Anima Psico-Quantica

Le dinamiche vibrazionali dell'anima

Si può essere sani e felici? Ognuno di noi è padrone di una realtà riflettente che parla di sentimenti e pensieri le cui radici sono al centro del petto, nel moto infinitesimale della galassia emozionale, l’unica vera forza capace di irradiare la strada del benessere e della guarigione dentro di noi. Il percorso multidisciplinare che conduce nei meandri delle bizzarre dinamiche energetiche, mettendo sotto i riflettori l’uomo come creatore attivo della realtà, è il palpitante mondo quantistico in cui la vita vibra. L’anima diventa la via.

Carmen Di Muro

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23. DIMENTICARE O RICORDARE? IO TI PERDONO!

Qual è la vera catena che imprigiona le ali del nostro essere? L’incapacità di perdonare. Ma cos’è in realtà il perdono?

Se ci atteniamo al significato secondo l’uso condiviso di questo termine, per perdono dovremmo intendere il tenere in considerazione il male ricevuto da altri, rinunciando a propositi di vendetta, alla punizione, a qualsiasi possibile rivalsa, e annullando in sé ogni risentimento verso l’autore dell’offesa o del danno ricevuto. Ma in realtà, questo significato non esprime il senso profondo di questa magica parola, che in sé contiene la chiave per raggiungere la serenità, permettendoci di liberarci, di disfarci dalle energie sfibranti e di guarire.

È molto difficile perdonare una situazione, un accadimento doloroso di vita, le persone responsabili delle ferite che ancora sanguinano, perdonare se stessi per gli atti mancati e per non aver ascoltato il cuore. Nella gran parte dei casi pensiamo di averlo fatto, ma la nostra mente mente. Raccontarsi di aver perdonato diviene solo un atto riparatore per evitare la colpa. E la colpa verso se stessi è il più severo carceriere che cristallizza e trattiene nel basso.

Questo tipo di perdono è quello che concerne la mente, ciò che il filosofo Paul Ricoeur chiamava “perdono facile”, ovvero un tipo di perdono non autentico, nel quale c’è un atteggiamento di chiusura verso il senso reale e l’interpretazione di ciò che quella determinata cosa accaduta voleva dirci. Il vero perdono, invece, apre alla riconciliazione, a un modo nuovo di relazionarsi con il passato e soprattutto con il futuro. Ciò è per Ricoeur il “perdono difficile”, quel movimento vibratorio di ascesa che si dipana dal soffio leggero dell’anima e del cuore, dalla cui unione scaturisce il ponte che lega il cielo e la terra in un unico abbraccio compassionevole di guarigione. Un’infinita tenerezza che origina al centro del petto, non dato dalla sfera mentale, ma dal sentire.

Perdonare con il cuore non significa rimuovere l’esperienza dolorosa dallo spettro della nostra mente, poiché sono proprio gli episodi che abbiamo vissuto che ci permettono, oggi, di essere ciò che siamo. L’errore più grande diventa quello di cercare di eliminare il fatto o la persona coinvolta. Ma questo non ci aiuta a mettere in moto il meccanismo della liberazione energetico-emozionale, in quanto quel fatto o quell’evento è legato indissolubilmente ai ricordi e, nel momento in cui lo ripercorriamo attraverso la memoria, l’emozione dolorosa che ha provocato la ferita riemergerà inevitabilmente. Al contrario, affinché la nostra energia profonda possa ritornare a fluire, sanando e riempiendo quelle voragini emotive che si sono create, il passo da compiere è ritornare sulle orme dell’evento e accoglierlo dentro di noi.

Il perdono non cancella il passato, ma dilata il futuro.

Perdonare profondamente significa spogliare l’accaduto del senso negativo di cui è portatore e di rivestirlo di una nuova interpretazione, significa collocarlo in uno spazio ben definito all’interno dello spettro della nostra esistenza e donargli una luce di senso positiva. Il senso è ciò che ci permette di riappropriarci di quell’esperienza svuotandola dall’energia di sofferenza di cui è generatrice, in modo tale che acquisisca una configurazione più funzionale.

Rimanere inchiodati al sentimento negativo che il passato ci racconta significa consentire all’energia degli eventi dolorosi di impattare in modo totalizzante sulla nostra esistenza, chiudendoci il campo alla possibilità di vivere il nuovo come dono, piuttosto che con inquietudine. Si tratta, quindi, contemporaneamente di dimenticare e ricordare, ricordare con amore ciò che ci è accaduto e ringraziare per questa infinita possibilità perché senza di essa non saremmo le stesse persone.

Il perdono diventa così liberatorio, capace di ricollocarci su un altro punto di osservazione rispetto al quale ridefinire la propria esistenza in modo diverso.

Ed ecco che il buio cede il posto alla luce, la disgrazia si trasmuta in grazia, il dolore per una perdita luttuosa, di un legame o uno status si trasformano in opportunità di divenire e in slanci per amare e per costruire un futuro migliore, che parla sì il linguaggio del passato, ma in modo temperato e amorevole, non rimproverandone le asperità, ma al contrario scorgendo ciò che di bello ha portato sotto forma di crescita. Crescita voluta e scelta dall’anima per evolversi e sfidarsi nella sua progressione continua.

Carmen Di Muro

Estratto dal libro Anima Quantica

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24/09/19
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22. LA SCIENZA HA PERSO L’ANIMA?

L’uomo non è fatto solo di corpo e non si nutre solo di pane. Non si tratta quindi di un essere monodimensionale, ma di un’entità multidimensionale (dimensione biologica, spirituale, psicologica e sociale) e questa coscienza era presente sin dall’antichità, fino a quando non si è iniziato a separare lo spirito dalla materia, il corpo dall’anima e a vedere la malattia come qualcosa che proviene dall’esterno, un nemico da combattere. Ma se per la prevenzione, la diagnosi e la cura usiamo solo la misura biologica, ci priviamo di altre forze efficaci che rappresentano il vero potere che ciascuno ha a disposizione per generare e beneficiare della salute.

Eppure gran parte della medicina ufficiale continua, tutt’oggi, a focalizzarsi esclusivamente sulla dimensione fisiologica, procedendo cieca per assolutismi e certezze. Ma siamo proprio sicuri che sia questa la soluzione a tutti i nostri mali?

Questo tipo di far scienza è il risultato di un modus pensandi che, nel corso dei secoli, è stato svestito del suo abito più bello: l’anima, e con sé, della visione dell’uomo come un unicum interagente di mente, spirito e corpo, il cui pieno funzionamento è dato dall’interazione di queste tre componenti essenziali. Le millenarie tradizioni orientali conservano tutto questo, al contrario dell’occidente maggiormente ancorato a una visione riduzionista.

Ma perché accade tutto questo?

Facendo un viaggio a ritroso, per cercare di ricucire tutte le stoffe del vestito interiore, è necessario tornare al Seicento, epoca di Cartesio, grande matematico, che partendo dal presupposto che tutta la conoscenza per essere esatta dovesse essere ispirata alla precisione e alla certezza delle scienze matematiche, diede il via alla rivoluzione del pensiero occidentale nell’impostazione del problema mente-corpo: la vita è un meccanismo e l’anima non ne è la fonte, come invece sostenevano Platone e Aristotele. Da qui, si apre la strada alla moderna accezione del termine “mente”, in cui l’anima viene usata come suo sinonimo, privata delle funzioni vitali e ridotta a pensiero, a ragione, ad autocoscienza.

Da Cartesio in poi il problema mente-corpo diventa il problema del rapporto tra processi fisiologici e processi psichici. Cartesio distingue il corpo, inteso come macchina e materia che ha un’estensione, dall’anima che pensa, ma è priva di estensione e interagisce con il corpo a livello dell’epifisi, la cosiddetta ghiandola pineale. Il corpo comincia a essere considerato un meccanismo perfetto, al cui funzionamento viene data un’interpretazione meccanicistica. Il pensiero cartesiano diventa la pietra miliare nel processo che consente di determinare le condizioni per la nascita della scienza dell’uomo, influenzando inevitabilmente il successivo progresso delle ricerche in ambito anatomico e fisiologico.

Eppure anima e mente non sono affatto la stessa cosa. Il corpo è lo sfondo degli eventi psichici dell’uomo, unità somato-psichica il cui collante giace nella forza vibrante dell’anima. Esse sono tre entità in rapporto costante, attraverso una forte influenza di campo. Un campo di pura energia, con un preciso pacchetto di informazioni in rete, che permette alla nostra globalità di operare perfettamente. Per esempio, l’informazione nel nostro organismo è ciò che regola il modo in cui le cellule cooperano tra loro e questa informazione è del tutto immateriale e invisibile, è qualcosa che avviene a livello vibratorio sotto forma di segnali e impulsi nervosi per poi manifestarsi a livello tangibile in fenomeni e reazioni chimicobiologiche visibili.

Ogni cellula del nostro corpo, quindi, partecipa a ogni moto della nostra anima. Nessun pensiero, sentimento ed emozione possono essere nascosti a ogni singolo organo, tessuto o cellula del nostro organismo. Il corpo diventa, quindi, la terra dove l’anima respira la vita.

 

Carmen Di Muro

Estratto dal libro Anima Quantica

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16/07/19
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21. PERCHÉ RESTI SE SEI INFELICE?

PERCHÉ RESTI SE SEI INFELICE? VITTIME DEL DOLORE

Chi di noi, almeno una volta, non ha realizzato di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. In luoghi che non rispecchiano il nostro vero sé, la natura profonda del nostro sentirci vivi nel mondo e con il mondo. Non di rado, capita di far fatica nel resistere a circostanze e situazioni. Sarebbe più semplice innalzarci leggeri e volar via, ma la realtà è diversa. Ci ostiniamo nel ricercare all’esterno ciò che invece, passo dopo passo, creiamo e non vogliamo lasciare. Non si può rinunciare a ciò che si è costruito con impegno e costanza, a ciò che ci fa male seppur rappresenta il nostro sistema di coordinate di sicurezza emotiva. Ma ne siamo proprio certi? Sicuri che stiamo scegliendo la felicità? O questa sta scivolando via pian piano, intorpidendo le ali e sfibrandone l’ossatura affinché, queste, possano librarsi leggere?

Accade, infatti, che per paura di perdere la nostra stabilità personale, ci “attacchiamo” a posti e persone ferme nella nostra affettività, il cui pregio è renderci solidi nel nostro senso di essere al mondo, non sapendo, che in realtà, sono i lacci dell’attaccamento all’altro a non favorire la nostra massima espressione. Spesso scambiamo l’attaccamento con l’amore, rimanendo nella gabbia inodore e incolore dell’infelicità piuttosto che prendere atto che sta a noi la responsabilità di scegliere se rinunciarvi o meno. Eppure, amore e attaccamento non sono una cosa sola ma due entità separate, reciprocamente antagonistiche.

Per esempio, l’attaccamento è stato definito come uno dei più “eleganti” dei sentimenti umani, una sensazione estrema di “contentezza, condivisione, di essere una cosa sola con l’altro”. Si è a lungo ritenuto che esso derivi dal timore di restare soli, la cosiddetta “ansia da separazione” e, secondo la maggior parte dei ricercatori in questo campo, sarebbe proprio questa la molla che spingerebbe gli individui a creare e mantenere relazioni affettive. Non a caso, la ricerca si è focalizzata sui meccanismi neurobiologici coinvolti nella risposta all’ansia da timore di restare soli, portando contributi rilevanti che hanno permesso di collegare stili individuali di attaccamento e tipi diversi di personalità e, addirittura, di amore.

Ma attualmente si ritiene che questo fenomeno sia senz’altro più complesso e coinvolga meccanismi più specifici. La stessa definizione di attaccamento, racchiude in sé, il fatto che questo sia un fenomeno eterogeneo: quello per un figlio, o un genitore, è diverso rispetto a quello per un amico, per la persona amata o per altre figure, ma in ognuno interagiscono meccanismi che implicano il coinvolgimento di molteplici aree cerebrali, quali la corteccia, il lobo limbico, l’ipotalamo, l’amigdala e il sistema nervoso autonomo, che regola “silenziosamente” la funzione degli organi periferici. L’integrazione tra i vari meccanismi ha lo scopo di preparare l’organismo a rispondere in maniera adeguata a situazioni di particolare vulnerabilità e potenzialmente pericolose, in grado di scatenare reazioni di paura e insicurezza. Sensazioni che destabilizzano il nostro senso di essere al mondo, imbrigliando e “attaccando” la mente in cicli di pensiero che rimandano sostanzialmente al timore di essere autonomi, di camminare sulle proprie gambe seguendo un’autentica direzione di vita. Per questo, il più delle volte, scegliamo di rimanere in una situazione di comfort emotivo, perché il risvolto della medaglia causerebbe sofferenza.

Tristezza, ansia e angoscia sono sofferenza. Staccarci da ciò che amiamo e ci rende sicuri è sofferenza. È, dunque, nella maggior parte dei casi l’attaccamento che determina il malessere, è il sintonizzarsi su una determinata frequenza che perpetua la sofferenza, rendendoci vittime passive del dolore, incapaci di divincolarci. Meglio restar fermi in una situazione nota di afflizione piuttosto che muoverci, cambiare e stare ancor peggio!

In realtà, ciò che non sappiamo è che la sofferenza nasce dalla mancanza di una profonda accettazione della verità, del timore di quel dolore nel dover rinunciare alla propria libertà nell’ora delle cose, per paura di aprirsi al nuovo e riscoprirsi diversi, in preda al grande oceano della vita che si muove e su cui la mente non ha controllo nell’attimo presente. La sofferenza non è il sentiero verso una solitudine futura, ma è, al contrario, un invito alla libertà presente. Ed è proprio nei recessi più profondi della paura che è racchiusa e ci è data la possibilità di azionarci abbandonando la fissità, così da ritrovare l’energia necessaria per dispiegare le ali affinché possano spiccare il volo. E l’amore diviene il trampolino di lancio. Esso è ciò che permette di recidere le forti funi dell’attaccamento, di vivere serenamente le relazioni e le esperienze che la vita ci riserva. Amore che assolve la sua funzione di guarigione solo quando diventa un vissuto sano, che non ci inchioda al rapporto con l’altro, ma permette di viverlo nella maniera più autentica e libera, in modo da favorire la nostra crescita più profonda.

Carmen Di Muro

Autrice del libro Anima Quantica

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11/06/19
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20. SEMBRARE O ESSERE FELICI? IL “FATTORE F”

Apparentemente tutti dicono di essere contenti di se stessi, recitando ogni giorno una parte per dimostrare la vita splendida che professano di avere e, seppur non siano soddisfatti, nulla fanno per mutare certe condizioni. Proseguono la recita, inscenano la felicità e di questo si accontentano, attribuendo al mondo esterno e agli altri la colpa dei propri fallimenti. Eppure è impossibile vedere la lealtà negli altri se prima non sappiamo cosa significhi realmente vivere alla luce del sole. E così per tutti i sentimenti. È impossibile riconoscerli se in primis noi non cogliamo il flusso di energia emotiva che muove le cose dentro e fuori di noi. Perciò è inutile disperarsi o fare le vittime ogni qualvolta non ci sentiamo capiti. Non è una colpa non capire, né tantomeno è un obbligo accettare di rimanere in posti privi di comprensione. Nascondersi e stagnare all’interno di quella poca vera vita che rimane autentica costa fatica ed è frutto della responsabilità personale. Come pure incastrarsi in tutte quelle relazioni inutili, malsane, costruite su macerie d’inganni pur di non cedere una parte di noi, pur di non perdere qualcosa o qualcuno su cui abbiamo investito tempo, energia e motivazioni, desiderando e ostinandoci di cambiare ciò che non può essere cambiato perché appartiene alla sfera del passato.

Ognuno ha un filo invisibile che ci lega a qualcuno, solo che nessuno può sapere fino in fondo quanto sia lungo, resistente, ma soprattutto limitante. Il più delle volte si evita di misurarsi con la sorpresa, con la capacità di accettare l’assenza di un legame e di scegliere di cambiare punto di osservazione. Ed è così che si impara a rinunciare e a fuggire da quelle occasioni di rinascita che si presentano quando la vita ci mette in condizione di assumere una posizione diversa, di riassettare la nostra energia verso una direzione che prima non avevamo preso in considerazione. Questa condizione diviene il fondamento per la maschera, l’unico volto tra gli infiniti volti che riusciamo ad assumere. E imparando a far questo si diventa infelici, costretti a rivivere le tracce del passato per timore di abbandonarlo.

La nostra vibrazione personale tende ad auto-preservarsi attraverso questo travestimento, non sapendo che è proprio esso a drenare risorse essenziali nel momento in cui viene usato per mantenere intatte le barriere protettive che coprono i nostri punti deboli e le nostre ferite. Non serve a nulla nasconderli e far finta non ci siano, anzi necessario diviene renderli visibili, per evitare ogni volta di cascarci dentro, non sapendo che è proprio in quel luogo profondo, sede delle nostre più spaventose paure, che la felicità ama celarsi.

La felicità è sempre in noi, coperta da pensieri, desideri, paure e grovigli emotivi. E quando timori e preoccupazioni giungono al termine, una temporanea scomparsa di queste corazze fa sì che l’anima trapeli esprimendo quella magica sensazione di soddisfazione. Questo è il “fattore felicità” (o “fattore F”). Noi siamo il frutto di questa essenza di felicità, come una gemma è il frutto dell’albero che la produce. La cerchiamo al di fuori, negli eventi, nei beni e nelle persone, perché crediamo che sia là, nei nostri punti certi, ma in realtà è solo dentro di noi.

Il “fattore F” è azione che parte dall’interno. Per sperimentarlo e goderne quotidianamente, non è necessario rincorrerlo, né passare attraverso esperienze bizzarre. Al contrario! Ogni azione di ricerca deve cessare, ogni barriera, ogni timore, ogni difesa deve crollare, per lasciare affiorare il vuoto, un varco capace di aprire al più vasto campo di possibilità di essere veramente Sé.

Nulla e nessuno potrà mai risanare le ferite dell’esperienze passate, ma smascherando la nostra più totale sensibilità ci viene data l’occasione di rinascere al mondo e di diventare estremante forti, recuperando quell’energia dormiente che alberga negli abissi del nostro cuore. Essa se non assecondata plasma il nostro quotidiano facendo sì che non fluisca in linea retta, ma concentrica, ripercorrendo infinite volte il medesimo percorso.

Essere felici è un risultato alla portata di tutti, se davvero lo si vuole.

La vita è ciò che siamo stati, ma soprattutto ciò che ancora resta e possiamo scegliere, attimo dopo attimo, voltandoci alla verità. La verità è luce che informa il presente con il passato, preparando le basi del futuro verso una nuova rotta che non è fine a se stessa, ma che si innalza verso nuove frequenze energetiche in attesa di accadere e di manifestarsi sotto forma di gioia autentica e che aspetta solo e soltanto noi.

Carmen Di Muro

Autrice del libro Anima Quantica

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30/04/19
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19. LIBERARSI DAL VECCHIO

Il cammino verso la gioia e la pienezza interiore è un’esperienza che si rinnova quotidianamente, che necessita di impegno costante nel procedere verso quella lunga via che scandisce la guarigione dell’anima. Questo cammino seppur faticoso, poiché in salita, ci riserva bellezze sconfinate una volta arrivati in cima a quel monte che ci appare impervio e difficile da scalare. Eppure abbiamo l’attrezzatura necessaria per avventurarci, per resistere alle intemperie della vita […].

Con lo zaino pronto, le scarpe adatte, la torcia interiore, il cammino può iniziare: senza alcuna paura, poiché questa è inutile. La paura allontana dal cuore ed è veleno della gioia e dell’amore. È l’amore che infonde il coraggio per affrontare la propria avventura. Da viandanti sperduti, ci trasformiamo in impavidi viaggiatori che con estrema precisione puntano l’ago della bussola del cuore verso nord e proseguono, non lasciandosi scoraggiare dal buio della notte e dal peso dello zaino, che a lungo andare grava sulle spalle a causa delle sue zavorre.

Queste zavorre altro non sono che i vecchi legami, tracce di esperienza che solcano e chiudono il cuore, e nel viaggio di riscoperta creano il dubbio circa la direzione da seguire. Abbandonare lungo il percorso ciò che provoca e arreca intralcio alla nostra andatura, concretamente, vuol dire liberarsi dal passato che ha determinato in modo invasivo il nostro modo di essere e la nostra infelicità. Significa guardare in se stessi, nel proprio cuore, dove sono racchiuse le memorie emotive della nostra esistenza, spogliandoci di ciò che siamo stati e recidendo quei cordoni energetici con gli altri e le situazioni che ancora agiscono sotto soglia e ci avvelenano. Comprendere a cosa sia dovuto il peso dello zaino significa non aver paura di incamminarsi verso il futuro, pur intraprendendo il tragitto in totale solitudine.

Eppure soli non siamo in quanto accanto a noi abbiamo compagni preziosi di viaggio. Abbiamo il coraggio, la forza, la fiducia e la perseveranza nel tenersi centrati nella serenità d’animo, che ci consentirà di spogliarci gradualmente da tutto ciò che non si addice più al nostro nuovo ruolo di viaggiatori. Solo lungo il cammino scopriremo che questi sono alleati e amici importanti, soprattutto in quei momenti di sconforto che è perfettamente naturale che ci si trovi, ogni tanto, a sperimentare. Ci sentiremo forti, seppur apparentemente deboli, ci sentiremo liberi, seppur con lo zaino pesante. Avremo scelto la strada da seguire, con il meglio di noi che ci accompagna, decidendo di prenderci cura di quel meglio, di nutrirlo, di farlo crescere, di farlo uscire fuori, per rendere la nostra vita migliore, nonostante tutto. E la vita risponderà a questa nostra intenzione, ci asseconderà, ci accompagnerà e migliorerà, giorno dopo giorno con noi. Miglioramento permesso nel momento in cui saldi e centrati, puntando all’orizzonte luminoso, decideremo con profonda umiltà di guardarci indietro, di fermarci per un momento senza arrestare, il tempo necessario per scrutare la strada battuta. Questa è una tappa importante che permette di passare in rassegna dentro di noi, tutte le situazioni che nel corso della vita sono state da intralcio, di vedere sofferenze, dolori e traumi e di ascoltare lo scorrere del sangue di ferite ancora non rimarginate, per scoprire la nostra vera natura senza pregiudizi.

Raccontandoci la nostra storia doniamo la possibilità al nostro cuore di comprendere ciò che è giusto lasciare e ciò che invece dobbiamo tenerci stretto per proseguire. […]

Le tracce del passato, delle delusioni, degli accadimenti trascorsi sono segni invisibili di cui noi senza accorgercene ricalchiamo le orme, giorno per giorno, lasciando che il nostro essere si orienti a partire da queste per ritrovarsi più stabile nel futuro. Eppure questa stabilità è vana quando, nel ritrovarsi presso situazioni nuove, continuiamo a rapportarci a queste nel medesimo modo del passato non accordandoci il permesso di affrontarle e viverle diversamente.

Non è facile abbandonare le proprie ferite e chiudere un passato di sofferenza. Ma solo nel qui e ora ci è concessa questa possibilità. Non farlo alza il prezzo da pagare. E in questo mondo tutto ha un prezzo: ci sfuggono occasioni, arrivano i rimpianti e le delusioni, la sofferenza cresce divenendo generatrice di altra sofferenza per l’occasione mancata. Eppure, è solo “l’adesso” che diventa garante del futuro, perché è nella presenza stabile dell’essere nel qui e ora delle cose, che le vecchie energie si dissolvono lasciando il posto a nuovi flussi di creazione che tendono all’amore, ad aprirsi alla vita e alla voce sommersa dell’anima, che non conosce le inferriate del possesso, della gelosia, del bisogno, dei risentimenti e delle violenze , ma che riesce a purificare il cuore che si unisce ad altri cuori, illuminando tutto.

Carmen Di Muro

Estratto dal libro Anima Quantica

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27/03/19
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18. AUMENTARE LA FREQUENZA EMOTIVA

Ricablare il campo d’influenza collettiva: aumentare la frequenza emotiva

Dinanzi ai grandi cambiamenti epocali, che ci troviamo oggi a sperimentare, diviene sempre più difficile costruire una traiettoria di vita positiva e priva di timori. Basta accendere la TV, o visualizzare la home dei social network per lasciarsi travolgere da quelle notizie che non sostengono la vita, ma che la dirottano verso flussi di grande squilibrio, incoerenza e incertezza. Guerre, epidemie, catastrofi naturali, cambiamenti climatici, tracolli finanziari, assenza di lavoro e prospettive.

Quanto ci costa resistere a questo campo apocalittico che ci siamo creati da soli?

Voltando le spalle alla forza ispiratrice del nostro cuore finiamo per vivere vite opache, senza passione, stagnanti in un campo di potentissima influenza, capace di imprigionarci nel mondo e all’interno di noi stessi. Una ruota che si riverbera su se stessa e che, a ogni rotazione, segnala che non c’è più tempo né spazio per coltivare e realizzare i propri sogni. “Il mondo di oggi è troppo negativo!”, “Troppa delinquenza, troppe persone che vogliono far del male!”. Queste affermazioni non fanno altro che chiuderci in una gabbia inodore e incolore che alimenta la paura di vivere e amplifica quell’informazione collettiva in negativo che inspessisce ancor di più la sua carica. Però, non dimentichiamo che dietro quel brutto che ci fa orrore c’è sempre la mente. Mente che nella sua visione orizzontale guarda alla materia, ai timori e alle difficoltà. E, se sono solo mente, non sono cuore.

Se esprimo con rigidità i miei valori creo una realtà separata e sempre più fallibile. Se io per primo escludo gli altri nella maniera di pormi per paura di essere intaccato, non posso pretendere di attrarli al mio universo. Questa informazione penetra in profondità creando un campo collettivo che la allontana, e il nostro mondo interiore non potrà che amplificare questa vibrazione nella realtà. Ma qualcosa pian piano sta cambiando. Sempre più individui si stanno svegliando assumendosi la responsabilità di accelerare il processo di evoluzione collettiva verso il bene e la luce comune. Questi uomini sono quelli che, in modo chiaro, sentono la voce della propria Anima che chiede loro insistentemente di voltarsi e accelerare il passo sul sentiero del ritorno all’origine, verso il vasto dominio di verità.

Scegliendo quotidianamente le regole dell’amore, di bellezza, umiltà e passione per se stessi e il prossimo possiamo creare un’onda di forza coesa, un campo che integra senza distinzioni o preferenze e che rispetta le nostre reciproche differenze.

Infatti, sta diventando sempre più chiaro che sono i pezzi mancanti per reimpostare la traiettoria veloce e furiosa dell’umanità in separazione e divisione. Non di meno, sta divenendo sempre più evidente che non possiamo generare soluzioni dallo stesso livello di coscienza che sta creando i problemi. Poiché non è possibile evitare di sintonizzarci con tutto ciò che accade intorno a noi, né sottrarci a incontri quotidiani non sempre piacevoli, possiamo, tuttavia, imparare ad aumentare la nostra vibrazione di coscienza in modo da fluire più agevolmente dinanzi alle sfide, sostenendo intenzioni creative positive. L’implementazione e il mantenimento della nostra energia personale su un buon livello di vibrazione dipende, in larga misura, dalla nostra capacità di gestire le emozioni, in quanto esse sono i principali motori di una serie di processi fisiologici chiave coinvolti nella regolazione dell’energia.

Ma come fare?

Non dimentichiamo che la vibrazione dei nostri pensieri e sentimenti, che emaniamo nell’ambiente, oscilla costantemente in base alle azioni e alle reazioni che abbiamo con gli altri, con noi stessi o nei confronti dei problemi della vita. Quelle di livello inferiore possono originarsi, momento per momento, in relazione al sentire o meno frustrazione, rabbia, delusione, tristezza, giudizio, ma è anche vero che sta nelle corde del nostro potere personale la capacità di trasformare questi stati d’animo debilitanti in atteggiamenti e percezioni più elevati.

Le più recenti acquisizioni scientifiche, oggi, dimostrano che gli esseri umani e tutte le creature irradiano un campo elettromagnetico prodotto dal battito cardiaco e che la nostra percezione più interna viaggia e viene trasmessa attraverso questo campo. Quindi, un modo semplice per mantenere una vibrazione più elevata diviene l’intrecciare la qualità positiva dei sentimenti del nostro cuore alle relazioni che intratteniamo nel quotidiano. Chiunque abbia esperienza di un sentire di pace, amore e accoglienza nei confronti di chi ci circonda conosce il suo potere nel sollevare i nostri e gli altrui sentimenti su un livello più armonioso. Le decisioni e le soluzioni fluiscono più facilmente grazie a un maggiore accesso alla saggezza intuitiva, nonché diventa molto più facile deviare la frustrazione, l’ansia, l’impazienza e altri produttori di stress che mettono a dura prova il nostro pensiero critico. L’amore e la compassione incondizionati sono tra le più alte vibrazioni non soggette a precondizioni, limitazioni o requisiti degli altri. Servono il maggiore interesse di tutti gli esseri senzienti e dell’universo, poiché provengono da quel potenziale di coscienza superiore a cui ognuno può attingere in grado di guarire noi stessi e di trasformare in meglio il campo collettivo in questi tempi di forte cambiamento.

ESERCIZIO PER AUMENTARE LA VIBRAZIONE

Quando ti senti giù di corda, siediti tranquillamente e immagina di irradiare amore, compassione e calma nella tuo campo mentale ed emotivo. Partendo da lì, quel fascio lucente, pian piano, si estende e tocca tutto ciò che c’è intorno, fino ad abbracciare l’intera madre Terra.

La cura di sé sta anche nell’accogliere momenti negativi senza aggravarli con l’autocritica. Quando la nostra luce è debole, può aiutarci a generare la sensazione di calore compassionevole nel cuore quel sentimento che ci risulterebbe di dare incondizionatamente a un bambino. Prova a concedertelo. Anche se non ferma il dolore, può aiutare molto energeticamente.

Se ci sentiamo a disagio mentre proviamo questo, è utile porci domande, continuiamo a farlo con pazienza.

Esercizi come questi, pur sembrando semplici per la loro brevità, catalizzano l’energia e possono fare tanto per sollevare la vibrazione più di quanto si possa pensare. Se non funziona la prima volta, sii perseverante e riprova. Rimanere in ascolto fa la differenza.

 

Carmen Di Muro

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20/02/19
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17. IL CAMBIAMENTO È NEL CUORE…

Il cambiamento è nel cuore, non in una nuova pagina del calendario

A molti piace pensare all’esistenza come pagine di un calendario da sfogliare: ogni giorno, mese e anno come sequenze di un capitolo di un grosso libro che termina per aprirne uno nuovo, più ricco e colmo di segmenti, attimi di esperienza che in sé punteggiano la vita tracciando la nostra rotta esistenziale nel tempo.

Cosa riserverà il nuovo anno? Sarà clemente il nuovo tempo?

L’esistenza umana, nella sua bellezza e nei suoi miglioramenti dipende da noi.

C’è sempre un nuovo tempo, per vivere, per amare, per gioire, e anche per immergersi nel dolore, quello profondo, che spezza il fiato e che ci riporta a contatto con il suolo della nuda terra, disperdendo le altezze. Quei momenti, in cui è racchiusa la summa dell’informazione circa ciò che stiamo sperimentando, sono i tempi dell’anima, trascritti nella mente e nel cuore, i punti non cedibili che mettono in asse il nostro personale destino nelle caselle dell’agenda della vita. È da questi che si dipanano strade e dimensioni alternative di esistenza che rimescolano il nostro procedere in direzioni completamente nuove e inesplorate. Ma, per paura di sapere chi siamo veramente, il più delle volte non badiamo a questi punti di snodo essenziali, facendo sì che i nostri occhi e il nostro cuore rimangano chiusi rispetto a infinite realtà parallele che ci circondano e che siamo chiamati a scegliere per attuare cambiamenti significativi di rotta. Attribuiamo all’esterno ciò che invece parte e si dipana solo dall’interno.

Saltando le pagine del grosso libro dell’avvenire il tempo scivola di mano, riproponendoci situazioni che rendono il cammino pesante e sempre uguale. Eppure in ogni pagina è trascritta quell’informazione necessaria che permette di aver accesso alla sezione successiva, di capirla, comprendendola profondamente con saggezza, di imparare e di avere una base solida per ciò che verrà dopo. E come i libri di studio, così si snoda la nostra vita. Nel momento in cui saltiamo dei capitoli e non diamo attenzione agli insegnamenti che ne sono alla base, perdiamo il senso di ciò che verrà e tutto apparirà complesso, nell’incertezza e nel più amplificato senso di smarrimento. C’è una cosa che più di tutte rende ogni essere umano profondamente triste: essere costretti ad accettare una vita senza significato. La vita è ciclica, tutto si muove nel cambiamento perenne. Le stagioni, i cieli, i colori, le circostanze e le situazioni intorno a noi nascono per poi scomparire e ritornare seppur in forme completamente diverse.

In tutto questo non è l’esterno a far da padrone, ma siamo noi, che attimo dopo attimo possiamo scegliere di generare e di creare realtà felici, nella piena e più consapevole presenza di muovere le cose in accordo con l’universo stesso, attraverso il potere di mutare in rapporto a ciò che ci circonda, non nella stasi ma nell’azione perenne, senza trattenere né fermarsi, lasciando fluire il tutto e al contempo essendo flusso che scorre perpetuamente nell’unione con gli altri. Ciò arriva nel giorno in cui riusciamo ad appropriarci del potere del cuore, di quell’organo meraviglioso che traduce sempre i silenzi più profondi in battiti che scandiscono l’amore. Quell’amore che ci dà la possibilità di svegliarci, di voltare pagina coscientemente e di scrivere a ogni nuovo passo il contenuto attraverso la scelta consapevole delle nostre emozioni da vivere. E per noi che ci nutriamo di emozioni, sentire e ascoltare è di vitale importanza, in quanto ci aiuta a realizzare il cambiamento rendendolo esprimibile sotto forma di realtà collettiva.

Non è, quindi, voltando le pagine del calendario che possiamo aver accesso al nuovo, ma modificando la frequenza del nostro personale percorso che finisce per dar corpo alle nostre esperienze e che influenza il mondo circostante che si adatta e fiorisce rapidamente. Cambiando i pensieri, le emozioni, i modelli e le credenze nei confronti di noi stessi e degli altri in accordo al flusso alchemico dell’anima possiamo mobilitare possenti energie trasformative. La persone che dicono “io sono fatto così” stanno di fatto precludendosi la strada che porta al miglioramento, al benessere e alla serenità sia individuale sia collettiva. Tale rigidità è come un macigno che grava sull’anima. Chi agisce così non solo non usa le proprie ali per spiccare il volo, ma rimane addirittura schiacciato a terra dal suo stesso modo di vedersi. Il cambiamento è vita e la vita è un continuo fluire di evoluzioni e transizioni. Assumersi la responsabilità di se stessi significa comprendere che qualsiasi azione e comportamento si metterà in atto avrà delle conseguenze non solo su di me ma, e soprattutto, su chi mi è vicino. Non ci sono alibi, ognuno di noi ha sempre la possibilità di scelta producendo cambiamenti nel bene e nel male.

Che ognuno usi responsabilmente la luce del proprio cuore per creare un anno migliore.

Buon e luminoso 2019!

Carmen Di Muro

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8/01/19
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16. “ABBASTANZA” O “ABBONDANZA”?

Se faremo quello che abbiamo sempre fatto, otterremo quello che abbiamo sempre avuto.

Quante volte ci abbandoniamo a comode esternazioni del tipo, “non cambia nulla”, “va tutto storto”, “che sfortuna”? E quante volte spostiamo lo sguardo dall’interno utilizzando come alibi l’esterno?

Forse perché non ci siamo mai chiesti veramente se siamo individui di “abbastanza” o di “abbondanza”.

I primi sono quelli che, non di rado, pensano “a tutti va bene tranne che a me”, mantenendosi sempre sull’orlo di un equilibrio instabile. Basta un lutto, una malattia importante, una separazione, un tracollo economico, e a volte anche delle banali avversità, per mostrare tutte le loro debolezze, dimenticandosi di se stessi e dei propri sogni per accontentarsi di ciò che gli impone la vita, con rassegnazione e vittimismo.

I secondi invece, non si accontentano. Sono alla ricerca costante del proprio sé, comprendendo che, seppure la vita accade nel suo perenne fluire, c’è sempre un tempo per lasciar decantare la sofferenza, per evolvere, anelando alla fiducia e alla certezza di realizzare concretamente i propri desideri. Essi si contrappongono con ardore all’atteggiamento impaurito e difensivo degli “abbastanza”, cercando sempre il meglio, progettando, ideando e lanciando nuove sfide oltre tutto e tutti per sovvertire ciò che avvertono come negativo in opportunità di cambiamento e crescita. Non si frappongono alla stasi lottando, ma andando oltre, utilizzando il loro massimo potenziale per influenzare positivamente la propria esperienza, essendo disposti a plasmarsi repentinamente a ogni situazione, senza lamentarsi, abbattersi o costringere gli altri a cambiare con loro. Hanno però la certezza che la loro energia influenzerà tutto ciò che li circonda.

Gli “abbondanza” sono in continua uscita dalla zona di confort, laddove invece gli “abbastanza” si fermano nel subire un lento e inesorabile detrimento che li porta alla totale insoddisfazione, che a sua volta amplifica i timori e le ansie, chiudendoli in una gabbia sempre più incolore e inodore.

Ognuno di noi può essere un individuo di abbondanza. Può scegliere a ogni attimo di esserlo, comprendendo come non sia una questione di ricchezza a fare la differenza, ma di felicità, soddisfazione e di gioia.

E il cammino verso la gioia e l’abbondanza è un’esperienza che si rinnova quotidianamente, che necessita di impegno costante nel procedere verso quella lunga via che conduce all’anima. Questo cammino seppur faticoso, poiché in salita, ci riserva bellezze sconfinate una volta arrivati in cima a quel monte che ci appare impervio e difficile da scalare. Meta che, a volte, costa sofferenza nel dover trasportare sulle spalle i pesi contenuti nel nostro zaino. Queste zavorre altro non sono che i vecchi legami, tracce di esperienza che solcano e chiudono il cuore, e nel viaggio di riscoperta creano il dubbio circa la direzione da seguire.

Abbandonare lungo il percorso ciò che provoca e arreca peso alla nostra andatura, concretamente, vuol dire liberarsi dal passato che ha determinato in modo invasivo il nostro modo di essere e la nostra infelicità. Significa guardare in se stessi, nel proprio cuore, dove sono racchiuse le memorie emotive della nostra esistenza, spogliandoci di ciò che siamo stati e cambiando la nostra energia rispetto a persone e situazioni che agiscono in noi, avvelenandoci. Comprendere a cosa sia dovuto il peso dello zaino significa non aver paura di incamminarsi verso il futuro, pur intraprendendo il tragitto in totale solitudine.

Eppure soli non siamo, in quanto accanto a noi abbiamo compagni preziosi di viaggio. Abbiamo il coraggio, la forza, la fiducia e la perseveranza nel tenerci centrati nella serenità d’animo, che ci consentirà di spogliarci gradualmente da tutto ciò che non si addice più al nostro nuovo ruolo di viaggiatori. Solo lungo il cammino scopriremo che questi sono alleati e amici importanti, soprattutto in quei momenti di sconforto che è perfettamente naturale che ci si trovi, ogni tanto, a sperimentare. Ci sentiremo forti, seppur apparentemente deboli, ci sentiremo liberi, seppur con lo zaino pesante. Avremo scelto la strada da seguire, con il meglio di noi che ci accompagna, decidendo di prenderci cura di quel meglio, di nutrirlo, di farlo crescere, di farlo uscire fuori, per rendere la nostra vita migliore, nonostante tutto. E la vita risponderà a questa nostra intenzione, ci asseconderà, ci accompagnerà e migliorerà, giorno dopo giorno con noi, regalandoci abbondanza.

Carmen Di Muro

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21/11/18
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15. LA MISSION: RISVEGLIARE LE TRACCE ENERGETICHE DEL DNA

Ognuno di noi ha una strada segnata, ed è portatore di una missione esistenziale, a cui è chiamato a ricalcarne le orme giorno per giorno.

Per missione si intende il fine principale che abbiamo in questa vita: un appagamento di anima e mente, che sin dalla nascita ci indirizza verso quei modi di essere che più si addicono alla nostra natura, così che nel tempo si affermi. Uno sviluppo pieno e positivo è ciò che fa emergere i cosiddetti talenti, ossia quelle tracce scritte e contenute in noi, filoni energetici, in cui trova massima espressione l’anima, che nel corso della propria maturazione sprigiona singolari caratteristiche così da tracciare il suo destino.

I talenti possono o meno emergere in virtù dell’ambiente energetico in cui nasciamo, cresciamo e viviamo. Contesti di bassa frequenza vibratoria ritarderanno se non addirittura annulleranno l’emergere di queste potenzialità innate. Esse possono esprimersi nel momento in cui vibrazioni di alta frequenza vanno a toccare le tracce energetiche scritte nel DNA permettendo un accordo che, in risonanza con l’ambiente, potenzierà le qualità funzionali per farci strada e portare a compimento il nostro reale obiettivo di vita.

Ogni individuo che si trova nel qui e ora del mondo, non è inserito in un determinato contesto per caso, ma possiede in sé una mission specifica che lo contraddistingue e che allo stesso tempo gli permette di collegarsi a una mission generale. Il filo conduttore che unisce e genera è rappresentato dalla vibrazione prima, ossia dall’amore. È questo l’obiettivo universale che ci rende parte e tutto di questa esistenza. Amore che lega una persona all’altra, un evento all’altro e permette di creare la bellezza e la realtà in modo completamente rinnovato. Questa è la meta comune, a cui ogni essere umano è chiamato a compartecipare. Immaginiamoci come tanti piccoli pezzetti di un puzzle che daranno manifestazione alla rappresentazione grafica contenuta sul tabellone. Il disegno finale sarà rappresentato dalla mission universale, ossia dall’amore, che unirà tutti i pezzi in modo tale che la composizione possa pian piano delinearsi concretamente.

Ogni elemento del quadro, però, ha una mission particolare, il piccolo è funzionale al grande, e ognuno ha la sua funzione unica, i giusti denti per l’incastro e nessuno è simile e uguale all’altro. Nel momento in cui uno di questi si perde, o viene incastrato per sbaglio nel posto non adatto, il disegno non prenderà forma e la mission universale non troverà compimento. Il talento è necessario a questo. Ci offre la possibilità di far emergere le nostre particolarità, attraverso le quali contribuire alla realizzazione di uno scopo più alto che si esprime nel bene comune e collettivo. Bene volto a una rinascita verticale, che parte dapprima da un rinnovamento interiore, per poi riversarsi e illuminare ad ampio spettro la realtà intorno a noi. Chi in un modo chi un altro è chiamato ad esprimersi pienamente (che sia attraverso il lavoro, un hobby, una passione). Esprimersi vuol dire dare libero impulso al bisogno più profondo dell’anima, varcare quella strada tracciata che ognuno di noi possiede nella sua essenza più intima. Tutti siamo qui con uno scopo ben preciso. Ogni tassello contribuisce a rendere il mondo meraviglioso, attraverso le sue potenzialità. […]

Un’energia di luce, trascritta e silente nel DNA, emerge, meravigliando.

Riconoscere i propri bisogni, significa a livello concreto accordarsi con le frequenze prime contenute nell’universo, con delle situazioni che vadano a potenziare l’espressione di capacità, che molto spesso, non sappiamo neanche di possedere nelle nostre corde a causa di un ambiente depotenziante e privo di stimoli. Voltarsi alla gioia, assaporarla e sentirsi pezzetto indispensabile dell’esistenza, ci rende capaci di scoprire in noi il tra “sé e sé”, quel luogo tutto nostro in cui prendiamo consapevolezza dell’inclinazione dell’anima, imparando a riconoscere la sua voce che ci parla e intona alla bellezza, ad accorgerci di quei piccoli segni che indirizzano verso la strada e l’energia da seguire per vivere pienamente.

Carmen Di Muro, estratto dal libro Anima quantica

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9/10/18
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14. DOVE FINISCE IL CAMPO DELL’ALTRO E DOVE INIZIO IO?

Immaginiamo un’altalena, che nel suo movimento oscilla da una parte all’altra rimanendo centrata sull’asse della struttura che le permette di essere bilanciata nel suo moto fluttuante. Stesso vale per noi, esseri straordinari di anima, psiche e corpo, che nel nostro continuo procedere siamo sintonizzati con il mondo in uno scambio costante. È questa apertura, che ontologicamente possediamo, a permetterci di essere parte attiva nello splendido viaggio chiamato esistenza e di scegliere la direzione da solcare. Eppure, molto spesso, per quanto a livello razionale possiamo credere di essere autori del nostro percorso di vita, non sempre a livello profondo siamo liberi da quei vincoli invisibili che ci ostacolano rendendo il cammino più arduo da seguire. La vita ci chiama in ogni istante a scegliere chi essere.

Molto spesso, però, ci si ripiega su scelte e obiettivi che non ci appartengono a livello profondo, in quanto modellati velatamente su volontà, scelte, ambizioni degli altri significativi per noi, da cui traiamo la nostra stabilità personale. E su questi planiamo figurandoci una falsa immagine, specchio di ciò che ci rimanda l’esterno e non l’interno. Lo scarto tra ciò che realmente siamo, e ciò che invece pensiamo di essere, si nota nel momento in cui non ci sentiamo degni e all’altezza dei nostri sogni. Questi spesso cadono lasciando spazio alla realtà che mostra che siamo stati incapaci nel raggiungere ciò che più avevamo a cuore. Forse non ci abbiamo creduto abbastanza? O forse senza saperlo stavamo scegliendo vie energetiche sbagliate?

Sorgono le ansie, una morsa invisibile ci inchioda, bloccando la nostra totalità e non lasciandoci nessuna via di fuga. L’ansia è una bussola concreta, l’energia di fondo che ci dirotta in quella tensione perenne tra passato e futuro: anticipando ciò che deve venire e, allo stesso tempo, cristallizzandoci nella paura di un passato che non vogliamo rivivere. Essa è frutto di diverse dinamiche interiori e delle relazioni che intessiamo con gli altri, al di sotto della quale c’è sempre un groviglio emotivo celato, che molto spesso viene inibito nel suo manifestarsi, soprattutto quando trova origine nei confronti di “quell’alterità” significativa da cui ci lasciamo sottilmente direzionare e che, senza saperlo, diventa fonte di emozioni sia positive che negative. Quando accade questo, siamo sull’uscio del malessere, dell’instabilità e al cospetto pervasivo di sedimenti emotivi nocivi che compromettono la formazione dei nostri pensieri, che cadono nel circolo vizioso del “non sono capace, non sono all’altezza”.

Infatti, la presenza dominante degli altri molto spesso, più che darci stabilità, ostacola la nostra massima espressione e ci “con-fonde”, rendendoci incapaci di fare scelte autonome e di rivolgere la nostra attenzione sulle priorità. Nel costante incedere, non ci accorgiamo che gli altri prendono il sopravvento. Ciò avviene sempre a livello vibrazionale, in quanto il passaggio delle informazioni, da una fonte all’altra, sotto forma di frequenze è continuativo. Assorbiamo come grosse spugne pensieri, emozioni e ciò che l’ambiente ci invia a livello frequenziale, pensando nella maggior parte dei casi che sia nostro e non di qualcun altro a cui abbiamo dato il permesso di orientare sottilmente la nostra vita per sentirci più al sicuro. Pertanto, dove finisco io e dove inizia l’altro? Questa è la domanda che deve guidarci e farci prendere atto che in questa dialettica costante si gioca gran parte della nostra esistenza.

Queste cariche hanno potere di influenzarci solo nel momento in cui noi gli permettiamo di toccarci per timore di non farcela da soli. Sentirsi confusi e in balia del caos interiore è il segno concreto dell’assottigliamento dei nostri confini energetici che si sono con-fusi con l’energia dell’altra persona. Pensieri, emozioni e sentimenti disturbanti diventano manifestazione e segnale evidente dell’essersi accordati inscindibilmente a quest’energia in entrata. Questo è il processo profondo che ostacola la nostra massima espressione verso la realizzazione e il benessere personale. Come e cosa fare in questi casi?

Fermarsi, dando spazio a quella voce sottile in fondo al nostro petto che svela la nostra profonda sensibilità, imparando a dar ascolto alle sensazioni che ci fanno sentire ad agio nel mondo, così da non perderle, ma farne presenza stabile che ci direziona. Quando il nostro cuore è centrato nella serenità, ogni cosa può compiersi perché non c’è moto del mare altrui che possa scuoterlo, ma al contrario l’acqua calma dell’oceano emotivo permette di generare, rendendoci forti e saldi nella nostra identità così da condurci in vetta.

Carmen Di Muro

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4/09/18
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