Meditazione Cromatica

Il percorso dall’io al Sé

Salve, amici! Ecco un piccolo spazio per chi ama i colori e desidera non solo conoscerne le valenze energetiche, psicologiche e simboliche, ma anche sperimentarne gli effetti con le opportune tecniche meditative. Un luogo quieto, tutto nostro, “ritagliato” (come letteralmente significa la parola tempio) dalle attività quotidiane, per ritrovarci (noi stessi e tra noi) serenamente e vivere insieme i colori come teoria e pratica dell’autoconoscenza.

Cesare Peri

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56. I COLORI DELLA GIOIA

Che i colori rappresentino le nostre emozioni e i nostri sentimenti è una percezione universale istintiva, che affiora con evidenza nei più comuni modi di dire («una vita grigia», «un futuro rosa», «sono nero», «vedo rosso», «giallo d’invidia», «verde di rabbia»…). Questa associazione tra stati d’animo e colori indusse Max Lüscher, il noto creatore del Test dei colori (1949), a definire questi ultimi come «il linguaggio emozionale dell’inconscio».

Se però osserviamo con attenzione un sentimento, potremmo scoprirvi molteplici sfumature, così come l’occhio riesce a distinguere circa duecento tinte, o “tonalità del colore”, a cui vanno aggiunti il grado di saturazione o “purezza”, cioè l’intensità della tinta, e la luminosità o “brillantezza”. Analogamente ci sono sentimenti “brillanti” e altri “cupi”, stati d’animo complessi e indefiniti, che nascono dalla “mescolanza” di diverse emozioni, proprio come i colori secondari e terziari nascono dall’unione dei primari in quantità diverse. Se si mescola un primario (giallo, rosso, blu) con il suo complementare, cioè un secondario, si ottiene il grigio, proprio come certe esistenze, che alla base di una perenne insoddisfazione hanno spesso una “con-fusione” (intesa come mescolamento inappropriato) tra quelli che potremmo definire valori (ma anche bisogni) primari e valori secondari.

Tra i sentimenti policromi e sarei tentato di dire “pirotecnici” spicca la gioia, fermo restando che il più complesso e misterioso resta comunque l’amore. Da semplice emozione, se alimentata, potrebbe trasformarsi in sentimento. Da forza dinamica dell’ego, che si accende e spegne con l’incanto e la rapidità dei fuochi d’artificio, potrebbe anche assurgere a un livello stabile di stato d’essere dell’anima, cioè a quella dimensione esistenziale di felicità, che il senso comune afferma «non essere di questo mondo».

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Ma esiste tale punto d’arrivo “in questo mondo”? La felicità sembra presentare un diverso livello di qualità rispetto alla gioia: la gioia nasce dall’appagamento di un desiderio, mentre la felicità (intesa in chiave spirituale) è caratterizzata dall’assenza di attaccamento al desiderio. D’altro canto essa potrebbe anche intendersi in senso quantitativo come il risultato addizionale di gioie, le quali dovrebbero tuttavia mostrare un denominatore comune, cioè un’intrinseca qualità tale da costituire uno stato d’essere omogeneo, come sfumature cromatiche che si accordano e infine diventano luce. Il discorso ci porterebbe lontano. Accontentiamoci qui di far passare il raggio della gioia attraverso il prisma della nostra osservazione e vediamo in quanti colori potrebbe scomporsi.

Quando si parla di gioia, il colore per eccellenza corrispondente è l’arancione. Nella sua frequenza riconosciamo la gioia di vivere, il desiderio del piacere fisico e mentale. La sua energia nasce infatti dall’incontro della forza materiale e passionale del rosso con quella mentale del giallo, che, intensificata nell’oro, ci porta sul piano spirituale della saggezza. Questo tipo di gioia è spesso avvertito come allegria, che esprime il desiderio di abbracciare, per così dire, e lasciarsi abbracciare dalla vita, in un processo che coincide con la strutturazione della personalità, la quale non può realizzarsi senza la presenza dell’altro. Perciò è innamoramento, sessualità, Eros, fiducia e ottimismo.

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La gioia rossa è invece legata alla passione, spesso erroneamente scambiata per amore. Ha un’energia dinamica rivolta alla dimensione esteriore, “molto calda”, esotermica e centrifuga, che suscita azione e ottimismo, ma non esclude cadute a picco nella sofferenza. È spesso incontenibile e travolgente e nasce da una forza attrattiva, a guardar bene, misteriosa: caratteristica, questa, del rosso, che si pone al confine tra la realtà visibile (materia) e quella invisibile delle radiazioni infrarosse. In questo tipo di gioia vibra la voglia di vincere, di conquistare e possedere. È l’energetico più potente, ma ha il più basso tasso di vibrazione di tutti i colori.

La gioia rosa ha come nota distintiva la tenerezza, grazie al senso di purezza e di elevazione che il bianco apporta al rosso. Nasce da un affetto senza passione, che si può benissimo esprimere in modo dolcemente sensuale, con una gamma di sfumature che va dalla simpatia all’amore incondizionato. È una gioia sensibile e dolce, che produce un senso di leggerezza, quasi di felicità.

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La gioia gialla sorge spesso all’insegna del cambiamento, alimentata dalla ricerca del nuovo e da un’ottimistica proiezione verso il futuro. Nasce dalla pienezza e dall’affermazione dell’io, dalla fiducia nella possibilità della propria realizzazione. È caratterizzata da chiarezza mentale, entusiasmo, estroversione e comunicazione. Può essere contagiosa e la sua assunzione da parte di altri non presenta controindicazioni: richiede solo una buona dose di fiducia.

La gioia verde risiede nel cuore, centro emotivo del nostro essere, che condivide con il rosa. L’agitarsi frenetico delle emozioni sembra qui distendersi ed equilibrarsi, trasformandosi in un vero sentimento. È la gioia che sorge da un senso di armonia, da un amore nato dalla trasmutazione delle energie sessuali e narcisistiche e divenuto capace di donarsi.  È la gioia di una sana autostima, della calma, della speranza e della perseveranza, della sicurezza degli affetti. A volte è anche la gioia della rinascita dopo un grande dolore o un lungo periodo di crisi, come indica il colore di Osiride risorto dopo l’annientamento.

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Con la gioia blu entriamo nella dimensione interiore, nella pace dei sentimenti più profondi e in un senso di benessere prodotto dall’attivazione delle facoltà mentali superiori. La sua energia è endotermica e centripeta: la tensione verso la realtà trascendente ci porta al centro di noi stessi. È una gioia creativa, caratterizzata dal desiderio di comunicare: il passaggio dalla dimensione psicologico-affettiva a quella spirituale si traduce, infatti, in una spinta amorosa verso la vera conoscenza dell’altro.

Nella gioia indaco si manifesta una profonda trasmutazione della coscienza: la consapevolezza, avvertita intimamente, dello stretto legame che unisce tutte le creature produce un irradiamento d’amore. Si comincia a provare un tipo di gioia che travalica il comune sentire e i limiti stessi dello sperimentabile, come una forza incontenibile, che trascina e trasforma: la gioia allora può diventare estasi. È un sentimento che ci fa sentire finalmente liberi dal peso fino a quel momento dato alla materia, con i suoi affanni, e che in pari tempo sembra dare spessore all’inafferrabile realtà dello Spirito. È la dimensione mistica ben espressa nel motto alchemico: «Coagulare il sottile e sciogliere lo spesso».

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Questa scoperta (o riscoperta) della gioia come condizione autentica e costante dell’anima culmina nel viola, il colore dello Spirito, all’estremo limite dei colori visibili, sulla soglia delle radiazioni ultraviolette. La gioia viola fonde in armonia la materialità del rosso e la spiritualità del blu ed è caratterizzata da un grande trasporto verso gli altri, l’arte, la bellezza, il senso del mistero e della trascendenza. Radicare la vita in questo sentire significa bussare alla porta della felicità.

Naturalmente i motivi per gioire possono essere soggettivi e molteplici, tanta è la ricchezza e la varietà di questo sentimento. Qui, a titolo di esempio, ho solo tracciato alcune linee secondo un percorso ideale. Certo la gioia è un grande bene, che occorre coltivare con valide motivazioni, in modo da poterne non solo godere, ma anche offrire a chi ci sta intorno. È infatti per natura non un sentimento egoistico, ma un sentire interiore che ci “collega” al nostro Sé più profondo e agli altri, come sembra suggerirci la radice racchiusa in gioia: yuj, la stessa di yoga.

 

Cesare Peri

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15/10/19
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55. ROL E IL POTERE DEL VERDE

Di quel grande uomo che fu Gustavo Adolfo Rol (20.6.1903-22.9.1994) sono note le qualità spirituali e morali, nonché quei “poteri paranormali”, che lui chiamava semplicemente “possibilità”. Benefattore, guaritore, testimone del Divino, sempre disposto ad aiutare e consolare, egli ebbe eccezionali facoltà medianiche e telecinetiche: scrittura diretta, lettura di libri chiusi, del pensiero e dell’aura, pittura senza toccare i pennelli, chiaroveggenza, viaggi nel passato e nel futuro con apporti, capacità di modificare la materia con la forza del pensiero.

Chi gli è stato vicino e ha avuto la fortuna di partecipare ai suoi “esperimenti” (medici, scrittori, politici, attori e gente “comune”) ha lasciato bellissime testimonianze, che vale davvero la pena di conoscere (vedi bibliografia a piè di pagina).

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Noi ci occupiamo qui della sua passione per i colori e in particolare per il verde. Rol amava dipingere, perciò ci pare bene avviare il discorso con questa sua dichiarazione: «Come pittore ho scoperto i colori e la possibilità di esprimere il mio stato d’animo e i sentimenti della vita attraverso i colori. Ne sono sempre stato affascinato e, attraverso questa esplorazione, sono entrato nella luce stessa delle cose».

La “luce delle cose” è da lui intesa come energia di un Tutto, in cui ogni cosa vibra con la sua frequenza in corrispondenza ad apparenti opposti in perfetta armonia. Su questa armonia insita nella materia-energia, in cui egli sapeva immettersi e interagire, Rol fonda la sua visione spirituale della realtà: «Il significato di tutta la mia ricerca è quello di superare le apparenze, rintracciando la possibilità di un’unione e di un equilibrio tra elementi diversi e contrari»; «Bisogna imparare a vedere nell’insieme, cercando di comporre in armonia le contrapposizioni e le diversità, anche se ciò dovesse creare sofferenza». E i colori ci richiamano l’essenza di questa realtà, a cui ispirare le scelte sociali ed esistenziali: «Del resto i colori creano la luce, i sentimenti e le emozioni insieme la vita. E ogni uomo è destinato a unirsi con gli altri uomini».

Queste “corrispondenze” (amava citare l’omonima poesia di Baudelaire), in particolare tra suoni e colori, lo affascinava: «L’influenza dei colori, non solo sulla psiche, ma anche sull’organismo umano, è fortissima e può essere addirittura terapeutica. È possibile stabilire un’unione e un equilibrio meraviglioso tra elementi diversi, a volte addirittura opposti. I suoni si rivestono di colori e i colori contengono la musica», dal momento che «tutto vibra, ogni corpo emette vibrazioni, che percepiamo con la vista e con gli altri sensi».

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Il concetto di “analogia reciproca”, all’interno di una visione unitaria, per cui, come afferma Herder, «tutta la natura obbedisce a un’unica forza organizzatrice», è fondamentale per capire il pensiero e l’agire di Rol: «Tutto fa parte di un disegno superiore, di un piano divino. Nell’armonia della vita c’è una corrispondenza perfetta fra tutte le cose. Sarebbe sorprendente se il suono non potesse suggerire il colore, se i colori non potessero dare l’idea di una melodia: tutte le cose sono sempre espresse da analogie reciproche, fin dal giorno in cui Dio ha creato il mondo, come una complessa e indivisibile totalità».

In questo armonioso e meraviglioso universo, pervaso dallo Spirito, che, passando dalle cose inanimate e dagli animali all’uomo, si accresce dell’attributo dell’intelligenza (lo “spirito intelligente”, a cui Rol attribuiva tutti i suoi “poteri”), i colori hanno per noi valenze non solo energetiche, ma anche simboliche: «Tutti i momenti della nostra vita hanno un colore: il rosso per la nascita; l’arancio per il calore della famiglia; il verde per la giovinezza, che diventa azzurro nella maturità. L’indaco e il violetto sono i colori trascendentali tra la vita e la morte. Il bianco è il termine, la somma di tutti i colori, la fine del nostro viaggio terreno».

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Tra tutti i colori il verde occupava per Rol un posto speciale, simbolo stesso dell’equilibrio, situato nel centro dell’iride, per la sua straordinaria energia. Se ne rese pienamente conto all’età di ventiquattro anni, dopo due anni di prove e tentativi di riconoscere il verde a occhi chiusi (passando la mano sulle carte da gioco, di cui pervenne a “indovinare” anche i semi), in base alle radiazioni emesse dal colore, finché giunse a quella «sensazione verde profonda e leggera», come la definisce nel suo diario, «suscettibile di ottenere risultati ancora modesti, ma determinanti per i futuri sviluppi della mia sensibilità».

Il suo primo grande passo verso quel dominio della materia, che gli permetteva di andare al di là delle leggi fisiche (apporti, asporti, materializzazioni, trasformazione delle cose, oggetti fatti passare attraverso il tavolo e le pareti), è da lui così annotato: «Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla» (28 luglio 1927). È qui racchiuso il segreto di quella che definì come «coscienza sublime», termine con il quale indicava il punto di arrivo di quell’alchimia spirituale per cui l’uomo giunge a riconoscere in sé la presenza e l’espressione del Divino, la stessa forza creatrice che gli permette perciò di agire sulla materia.

Rol non disponeva a piacimento degli straordinari poteri, ma agiva, citando Goethe, «sotto l’impulso di un ordine ignoto», simile a «una grondaia», come amava definirsi, in cui confluisce l’energia dell’acqua, e per questo rifiutò sempre di sottoporsi alle “prove di laboratorio” dei cosiddetti parapsicologi, esibendosi invece liberamente (e con assoluta gratuità!) in casa propria e in quelle degli amici. Tuttavia per lui la presenza del colore verde fu sempre un mezzo destinato a facilitare l’estrinsecazione dei fenomeni.

Verde era il tappeto che ricopriva il tavolo intorno a cui sedeva con gli amici per gli esperimenti, verdi le pareti della sala, coperte di pregevoli carte del primo Ottocento dipinte con soggetti alpestri. Quando, dopo aver fissato la data e il luogo, preparava i partecipanti a un viaggio nel tempo (occorreva almeno un’ora di preparazione), raccomandava loro di rilassarsi e di concentrarsi sul colore verde. Con i malati imponeva di rado le mani, preferendo fare dei “soffioni verdi” sulla parte sofferente dopo averla coperta con un fazzoletto bianco: diceva allora che era importante immaginare di immettere energia di colore verde, perché «il soffio possiede un’energia vitale incredibile», come è espresso nel racconto della creazione della Genesi.

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(“ROL”, Olio su tela, 2018 – opera dell’artista livornese “CCH”)

A Maria Luisa Giordano, che per molti anni gli fu accanto, trasmise questo insegnamento, affinché potesse operare anche lei con le carte quelle trasformazioni che era solito compiere all’inizio di ogni seduta, “per creare l’atmosfera” e procedere poi a “esperimenti” più complessi: «Ricordati di questa raccomandazione: immagina un piano tutto verde, come un prato senza alberi, senza particolari che turbino l’uniformità del verde; immagina di essere sommersa in un’immensità di vernice verde. Tu vuoi che tutte le carte di questo mazzo si dispongano in un certo ordine? Chiedilo mentalmente e poi immagina il verde: nel momento in cui tu vedi il verde, la trasformazione è avvenuta».

Uomo profondamente religioso, ma rispettoso di ogni fede, rattristato dal diffondersi dell’indifferenza e del materialismo, cioè dalla mancanza di consapevolezza spirituale, così motivava il proprio agire, sempre al sevizio del prossimo: «L’importante è che l’uomo si accorga che il Meraviglioso esiste e che voglia accedervi. È l’unica strada per arricchire il nostro spirito e sollevarlo verso espressioni più alte». A Dino Buzzati, ammirato testimone oculare dei suoi prodigi, che gli chiedeva perché facesse tali esperimenti, rispose: «Li faccio proprio a confermare la presenza di Dio».

Cesare Peri

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Renzo Allegri, Rol, il mistero, Musumeci Editore

Maria Luisa Giordano, Rol mi parla ancora, Sonzogno

Maria Luisa Giordano, Rol e l’altra dimensione, Sonzogno

Remo Lugli, Rol, una vita di prodigi, Mediterranee

Gustavo Adolfo Rol, “io sono la grondaia…” (diari, lettere e riflessioni, a cura di Catterina Ferrari), Giunti

Franco Rol, Il simbolismo di Rol, Ed. ilmiolibro self publishing

 

30/08/19
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54. I COLORI DELLA PUBBLICITÀ

Il fenomeno psicologico della sinestesia, per cui ogni colore suscita in noi corrispondenti sensazioni gustative e olfattive (vedi 53. Il sapore dei colori), costituisce l’elemento su cui si basano le strategie pubblicitarie ed è sfruttato ampiamente anche dai negozianti nel disporre sul banco i vari articoli, opportunamente illuminati.

Che i prodotti vengano facilmente scelti in base ai colori delle confezioni, piuttosto che per la loro effettiva bontà o dopo un’attenta lettura dei loro ingredienti, è un fatto comune, dovuto in genere alla fretta o a una sensazione di immediato “riconoscimento”, per un subliminare senso di “familiarità” creato ad arte da uno spot televisivo (basta un messaggio di 30 secondi per far preferire un alimento a un altro sconosciuto).

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La qualità dei colori, quando ci si addentra nei meandri dei supermercati, gioca un ruolo fondamentale, perché essi destano in noi delle reazioni emotive ben note, assecondando le quali i “persuasori occulti” sollecitano il desiderio di acquistare quell’articolo che, non a caso, ci attrae. «La maggior parte della pubblicità non fa tanto appello alla ragione quanto all’emozione», osserva giustamente Erich Fromm. Infatti nella scelta dei colori c’è sempre una componente psicologica, che ci fa agire in base al nostro stato emotivo: in generale un desiderio di energia ci spinge verso i colori brillanti, mentre i colori scuri e riposanti attirano chi ha bisogno di tranquillità e di pace. Difficile, comunque, che una bella confezioni passi inosservata, soprattutto se presenta i colori “ipnotici” per eccellenza, cioè il rosso e il giallo.

La sottile seduzione che i colori esercitano sull’inconscio, abilmente sfruttata dai maestri di marketing, arriva persino ad alterare la percezione della realtà. Significativo si rivelò l’esperimento in cui tre gruppi di casalinghe furono invitate a provare l’efficacia di un detersivo confezionato in bottiglie di diversa colorazione: una blu, una gialla e una gialla e blu. Le prime due furono giudicate negativamente, una troppo “delicata” e l’altra troppo “potente”, mentre la terza risultò ottima, perché smacchiava e nello stesso tempo era delicata con i tessuti. In realtà era stato assegnato loro lo stesso prodotto, ma il colore della confezione (l’azzurro è “leggero”, il giallo “intenso”) aveva condizionato il loro verdetto.

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Che dire poi dell’importanza del marchio? Quando è ben caratterizzato e pubblicizzato, è in grado di influenzare persino la percezione del gusto, come dimostrò il dott. Tom Robinson, della Stanford University (California), che offrì a 63 bambini, tra i 3 e i 5 anni, identici alimenti, ma alcuni in una confezione recante un noto marchio, altri in una confezione anonima: il 77% disse che il prodotto con il logo era più buono.

Naturalmente la scelta dei colori, e di conseguenza dei prodotti, varia in base al sesso, all’età e alle condizioni socio-culturali, ma l’approccio resta sempre legato all’emotività del momento, al benessere psicofisico e ai dettami della moda e della cultura. E sotto queste varianti restano comunque invariate e ben riconoscibili le valenze “ancestrali” dei colori, di cui abbiamo già ampiamente trattato.

In linea di massima è possibile constatare che i colori scuri si rivelano adeguati al target maschile, quelli chiari (ma un posto di rilievo è occupato dal rosso) rispondono ai gusti femminili. I colori tenui o neutri incontrano il favore di un pubblico più sofisticato ed elegante, mentre le tonalità sature e i colori primari attraggono i bambini o chi fa pochi e ponderati acquisti.

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Il colore più “commerciale” è senza dubbio il rosso, perché comunica energia ed emerge rispetto alle altre tinte, evidenziando il prodotto e facendolo apparire più vicino e grande, dai biscotti alla pasta, fino alla macchina sportiva. Poiché evoca l’idea di forza, è usato per il caffè e per i liquori. Per la vivacità si addice alle confezioni di acqua frizzante, distinguendola da quella naturale (blu), e al target giovanile (coca-cola). Abbinato al nero, allude al gusto deciso del cioccolato fondente, ma è anche indicato per lozioni pre-dopo barba. Associato al bianco, suggerisce il sapore più intenso del latte e dello yogurt intero, mentre col verde (i colori complementari creano contrasto) evidenzia tutta la forza degli insetticidi e degli anticalcare. Per i bambini poi è il colore per eccellenza dei giocattoli, seguito da giallo, blu e verde.

Il giallo è amato dai golosi, quindi è ottimo per miele, dolci e biscotti. Stimola l’attenzione e l’appetito, evoca il colore del grano e del sole, ed è perciò adatto a pasta all’uovo e surgelati. Col nero invece desta una sensazione di pericolo e di veleno, quindi niente di meglio per gli insetticidi. Ma, come dicevamo, è molto amato anche dai bambini, quindi lo ritroviamo nei giocattoli.

Il blu, colore del mare e del cielo, dà un senso di sicurezza, perciò suggerisce fiducia nell’acquisto di vari prodotti, da pasta e biscotti ai giocattoli. Con l’aggiunta del bianco, cioè azzurro, si accentua il senso di dolcezza e leggerezza, quindi è impiegato per i prodotti per l’infanzia, per il cioccolato al latte, per l’acqua naturale, il latte e lo yogurt scremati, come pure per detergenti e detersivi. La gamma blu-azzurro-turchese contraddistingue il pesce surgelato. In quanto associato all’acqua e alla freschezza è spesso usato nelle confezioni di dentifrici, mentre le tonalità scure si addicono ai profumi maschili.

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L’arancione desta allegria e appetito, perciò è usato per confezionare pane, fette biscottate, biscotti e pasta all’uovo (ricorda il colore del tuorlo), ed è gradito a un target giovanile e indicato per prodotti per l’infanzia. Nella sua variante più scura, cioè marrone, in quanto associato alla natura (terra, alberi), ricorre per prodotti biologici, da forno, pasta integrale e liquori alle erbe, ma è usato anche per i profumi maschili.

Il verde richiama la natura per eccellenza, quindi è l’ideale per tutto ciò che si vuole presentare come naturale o biologico: verdure (fresche e surgelate), amari aromatizzati con erbe, pasta, dentifrici (gusto menta), prodotti farmaceutici (aromi balsamici o mentolati). Il verde scuro, associato alla freschezza della natura, è adatto a dopobarba e profumi maschili.

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Il rosa, poiché associato all’idea di delicatezza e di dolcezza, è riservato ai profumi femminili, ai giochi delle bambine e a particolari prodotti detergenti (lana), ma trova spazio anche nell’industria alimentare per prodotti zuccherosi.

Il bianco evoca purezza, pulizia, igiene e delicatezza (accresciuta dai colori pastello), perciò prevale nelle confezioni di dentifrici, detergenti intimi, creme per il viso, prodotti per l’infanzia.

Il nero sottolinea sempre la pregevolezza del prodotto. Associato all’oro, nella confezione del caffè indica una miscela di pregio, in quella di liquori l’alta qualità e un particolare invecchiamento. Abbinato al rosso, è tipico del cioccolato fondente.

Il viola, da ultimo, è contrassegno di eleganza e usato per prodotti di prestigio. Dolcezza, tenerezza e sensualità, qualità del viola chiaro, suggeriscono la raffinatezza di profumi femminili. Si può abbinare con l’oro, che rende tutto ancora più prezioso, ma è assolutamente da evitare l’associazione col nero… perché significa lutto.

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Il fatto è che questi “messaggi cromatici”, anche se pilotati, condizionano naturalmente le nostre scelte, perché, pur leggendo scrupolosamente le etichette e considerando gli ingredienti degli articoli che hanno attirato la nostra attenzione, non possiamo prescindere dal piacere estetico e tanto meno dai sentimenti che accompagnano ogni nostra azione, la quale ha in genere motivazioni più profonde, radicate nel nostro mondo interiore, in quella dimensione inconscia in cui il colore rappresenta qualcosa di più di una percezione sensoriale, ma è simbolo, intuizione e… poesia.

Cesare Peri

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3/07/19
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53. IL SAPORE DEI COLORI

I colori hanno un sapore? Immaginare che le onde elettromagnetiche che noi chiamiamo colori possano agire direttamente sulle nostre papille gustative sarebbe una lettura semplificata di un processo complesso, che coinvolge il nostro essere a livello fisico, emozionale e mentale.

Di fatto ogni colore ha una sua lunghezza d’onda e qualità specifiche in grado di influenzare l’intera gamma delle emozioni umane, tenuto conto che la nostra aura è essa stessa un campo elettromagnetico, composto da aree di diversa frequenza, che i chiaroveggenti descrivono come un insieme di raggi colorati emananti dalla colonna vertebrale.

A parte i processi biochimici prodotti dall’energia della luce solare che, a prescindere dalla simbologia del colore legata a fattori culturali e ambientali, generano in ciascun individuo, come è noto, effetti universali di carattere psicofisico (accelerazione o rallentamento del battito cardiaco, alterazioni della pressione, del ritmo respiratorio, ecc.), più complessi da indagare, il fattore determinante alla base di queste dinamiche si può individuare nelle associazioni mentali, profondamente radicate nella psiche dell’essere umano, veri e propri riflessi condizionati impressi nella nostra specie.

Va inoltre considerato quel meccanismo percettivo denominato sinestesia, (“percezione simultanea”), cioè l’associazione di sfere sensoriali diverse, per cui raramente i nostri sensi agiscono autonomamente, ma si trasmettono e scambiano sempre impulsi, spesso a livello inconscio, che si imprimono profondamente dentro di noi, tanto che un colore, un odore, un sapore, un suono e persino una sensazione tattile possono destare non solo emozioni, ma precisi ricordi.

Nella tradizione cinese con i colori si classificano anche i sapori: il rosso indica l’amaro, il giallo il dolce, il verde l’acido, mentre il bianco è associato al piccante e il nero al salato. Nel nostro gusto di occidentali i colori suscitano sensazioni gustative un po’ diverse.

Passiamole brevemente in rassegna in base ai dati emersi da ricerche e statistiche non sempre concordanti, tuttavia nel complesso uniformi.

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Il rosso suggerisce in genere un sapore piccante, tuttavia è innegabile che la scelta di un aperitivo di un bel rosso brillante susciti in noi un’aspettativa dolce al palato, come accade alla vista delle fragole, diversamente da quella del pomodoro e dalle varie sfumature di gusto che ci offre il vino.

Al rosso si accompagna l’impressione di caldo o bruciante a livello tattile, mentre suggerisce un odore pungente, forse per influsso dell’aceto, e un suono “vigoroso”.

Il verde ha un sapore aspro, per associazione istintiva con l’acerbo, anche se ortaggi e olio di oliva non destano necessariamente questa reazione. Alla percezione tattile si rivela fresco e liscio, come pure rinfrescante ne è avvertito l’odore, associato alla menta e alla freschezza naturale della vegetazione, mentre suggerisce un suono “ovattato”.

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Il giallo è avvertito come un sapore brusco, probabilmente perché richiama l’immagine del limone, tuttavia non si può negare che è anche il colore del miele, evidentemente meno comune nell’uso quotidiano e perciò meno impresso nella psiche. Si associa all’idea di caldo, ma alla percezione tattile potrebbe apparire pungente, mentre l’odore è agro, conforme alla sensazione gustativa, e il suono è immaginato “squillante”.

Il blu, malgrado l’esperienza gustativa di prugne e mirtilli, suggerisce ai più un sapore edulcorato, cioè reso dolce artificialmente, forse perché questo colore è più raro degli altri in natura. Il tatto lo percepisce come fresco, l’olfatto frizzante, l’udito lo identifica come un suono “basso”.

L’arancione ha un sapore speziato, per influsso dello zafferano, evidentemente più forte di quello dell’arancia, che pure gli dà il nome, e così intenso da generare la stessa sensazione a livello olfattivo, mentre al tatto si rivela caldo o tiepido e come suono risulta “potente”.

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Il rosa è universalmente riconosciuto di sapore dolce, come il suo profumo, per influsso dell’omonimo fiore, e agli altri sensi risulta soffice e tiepido, suggerendo un suono “lieve e delicato”.

Il viola è avvertito come un sapore amabile, delicato come il fiore da cui trae origine il nome, e genera una sensazione tattile calda e morbida, analoga a quella olfattiva, che induce al rilassamento e al sonno, accompagnata dall’idea di un suono “denso e sommesso”.

Il marrone ha un sapore combusto e un odore di bruciato, e non pare risulti ancora mitigabile dall’attuale diffusione né della cioccolata e tanto meno dei datteri, gusti arrivati troppo tardi nella cultura occidentale e a lungo estranei al palato comune. Al tatto si rivela caldo e ruvido, associato com’è all’idea base del legno e sembra nei più destare una sensazione auditiva malinconica e triste.

Il nero ha un gusto amaro e odora di carbonizzato. La percezione tattile lo identifica come solido, mentre non evoca nessun suono.

Al silenzio è associato anche il bianco, inteso tuttavia non come assenza di suono, bensì come potenzialità espressiva, conformemente alla caratteristica cromatica, secondo la quale il nero è assenza di colore, mentre il bianco raccoglie in sé tutti i colori. Al gusto si rivela insapore e non dolce, perché lo zucchero era sconosciuto ai nostri avi ed evidentemente questa associazione mentale non è ancora prevalente, mentre quella col freddo e con il ghiaccio resta universalmente viva.

I colori rientrano dunque in un ricco e suggestivo patrimonio di sensazioni che accompagnano il cammino dell’umanità: come echi lunghi che da lontano si fondono / in una tenebrosa e profonda unità, / vasta quanto la notte e quanto la luce, / i profumi, i colori e i suoni si rispondono (Baudelaire, Corrispondenze).

Cesare Peri

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21/05/19
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52. COLORI E VALORI DEL PAVONE

Quel meraviglioso ventaglio di colori che con infinite sfumature la natura dispiega ai nostri occhi (e alla nostra anima) nei suoi tre “regni”, minerale, vegetale e animale, sembra interamente riprodotto, quasi per un gioco olografico, nel ventaglio della coda del pavone.

In effetti questo misterioso uccello, uscito, come per magia, dalle foreste dell’India, nella sua straordinaria varietà di piumaggio riunisce tutti i colori dell’iride con riflessi cangianti blu-verde, lavanda-viola, grigio-argento-marrone, opale, giallo-rosso rame, bianco-nero… Per ogni colorazione primaria del piumaggio esistono venti variazioni e, come risultato di combinazioni di colori di base e secondari, si arriva a ben centottantacinque varietà del pavone comune!

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La lucentezza metallica del piumaggio del pavone maschio, che incede solenne con in testa un ciuffo di penne azzurre, gli occhi bordati da un elegante fregio bianco, il lungo collo e il petto di un blu intenso, mentre un verde marino brilla tra le ali scure o grigio-marrone e sembra prolungarsi nelle lunghe penne bronzo-rame della coda, ci lascia ammirati. Che dire poi del pavone bianco, la cui la coda sembra uno splendido pizzo? Anch’esso richiama la totalità dei colori, dal momento che il bianco in sé tutti li riassume.

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E proprio questa totalità cromatica include il pavone nella dimensione simbolica: le splendide penne della coda dai misteriosi “occhi” blu-azzurri, cerchiati di giallo e di verde chiaro, aperte a ventaglio nella caratteristica ruota, richiamano alla mente l’idea dello spiegamento cosmico della creazione e quindi della totalità dell’esistente. Più in generale, l’aprirsi della meravigliosa ruota simboleggia ogni tipo di manifestazione, ma il suo subitaneo richiudersi evoca anche il senso di precarietà e di impermanenza di ogni cosa.

D’altro canto, poiché il ventaglio è destinato a riaprirsi, si associa a idee di rinascita, di primavera, di longevità e anche di amore, dal momento che questo sentimento sembra “esplodere” improvviso in tutta la sua bellezza e, non di rado, svanire con altrettanta rapidità. Oltretutto il pavone fa la ruota nel periodo degli amori (per attrarre le femmine e per intimorire gli avversari). Un’altra ricorrente valenza simbolica deriva dal fatto che questo insolito volatile si ciba di serpenti velenosi senza subire danno, divenendo perciò l’emblema della trasformazione in positivo di qualsiasi situazione negativa. Un’antica credenza spiega i colori cangianti della sua coda proprio come l’effetto del veleno tramutato in sostanza solare. Di conseguenza la sua immagine fu sempre considerata di buon auspicio.

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Quanto ai misteriosi “occhi” dei quali è disseminata la coda (con cui disorienta e spaventa i predatori), i popoli antichi, soprattutto in Oriente, vi riconobbero gli astri che punteggiano il firmamento. Anche per i Greci rappresentavano lo splendore celeste, simbolo di Era, la Grande Dea, gelosa consorte di Zeus, la quale volle l’omonima costellazione in memoria di Argo, il suo fedele guardiano dai mille occhi, ucciso da Ermes. Non di meno i Romani, che lo chiamavano “uccello di Giunone”, lo esaltarono come simbolo di bellezza, di regalità e anche d’immortalità, perché ritenevano che a esso spettasse il compito di accompagnare nell’aldilà le anime delle imperatrici.

Simbolo di vita eterna fu anche per i primi cristiani, che lo raffiguravano per esprimere le qualità del Salvatore, regalità e gloria, ma anche l’idea di morte e resurrezione, sia per il movimento della sua ruota sia, probabilmente, anche perché le splendide penne della coda vengono perse durante la muta (in settembre), ma poi rispuntano (in aprile). A questo va aggiunta la credenza, già nelle antiche religioni pagane, che la carne del pavone non si decomponesse dopo la morte. Il pavone bianco, in particolare, significava la purezza e la luce della coscienza, come pure lo Spirito Santo e Cristo risorto. Secondo una leggenda medievale gli “occhi” rappresentano l’onniscienza di Dio, che tutto sa e tutto vede, ma proprio a partire dal Medioevo si diffuse anche un’interpretazione negativa del pavone come simbolo di orgoglio, di vanità e di lusso.

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Nella religione indù esso appare associato alla conoscenza e alla saggezza, attributi della dea Saraswati, che lo usa come personale cavalcatura, forma che assume lo stesso Indra, il dio del cielo, quando scende sulla terra. Simbolo di purezza mentale e di perfezione morale è in Tibet il pavone bianco.

Particolare rilievo nella simbologia musulmana ha “l’uccello dai cento occhi”, la cui ruota rappresenta lo spiegamento cosmico dello Spirito, l’universo e la volta celeste, a cui allude simbolicamente anche la danza rotatoria dei dervisci. Secondo una leggenda sufi, Dio all’origine creò il pavone, dalle cui gocce di sudore, stillate per timore reverenziale, sarebbero nati tutti gli altri esseri. Un’altra leggenda ha per protagonista il giovane Adi, desideroso di divina conoscenza, al quale il maestro consiglia di cercare il significato del Pavone e del Serpente. Giunto in Iraq, egli s’imbatte nei due animali che, disputando sulle loro presunte qualità, si rinfacciavano reciprocamente i difetti: uno era vanitoso, pur avendo delle brutte zampe, mentre l’altro era un pericoloso dissimulatore. In realtà i due animali stanno a rappresentare la natura umana nella sua duplice componente, divina e terrena, ricca di potenzialità da sviluppare, ma sempre esposta al rischio dell’orgoglio spirituale.

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Davvero tanti valori nei colori del pavone! Ma, se dall’universo simbolico, specchio della ricchezza dell’animo umano, scendiamo nel giardino zoologico dell’ornitologo, vediamo passarci davanti un pennuto che può pesare dai 4 ai 6 chili (maschio adulto) con il caratteristico strascico di penne del sopracoda lungo anche 1,6 m. Sappiamo che può campare fino a 25 anni e che, diversamente dagli altri uccelli, resiste bene al freddo invernale.

Inoltre ha voce sgradevole, simile al gracchiare del corvo, e un caratterino poco socievole, che lo rende aggressivo verso le altre specie domestiche e gli estranei. In compenso può affezionarsi a chi se ne prende cura, ma non sopporta voliere e recinti, perché ama la libertà e tuttavia preferisce camminare invece che volare. Si accontenta di appollaiarsi sui rami alti degli alberi per sentirsi al sicuro… Ma, forse, anche senza ricorrere alla simbologia, ho l’impressione che in questi aspetti ci si possa comunque riconoscere…

Cesare Peri

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9/04/19
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51. L’AMBIVALENZA DEL ROSSO

Il principio della bivalenza dei simboli vale anche per i colori: ogni colore ha un simbolismo primario (generalmente positivo) e uno secondario (generalmente negativo), sia intrinseci al colore stesso sia determinati dal variare della sua luminosità e saturazione.

Il rosso ci offre un esempio di dualità simbolica particolarmente significativo, legato com’è alla manifestazione materiale della vita e alla dimensione corporea. In quanto inizio (sembra “emergere” dagli invisibili raggi ultravioletti) reca inevitabilmente in sé la polarità opposta della fine, l’idea della terra madre che genera, ma anche della sepoltura, già nella preistoria spalmata di ocra rossa. L’incarnazione è intesa come espressione esteriore dello Spirito, un momento gioioso del suo dispiegarsi come esperienza di consapevolezza e, d’altra parte, implica la pesantezza della materia e gli automatismi biologici che non favoriscono la coscienza spirituale. Nella sua Teoria dei colori Goethe afferma che «un rosso completamente puro, un carminio perfetto, conferisce un tono più vivace alle facoltà psichiche», però il rosso-bruno (o tanè), che ricorda il rosso cupo della brace, produce tutt’altro effetto, associato a una dimensione infernale e all’idea di tradimento, tanto da essere considerato l’unico colore dal simbolismo primario negativo che non ammette l’inversione in positivo (diversamente dal grigio e dal marrone).

Il rosso è associato al sangue, simbolo della vita, e al fuoco, simbolo della conoscenza e della trasformazione, che include comunque l’idea della morte. L’ambivalenza caratterizza entrambi i simboli.

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Il sangue, oltre che della vita stessa, è per gli antichi simbolo dello Spirito e per il Cristianesimo della passione purificatrice e santificante del Salvatore, del martirio con cui “morendo si ottiene la vita”, ma è anche il simbolo della carne, del peccato, delle impurità e dei crimini. Il rosso scuro è per Artemidoro il colore stesso della morte e Omero definisce “purpurea” la morte (porphýreos thánatos).

Il fuoco è un simbolo spirituale, che dissipa le tenebre dell’ignoranza e illumina (lo Spirito santo della Pentecoste scende sugli apostoli in lingue di fuoco), ma d’altro canto è immagine della passione che obnubila la mente, trascinandola verso il basso, delle fiamme infernali, regno di Satana.

Si dice anche che il rosso sia il colore dell’amore, che tuttavia già Platone nel Simposio distingueva come «duplice Eros»: quello «celeste» e il suo opposto, «volgare», tipico di «quelli che amano i corpi piuttosto che le anime e, per quanto loro possibile, amano le persone più stolte, mirando solo al compimento dell’atto, senza curarsi che ciò avvenga in modo bello o no». Sappiamo che nella simbologia cromatica il rosso rappresenta piuttosto la passione, la componente istintiva, mentre il vero amore è simboleggiato dal rosa (dove il rosso è ingentilito dalla purezza del bianco) e anche dal verde, già per gli antichi sacro ad Afrodite e colore del chakra del cuore.

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Anche indossato, il rosso non smentisce il suo ruolo ambivalente. La porpora è segno della regalità e della spiritualità: imperatori e alti prelati se ne sono sempre fregiati per mostrare il loro potere temporale e spirituale. Ma è anche simbolo di crudeltà e di arroganza e di coloro che, in quanto vittime del potere, contro di esso hanno innalzato una bandiera di rivolta dello stesso colore, dai garibaldini ai rivoluzionari russi e cinesi. Insomma il rosso appare simbolo del potere e dell’aristocrazia e nello stesso tempo simbolo rivoluzionario e del proletariato.

In quanto carico di energia, di forza e di aggressività non poteva che essere il colore della guerra: abbinato a Marte e al pianeta rosso, era l’insegna dei guerrieri (la famosa uniforme dell’esercito spartano, non meno degli antichi romani), per accrescerne il coraggio, la ferocia e la spietatezza. Ma nell’arte paleocristiana anche gli arcangeli e i serafini ci appaiono dipinti di rosso. D’altro canto il colore della furia devastatrice è anche il colore della fortuna in Cina e in India e in particolare di buon auspicio per le spose, che tuttora lo scelgono come loro abito. Già al tempo dei romani le spose indossavano un bell’abito ocra, e rosso rimase in Europa l’abito nuziale fino alla metà del XIX secolo, allorché la regina Vittoria d’Inghilterra si sposò col principe Alberto sfoggiando un abito bianco con fiori d’arancio, e nacque così la nuova moda.

Se l’abito rosso contrassegnò per secoli la sposa, sancendo l’amore come sentimento sacro, non bisogna dimenticare che fu anche l’abito d’obbligo per le prostitute, simbolo di amore carnale e di peccato, riproposto dalla lanterna rossa sulla porta delle “case chiuse”, e tuttora di erotismo (una situazione sconveniente o proibita è ancora definita “a luci rosse”). Ma se il rosso rappresenta la vergogna, esso può parimenti essere il segno di chi si vergogna, quindi del pudore, di quel rossore che è indice di candore. Si racconta a proposito che un giovane, interrogato da Aristotele, arrossì per non saper rispondere, suscitando l’ilarità dei suoi compagni, ma il grande filosofo azzittì prontamente gli scolari con questo monito: «Guardate bene il colore del volto di questo ragazzo, perché questo è il colore della virtù!». Del resto anche i lama tibetani si vestono di rosso…

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Gli psicologi del colore ci dicono che chi predilige indumenti rossi è tendenzialmente estroverso, vitale, competitivo, sicuro di sé, allegro e che ama essere notato, insomma una persona positiva. Tuttavia potrebbe anche essere un tipo istintivo, rude, irascibile, aggressivo (in modo aperto o mascherato), presuntuoso e crudele, cioè una persona negativa. Se poi chi si veste di rosso è un individuo evidentemente “tranquillo”, la sua predilezione cromatica potrebbe essere segno di insicurezza, di timidezza, rivelandosi così un tentativo (spesso inconscio) di compensare un senso di inadeguatezza. Ovviamente l’uso “sano” di un colore dipende dal giusto equilibrio, dal saperlo cioè unire con gli altri colori. In effetti ogni eccesso rivela un disagio e la monocromia, nell’abbigliamento come negli ambienti abitativi, va evitata.

Se riconosciamo al rosso le qualità della sicurezza e dell’ottimismo (più pertinenti, in realtà, all’arancione), è singolare che il richiamo alla sicurezza si ottenga ricorrendo allo stesso colore quale messaggio perentorio e allarmante di divieto e di pericolo, come nella segnaletica stradale o comunque in situazioni estreme: “codice rosso”, “conto in rosso”, “telefono rosso”, “cartellino rosso”… Ma per il suo influsso positivo, che genera vivacità e gioia, si addice ai giocattoli ed è giustamente prediletto dai bambini. È il colore rassicurante e sornione di Babbo Natale e apparecchiare in rosso significa creare un’atmosfera serena e festosa.

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Quanto poi alla potenza e alla grinta di questo colore, meglio non potrebbe scegliersi per un’auto sportiva, ma anche per le tute degli sportivi, perché è provato che rafforza il tono muscolare e ne migliora le prestazioni. E qui siamo giunti finalmente a un dato univoco, perché i codici simbolici legati al cromatismo possono mutare coi tempi e con i luoghi, ma a livello psicofisico gli effetti del rosso sono universali: stimola il cuore, aumentandone i battiti, migliora l’irrorazione sanguigna, aumenta la temperatura corporea e, in generale, combatte l’esaurimento fisico e rafforza l’energia sessuale.

Il rosso, dunque, conforme alla sua complessa ambivalenza, ha il meno elevato tasso di vibrazioni di tutti i colori e il più alto livello di energia. Per renderlo più benefico è consigliabile accompagnarlo all’oro, simbolo di saggezza, che permette così di incanalare positivamente la sua intensa energia, come sperimentato dal metodo terapeutico di Wicky Wall denominato Aura-Soma.

Cesare Peri

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12/03/19
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50. LA DIETA DEI CINQUE COLORI

Quando c’imbattiamo nella parola dieta, l’associamo subito all’idea di dimagrire e ai “sacrifici” che essa comporta. Quella “dei cinque colori”, invece, ha come principale scopo la protezione della salute, poiché stimola il sistema immunitario ed esercita una straordinaria influenza positiva sul sangue, sull’apparato gastrointestinale, sui polmoni e sulle degenerazioni cellulari. È quanto affermano concordemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto Superiore di Sanità e le maggiori organizzazioni per la lotta ai tumori. Naturalmente può giovare tantissimo anche alla linea (a condizione che la si prediliga al consumo smodato di dolci e di piatti “pesanti”) e per di più è un toccasana per la pelle e contrasta l’invecchiamento.

In cosa consiste? Nel consumo quotidiano di verdura e frutta (da associare liberamente ad altro cibo, meglio se leggero, e distribuibili anche nell’arco della giornata) di cinque colori: rosso, giallo-arancio, verde, blu-viola e bianco. Si è scoperto infatti che i pigmenti che determinano il colore sono dovuti a composti organici, denominati fitochimici, che svolgono una naturale funzione protettiva contro virus e infezioni e in particolare contrastano l’azione dei radicali liberi, sostanze di scarto prodotte dall’organismo che danneggiano le cellule.

Siamo dunque nell’ambito della cromo-dieta, che rientra in quello più ampio della cromoterapia, non limitata però all’effetto psicologico, di per sé importante, dei colori che mettiamo nel piatto, ma avvalorata da ricerche scientifiche e da significative statistiche che riconoscono l’importanza dei “cinque colori del benessere”.

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Il primo posto spetta a verdura e frutta giallo-arancione e in particolare alla carota: basti pensare che in passato (fin dagli antichi egizi) veniva usata solo a scopo terapeutico. Ricca di vitamine (A, B, C, E) e di oligoelementi (potassio, magnesio, rame, calcio e zinco), ha proprietà rimineralizzanti (un vero e proprio integratore naturale) ed effetti cicatrizzanti, sia sulle mucose dello stomaco (perciò raccomandata per bruciori e ulcere) sia sulla pelle (per infezioni e scottature). Il betacarotene, in essa contenuto, che l’organismo trasforma in vitamina A, permette di ottenere un sorprendente effetto protettivo e anticancro e protegge la vista, favorendo la produzione di rodospina, una proteina presente nell’occhio, indispensabile per le cellule nervose che consentono la visione notturna. Eccezionale è anche la scorta di carotenoidi, i pigmenti antiossidanti che colorano di arancione e che contrastano i radicali, i principali responsabili dell’invecchiamento della pelle.

I frutti arancioni contengono anche una grande quantità di flavonoidi, che potenziano gli effetti benefici delle vitamine e dei minerali e bloccano l’ossidazione del colesterolo cattivo, evitando che si depositi sulle pareti delle arterie.

Dunque sulla nostra tavola non manchino, oltre alle carote, zucche, albicocche e tutti i frutti e i vegetali di color giallo (il betacarotene è presente in molti altri vegetali, come asparagi, patate, pomodori, verze, lattuga, angurie, ciliegie e pesche).

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Gli alimenti vegetali di colore rosso contengono le antocianine, sostanze utilissime per migliorare la circolazione sanguigna, prevenendo la formazione di coaguli e rinforzando l’apparato vascolare, e il licopene, che esercita una potente funzione antiossidante che preserva dai tumori e favorisce la rigenerazione cellulare.

Quindi conviene mettere in tavola pomodori, peperoni, ravanelli, come pure fragole, ciliegie, ribes rosso e anguria.

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Anche nel cibi blu-viola troviamo le preziose antocianine, che, oltre a scongiurare i rischi di trombosi, ictus e infarto e l’aumento del colesterolo, migliorano la vista e la memoria.

Faremo dunque una buona scorta di melanzane, radicchio e di prugne, fichi, uva nera e mirtilli.

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Verdura e frutta verde abbondano di clorofilla, che svolge una preziosa funzione fluidificante sulla bile, favorendo i processi digestivi e impedendo le fermentazioni nell’intestino. Inoltre questa sostanza potenzia l’effetto benefico dei carotenoidi.

Aggiungeremo perciò cavoli, spinaci, broccoli, carciofi, zucchine, cicoria, rucola, prezzemolo e kiwi, ma anche legumi, come fave e piselli.

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A completare “i cinque colori del benessere” introdurremo da ultimo il bianco, per combattere efficacemente il colesterolo cattivo e l’ipertensione arteriosa. Questi alimenti contengono gli isotiocianati, che rallentano l’invecchiamento cellulare e controllano i livelli di alcuni ormoni implicati nello sviluppo di vari tumori.

Aglio, cipolla, finocchio, cavolfiore e così pure mandorle, mele e pere entreranno a far parte delle nostre abitudini alimentari.

Le proprietà chimiche della dieta dei cinque colori sono dunque un vero e proprio tesoro di composti organici, di vitamine e minerali, a cui va aggiunta una straordinaria ricchezza di fibre e di acqua, indispensabile al nostro organismo. Non dimentichiamo però anche le proprietà psicologiche: la piacevolezza di un piatto ricco di colori e l’influsso che ciascun colore esercita sul nostro equilibrio umorale. La presenza del rosso, infatti, ci dà energia, l’arancione stimola l’appetito e l’allegria, mentre il giallo, oltre a migliorare le funzioni gastriche, suscita vivacità e ottimismo. Il verde ci tranquillizza, facendoci ritrovare calma ed equilibrio, il blu e il viola ci rasserenano e ci infondono pace, mentre il bianco ci dà un senso di pulizia e di purezza e la voglia di riprendere il cammino con rinnovate energie.

Un’ultima considerazione: la cosiddetta “dieta dei cinque colori” (in realtà sette) può includere, oltre al benessere fisico e psicologico, un beneficio più grande, offerto dalla Meditazione Cromatica. Infatti, questi colori fondamentali in campo vegetale non sono forse gli stessi dello spettro solare e quelli che, in ordine verticale, dal rosso al bianco, caratterizzano il percorso evolutivo della coscienza rappresentato dai chakra?

Allora, per gustare pienamente un colore e goderne l’effetto benefico e terapeutico, posso aggiungere al mio piatto la consapevolezza del significato intimo di quel colore e percepirlo come un dono che entra non solo nello stomaco, ma anche nella mente e, soprattutto, nel cuore.

Cesare Peri

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5/02/19
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49. I COLORI… ESISTONO?

I colori… esistono? A prima vista (l’espressione suona quanto mai appropriata) la risposta a tale domanda sembrerebbe ovvia, ma, a ben guardare, rientra di diritto nella questione più ampia e ben nota alla ricerca filosofica e scientifica, se cioè la realtà percepita dai nostri sensi sia realmente come a noi appare. Senza scomodare Platone o Kant, limitiamo il quesito a ciò che si sa, o crediamo di sapere, sulla natura dei colori.

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Si tratta di un’emissione di energia solare con determinate frequenze, che si propaga nello spazio alla velocità di 300.000 Km al secondo con moto ondulatorio: «radiazioni elettromagnetiche, vibrazioni sotto forma di onde generate da un movimento di cariche elettriche o dalle transizioni energetiche che avvengono a livello di molecole, atomi o nuclei». Noi registriamo queste emissioni di luce secondo la lunghezza d’onda (distanza tra due onde successive) e la frequenza (numero di oscillazioni al secondo), la cui diversità ci permette di percepire col senso della vista solo i sette colori dello spettro solare, ma il loro numero è di gran lunga superiore e difficilmente calcolabile.

Se paragoniamo i nostri sette “colori” a un’ottava musicale, è possibile individuare altre tre ottave, non con il senso della vista ma del calore, al di sotto del rosso (raggi infrarossi), mentre al di là del violetto si è identificata una mezza ottava di raggi dotati di potenti proprietà chimiche (raggi ultravioletti). L’occhio umano, secondo i testi di ottica, può distinguere fino a duecento sfumature, ma i fisici ipotizzano che le irradiazioni emesse dal sole corrispondano almeno a quaranta ottave. Tutti i “colori” agiscono sulla materia, come le onde sonore: quelli “caldi” (rosso, arancione, giallo) hanno una frequenza inferiore a quelli “freddi” (verde, blu, viola), quindi meno energia.

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Di fatto noi percepiamo come colore la luce riflessa da un corpo, poiché alcune radiazioni elettromagnetiche vengono assorbite dalla materia, altre invece respinte, “colorando” così l’oggetto. Come prova evidente che si tratta di energia basta confrontare la superficie di una macchina nera e quella di una bianca esposte al sole: la prima si riscontrerà più calda, perché il nero risulta dall’assorbimento totale dei raggi solari, mentre il bianco li rimanda tutti.

Occorre altresì precisare la differenza tra sintesi additiva, quando i colori si ottengono utilizzando luci, e sintesi sottrattiva, quando si usano pigmenti o vernici (ogni pigmento sottrae luce allo sfondo). Il primo tipo di miscelazione è utilizzato dai monitor, dai televisori a colori, dai proiettori e dall’occhio umano, il secondo dai pittori e dalle pellicole fotografiche. I colori primari nella sintesi additiva sono il rosso, il blu e il verde, dalla cui sovrapposizione si ottiene luce bianca, mentre nella sintesi sottrattiva sono il rosso, il blu e il giallo, che mescolati producono il nero. Il giallo risulta così un colore primario sulla tavolozza del pittore, ma secondario se generato da un faretto verde e da uno rosso.

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Tale, dunque, la natura del “colore” secondo il fisico, che studia la luce e la luminosità, e il chimico, che analizza la pigmentazione e la composizione del colore. Ma, per addentarci nella complessità del fenomeno cromatico, occorre rivolgerci soprattutto al fisiologo, che studia la percezione del colore (sensazione visiva ed elementi neurofisiologici), e infine allo psicologo, che analizza le reazioni emotive e gli stati d’animo collegati ai colori.

Il colore non si esaurisce perciò come fenomeno fisico, ma, sperimentato attraverso il senso della vista, si presenta a noi come una profonda sensazione, che coinvolge tutti i livelli del nostro essere: fisico, emozionale, mentale e spirituale. A livello fisiologico sappiamo che gli impulsi luminosi, che colpiscono la retina, sono trasformati in impulsi nervosi e vengono trasmessi dal nervo ottico alla corteccia cerebrale visiva, situata nei lobi inferiori del cervello: qui nascono i colori. Un colore esiste solo perché lo guardiamo: è un prodotto della mente, dunque una nostra invenzione.

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Giustamente Goethe si chiedeva: «Un vestito rosso è ancora rosso quando nessuno lo guarda?», concludendo che «un colore che nessuno guarda non esiste». Eppure questa illusione mentale, proprio in quanto nostra creazione, produce straordinari effetti psicofisici e, come dice Kandinsky, «influenza l’anima», perché «un colore è una categoria dello spirito, un insieme di simboli» secondo Michel Pastoureau, il noto storico e antropologo specialista dei colori.

Il nostro corpo emette continuamente vibrazioni, perciò è influenzato dalle vibrazioni dei colori, le cui frequenze agiscono sensibilmente sui meridiani energetici e sui chakra per il principio di risonanza, dimostrato dalla fisica quantistica. La luce influenza la respirazione e il metabolismo in generale. A livello fisico, infatti, gli stimoli luminosi agiscono sull’ipotalamo, la parte del cervello in cui avviene la regolazione dell’orologio biologico, che determina il rimo sonno/veglia e di conseguenza tutti i fattori fondamentali dell’organismo, dall’alimentazione alla temperatura corporea. La luce esercita un’influenza diretta anche sulla ghiandola pineale (o epifisi), che regola i processi ormonali e immunitari con la secrezione della melatonina, che, aumentando col buio, genera in bisogno di dormire.

I colori caldi producono eccitazione ed energia, stimolando il sistema nervoso simpatico, con conseguente aumento della pressione sanguigna, innalzamento della frequenza cardiaca, crescita della tensione muscolare e incremento delle onde beta. I coloro freddi invece favoriscono il riposo e la tranquillità, agendo sul sistema nervoso parasimpatico: diminuzione della pressione sanguigna, decelerazione del battito cardiaco, riduzione della tensione muscolare e incremento delle onde alfa.

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Gli effetti dei colori a livello psicologico non sono meno intensi e per alcuni aspetti davvero sorprendenti. Influenzano la percezione del tempo e della temperatura: persone chiuse in una stanza rossa (ovviamente senza orologio) per la stessa durata di altre chiuse in una stanza blu o verde hanno la sensazione di aver trascorso il doppio del tempo e dicono di avere più caldo. I colori alterano la percezione dello spazio e del peso: locali dipinti di scuro, pur con uguale metratura di altri con tinte chiare o poco sature, sembrano molto più piccoli, mentre oggetti colorati di verde o con tinte chiare danno l’impressione di essere meno pesanti degli stessi tinti di rosso o di colori scuri. La percezione visiva infatti risente della “temperatura” del colore: i colori caldi sembrano espandersi e venirci incontro (effetto centrifugo), mentre quelli freddi suggeriscono una contrazione e una sensazione di allontanamento (effetto centripeto).

Infine i colori, proprio perché prodotti da noi stessi, esprimono gli umori e gli stati d’animo («linguaggio emozionale dell’inconscio», secondo Lüscher) e, di conseguenza, possono agire su di essi. I rapporti particolari che ciascuno di noi ha con i colori rivelano i bisogni, i desideri, i rifiuti e le paure che ci portiamo dentro. Si tratta di precisi messaggi costantemente inviati, in genere a nostra insaputa, a noi stessi e agli altri, che sarebbe davvero utile saper decifrare e conoscere. È lo scopo della Meditazione Cromatica, intesa non come una componente sussidiaria della cromoterapia, ma come vero e proprio percorso che al benessere psicofisico unisce un processo di autoconoscenza.

Dunque i colori esistono, come ogni aspetto della realtà che ci circonda, perché noi esistiamo, ma forse si sottraggono alla legge generale dell’illusorietà delle cose: infatti è grazie all’oggettività, per così dire, del nostro sentire, del nostro essere concreta manifestazione di un centro di coscienza, che coloriamo l’album incolore del mondo.

Cesare Peri

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6/12/18
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48. LE VALENZE SEGRETE DEI COLORI

Che i colori presentino varie lunghezze d’onda di natura elettromagnetica, tali da riequilibrare le frequenze vibratorie del nostro organismo, agendo sul sistema nervoso e immunitario, e che inoltre i loro significati simbolici possano influenzare positivamente il subconscio è ormai cosa risaputa. Un po’ meno noto è il fatto che i colori posseggano polarità e che, di conseguenza, siano anch’essi soggetti alla legge di attrazione.

«Questo fenomeno della polarità che riscontriamo in ogni parte e in ogni forma del creato, dagli astri ai minerali, dai vegetali agli animali, dai colori agli umani, ha una grandissima importanza anche nella pratica quotidiana della nostra vita», osserva l’ingegner Pietro Zampa in un “venerabile” libro, scritto con la profondità e con l’entusiasmo di un radioestesista allora d’avanguardia (Elementi di radiestesia, Editore Giulio Vannini, 1941).

All’esame radioestesico i colori rivelano dunque le loro diverse polarità, dividendosi in colori positivi (+) e colori negativi (-). Nella prima categoria rientrano il rosso, l’arancione, il giallo e il nero, che determinano la rotazione del pendolo in senso orario. Alle seconda appartengono invece il blu, l’indaco, il viola e il bianco, che generano una rotazione antioraria.

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In quanto dotati di polarità, anche i colori subiscono la legge di attrazione e di ripulsione, secondo il principio generale per cui elementi con lo stesso segno si respingono, mentre col segno opposto si attraggono. «L’Attrazione», precisa il nostro autorevole studioso, «è quella forza che tende a spingere, reciprocamente, alcuni corpi gli uni verso gli altri. L’attrazione può essere magnetica (come quella esercitata dalla calamita), può essere fisiologica o sessuale (come quella che si riscontra fra due esseri di sesso diverso) e può essere anche semplicemente psicologica o spirituale: in questo ultimo caso è quello che chiamiamo simpatia. L’opposto dell’Attrazione è la Ripulsione».

Tra i vari esempi dell’ampio gioco delle polarità, non mancano alcuni relativi al colore: «Il toro e il tacchino (+) manifestano violentemente la loro avversione per il colore rosso (+), mentre la ranocchia (-) ricerca questo colore», il che spiegherebbe, dunque, a livello magnetico, osservo io, la naturale complementarità tra verde e rosso.

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Più interessante ancora si rivela lo sviluppo di questi effetti “magnetici”, direi anche in senso psicologico, riguardo ai colori che indossiamo. Così «un uomo vestito di nero (+) si sente attratto da una donna vestita di blu o di bianco (-), mentre si sentirà respinto da una che sia vestita di rosso (+). Viceversa un uomo vestito di blu o di bianco (-) sarà attirato verso una donna vestita di giallo o di arancione, o di rosso o di nero (+)». In questa prospettiva sentirsi “attratti” o “respinti” da una persona, come pure il cosiddetto “magnetismo” personale, a parte le qualità proprie di ciascuno, si potrebbe spiegare anche in base a una legge universale piuttosto che secondo una semplice e soggettiva sensazione.

Gli opposti, tuttavia, in un’ottica più ampia non sono contrastanti, bensì espressione di un equilibrio fra un’apparente dualità, di fatto espressione dell’Uno. Così «quel mirabile equilibrio fra attrazione e ripulsione, fra il positivo e il negativo», conclude il nostro amico Zampa, «si può definire armonia».

Ma l’energia dei colori risponde non solo alle leggi fisiche, ma anche alle leggi chimiche, dal momento che «i raggi del colore complementare al colore di un corpo provocano delle attività chimiche in quel corpo» (Grothus). L’esempio più evidente è offerto dal processo della fotosintesi clorofilliana. Un autore recente, Stuart Wilde. Osserva: «Ogni cosa che ti circonda ha una sua energia, che si tratti di una cosa alcalina, acida o neutrale. La tua vita dovrebbe essere come il tuo cibo, alcalina all’ottanta per cento. Naturalmente avrai bisogno di un po’ di acidità per equilibrarla…» (La forza, Macro Edizioni, 2001).

Quanto ai colori, per questo noto conferenziere il rosso, l’arancione, il giallo e il nero sono, per così dire, acidi, e perciò andrebbero usati con moderazione sia nell’arredamento domestico sia negli indumenti. Il rosso, infatti, trattiene nel mondo delle energie fisiche, l’arancione in quello delle energie emozionali e il giallo nei limiti del mentale. Quanto al nero, «è il colore dell’energia che implode, non in maniera negativa, ma comunque di un’energia che ricade su se stessa. È un colore che attrae gli individui che sono coinvolti nella negatività e nella violenza, perché queste persone proiettano paura e il nero permette loro di avvertire la reazione emotiva di coloro che hanno intorno (il che dà loro la sensazione di avere potere sugli altri). La difficoltà in cui s’imbatteranno alla fine è che la negatività, nel suo tornare sempre indietro a chi la proietta intorno a sé, li colmerà sempre più e un giorno si manifesterà in qualche avvenimento orrendo. Il nero non è né buono né cattivo, ma implode. Perciò deve essere usato o indossato con moderazione».

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Il blu, l’indaco e il violetto sono considerati alcalini, perciò favoriscono il contatto con il nostro Sé superiore. Anche il bianco è alcalino ed è consigliabile indossarlo quando ci si trova in mezzo a tante persone, perché ha una funzione di schermo nei confronti delle loro energie, respingendo ogni negatività. Alcalina si può considerare pure gran parte dei colori pastello, perché «sono molto morbidi e, anche quando tendono verso tinte più fisiche, emotive o mentali, esprimono luce e colore con una quieta bellezza».

Il verde, colore dell’equilibrio, è neutrale e passivo, poiché produce l’effetto calmante della natura. A questo proposito Stuart Wilde ci ricorda che «anticamente le quinte dei teatri erano dipinte di verde, allo scopo di calmare gli attori prima dello spettacolo».

I colori, dunque, cioè quei sottili mutamenti di frequenza manifestati dalla luce, producono un notevole effetto sulla mente e sul corpo, in quanto energia capace di influenzare la materia, la quale, secondo alcune teorie, altro non sarebbe che «luce intrappolata».

Ma il mistero dei colori, di fatto “creati” dal nostro cervello, resta in definitiva insondabile e inesauribile come l’Essere che si manifesta attraverso di noi. Bene conclude Dominique Simonnet nell’introduzione all’aureo libretto di Michel Pastoureau (Il piccolo libro dei colori, Ponte alle Grazie, 2016): «In passato si diceva ai bambini che c’era un tesoro nascosto ai piedi dell’arcobaleno. È vero: là, nel crogiolo dei colori, c’è uno specchio magico che, se sappiamo brandirlo, ci rivela i nostri gusti, le nostre avversioni, i nostri desideri, le nostre paure, i nostri pensieri reconditi, e ci dice cose essenziali sul mondo, e su noi stessi».

Cesare Peri

 

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29/10/18
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47. LE STAGIONI E I COLORI: L’AUTUNNO

Nell’immaginario collettivo l’autunno appare come una stagione triste: dopo il rigoglio estivo, ecco i primi freddi, le piogge insistenti (ma benefiche!) e le brume. Nella simbologia intrinseca, per così dire, nella nostra stessa natura, che associa le stagioni alle fondamentali fasi della vita, questa si configura come l’epoca della decadenza, del progressivo venir meno dello slancio vitale, insomma dell’incipiente vecchiaia, se non come vero e proprio preludio della morte, rappresentata dall’inverno (anche se, come sappiamo, l’inverno è in realtà tutt’altro: v. 41. Le stagioni e i colori: l’inverno).

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Certamente quel cadere di foglie, l’appassire dei fiori e il progressivo allungarsi della notte suscitano un senso di malinconia, nostalgia e persino tristezza, magari accresciuta dall’idea della ripresa lavorativa dopo le ferie estive e, per i più giovani, dell’inizio di un nuovo anno scolastico. Non a caso in americano col termine fall si designa l’autunno, che in inglese propriamente significa «caduta» e, di conseguenza, «decadenza, rovina».

Ma, se proviamo a uscire dai luoghi comuni e osservare il nuovo abito con cui in questa stagione si veste e sveste la natura, c’è da chiedersi se le cose stiano veramente così o non sia piuttosto una lettura riduttiva di un fenomeno straordinario, ricco di colori e di simboli molteplici che suggeriscono una visione più complessa.

Lo stesso termine autunno (in inglese autumn) sembra contraddire questo venir meno delle risorse della natura, in quanto derivato dal latino autumnus (< auctumnus), collegabile ad auctus, participio passato del verbo augère, che significa «aumentare, arricchire». L’autunno è da sempre una stagione ricca per i contadini, momento di vendemmia e di raccolta di frutti, molti dei quali destinati alle scorte invernali. Non solo: se la primavera è prodiga di fiori e l’estate di frutti, l’autunno ci offre i preziosi semi, destinati a perpetuare la vita, garantendo nuovi raccolti.

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Quanto ai colori, l’autunno non si può certo definire una stagione “grigia”, giacché non sembra smorzare, ma anzi accrescere sensibilmente le tinte dell’estate: prima di mostrare la nudità e l’austerità invernali la natura fa sfoggio dei colori più caldi, rivestendosi di rosso, arancione, giallo, marrone, ocra, amaranto, viola e oro, con una varietà di sfumature affascinanti, tanto che giustamente si parla di “magia” dell’autunno. In effetti qualcosa di misterioso, se non portentoso, succede. Come i fuochi d’artificio tenuti per ultimi alla fine della festa, perché più belli e più complessi, così l’autunno fa esplodere i colori più caldi, dall’effetto centrifugo, per lasciarli poi cadere in morbidi e variopinti tappeti.

Anche la frutta autunnale, particolarmente ricca di vitamine e di sali minerali, reca in sé i colori della stagione. Ritroviamo così il rosso, colore dell’energia vitale, in mele, melograni, giuggiole, corbezzoli, lamponi, mirtilli e corniole; l’arancione, colore della gioia e della crescita, in zucche, cachi, arance, mandarini, mandaranci e pompelmi dalla succosa polpa rosata; il giallo, colore della positività e della saggezza, in nespole, uvaspina e uva, che al sole sembra splendere in grappoli d’oro; il marrone, colore della solidità e dell’accoglienza, in castagne, nocciole, mandorle e noci, un vero tesoro energetico e d’alto valore nutrizionale, ricco di ferro, fosforo, potassio, magnesio e calcio; il viola, colore della trascendenza, in uva, mirtilli, susine e fichi.

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Dopo questa esplosione pirotecnica di colori, sulla soglia del fecondo silenzio invernale, incomincia il fenomeno della caduta, del progressivo e risoluto spogliamento, fino alla totale nudità. C’è qualcosa che ricorda la pioggia di petali dei ciliegi, che i giapponesi festeggiano pur nella consapevolezza della fugacità dell’esistenza terrena, in quel «di foglie un cader fragile» del pascoliano Novembre. L’autunno si toglie allora la maschera dei colori per mostrare il suo volto segreto, che ha espressioni di maturità, per suggerire messaggi di saggezza, che invitano a liberarsi di ciò che col tempo non ha più ragione di persistere, a creare spazio per accogliere gemme di vita nuova.

È l’autunno interiore, segno non di età anagrafica ma di maturità spirituale, che sa accogliere con gioia il mutamento, la trasmutazione e il sentimento stesso della caducità dell’esperienza terrena, bella e preziosa proprio perché breve. Spogliarsi del superfluo appare allora condizione indispensabile per cogliere l’essenziale. In questa prospettiva l’autunno si rivela come la stagione più spirituale, capace di conciliare i colori più festosi, che esaltano la pienezza della vita, con il loro, seppure temporaneo, assoluto venir meno.

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Forse le foglie non “cadono” come pensiamo noi, ma hanno atteso a lungo questo supremo momento che d’improvviso muta la loro fissità in volo, un breve e incerto volo, come di farfalle, ma liberatorio ed esaltante. Un insegnamento naturale di vita, che Thoureau coglie, senza contraddizione, come meraviglioso esempio con cui «esse c’insegnano a morire»: «quando gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità?».

Cesare Peri

 

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25/09/18
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