e una secondaria negativa, nel quadro più vasto della logica binaria o dualità che caratterizza la nostra percezione del mondo.

Ne consegue che un’analisi più approfondita rivela che il verde desta nel nostro inconscio reazioni contrastanti, tra cui un’istintiva associazione a qualcosa di brutto, di ostile e persino angosciante, probabilmente a causa dell’ambiguità di questo colore intermedio tra il giallo e il blu. Sta di fatto che nell’immaginario collettivo, dai serpenti ai draghi, dai demoni medievali fino ai marziani, ha sempre rappresentato il colore della minaccia, dell’insidia racchiusa in qualcosa di viscido, come ramarri e rospi, o di mortale, come la muffa e in particolare il veleno.

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Un’altra causa di questa reazione potrebbe essere l’instabilità che lo caratterizza: da sempre nei tessuti e nelle pitture si è riscontrato il progressivo affievolirsi del verde, suggerendo perciò l’idea di imprevedibilità e di cambiamento, associabile al caso, alla fortuna, al tappeto dei tavoli da gioco e in definitiva al destino di ogni essere umano.

D’altro canto non è da escludere il richiamo metaforico alla povertà: ancora oggi si usa l’espressione “restare al verde”, derivata dal tempo in cui si faceva luce con le candele, che avevano il fondo colorato di verde e perciò, quando la fiamma arrivava a quel punto, in mancanza di un ricambio, si era letteralmente giunti a “toccare il fondo”.

Fantasie di alieni e antiche realtà di veleni a parte, la negatività del verde si estende al campo dell’editoria, dove c’è ancora chi crede che una copertina verde possa compromettere il successo di un libro, e parimenti a quello del teatro, dove un abito di scena verde non è considerato di buon auspicio, forse in ricordo di Molière, che così vestito morì sul palco. Che dire poi della credenza che lo smeraldo porti sfortuna? Quanto alla salute, malgrado la “freschezza” del verde, è innegabile che la sua comparsa nel corpo umano sia un sintomo di grave malattia. Il verde scuro è considerato simbolo di morte, mentre al verde oliva si attribuiscono effetti malsani a livello psicofisico e una certa tonalità viene addirittura chiamata “verde marcio”. Inoltre occorre ricordare che diventare “verdi di rabbia o di invidia” esprime sentimenti non solo negativi ma anche estremamente dannosi alla salute.

Ma il rifiuto del verde assume un significato più profondo e personale a livello psicologico, quando la persona sente una repulsione verso quel colore e, come spesso capita, non sa spiegarsene la ragione. La scoperta della motivazione inconscia, in genere diversa da quella che il soggetto ipotizza, può avvenire tramite la cosiddetta “psicologia funzionale”, un metodo di analisi basato sulle teorie che correlano la scelta del colore al tipo di personalità.

Il più noto è il test cromatico di Lüscher che, partendo dal presupposto del significato universale dei colori, permette di determinare, nella sua versione più semplice, la “funzione” che un colore rappresenta per una persona in base all’ordine progressivo di preferenza tra otto colori.

Dal test di Lüscher risulta che più il verde viene collocato in fondo alla serie (dalla sesta all’ottava posizione) rispetto agli altri colori, più il soggetto evidenzia un senso di oppressione, avvertibile o comunque destinato a manifestarsi anche a livello fisico (difficoltà di respirazione o disturbi cardiaci), a causa del mancato riconoscimento delle proprie qualità e della frustrazione dei propri desideri.

Il verde rifiutato allora segnala il venir meno della resistenza e della tenacia di fronte alle difficoltà esterne, la paura di perdere prestigio, dando di conseguenza la colpa agli altri, e l’ansia di liberarsi da queste tensioni.

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Questo disagio spinge la persona a prediligere un colore, mettendolo in prima posizione, per un’istintiva compensazione del verde rifiutato. La scelta del blu assume allora il significato di un intenso bisogno di pace e di liberazione dalla tensione, mentre quella del giallo esprime un vero e proprio tentativo di fuga dalla situazione opprimente, magari tramite distrazioni ricercate in viaggi e nuovi hobby. Talora lo stato di tensione e di irritazione si manifesta con la scelta del rosso, un colore eccitante che suggerisce l’idea di poter in qualche modo dare sfogo alla rabbia repressa.

I colori ci parlano di noi, dei moti profondi del nostro animo, ma non sempre è facile decifrarne il messaggio. Anche l’amore per il verde, per esempio, tipico di chi è sicuro di sé, non bisognoso di cambiamenti, potrebbe nascondere una paura del mondo, avvertito come minaccioso (rosso), e perciò un tentativo di fuga e di riparo nel grembo materno della natura.

Il verde, dunque, amato o rifiutato, assume il colore della speranza che ci sorride o della rabbia per la speranza che ci delude. In qualità di colore intermedio può elevarci alla pace del blu o precipitarci nelle insidie del giallo, perché ha il volto enigmatico della Natura, che Leopardi nelle Operette morali definì «mezzo tra bello e terribile» (Dialogo della Natura e di un Islandese).

Cesare Peri

 

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19/06/18
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44. TRE COLORI, TRE AMORI

I rapporti umani costituiscano per ciascuno di noi un’esperienza insostituibile non solo al fine dell’evoluzione della coscienza, ma per l’esistenza stessa, tanto che una Guida del Cerchio Firenze 77 ebbe a dire: «Esistere è essere in relazione».

Nel libro di Osho intitolato In amore vince chi ama (Mondadori) troviamo pagine davvero belle su quel «grande processo alchemico» che è l’amore, capace di trasformare il limitato sentire dell’io nell’infinito amore del Sé. «Esistono tre tipi di amore», egli afferma con semplicità e chiarezza, «Io li chiamo: amore uno, amore due, amore tre» e spiega che il primo nasce dall’oggetto, il secondo dal soggetto, il terzo dalla scomparsa della dualità soggetto-oggetto. Tre precise fasi esperienziali che in termini cromatici corrispondono all’arancione, al verde e al viola.

triocolorIl richiamo del primo tipo di amore viene per tutti dall’esterno e si chiama attrazione, anche se ovviamente il sentirsi attratti nasce dall’interno, da una pulsione naturale. La fase arancione è caratterizzata, infatti, dalla scoperta dell’altro in funzione dell’io, del senso d’identità che si va strutturando sotto la parvenza di personalità. La bellezza attrae e suscita passione, desiderio di possesso e insieme slanci idealizzanti che si traducono nell’innamoramento: è il momento dell’Eros.

Osho lo qualifica come «amore comune», che crea l’illusione di avere in sé l’amore, mentre in realtà si tratta di un sentimento che sorge dall’esterno e perciò non governabile, alimentato da un desiderio di possesso che può facilmente degenerare in gelosia, aggressività e violenza. La bellezza, egli osserva, affascina, ma non si può possedere, perché ha le qualità intrinseche dell’esteriorità e della libertà. Ogni tentativo di appropriarsi dell’altro inteso come oggetto inevitabilmente lo snatura, generando di conseguenza delusione, disinnamoramento e sofferenza. Il desiderio di possesso, del resto, è già infelice in partenza, legato com’è alla paura di perdere.

L’arancione è un colore intermedio tra il rosso (passione) e il giallo (intelletto) e ne assomma le caratteristiche, sviluppando le proprietà del primo e anticipando quelle del secondo. L’energia vitale e istintiva si mescola con la facoltà ideativa e questa intensa interazione corpo-mente dona ali all’Eros, capace di sublimi innalzamenti poetici quanto di grossolane e rovinose cadute. D’altro canto ogni scala inizia con il primo gradino e questa fase è necessaria, ricca di una vasta gamma di esperienze e di sentimenti (dall’illusione della felicità a «ogni genere di brutture», per dirla con Osho). A un certo punto, però, occorre trarne gli opportuni insegnamenti, per non trasformare l’avventura della coscienza in ripetute disavventure dell’io, giacché «se non sei consapevole, rimani intrappolato nell’amore uno».

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Il secondo tipo di amore nasce spontaneamente dal soggetto, si presenta come una sua qualità. La persona ha acquisto la facoltà di amare: non è più un richiamo che proviene dall’esterno, ma espressione della sua dimensione interiore. L’innamoramento allora sorge dall’interiorità e si riversa su quello che non è più avvertito come un oggetto, ma come una persona, per la quale provare rispetto. A questo livello di sentire «l’amore è una fragranza del tuo essere».

La fase esistenziale verde non concepisce un rapporto esclusivo, ma espande l’amore a più persone e presenta caratteri simili a quelli dell’amicizia, intesa come nobile sentimento amorevole che può espandersi all’umanità, agli animali, alle piante e anche alle cose. «Più ami e più l’amore cresce», osserva Osho, e con la crescita di questo amore si espande la consapevolezza, fino ad amare l’intera esistenza. Albert Schweitzer definiva questo sentimento come «riverenza per la vita».

Il verde è il colore dell’amore, fin dall’antichità sacro ad Afrodite (il rosso indica invece la passione), e ad esso giustamente si associano le idee di primavera, rinascita, cambiamento e nuova vita: in effetti non c’è trasformazione più grande e più gioiosa di quella di un cuore che accoglie il soffio divino dell’amore incondizionato.

L’unione del giallo (maturità dell’io) e del blu (interiorità) segnano la trasformazione delle energie sessuali dell’io narcisistico nel verde dell’altruismo. La simbologia cromatica spiega così la genesi dell’amore, come incontro tra intelletto e spirito, posto dalla tradizione nel quarto chakra (Anahata) in corrispondenza del cuore e rappresentato dall’esagramma (dualità creatrice). E come il chakra del cuore costituisce un punto di equilibrio e di passaggio fra i tre chakra inferiori (piano fisico) e i tre superiori (piano spirituale), così il suo colore funge da ponte tra la dimensione psicologica del giallo e quella spirituale del blu, evidenziando l’amore come esperienza evolutiva indispensabile.

verde

Nel terzo tipo di amore la differenza fra oggetto e soggetto scompare, perché l’evoluzione della coscienza che esprime questo sentire non si manifesta più in un atto. «Non sei più amante: sei amore», afferma Osho, poiché «non è che sei amorevole al mattino e non lo sei più al pomeriggio; tu sei amore, è il tuo stato d’essere. Sei arrivato alla tua dimora reale, sei diventato amore. Esiste solo l’amore, tu non sei. È ciò che intende Gesù, quando dice: “Dio è amore”».

A questo livello evolutivo l’amore è trascendenza, non più configurabile come azione, bensì come «accadimento», e corrisponde alle elevate frequenze del viola, che appare all’estremo limite dei colori visibili e prossimo alle radiazioni ultraviolette. Questo mistico colore, che fonde la forza vitale del rosso con quella spirituale del blu in una straordinaria energia trasformatrice, rappresenta il passaggio della coscienza verso l’oltre-umano, l’immersione nel sentire divino.

In questa «unione in cui resta solo l’Amore» l’uomo è rappresentato nella sua integrità, dal momento che il rosso simboleggia il corpo e il blu lo spirito, ed è significativa la presenza dei due colori primari e l’assenza del terzo, il giallo, che simboleggia la mente e il pensiero razionale: il passaggio dall’io al Sé non potrebbe essere meglio evidenziato.

Chi raggiunge il sentire divino conserva tuttavia la sua componente terrena, in una perfetta armonia tra materia e spirito, che non esclude la sessualità, la quale «potrà ancora esistere, ma non più come pulsione biologica: sarà solo un gioco tra due energie umane».

viola

Tre colori, tre amori: i tre gradini dell’evoluzione della coscienza che richiedono l’affinamento delle nostre capacità di relazionarci con le persone che ci circondano e condividono ogni momento formativo della nostra vita. «Passa dal primo al secondo», conclude Osho, «e conserva viva nella tua consapevolezza l’idea che solo il terzo è la meta. E non preoccuparti del fatto che ti perdi. Perditi pure, perché questo è il solo modo per trovare se stessi».

Cesare Peri

 

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8/05/18
arancio