Meditazione Cromatica

Il percorso dall’io al Sé

Salve, amici! Ecco un piccolo spazio per chi ama i colori e desidera non solo conoscerne le valenze energetiche, psicologiche e simboliche, ma anche sperimentarne gli effetti con le opportune tecniche meditative. Un luogo quieto, tutto nostro, “ritagliato” (come letteralmente significa la parola tempio) dalle attività quotidiane, per ritrovarci (noi stessi e tra noi) serenamente e vivere insieme i colori come teoria e pratica dell’autoconoscenza.

Cesare Peri

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46. LE STAGIONI E I COLORI: L’ESTATE

Dopo la festosa girandola di colori sprigionata dalle gemme primaverili, che, in un mistero d’incanto e di bellezza paragonabile all’innamoramento (43. Le stagioni e i colori: la primavera), ridesta speranza e desiderio di vita, ecco l’estate.

Terminata la prima fioritura, per un attimo la natura sembra prendere un profondo respiro e il verde nuovo delle foglie subentra alla pioggia di petali, ma subito riesplodono i colori, più intensi e più duraturi, e soprattutto capaci di trasmettersi dai fiori ai frutti: se prima il colore si era fatto messaggio olfattivo, ora diviene sapore (lo stesso percorso che propongo negli esercizi di Meditazione Cromatica).

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Quel fremito nascosto, covato a lungo nella pausa invernale, dove il bianco e il nero, il grigio e il marrone assumevano il valore della gestazione e dell’attesa (41. Le stagioni e i colori: l’inverno), ora si manifesta e si espande con tutta la sua potenza: ai tenui e delicati colori primaverili subentra l’energia vitale del rosso, dell’arancione e del giallo.

Il termine stesso «estate», dal latino aestas, racchiude l’idea di «calore», «ardore» (aestus), un «ribollire» (aestuare), un «ondeggiare» di correnti e di energie, che ritroviamo nella parola «estuario», proprio perché lo scorrere del fiume sembra ribollire incontrandosi col flusso marino. E come il corso d’acque fluisce e si perde nell’abisso, così la natura assurge alla sua pienezza, a un turgore di maturità che reca già in sé un presentimento di decadenza, ma anche i semi destinati alla vita futura.

Nella metafora esistenziale agli anni “verdi” della primavera subentra la maturità della stagione estiva, l’età in cui la vita «dà i suoi frutti». Freschezza e delicatezza si mutano allora in ardore e concretezza, ma l’intensificarsi della fioritura sembra un costante richiamo alla poesia dello spirito accanto alla materialità del frutto.

E i “richiami” cromatici sono davvero straordinari. Tra i rampicanti più diffusi ricordiamo la clematide, col suo vasto assortimento di colori: rosa chiaro e scuro, porpora, malva, blu e bianco, e il gelsomino, con i piccoli fiori bianco-rosa dall’intensa fragranza.

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Nel verde dominante della vegetazione, ovvero nel colore dell’amore, fin dall’antichità sacro ad Afrodite-Venere, spicca il rosso, il colore complementare, e lo troviamo nelle note cromatiche dei papaveri, dei gerani, delle primule, che mantengono per tutta l’estate le promesse augurali primaverili, dei garofani, ma soprattutto nella rosa, anch’essa simbolo d’amore. Secondo il mito il suo rosso avrebbe origine dal sangue di Afrodite, che si punse con un rovo correndo in aiuto di Adone, mortalmente ferito da un cinghiale, mentre dal sangue del bel giovane nacquero gli anemoni rossi.

Il rosso, colore dell’energia vitale, al confine fra le realtà invisibili (raggi infrarossi) e il mondo visibile della materia, domina anche nei frutti: fragole, ciliegie, pesche, uva, mele, susine, ribes, mirtilli e soprattutto quel grande (è proprio il caso di dirlo) dono che è l’anguria, ricca d’acqua, con potassio, magnesio, calcio e, in particolare, licopene, un antiossidante naturale che contribuisce a ridurre il rischio di tumori.

L’arancione, il colore della gioia di vivere e della crescita, che unisce la materialità del rosso alla solarità del giallo e che gli antichi ritenevano sacro a Dioniso, simbolo della forza generante della natura, ci offre il profumo e il sapore nelle albicocche, ad alto contenuto di betacarotene, calcio, magnesio e potassio, e così pure nel melone, ricco di carotenoidi, vitamina A e vitamina E, nonché regolatore naturale della pressione sanguigna. Che dire della pesca, in cui i tre colori dell’estate si mescolano in varie sfumature? Questo succoso frutto, che sembra assommare anche i sapori dell’estate, è ricco di sodio e di vitamina C e quindi un vero toccasana per la pelle.

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L’estate, dunque, ci offre una straordinaria esperienza sinestetica dei colori: tattile, visiva, olfattiva e gustativa. Manca solo l’aspetto uditivo, ma non dimentichiamo che i colori sono radiazioni elettromagnetiche, onde di energia che vibrano con diverse frequenze, proprio come le note musicali. E forse in un particolare momento, di fronte a un tramonto estivo o a un’alba che illumina il mare, le vette o una pianura ricca di fiori e di frutti, chiudendo gli occhi, potremmo anche intendere la musica dei colori.

Cesare Peri

 

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30/07/18
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45. IL VERDE RIFIUTATO

Che il verde abbia valenza terapeutica per eccellenza, date le sue frequenze simili a quelle emesse dal nostro organismo a riposo, è risaputo. Il colore della natura, dell’equilibrio, come cerniera tra l’estroversione delle tinte calde e l’introversione di quelle fredde, della giovinezza, della speranza, della fratellanza e in particolare dell’amore, non può che essere rassicurante.

Al contrario del rosso, che segnala pericolo e proibizione, ci comunica un’idea di spazio e di libertà, il permesso di muoverci anche agli incroci con sicurezza, da quando, a partire dal XIX secolo, fu adottato dalla segnaletica internazionale prima per le navi, poi per i treni e infine per le auto. Nella nostra società è diventato sinonimo di pulizia, di ecologia (“zone verdi”, “benzina verde”, “treni verdi”), di garanzia della naturalità e della freschezza di prodotti alimentari e persino di gratuità (“numero verde”). Le inchieste demoscopiche sui colori preferiti lo danno in seconda posizione dopo il blu.

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Dal punto di vista psicologico, poi, rafforza non solo la calma e i buoni sentimenti, favorendo l’empatia, ma anche l’autostima, la volontà di azione e di affermazione con una carica di costanza, tenacia e perseveranza tale da generare fierezza e degenerare talora in ostinazione. Chi predilige il verde è in genere una persona onesta, che ama la tranquillità e la stabilità, anche se non esita a essere competitivo e non troppo collaborativo.

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Eppure anche questo colore benefico e rassicurante non può sottrarsi al principio della bivalenza dei simboli. Ogni colore, infatti, ha una valenza simbolica primaria, generalmente positiva, e una secondaria negativa, nel quadro più vasto della logica binaria o dualità che caratterizza la nostra percezione del mondo.

Ne consegue che un’analisi più approfondita rivela che il verde desta nel nostro inconscio reazioni contrastanti, tra cui un’istintiva associazione a qualcosa di brutto, di ostile e persino angosciante, probabilmente a causa dell’ambiguità di questo colore intermedio tra il giallo e il blu. Sta di fatto che nell’immaginario collettivo, dai serpenti ai draghi, dai demoni medievali fino ai marziani, ha sempre rappresentato il colore della minaccia, dell’insidia racchiusa in qualcosa di viscido, come ramarri e rospi, o di mortale, come la muffa e in particolare il veleno.

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Un’altra causa di questa reazione potrebbe essere l’instabilità che lo caratterizza: da sempre nei tessuti e nelle pitture si è riscontrato il progressivo affievolirsi del verde, suggerendo perciò l’idea di imprevedibilità e di cambiamento, associabile al caso, alla fortuna, al tappeto dei tavoli da gioco e in definitiva al destino di ogni essere umano.

D’altro canto non è da escludere il richiamo metaforico alla povertà: ancora oggi si usa l’espressione “restare al verde”, derivata dal tempo in cui si faceva luce con le candele, che avevano il fondo colorato di verde e perciò, quando la fiamma arrivava a quel punto, in mancanza di un ricambio, si era letteralmente giunti a “toccare il fondo”.

Fantasie di alieni e antiche realtà di veleni a parte, la negatività del verde si estende al campo dell’editoria, dove c’è ancora chi crede che una copertina verde possa compromettere il successo di un libro, e parimenti a quello del teatro, dove un abito di scena verde non è considerato di buon auspicio, forse in ricordo di Molière, che così vestito morì sul palco. Che dire poi della credenza che lo smeraldo porti sfortuna? Quanto alla salute, malgrado la “freschezza” del verde, è innegabile che la sua comparsa nel corpo umano sia un sintomo di grave malattia. Il verde scuro è considerato simbolo di morte, mentre al verde oliva si attribuiscono effetti malsani a livello psicofisico e una certa tonalità viene addirittura chiamata “verde marcio”. Inoltre occorre ricordare che diventare “verdi di rabbia o di invidia” esprime sentimenti non solo negativi ma anche estremamente dannosi alla salute.

Ma il rifiuto del verde assume un significato più profondo e personale a livello psicologico, quando la persona sente una repulsione verso quel colore e, come spesso capita, non sa spiegarsene la ragione. La scoperta della motivazione inconscia, in genere diversa da quella che il soggetto ipotizza, può avvenire tramite la cosiddetta “psicologia funzionale”, un metodo di analisi basato sulle teorie che correlano la scelta del colore al tipo di personalità.

Il più noto è il test cromatico di Lüscher che, partendo dal presupposto del significato universale dei colori, permette di determinare, nella sua versione più semplice, la “funzione” che un colore rappresenta per una persona in base all’ordine progressivo di preferenza tra otto colori.

Dal test di Lüscher risulta che più il verde viene collocato in fondo alla serie (dalla sesta all’ottava posizione) rispetto agli altri colori, più il soggetto evidenzia un senso di oppressione, avvertibile o comunque destinato a manifestarsi anche a livello fisico (difficoltà di respirazione o disturbi cardiaci), a causa del mancato riconoscimento delle proprie qualità e della frustrazione dei propri desideri.

Il verde rifiutato allora segnala il venir meno della resistenza e della tenacia di fronte alle difficoltà esterne, la paura di perdere prestigio, dando di conseguenza la colpa agli altri, e l’ansia di liberarsi da queste tensioni.

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Questo disagio spinge la persona a prediligere un colore, mettendolo in prima posizione, per un’istintiva compensazione del verde rifiutato. La scelta del blu assume allora il significato di un intenso bisogno di pace e di liberazione dalla tensione, mentre quella del giallo esprime un vero e proprio tentativo di fuga dalla situazione opprimente, magari tramite distrazioni ricercate in viaggi e nuovi hobby. Talora lo stato di tensione e di irritazione si manifesta con la scelta del rosso, un colore eccitante che suggerisce l’idea di poter in qualche modo dare sfogo alla rabbia repressa.

I colori ci parlano di noi, dei moti profondi del nostro animo, ma non sempre è facile decifrarne il messaggio. Anche l’amore per il verde, per esempio, tipico di chi è sicuro di sé, non bisognoso di cambiamenti, potrebbe nascondere una paura del mondo, avvertito come minaccioso (rosso), e perciò un tentativo di fuga e di riparo nel grembo materno della natura.

Il verde, dunque, amato o rifiutato, assume il colore della speranza che ci sorride o della rabbia per la speranza che ci delude. In qualità di colore intermedio può elevarci alla pace del blu o precipitarci nelle insidie del giallo, perché ha il volto enigmatico della Natura, che Leopardi nelle Operette morali definì «mezzo tra bello e terribile» (Dialogo della Natura e di un Islandese).

Cesare Peri

 

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19/06/18
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44. TRE COLORI, TRE AMORI

I rapporti umani costituiscano per ciascuno di noi un’esperienza insostituibile non solo al fine dell’evoluzione della coscienza, ma per l’esistenza stessa, tanto che una Guida del Cerchio Firenze 77 ebbe a dire: «Esistere è essere in relazione».

Nel libro di Osho intitolato In amore vince chi ama (Mondadori) troviamo pagine davvero belle su quel «grande processo alchemico» che è l’amore, capace di trasformare il limitato sentire dell’io nell’infinito amore del Sé. «Esistono tre tipi di amore», egli afferma con semplicità e chiarezza, «Io li chiamo: amore uno, amore due, amore tre» e spiega che il primo nasce dall’oggetto, il secondo dal soggetto, il terzo dalla scomparsa della dualità soggetto-oggetto. Tre precise fasi esperienziali che in termini cromatici corrispondono all’arancione, al verde e al viola.

triocolorIl richiamo del primo tipo di amore viene per tutti dall’esterno e si chiama attrazione, anche se ovviamente il sentirsi attratti nasce dall’interno, da una pulsione naturale. La fase arancione è caratterizzata, infatti, dalla scoperta dell’altro in funzione dell’io, del senso d’identità che si va strutturando sotto la parvenza di personalità. La bellezza attrae e suscita passione, desiderio di possesso e insieme slanci idealizzanti che si traducono nell’innamoramento: è il momento dell’Eros.

Osho lo qualifica come «amore comune», che crea l’illusione di avere in sé l’amore, mentre in realtà si tratta di un sentimento che sorge dall’esterno e perciò non governabile, alimentato da un desiderio di possesso che può facilmente degenerare in gelosia, aggressività e violenza. La bellezza, egli osserva, affascina, ma non si può possedere, perché ha le qualità intrinseche dell’esteriorità e della libertà. Ogni tentativo di appropriarsi dell’altro inteso come oggetto inevitabilmente lo snatura, generando di conseguenza delusione, disinnamoramento e sofferenza. Il desiderio di possesso, del resto, è già infelice in partenza, legato com’è alla paura di perdere.

L’arancione è un colore intermedio tra il rosso (passione) e il giallo (intelletto) e ne assomma le caratteristiche, sviluppando le proprietà del primo e anticipando quelle del secondo. L’energia vitale e istintiva si mescola con la facoltà ideativa e questa intensa interazione corpo-mente dona ali all’Eros, capace di sublimi innalzamenti poetici quanto di grossolane e rovinose cadute. D’altro canto ogni scala inizia con il primo gradino e questa fase è necessaria, ricca di una vasta gamma di esperienze e di sentimenti (dall’illusione della felicità a «ogni genere di brutture», per dirla con Osho). A un certo punto, però, occorre trarne gli opportuni insegnamenti, per non trasformare l’avventura della coscienza in ripetute disavventure dell’io, giacché «se non sei consapevole, rimani intrappolato nell’amore uno».

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Il secondo tipo di amore nasce spontaneamente dal soggetto, si presenta come una sua qualità. La persona ha acquisto la facoltà di amare: non è più un richiamo che proviene dall’esterno, ma espressione della sua dimensione interiore. L’innamoramento allora sorge dall’interiorità e si riversa su quello che non è più avvertito come un oggetto, ma come una persona, per la quale provare rispetto. A questo livello di sentire «l’amore è una fragranza del tuo essere».

La fase esistenziale verde non concepisce un rapporto esclusivo, ma espande l’amore a più persone e presenta caratteri simili a quelli dell’amicizia, intesa come nobile sentimento amorevole che può espandersi all’umanità, agli animali, alle piante e anche alle cose. «Più ami e più l’amore cresce», osserva Osho, e con la crescita di questo amore si espande la consapevolezza, fino ad amare l’intera esistenza. Albert Schweitzer definiva questo sentimento come «riverenza per la vita».

Il verde è il colore dell’amore, fin dall’antichità sacro ad Afrodite (il rosso indica invece la passione), e ad esso giustamente si associano le idee di primavera, rinascita, cambiamento e nuova vita: in effetti non c’è trasformazione più grande e più gioiosa di quella di un cuore che accoglie il soffio divino dell’amore incondizionato.

L’unione del giallo (maturità dell’io) e del blu (interiorità) segnano la trasformazione delle energie sessuali dell’io narcisistico nel verde dell’altruismo. La simbologia cromatica spiega così la genesi dell’amore, come incontro tra intelletto e spirito, posto dalla tradizione nel quarto chakra (Anahata) in corrispondenza del cuore e rappresentato dall’esagramma (dualità creatrice). E come il chakra del cuore costituisce un punto di equilibrio e di passaggio fra i tre chakra inferiori (piano fisico) e i tre superiori (piano spirituale), così il suo colore funge da ponte tra la dimensione psicologica del giallo e quella spirituale del blu, evidenziando l’amore come esperienza evolutiva indispensabile.

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Nel terzo tipo di amore la differenza fra oggetto e soggetto scompare, perché l’evoluzione della coscienza che esprime questo sentire non si manifesta più in un atto. «Non sei più amante: sei amore», afferma Osho, poiché «non è che sei amorevole al mattino e non lo sei più al pomeriggio; tu sei amore, è il tuo stato d’essere. Sei arrivato alla tua dimora reale, sei diventato amore. Esiste solo l’amore, tu non sei. È ciò che intende Gesù, quando dice: “Dio è amore”».

A questo livello evolutivo l’amore è trascendenza, non più configurabile come azione, bensì come «accadimento», e corrisponde alle elevate frequenze del viola, che appare all’estremo limite dei colori visibili e prossimo alle radiazioni ultraviolette. Questo mistico colore, che fonde la forza vitale del rosso con quella spirituale del blu in una straordinaria energia trasformatrice, rappresenta il passaggio della coscienza verso l’oltre-umano, l’immersione nel sentire divino.

In questa «unione in cui resta solo l’Amore» l’uomo è rappresentato nella sua integrità, dal momento che il rosso simboleggia il corpo e il blu lo spirito, ed è significativa la presenza dei due colori primari e l’assenza del terzo, il giallo, che simboleggia la mente e il pensiero razionale: il passaggio dall’io al Sé non potrebbe essere meglio evidenziato.

Chi raggiunge il sentire divino conserva tuttavia la sua componente terrena, in una perfetta armonia tra materia e spirito, che non esclude la sessualità, la quale «potrà ancora esistere, ma non più come pulsione biologica: sarà solo un gioco tra due energie umane».

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Tre colori, tre amori: i tre gradini dell’evoluzione della coscienza che richiedono l’affinamento delle nostre capacità di relazionarci con le persone che ci circondano e condividono ogni momento formativo della nostra vita. «Passa dal primo al secondo», conclude Osho, «e conserva viva nella tua consapevolezza l’idea che solo il terzo è la meta. E non preoccuparti del fatto che ti perdi. Perditi pure, perché questo è il solo modo per trovare se stessi».

Cesare Peri

 

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8/05/18
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43. LE STAGIONI E I COLORI: LA PRIMAVERA

Se la stagione invernale si può paragonare, come abbiamo visto, a un lungo e fecondo periodo di gestazione (41. Le stagioni e i colori: l’inverno), la primavera rappresenta la metafora universale della nascita e più propriamente, secondo il ritmo della vita, della rinascita.

Se prima il mistero della natura (e dell’esistenza stessa) stava tutto racchiuso in quel nero, rivestito tuttavia dalla potenzialità cromatica del bianco, ora il candore della neve sembra sciogliersi e sprigionare, attraverso le meravigliose scenografie floreali, un mistero più profondo, che si dispiega in un messaggio evidente e insieme enigmatico, quello che spinge il pastore leopardiano a domandare alla luna «a qual suo dolce amore rida la primavera» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

La natura, in effetti, pare farsi bella come una sposa per uno sposo invisibile (sopraffatti dall’ammirazione, esitiamo a dire per noi, riducendoci al ruolo di semplici spettatori) e le nozze si celebrano tra il cielo e la terra in una festa di colori. Per noi i colori equivalgono, consapevolmente o meno, ai sentimenti. Ecco allora rinascere la gioia, la speranza, la voglia di uscire, di rinnovamento, di nuove iniziative, di credere ancora che la vita abbia in serbo frutti racchiusi nella promessa dei fiori.

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Da marzo in poi gli alberi ci offrono l’esempio di straordinarie trasformazioni, di rapide metamorfosi. Quell’apparire dei fiori prima ancora delle foglie ci invita alla fiducia, al sorriso, a un orientamento positivo. Che dire poi dei profumi che si diffondono nell’aria, veri e propri messaggi olfattivi? «Nei profumi, o figlio, è l’anima» ricorda un’antica epigrafe greca.

Fra tutti i colori domina il verde, che fa anche da sfondo alle mille sfumature cromatiche. Come ormai sappiamo, è il colore dell’amore e, ponendosi come un ponte tra il giallo e il blu, dal cui contatto prende vita, rappresenta un passaggio dalla dimensione psicologica a quella spirituale: quando il chicco di grano dell’io è maturo, si dischiude per trasformarsi in spiga. E questa evoluzione non è possibile senza l’esperienza dell’amore.

Da una lettura cromatico-simbolica del paesaggio primaverile in primo luogo emerge, dunque, questo significato, con un corollario (verrebbe da dire una “corolla”) di idee che esso comporta: cambiamento, fiducia nel bene, nuova vita. Il verde è il colore dell’equilibrio: cerniera tra i colori caldi e quelli freddi, a livello fisico tonifica tutti gli organi, perché la sua frequenza è quella naturale del corpo in stato di quiete. Ma ha anche una valenza dinamica, che include perseveranza e fiducia in se stessi, come condizioni di quella potenziale trasformazione che lo caratterizza.

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Il verde primaverile annuncia l’amore, ma non è ancora profondo amore, rappresentato propriamente dall’estate nella ruota delle stagioni, dal blu e più ancora dall’indaco in quella dei colori. Sul piano psicologico potremmo perciò paragonare la primavera, in quanto fase transitoria, all’innamoramento, caratterizzato dalla freschezza dei sentimenti e dei colori, da un senso di gioiosa novità e di straordinaria trasformazione, tipici del periodo giovanile. In effetti è questa la stagione che presenta il maggior numero di colori, con una predominanza di sfumature bianche e rosa.

Il posto di primo piano spetta alla primula, che già nel nome rivendica la sua fioritura precoce, ponendo fine all’inverno. Associata all’idea di rinascita e di speranza, e perciò regalata come augurio di fortuna e di prosperità, essa è il simbolo stesso della primavera e bene la rappresenta per la straordinaria varietà dei colori, che comprende il rosso, il rosa, l’arancione, il giallo dorato e l’azzurro, fino al blu, al viola e al lilla. Incantevole anche nella sua veste bianca con un bel giallo squillante al centro e per la caratteristica bicolore. Ogni fiore è associato a un mito o a una leggenda popolare. Nell’antica Grecia si attribuiva l’origine della primula al dio solare Apollo, che l’avrebbe mandata sulla terra per porre fine al gelo: il diffondersi così della primula “magica”, simile a un piccolo sole, avrebbe da allora dato vita al ciclo equilibrato delle stagioni, limitando lo strapotere dell’inverno. Il numero stesso dei suoi petali ci ricorda che, secondo la simbologia numerica, il cinque rappresenta il passaggio a una nuova condizione esistenziale.

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Possiamo ammirare la molteplicità cromatica anche nei fiori bianchi, rosa o rossi della camelia, come pure nei grappoli di fiori dalle tinte vivaci dell’azalea, che presentano tutte le sfumature del bianco, del rosa, del rosso e del magenta.

Che dire poi della gerbera, la parente più vistosa della margherita, che porta in sé tutti i colori primaverili? Il suo “girotondo di petali” va dal rosso scarlatto, arancione e giallo fino al viola e al bianco.

La prevalenza del bianco e del rosa, rispettivamente il colore della purezza e dell’amore spirituale (il bianco contempera il rosso della passione), conferisce alla fioritura primaverile luminosità e una spinta all’elevazione e al rinnovamento interiore, destando l’anelito a liberarsi dalla pesantezza degli egoismi quotidiani. La prima a farsene garante, con umiltà, è la margherita, che fa capolino già alla fine dell’inverno, seguita dal candore dell’anemone, della gardenia e del biancospino, presente sia come arbusto che come albero. A essi si unisce il mughetto dall’intenso profumo, che con in suoi candidi fiori a grappolo, su un gambo racchiuso tra due foglie, appare come un ottimo bouquet da sposa, e il gelsomino, originario della Persia (yasamin), dal profumo stordente, che si arrampica fine a sei metri di altezza.

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Ma la più imponente e incantevole fioritura bianco-rosata è offerta dal ciliegio e dal mandorlo, già nella Bibbia simbolo di promessa e di nuovo inizio, decisi a sconfiggere l’inverno prima ancora di mettere foglie. Il loro messaggio sarà ripreso poco dopo dal pesco con le sue delicate infiorescenze sfumate di rosa e dagli altri alberi da frutto, quali il melo, il pero e l’albicocco.

La purezza del bianco si accompagna all’alta spiritualità del viola nei grandi e solitari fiori della magnolia, con dolci sfumature di rosa. Il viola intenso compare invece nell’omonimo fiore, la viola, che tuttavia, in linea con il policromatico messaggio primaverile, assume le forme e le tinte più svariate, che comprendono il lilla, il bianco, il rosso, il giallo, l’arancio e l’azzurro, con venature e sfumature davvero suggestive. Anche il viola indica un passaggio (colore intermedio tra la materialità del rosso e la spiritualità del blu), più radicale del verde: è il colore dell’essenza, della profondità dello Spirito e della trascendenza. Si trova, non a caso, all’estremo limite dei colori visibili, in prossimità delle radiazioni ultraviolette. Il suo complementare, il giallo oro, simbolo di saggezza, compare spesso insieme al viola in questo semplice, ma in realtà raffinato, fiore, a ricordarci il vero senso del “sapere”.

Il viola si sposa con l’azzurro, il colore spirituale dell’infinito e della verità, nei copiosi grappoli del glicine, originario della Cina e del Giappone, mentre il blu invita con maggiore intensità all’interiorizzazione e alla pace con i fiori della genziana e del fiordaliso.

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Nello splendido mosaico delle tinte primaverili spicca la nota festosa del giallo, il colore più vivo e più simile alla luce del sole, che suscita allegria e ottimismo (è un ottimo antidepressivo), favorendo l’attenzione e la chiarezza mentale. Inoltre racchiude anch’esso una spinta verso il nuovo, un anelito al cambiamento. La prima a lanciare questo messaggio è la forsizia, con i suoi fiori di colore giallo brillante, nativa dell’Asia Orientale.

Il richiamo alla dimensione mentale in questo tripudio di colori sembra un caloroso invito ad osservare tanta bellezza, invece di guardare distrattamente, e ritrovare quel senso di meraviglia e di stupore capace di ravvivare in noi il senso del sacro. «Dio si rivela nella bellezza» afferma Platone e nel giallo della ginestra, della fresia, del narciso e dell’umile tarassaco il suo messaggio sembra rinnovarsi e diffondersi con il sommesso ronzio dell’ape in cerca del primo polline.

Cesare Peri

 

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29/03/18
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42. I COLORI DELL’AURA

Che il corpo umano abbia un particolare e complesso campo energetico, comunemente chiamato aura, è ormai risaputo. Esso è la manifestazione del campo energetico universale, che organizza la materia e le dà forma. Anche gli oggetti inanimati hanno un’aura e, se permangono a lungo a contatto con una persona, possono assorbirne l’energia e irradiarla.

La specificità dell’aura umana non consiste tanto nella sua qualità energetica, composta, secondo recenti esperimenti, da minuscole particelle che hanno un movimento fluido, simile a quello di correnti d’aria, quanto piuttosto nel fatto che in essa si manifestano incessantemente i pensieri, le emozioni e le sensazioni, assumendo forme e colori.

Non solo: in essa si depositano i ricordi, collegati altresì ai tessuti muscolari e a precise parti del corpo, secondo la struttura e le dinamiche dello psicosoma, e quell’insieme di pensieri che di fatto costituiscono gli schemi comportamentali di ogni persona.

L’aura umana è formata da sette strati (detti anche corpi) che si circondano e compenetrano l’un l’altro, con una frequenza vibrazionale che aumenta via via verso l’esterno.

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Generalmente il colore che avvolge più da vicino il corpo fisico è blu, mentre il campo aurico si espande tutt’intorno in un grande alone giallo, la cui ampiezza varia a seconda delle condizioni psicofisiche. Con un po’ di attenzione non è difficile osservare una luminescenza azzurra che si irradia dalle estremità delle mani e dei piedi e dalla sommità del capo: sono veri e propri fasci di luce che possono assumere anche riflessi di vari colori. L’azzurro di solito si muta in giallo intorno al capo a una distanza di 7-10 centimetri. Questa aureola («piccola aura») è tanto più ampia e splendente quanto più puro è il pensare e il “sentire” (le emanazioni mentali producono naturalmente il giallo).

Il fenomeno più sorprendente (se “più sorprendente” si può definire un aspetto di ciò che è in sé meraviglioso) è il variare continuo dei colori all’interno dell’aura in corrispondenza del nostro stato emotivo. Siamo esseri di energia, e oggi, grazie a speciali dispositivi, è possibile fotografare anche gli aspetti delle emozioni umane, rilevati da una precisa gamma di colori.

Per esempio, un’emozione intensa innescata da un accadimento doloroso può scatenare dalla testa contemporaneamente raggi rossi, arancio, gialli e azzurri.

La paura si manifesta invece nell’aura con una colorazione bianco-grigia, analoga al “volto dello spavento”, mentre l’invidia produce un verde scuro, dall’aspetto sgradevole, ben diverso da quel verde chiaro e brillante che segnala salute e vitalità.

42longAnalogamente un rosso-arancio vivo indica la presenza di una vibrante forza vitale, ma il semplice rosso è segno di collera, liberamente espressa se chiaro, trattenuta e repressa quando è scuro. Frustrazione e irritabilità colorano l’aura di toni rossastri e cupi con vibrazioni irregolari che, interferendo col campo energetico di chi sta intorno, creano disturbo. L’ira genera lampi rossi che si irradiano dal capo, mentre la tristezza si addensa in una “nube” grigio scuro, proprio come nelle raffigurazioni dei fumetti.

Una donna incinta è invece circondata da una bellissima aura dalle morbide tonalità pastello rosa, azzurre, gialle e verdi, particolarmente ampia e luminosa. Notevole è anche l’aura giallo-oro, con scintille iridescenti oro-argento e azzurre, di chi parla in pubblico di un argomento che lo appassiona: il suo campo energetico si espande fino a elevare le vibrazioni di quello degli ascoltatori.

I sentimenti d’amore generano una delicata luminescenza di colore rosa, talvolta con riflessi dorati, mentre quelli spirituali presentano una gamma di colori che vanno dall’azzurro, al viola, all’oro-argento.

Spesso i colori che emaniamo sono quelli che più amiamo indossare.

Nell’ottimo libro di Barbara Ann Brennan, Mani di luce (Longanesi, Milano 1994), vero e proprio trattato teorico-pratico di bioenergetica, viene descritta, oltre alla panoramica su riportata, la trasformazione dell’aura di un uomo che canta davanti a una platea: essa si amplia, diventando sempre più luminosa, ed emette scintille iridescenti blu-violetto dopo ogni inspirazione, all’attacco di una nuova strofa, finché «grandi archi di luce si protendono dal cantante agli ascoltatori e le due aure si connettono. Da entrambe le parti, con lo stabilirsi dello scambio emotivo, cominciano a costituirsi delle forme; si tratta di forme di coscienza energetica che corrispondono, nella struttura e nel colore, ai pensieri e ai sentimenti che nascono negli ascoltatori e nel cantante, e alla musica che viene prodotta. Terminata l’esecuzione, le forme vengono disgiunte e frammentate dall’applauso che sgombra il campo energetico, preparandolo per la manifestazione successiva» (p.93).

Queste forme pensiero all’interno dell’aura risultano più facilmente riconoscibili quanto più definiti sono i pensieri e i sentimenti da cui traggono energia, e i loro colori sono determinati, per qualità e intensità, dalle emozioni a essi connesse. A ogni colore, infatti, corrisponde una determinata banda di frequenza. Le forme pensiero in genere appaiono e scompaiono col mutare dello stato emotivo che le ha prodotte, ma alcune, ancorate a dolorose esperienze esistenziali o a schemi di pensiero troppo rigidi, possono, a nostra insaputa, accompagnarci per tutta la vita. Solo con una sincera e profonda autoanalisi, meglio se affiancata dalla terapia bioenergetica, si può portarle alla luce e, secondo le necessità, trasformarle o dissolverle.

Nel processo di riequilibrio aurico (ed esistenziale) l’uso dei flussi energetici di colori e suoni, indirizzati dal terapeuta nei chakra corrispondenti per frequenza vibrazionale, costituisce una pratica particolarmente efficace.

Tramite i colori, dunque, possiamo non solo conoscerci, ma anche guarire.

Cesare Peri

 

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28/02/18
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41. LE STAGIONI E I COLORI: L’INVERNO

Paragonare il ritmo delle stagioni alle fasi della vita umana rientra in quel sentire istintivo simbolico che è nel profondo di ciascuno di noi. Comunemente s’identifica la nascita e la giovinezza col “fiorire” della primavera, mentre l’estate rappresenta la “pienezza dei frutti” della maturità, l’autunno l’inizio del declino delle energie vitali e l’inverno il progredire della vecchiaia fino alla conclusione della parabola esistenziale che chiamiamo “morte” o “passaggio a miglior vita”.

Da qui la simbologia un po’ “funerea” dell’inverno. Ma, lasciando un attimo da parte le associazioni istintive e le immagini tradizionali dei poeti, potremmo vedere l’inverno sotto una luce diversa. Il contadino sa da sempre che la vita dell’intera annata dipende dalla stagione invernale. Non c’è nascita primaverile o umana senza un prodigioso periodo di gestazione. E questo è l’inverno. La vita nasce lì, anzi rinasce, e questa ciclicità, che è insieme continuità, costituisce la straordinaria caratteristica di una stagione in realtà più carica di vita (e di significato) delle altre.

Non a caso l’anno, sia pure come scansione temporale convenzionale, si apre e si chiude con l’inverno.

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Il libro illustrato della natura ci comunica un ricco messaggio attraverso la gamma dei colori invernali, in cui prevalgono le tinte in apparenza “acromatiche”, quali il bianco, il nero, il grigio e il marrone, cariche in realtà di simboli originari, che contemperano tenebra e luce, fine e inizio, in una mirabile sintesi di quel codice binario che è alla base della vita materiale.

Il senso prevalente, che emana dal silenzioso paesaggio invernale, è quello del Mistero e dell’Assoluto, di cui il nero e il bianco costituisco l’archetipo: l’uno come elemento passivo, simbolo del non manifestato, l’altro come elemento dinamico e simbolo del manifesto.

Il nero, infatti, nel suo buio trattiene e conserva chiuso in sé ogni colore e quindi ogni energia, mentre il bianco, come pura luce, irradia e diffonde tutti colori, in antitesi e complementarità con il nero. Il denominatore comune, che concilia gli opposti, è l’idea del Tutto, del misterioso Infinito onnicomprensivo sia di teorico spazio sia di ipotetico significato, di cui comunque ciascuno di noi costituisce una vibrante particella di vita.

Aristotele nella mescolanza del nero col bianco riconosceva l’origine di tutti gli altri colori («Sulla percezione e sul percepito»). Per Goethe il colore è indistintamente legato alla luce e all’oscurità, cioè al bianco e al nero, che, mescolati, danno il grigio, il colore che riunisce e fonde tutti gli altri colori («La teoria dei colori»), mentre Newton attribuiva questa qualità al bianco.

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L’apparente dualità morte-vita è rappresentata dai due colori estremi, entrambi associati all’oltretomba, ma anche alla rinascita, in una logica “circolare” in cui non è concepibile la fine senza l’inizio e viceversa. Giano, antica divinità italica (Ianus), era rappresentato “bifronte”, cioè con due volti, uno rivolto al presente e uno al passato, come il mese di Gennaio (Ianuarius), che da lui trae il nome, linea di demarcazione (e di contatto) tra il vecchio e nuovo anno. Era anche il dio protettore della porta di casa (ianua), perché, come portinaio (ianitor) guardava chi entrava e chi usciva. Potremmo a buon diritto immaginarlo con un volto bianco e uno nero, i colori iniziatici  che caratterizzavano i misteri orfici ed eleusini e che perdurano nei riti cattolici (dal camicino battesimale al sudario funebre).

Nella simbologia cristiana anche il grigio, il colore della nebbia, che sembra privare di vita ogni cosa, del fumo e della cenere, indica sia la morte del corpo sia l’immortalità dell’anima. Analogamente il marrone (un arancione meno luminoso per la presenza del nero) richiama il colore della terra indurita dal gelo, che sembra assorbire tutti i colori della natura, ma in realtà racchiude la potente miscela di giallo, rosso e blu, destinata a “esplodere” con rinnovata energia e, se da una parte incarna la pesantezza della materia, dall’altro racchiude il gusto della vita e infonde gioia e sicurezza.

È un particolare momento di transizione: la vita infatti non muore, ma si trasforma. Sia il nero sia il bianco segnalano il passaggio tra la fine di un ciclo e l’inizio di un altro. L’uomo da sempre ha avvertito questa particolare “tensione interiore” della natura e ne ha fatto specchio di stati d’animo e di fasi critiche e significative dell’esistenza, tradotte in simboli e riti di passaggio. Si pensi all’abito nero, in occidente, per esprimere non solo il lutto, ma anche la necessità di raccoglimento per recuperare energie e aprirsi a nuove prospettive, a un cambiamento spesso radicale.

Lo stesso vale per il bianco, simbolo di vita per eccellenza, di illuminazione e trasformazione, che in oriente assume un significato luttuoso di trasformazione, presente anche nell’antico rito giapponese del matrimonio: l’abito bianco della sposa non significava purezza, bensì la morte rituale della sposa per i genitori, in procinto di perdere la figlia, e al tempo stesso il passaggio-rinascita della giovane nel contesto della nuova famiglia.

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Anche il grigio, in quanto colore intermedio tra il nero e il bianco, a metà strada tra tenebra e luce, suggerisce l’idea di un passaggio tra due realtà. È il colore della cenere, simbolo della radicale trasformazione operata dal fuoco, e della nebbia come elemento che vela, ma da un momento all’altro può dischiudere scenari luminosi. Indossato, agisce come difesa dalle influenze esterne, favorendo l’autocontrollo e la riflessione, ma evoca anche il simbolo esoterico della porta, sia come ingresso (associabile al quadrato e al numero quattro, quindi all’incarnazione) sia come uscita: nelle pitture religiose del Medioevo il grigio rappresenta la resurrezione della carne, in quanto passaggio dalla densità della materia (il nero) all’eterea luminosità dello Spirito (bianco).

Questa tensione trasformativa della stagione invernale, che richiama alla mente una famosa frase di S. Paolo, secondo cui «la natura stessa soffre le doglie del parto», è caratterizzata da un clima di attesa di qualcosa d’importante, di grandioso: della luce che accompagna il rinnovarsi della vita. Nella simbologia cristiana la luce natalizia, che viene a illuminare le tenebre, sembra tuttavia alludere già al mistero pasquale, dove il sepolcro buio attende di essere scoperchiato. Il colore dell’inverno non è quello del riposo, ma della sospensione. Dal punto di vista cromatico il significato più profondo sta proprio in questa assenza-presenza di tutti i colori.

E il bianco che tutto ricopre, quando la neve stende il suo mantello per proteggere i semi preziosi della vita, viene spontaneamente associato all’idea di silenzio. Non ci troviamo però di fronte ad uno scenario muto. Se ascoltiamo con il cuore, possiamo sentire levarsi un inno sacro: è il canto del silenzio. È simile a una voce, una misteriosa voce, che fa dire a Kandinskij: «Il silenzio non è morto, ma trabocca di possibilità vive».

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Da ultimo va sottolineata l’intensa valenza femminile dei colori invernali, la cui energia centripeta evidenzia l’immagine della Terra Madre che accoglie (e invita al raccoglimento) e della Notte feconda. Il nero, colore del sottosuolo che racchiude tesori, è caldo e assorbe la luce. Il buio delle grotte richiama il mistero del grembo della Terra, madre di tutte le creature. La profondità della Terra e quella della Notte si fondono nel culto della Grande Dea Madre Nera, che ha dato il volto a molte dee-madri e a molte Madonne. Artemide, la dea della vita e della morte, veniva raffigurata con il volto nero ed era detta «la nera», «l’oscura».

Per gli orientali il nero è un colore yin. Tale è considerato anche il marrone, che in Cina è associato alla tigre di color giallo cupo screziato di marrone quale immagine della ricettività femminile.

Alla dimensione femminile ci richiama anche il bianco, associato alla luce lunare e, in alchimia, al giglio, a cui è omologato l’albedo. Così pure il grigio, in quanto connesso all’argento, evoca il colore della luna e della perla, pietra lunare per eccellenza.

Questi, dunque, i colori dell’inverno e i caldi messaggi in essi racchiusi. Un invito a guardare oltre la fredda cortina dell’apparenza.

Cesare Peri

 

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22/01/18
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40. PERCORSI EMOZIONALI E CROMATICI

Abbiamo visto come pensieri, sentimenti, fantasie, azioni e reazioni abbiano dentro di noi determinate corrispondenze cromatiche (39. Stati d’animo e colori) e in quali aree del nostro corpo prevalga ciascun colore, in quanto vibrazione di natura elettromagnetica, tramite l’esercizio Vestirsi di colori, proposto nell’ambito della Meditazione Cromatica (38. Fare esperienza dei colori). Ma come si muovono le emozioni all’interno del corpo, in questa complessa struttura energetica a buon diritto definita psicosoma?

«Le emozioni possono essere immaginate come flussi turbinanti di energie multicolori – osserva Ken Dychtwald -, sono vortici di sostanza emotiva che scorrono nello psicosoma» (Psicosoma, Astrolabio-Ubaldini 1978). In questo studio datato, ma tuttora valido, «il centro del sentire e del potere», da cui sono originate le emozioni, cioè queste particolari sensazioni “viscerali”, veniva per l’appunto individuato nel ventre. Oggi sappiamo che esso è un vero e proprio centro nervoso, chiamato cervello enterico, capace di percepire, elaborare e assimilare informazioni in modo autonomo, grazie ai suoi 500 milioni di neuroni (pari all’intelligenza di un gatto).

cervello enterico

Le e-mozioni (il termine stesso indica un’energia «che si muove da»), una volta create, tendono a liberarsi, a es-primersi («premere per uscire da»), se non vengono represse e bloccate (con conseguenti danni psicofisici), attraverso il corpo e, secondo la loro natura, possono fluire verso l’alto, raggiungendo il cuore, la gola, le braccia, gli occhi, il volto e il cranio, oppure verso il basso, nella pelvi e nelle gambe, portando potenza sessuale ed energia vitale.

Questi «flussi turbinanti» di diversi colori, dunque, attraversano e pervadono aree cromaticamente caratterizzate, alimentando quei vortici di energia chiamati chakra. Ogni parte dello psicosoma può accogliere (ma anche trattenere) un’emozione, che per quella via, per affinità vibrazionale, tende a esprimersi come naturale liberazione energetica.

Le intense emozioni connesse alla spinta sessuale (arancioni) e all’autoaffermazione (gialle), quando sono bloccate da rigorosi divieti, imposti da oppressive regole educative o culturali, cadendo di conseguenza sotto la censura della ragione, perdono la loro luminosità e saturazione (vivacità, purezza della tinta) e tendono ad ingrigirsi. L’accumulazione energetica di questi “detriti emozionali” è destinata a generare stress e successivamente malessere, sia a livello emotivo (nevrosi) sia a livello fisico (malattie).

Se invece questo flusso di colori caldi fluisce liberamente verso l’alto ed entra nella regione che va dal diaframma fino alle clavicole, cioè nel torace, subisce un’amplificazione (la cassa toracica fa, per così dire, da “cassa di risonanza”): le emozioni qui si decodificano, mutandosi in sentimenti e in più equilibrate relazioni interpersonali. Così il processo di autoaffermazione si libera del colore del controllo e assume quello della condivisione, cioè il verde. Il verde, come sappiamo, è il colore dell’amore e domina nella regione del cuore.

rosa verde rossa

La porta da cui passano le sensazioni e le emozioni generate dai tre chakra inferiori è costituita dal diaframma, il muscolo piatto situato sotto i polmoni, soprastante lo stomaco, il plesso solare, il fegato, la bile, il duodeno e i reni. Esso influisce sul buon funzionamento di questi organi e in particolare controlla il processo respiratorio, che stabilisce il rapporto tra l’interno e l’esterno di noi stessi.

Quanto al cuore, sede e fonte di amore e affetti, le neuroscienze hanno riconosciuto in esso una terza intelligenza, il cervello cardiaco (strettamente connesso con quello encefalico e con quello enterico), dotato di 40 mila neuroni e un campo elettromagnetico di gran lunga superiore a quello della testa.

Questa “energia verde” è assai benefica, sia per chi ne è “carico” sia per chi viene a contatto con essa, ricevendone le irradiazioni. La scienza spiega il fenomeno col fatto che la frequenza vibratoria di questo colore è quella naturale dell’organismo in stato di quiete (perciò tonifica gli organi e favorisce la rigenerazione cellulare). In altri termini potremmo dire che l’Amore è la nostra condizione naturale e quindi il nostro benessere psicofisico, nonché spirituale, non può prescindere da esso. I più alti insegnamenti ci ricordano (per inciso, ri-cordare significa «ritornare al cuore») che «Dio è Amore, perciò chi rimane nell’Amore è in Dio e Dio in lui».

Ma il verde è come una grande prateria che precede gli abissi dello Spirito. Si tratta di un fondamentale “luogo di passaggio” nel percorso evolutivo della coscienza: esso infatti non è un colore primario, ma nasce dall’incontro del giallo (espressione esteriore dell’io) con il blu (dimensione interiore che conduce al Sé). Funge, quindi, da cerniera e da ponte tra i colori caldi e centrifughi e quelli freschi e centripeti. Ci insegna (il verde è anche il colore dell’insegnamento) che non è possibile accedere all’esperienza progressiva dello spirito (che trova poi nell’indaco e nel viola i suoi livelli più alti) senza l’esperienza concreta dell’Amore, che nasce dall’istintività del rosso, cresce nella sessualità dell’arancione, matura, come il grano, nella pienezza psicologica del giallo, ma compie il salto qualitativo solo con il verde.

Le emozioni poi raggiungono l’articolazione scapolo-omerale, dove le spalle “mediano” tra le energie provenienti dal torace e la capacità espressiva delle braccia e delle mani, che hanno il potere di trasformarle in azioni. Di fatto esse “si scaricano” nell’agire, determinando i nostri comportamenti. Queste, per così dire, appendici o prolungamenti del sentire e della struttura toracica rappresentano, insieme al volto, i canali di espressione e comunicazione per eccellenza.

Secondo l’antica scienza dei chakra l’interno delle braccia è verde, perché collegato al cuore, che “abbraccia”, mentre la parte esterna è blu, perché aperta verso l’universo e riconducibile all’espressione ormai piena della gola.

Lo stesso si potrebbe dire anche per il palmo e il dorso delle mani, che tuttavia conservano una certa ambivalenza: la loro spiritualità ed energia, infatti, è molto forte, ma esse possono esprimere non solo il misticismo della benedizione e della preghiera o la dolcezza di un tocco carezzevole, ma anche l’aggressività e il possesso, il che ci richiama all’arancione del secondo chakra (sessualità, inizio delle relazioni e controllo sulla vita esterna), a cui le mani sono associate dalla tradizione vedica come «organi di presa».

In questo complesso e ininterrotto fluire di correnti energetiche e cromatiche il terzo chakra, situato nella zona ombelicale (dominata dal giallo), costituisce per le emozioni un “trampolino di lancio”, ma anche una zona di demarcazione tra gli aspetti emotivi in ascesa, legati a una sana espansione dell’io nella progressiva socializzazione e comunicazione, e quelli sottostanti, circoscritti nell’area privata dell’autosupporto e dell’autoradicamento della personalità, dove predominano l’arancione e il rosso.

giallo

Questo vortice di energia chiamato in sanscrito Manipura («Città dei gioielli») è anche il punto d’incontro di due pressioni emotive: quelle provenienti dall’alto (doveri, imposizioni, colpe) e quelle generate dal basso (sensazioni sessuali, autostabilità). Da qui la sua particolare importanza come centro focale della vita della personalità e il suo ruolo di canale attraverso il quale fluiscono le emozioni e si sviluppano e manifestano i desideri, destinati ad assumere diversi colori e sfumature, fino a tramutarsi nelle più luminose aspirazioni.

Cesare Peri

 

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13/12/17
rosa verde rossa

39. STATI D’ANIMO E COLORI

Il nostro mondo interiore è una tavolozza vivente di colori: pensieri, sentimenti, fantasie, azioni e reazioni hanno determinate corrispondenze cromatiche. Con esse, in genere senza rendercene conto, dipingiamo la nostra vita.

Le variazioni nella lunghezza d’onda della luce e i sottili mutamenti di frequenza, interpretati dal cervello come colori, sono in risonanza con le vibrazioni e pulsioni elettromagnetiche che costituiscono l’essere umano. Fra stati d’animo e colori esistono perciò collegamenti a livello inconscio non solo di carattere psicologico e simbolico ancestrali, quali il blu (notte = riposo) e il giallo (giorno = attività) o il rosso (sangue = attacco, aggressività) e il verde (natura = difesa, autoconservazione); esistono anche precise corrispondenze di carattere energetico.

Ogni stato d’animo ha dunque una “frequenza vibratoria” e di conseguenza un colore. Del resto questo «linguaggio emozionale dell’inconscio» (Max Lüscher) affiora con evidenza nelle espressioni che usiamo più comunemente: vivere una vita grigia, essere di umore nero, vedere rosso, restare al verde, andare in bianco… Istintivamente sentiamo l’invidia come gialla, la rabbia verde, la paura blu e la felicità rosa.

Conoscere la corrispondenza cromatica del proprio stato d’animo può, di conseguenza, tradursi in un’esperienza utile, perché tramite i colori appropriati siamo in grado di potenziare, moderare o equilibrare, secondo le necessità, i sentimenti che proviamo in ciascuna situazione e che determinano il nostro modo di agire. Non è necessario (anche se sempre consigliabile) ricorrere alla visualizzazione cromatica, basta procurarsi e portare con sé un piccolo oggetto del colore giusto, capace di provocare in noi, alla semplice vista, la reazione emotiva che desideriamo (calma, sicurezza o coraggio). Oppure si sceglie consapevolmente il colore dell’indumento che è bene indossare in quella determinata occasione.

Facciamo qualche esempio. In generale i colori complementari (rosso-verde, giallo-viola, blu-arancione) si equilibrano naturalmente, in base alla logica contrapposizione tra colori caldi (rosso, arancione, giallo), che hanno effetti stimolanti ed eccitanti, e colori freddi o freschi (verde, blu, viola), che tendono a sedare e a rallentare. A essi si aggiungono i cosiddetti colori neutri, quali il nero, il bianco e il grigio, che producono comunque determinate sensazioni e reazioni.

Esempio n. 1

Chi si trova impegnato in un’azione di una certa importanza, che richiede dinamismo, risultati consistenti a breve termine e magari competizione, vibra nella dimensione emotiva ed energetica del rosso. La scelta consapevole di questo colore può accrescere la grinta e la voglia di vincere. L’aggiunta dell’oro significa unire alla forza la saggezza, incanalando così l’energia nel modo migliore. D’altro canto, poiché un eccesso di eccitazione nervosa può facilmente degenerare in aggressività, il verde costituisce il rimedio naturale, in quanto complementare, apportatore di calma e di riequilibrio (la sua frequenza è quella dell’organismo in stato di quiete); inoltre rafforza la volontà di operare, alimentando perseveranza e una giusta fiducia in se stessi.

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Optare per l’arancione permette di stemperare l’impulsività (la presenza del giallo richiama la dimensione logica e razionale, propria dell’emisfero sinistro del cervello) e nello stesso tempo rafforza l’ottimismo. Momenti di eccessivo stress possono essere arginati con il turchese, che aiuta in situazioni in cui ci sentiamo insicuri e riequilibra quando siamo mentalmente iperattivi, grazie alle proprietà depurative del verde e rilassanti del blu.

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Esempio n. 2

Chi si predispone con un certo entusiasmo a un’attività, in particolare altruistica, o anche a una relazione potenzialmente significativa per la propria vita sentimentale, si trova nella frequenza dell’arancione. Perciò con questo colore si possono rafforzare notevolmente le doti di socievolezza. L’arancione infatti positivizza i sentimenti e suscita gioia, vivacità e allegria, per l’eccellente sinergia fisica e mentale (energia del rosso e chiarezza del giallo). Inoltre favorisce la comunicazione, che può essere resa più incisiva e profonda tramite il blu, adatto a chi svolge con passione un’attività socialmente utile e a chi intende stabilire legami profondi con gli altri. Particolari corrispondenze collegano non solo i due colori complementari, ma anche i rispettivi chakra (della pancia, sede delle emozioni, e della gola, sede dei suoni-parole).

Il verde apporta equilibrio nella comunicazione, una naturale simpatia e amore, mentre il rosa accresce il senso di comprensione e accoglienza, generando gentilezza e tenerezza. Anche il marrone contribuisce a creare un sentimento di accoglienza, perché ha un effetto rassicurante che deriva da un richiamo inconscio alla terra, al legno e alla casa come elementi schietti, concreti e protettivi.

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Per rendere più personale o intimo il rapporto, si può ricorrere al viola, che nelle tonalità più scure indirizza verso la spiritualità, mentre in quelle più chiare verso la sessualità.

Esempio n. 3

Chi deve parlare in pubblico entra nella dimensione espressiva della comunicazione, rappresentata dal blu. Indossare questo colore può decisamente essergli d’aiuto, ma l’ideale sarebbe ricorrere al turchese, perché genera non solo calma grazie al blu e fiducia in se stessi, propria del verde, ma soprattutto favorisce il parlare a cuore aperto, creando armonia con gli interlocutori.

Naturalmente non deve mancare la complementarità del giallo, che produce chiarezza mentale, senza dimenticare l’arancione, che conferisce vivacità e gaiezza al discorso, alimentando il clima d’intesa con una carica di buonumore.

Esempio n. 4

Chi si trova alle soglie di un cambiamento in genere vibra con la frequenza del giallo. Questo colore infatti reca in sé la ricerca del nuovo, una forte energia espansiva a cui corrisponde un desidero di cambiamento. Lo caratterizzano anche estroversione, spinta alla comunicazione e all’affermazione dell’io. Dal momento che in primo luogo rappresenta la dimensione razionale e la chiarezza mentale, è bene rafforzarne la presenza, per compiere le necessarie scelte nel modo migliore, ricorrendo anche al viola, simbolo per eccellenza del cambiamento e della trasformazione, unito alla saggezza dell’oro.

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Anche il verde aiuta a prendere le decisioni col giusto equilibrio, mentre il rosa può alleggerire la tensione, suggerendo una certa levità e spensieratezza nel “voltar pagina”. La volontà di una pagina bianca e nuova, tutta da scrivere, è rafforzata naturalmente anche dal bianco, che porta in sé il desiderio di una svolta importante, di una nuova fase della vita e insieme fiducia nel futuro e negli altri, sentimento che può essere intensificato con il verde e con l’ottimismo rivitalizzante dell’arancione.

Anche il grigio, in quanto espressione di dubbio e di prudenza, di naturale passaggio tra due realtà (il nero e il bianco) e lo stesso nero, come momento di transizione, di necessario distacco e isolamento, potrebbero concorrere a ponderare una scelta importante sul proprio cammino. Tuttavia è meglio non indugiare troppo su questi due colori, utili per una breve pausa meditativa che richieda libertà da condizionamenti esterni, ma a lungo andare devitalizzanti, perché generano facilmente paura e pessimismo.

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Qui abbiamo preso in considerazione solo quattro situazioni tipiche in una prospettiva generale. Ovviamente ognuno potrebbe trovarsi a viverle con quelle varianti caratteriali ed emotive che lo distinguono dagli altri. Si sa, per esempio, che gli estroversi amano i colori caldi e gli introversi quelli freddi, così come i gioiosi prediligono i colori brillanti, mentre i depressi e i malinconici propendono per quelli scuri (che invece dovrebbero evitare!). Tuttavia, anche se l’occhio umano arriva a distinguere fino a duecento sfumature cromatiche, le circostanze quotidiane in cui ci troviamo ad agire e reagire non credo presentino tale varietà. I colori sono dentro di noi come un linguaggio ancestrale (come i suoni) e, malgrado le sfumature personali, conservano valenze universali. Conoscerle significa perciò conoscerci e comunicare con un linguaggio non solo di suoni, ma anche di luce.

Cesare Peri

 

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14/11/17
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38. FARE ESPERIENZA DEI COLORI

A tutti (o quasi tutti) è nota l’importanza dei colori, non come semplice elemento estetico o decorativo, ma come un’energia vitale (si tratta di onde elettromagnetiche) con determinati effetti terapeutici, psicologici e spirituali.

Il colore infatti, in quanto luce, agisce direttamente sull’organismo (l’occhio riesce a distinguere circa duecento tinte o “tonalità”), influenzando il sistema nervoso, il sistema immunitario e il metabolismo. La nostra salute dipende in gran parte dalla luce, tanto che possiamo considerare i colori come fondamentale sostanza nutritiva (un’eccessiva permanenza al chiuso e la luce artificiale finiscono col provocare gravi disturbi).

Conosciamo anche gli stretti legami tra i colori e i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo, come pure le correlazioni tra un certo tipo di carattere e l’attrazione o repulsione per determinati colori. Il famoso test dei colori ideato da Max Lüscher permette non solo di identificare le condizioni psicologiche della persona, ma anche di prevenire le manifestazioni dello stress a livello fisico. I colori rivelano così i nostri bisogni, desideri, rifiuti e le nostre paure, rispecchiando sorprendentemente i tratti della personalità, il nostro modo di essere. Inoltre ogni colore che ci caratterizza (carnagione, capelli, occhi, abiti) invia continuamente, a nostra insaputa, messaggi agli altri. Conoscere il significato e gli effetti dei colori, perciò, consente di migliorare anche il nostro livello comunicativo.

38-peri-bLa stessa sfera spirituale beneficia di colori, quali il blu, l’indaco e il viola, che favoriscono il raccoglimento, gli stati intuitivi e meditativi, elevando le vibrazioni del nostro essere. Vasily Kandinsky, precursore e fondatore della pittura astratta, diceva che il colore influenza l’anima e Michel Pastoureau, lo storico e antropologo considerato il maggior specialista mondiale dei colori, afferma che «un colore è una categoria dello spirito, un insieme di simboli».

Ma un conto è apprendere da un libro le valenze energetiche, psicologiche e spirituali dei colori, altro è poterle sperimentare in modo concreto e personale. La conoscenza teorica è indispensabile, come un buon ricettario di cucina, ma cucinare e assaporare è il punto d’arrivo e un’esperienza insostituibile. Passare perciò dalla teoria alla pratica dei colori costituisce un salto di qualità, e insieme l’inizio di un percorso, verso l’autoconoscenza e un effettivo stato di benessere psicofisico.

La pittura, più di ogni altro mezzo, permette questa esperienza, l’immersione visiva e tattile nella consistenza dei pigmenti, dei colori che diventano tramite tra materia e forma, tra ideale e reale. Kandinsky diceva di percepire il suono, il profumo e l’emozione racchiusi in ciascun colore, in modo che l’armonia dei colori veniva a corrispondere a quella dei suoni musicali: così nel giallo riconosceva la tromba, nel verde il violino, nell’azzurro il flauto e il violoncello, nel viola il corno inglese, mentre nel rosso sentiva risuonare le fanfare e nell’arancione una campana. L’effetto sinestetico dei colori si rivelava per lui nel gusto acido del giallo, per istintiva associazione con il limone, e nella sensazione di sofferenza causata dal rosso per la sua somiglianza con il sangue. Ai colori corrispondevano anche precise forme geometriche, forme acute e andamenti curvilinei: il blu richiamava il cerchio, il giallo il triangolo e il rosso il quadrato. Tutto ciò costituisce il contenuto, intenso e vibrante, del suo Spirituale nell’arte.

38-peri-aUn altro mezzo per sperimentare direttamente gli effetti dei colori è costituito dalla cromoterapia, che agisce in forma vibrazionale sul fisico e sulla mente, riattivando le potenzialità energetiche dei plessi corrispondenti ai sette più importanti chakra. Agendo sull’energia sottile che regola i processi vitali, esercita un benefico influsso non solo a livello fisico ed emotivo, ma anche spirituale.

Le tecniche (una decina) sono note e vanno dalla tradizionale irradiazione luminosa con faretti alla Meditazione Cromatica, che si avvale di specifici esercizi di visualizzazione del colore (cromovisualizzazione) e di respirazione associata al colore (cromorespirazione).

La Meditazione Cromatica si diversifica da tutte le altre tecniche, perché non utilizza strumenti esterni, ma richiede la partecipazione attiva del soggetto e costituisce un’esperienza squisitamente interiore, capace di produrre effetti anche più rilevanti. Si basa infatti su un fenomeno dell’inconscio per cui la nostra mente non distingue tra un’esperienza reale e una intensamente immaginata, producendo così gli stessi effetti, come accade negli stati ipnotici.

Questa straordinaria esperienza interiore del colore, che io chiamo Vivere i Colori, viene rafforzata da esercizi di carattere sinestetico (associare un colore a un sapore, a un odore, a un suono, alla percezione tattile) e di gestualità cromatica (movimenti lenti e armoniosi sempre legati al ritmo respiratorio). Infatti l’interdipendenza corpo-mente-respiro è indispensabile per entrare nello stato meditativo e potenziare le correnti energetiche dei colori.

A titolo di esempio, ma anche come caloroso invito a passare dalla teoria alla pratica, presento qui il primo esercizio con cui sono solito avviare i miei corsi di Meditazione Cromatica. Svolge la funzione introduttiva di visualizzare i colori in corrispondenza dei plessi o chakra e richiede un po’ di concentrazione associata a una buona carica di esuberanza immaginativa e di gioia.

Felice esperienza dei colori!

Vestirsi di colori 

In piedi, braccia poco scostate dal corpo, palmi aperti rivolti in avanti, occhi chiusi. Ci visualizziamo nudi, ma con un corpo simile a un manichino di vetro opaco illuminato dall’interno. Indosseremo via via degli indumenti colorati (i colori dei chakra) ed essi saranno illuminati dal nostro corpo, diventando brillanti. Ogni gesto coinciderà con un ciclo respiratorio completo. Altri due cicli respiratori lenti per fissare la visualizzazione tra un gesto e l’altro. Il buffo mascheramento policromo, se ben visualizzato, genera allegria e con tale stato d’animo è consigliabile accingersi all’esercizio. Durata: 10 minuti.

38-peri-c1) Indosso un paio di lunghe calze rosse, che mi arrivano fino all’inguine.

(Img calze rosse)

2) Mi infilo un paio di pantaloncini arancioni.

3) Avvolgo l’addome in un’ampia fascia di seta gialla.

4) Indosso un golfino aderente e corto (copre appena il torace) di colore verde: le maniche sono verdi nella parte interna, blu all’esterno.

5) Avvolgo intorno alla gola una sciarpetta blu.

6) Fascio la fronte con un fazzoletto di seta indaco (azzurro cupo tendente al viola) e lo lego ben stretto dietro la nuca.

7) Indosso un alto copricapo viola sormontato da sonagli d’argento.

8) Improvvisamente da ogni sonaglio scaturiscono getti di luce multicolore, come una fontana zampillante che mi ricade intorno, inondandomi e avvolgendomi col suo flusso luminoso.

9) Esaurito il flusso luminoso, immagino di vedermi così vestito in uno specchio (visione globale).

Cesare Peri

 

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Cesare Peri ci aspetta a Milano con Vivere i Colori, il percorso di Meditazione Cromatica.

Primo incontro: martedì 3 ottobre alle ore 18:30, maggiori informazioni a questo link.

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18/09/17
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37. CATTURARE CERBERO, IL CANE A TRE TESTE

 

Le Fatiche di Eracle ci hanno mostrato l’evoluzione della coscienza attraverso diversi piani di coscienza.

L’io non può realizzare il sé, prima deve dissolversi, così come il seme deve morire per far nascere la spiga.

L’ultima Fatica di Eracle ci porta a livello del settimo chakra e consiste nell’affrontare il mistero della vita e della morte.

Eracle deve catturare Cerbero, il terribile cane a tre teste posto a guardia dell’Ade affinché i viventi e i morti non si mescolino fra loro.

In questa discesa verso gli inferi si fa aiutare da Ermes, il Dio che conduce le anime nell’aldilà, e Atena.

Quando infine incontra Ade (o Plutone), riceve il permesso di portare via temporaneamente la bestia a condizioni che non usi armi o strumenti violenti, ma riesca a prenderla usando le sue proprie forze, e così farà.

L’ultima grande avventura dell’uomo è prendere coscienza della morte, che a tutt’oggi è ancora sentito come un tabù.

In realtà parlare della morte è parlare della vita; vincere la paura della morte significa dare un significato profondo alla vita.

Apprendere chi siamo veramente significa diventare consci della nostra parte divina che è immortale.

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Cesare Peri

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4/09/17
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