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21. PERCHÉ RESTI SE SEI INFELICE?

PERCHÉ RESTI SE SEI INFELICE? VITTIME DEL DOLORE

Chi di noi, almeno una volta, non ha realizzato di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. In luoghi che non rispecchiano il nostro vero sé, la natura profonda del nostro sentirci vivi nel mondo e con il mondo. Non di rado, capita di far fatica nel resistere a circostanze e situazioni. Sarebbe più semplice innalzarci leggeri e volar via, ma la realtà è diversa. Ci ostiniamo nel ricercare all’esterno ciò che invece, passo dopo passo, creiamo e non vogliamo lasciare. Non si può rinunciare a ciò che si è costruito con impegno e costanza, a ciò che ci fa male seppur rappresenta il nostro sistema di coordinate di sicurezza emotiva. Ma ne siamo proprio certi? Sicuri che stiamo scegliendo la felicità? O questa sta scivolando via pian piano, intorpidendo le ali e sfibrandone l’ossatura affinché, queste, possano librarsi leggere?

Accade, infatti, che per paura di perdere la nostra stabilità personale, ci “attacchiamo” a posti e persone ferme nella nostra affettività, il cui pregio è renderci solidi nel nostro senso di essere al mondo, non sapendo, che in realtà, sono i lacci dell’attaccamento all’altro a non favorire la nostra massima espressione. Spesso scambiamo l’attaccamento con l’amore, rimanendo nella gabbia inodore e incolore dell’infelicità piuttosto che prendere atto che sta a noi la responsabilità di scegliere se rinunciarvi o meno. Eppure, amore e attaccamento non sono una cosa sola ma due entità separate, reciprocamente antagonistiche.

Per esempio, l’attaccamento è stato definito come uno dei più “eleganti” dei sentimenti umani, una sensazione estrema di “contentezza, condivisione, di essere una cosa sola con l’altro”. Si è a lungo ritenuto che esso derivi dal timore di restare soli, la cosiddetta “ansia da separazione” e, secondo la maggior parte dei ricercatori in questo campo, sarebbe proprio questa la molla che spingerebbe gli individui a creare e mantenere relazioni affettive. Non a caso, la ricerca si è focalizzata sui meccanismi neurobiologici coinvolti nella risposta all’ansia da timore di restare soli, portando contributi rilevanti che hanno permesso di collegare stili individuali di attaccamento e tipi diversi di personalità e, addirittura, di amore.

Ma attualmente si ritiene che questo fenomeno sia senz’altro più complesso e coinvolga meccanismi più specifici. La stessa definizione di attaccamento, racchiude in sé, il fatto che questo sia un fenomeno eterogeneo: quello per un figlio, o un genitore, è diverso rispetto a quello per un amico, per la persona amata o per altre figure, ma in ognuno interagiscono meccanismi che implicano il coinvolgimento di molteplici aree cerebrali, quali la corteccia, il lobo limbico, l’ipotalamo, l’amigdala e il sistema nervoso autonomo, che regola “silenziosamente” la funzione degli organi periferici. L’integrazione tra i vari meccanismi ha lo scopo di preparare l’organismo a rispondere in maniera adeguata a situazioni di particolare vulnerabilità e potenzialmente pericolose, in grado di scatenare reazioni di paura e insicurezza. Sensazioni che destabilizzano il nostro senso di essere al mondo, imbrigliando e “attaccando” la mente in cicli di pensiero che rimandano sostanzialmente al timore di essere autonomi, di camminare sulle proprie gambe seguendo un’autentica direzione di vita. Per questo, il più delle volte, scegliamo di rimanere in una situazione di comfort emotivo, perché il risvolto della medaglia causerebbe sofferenza.

Tristezza, ansia e angoscia sono sofferenza. Staccarci da ciò che amiamo e ci rende sicuri è sofferenza. È, dunque, nella maggior parte dei casi l’attaccamento che determina il malessere, è il sintonizzarsi su una determinata frequenza che perpetua la sofferenza, rendendoci vittime passive del dolore, incapaci di divincolarci. Meglio restar fermi in una situazione nota di afflizione piuttosto che muoverci, cambiare e stare ancor peggio!

In realtà, ciò che non sappiamo è che la sofferenza nasce dalla mancanza di una profonda accettazione della verità, del timore di quel dolore nel dover rinunciare alla propria libertà nell’ora delle cose, per paura di aprirsi al nuovo e riscoprirsi diversi, in preda al grande oceano della vita che si muove e su cui la mente non ha controllo nell’attimo presente. La sofferenza non è il sentiero verso una solitudine futura, ma è, al contrario, un invito alla libertà presente. Ed è proprio nei recessi più profondi della paura che è racchiusa e ci è data la possibilità di azionarci abbandonando la fissità, così da ritrovare l’energia necessaria per dispiegare le ali affinché possano spiccare il volo. E l’amore diviene il trampolino di lancio. Esso è ciò che permette di recidere le forti funi dell’attaccamento, di vivere serenamente le relazioni e le esperienze che la vita ci riserva. Amore che assolve la sua funzione di guarigione solo quando diventa un vissuto sano, che non ci inchioda al rapporto con l’altro, ma permette di viverlo nella maniera più autentica e libera, in modo da favorire la nostra crescita più profonda.

Carmen Di Muro

Autrice del libro Anima Quantica

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