Trasmutare le Emozioni

L'origine delle emozioni negative e la loro trasmutazione in emozioni superiori

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La mia intenzione è di guidare le persone a riflettere sull’importanza delle emozioni e sulla propria salute, nella vita quotidiana. In particolare, sottolineo come le emozioni negative possano ostacolare il personale percorso evolutivo nell’amore e nel benessere.

In questo breve corso online, descrivo prima il contesto da cui scaturiscono le emozioni e successivamente indico delle concrete modalità per operare la trasformazione delle emozioni negative in qualità dell’anima.

Giuliano Guerra

Giuliano Guerra

28. I PASSAGGI: 1° LA CONSAPEVOLEZZA

I PASSAGGI PER TRASMUTARE LE EMOZIONI NEGATIVE: 1° LA CONSAPEVOLEZZA

Da qualche mese Luigi ha intrapreso una psicoterapia, tecnicamente chiamata psicodinamica con finalità di sostegno dell’Io, per curare il suo stato depressivo, con profonda astenia, persistente da oltre tre anni. Ha utilizzato fino ad ora vari approcci terapeutici per curare la depressione: psicofarmaci, colloqui con diversi psichiatri, tecniche di massaggio corporeo, fito e aromaterapia. Il persistere della sintomatologia lo porta a cercare continuamente altri approcci terapeutici. Ha letto in una rivista divulgativa la possibilità di curare la depressione con l’ipnosi ed ora “prova anche questa strada”.

 

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Con la richiesta di ipnoterapia inizia il nostro primo incontro. Concordiamo alcune sedute preliminari per conoscerci meglio. In questa fase iniziale chiedo a Luigi di poter effettuare un incontro con la sua famiglia, la sua compagna e di poter vedere il luogo dove vive. Questa richiesta si concretizza, tranne la possibilità di incontrare la sua “fidanzata”, in quanto lei si rifiuta affermando di non sentire la necessità di conoscermi. Riguardo a Luigi, così riferisce: “E’ grande abbastanza per parlare di se stesso”.

Alla fine di questi incontri preliminari concordiamo un “contratto terapeutico” di psicoterapia dinamica. Decidiamo per qualche mese di lavoro insieme ed escludiamo la terapia ipnotica.

Luigi è un imprenditore edile. Attività che ha sempre amato e che, da qualche anno, esercita di malavoglia e con grande fatica fisica. L’impresa è stata costituita dal padre e, successivamente ad una grave forma depressiva dello stesso, è stata ceduta ai due figli.Luigi è il fratello maggiore. La sua età cronologica è di 51 anni, ma psicologicamente è ancora “un puteleto”. Così si definisce usando il tipico dialetto veronese. Durante le sedute parla sempre in dialetto veronese.

Da oltre 25 anni è fidanzato con Marilena. La loro è una relazione senza sbocchi evolutivi. Sono coetanei e non concretizzano il loro volersi bene con una vita matrimoniale in quanto Marilena, con il pretesto che deve accudire i genitori ammalati, continua a rimandare di anno in anno la vita in comune. Pertanto, Luigi vive tuttora in famiglia con il padre sofferente di una grave depressione e la madre che continua ad accudirlo come “un puteleto”. Da quando Luigi si è ammalato, in cantiere ha preso potere il fratello più giovane. Luigi si sente disconosciuto nelle sue capacità e sminuito dal fratello.

Di fronte alle sue richieste di capire il perché della depressione, ipotizziamo che vi abbiano concorso vari fattori: la malattia del padre, il conflitto con il fratello, l’inadeguata vita affettiva-sessuale nella coppia, il modo infantile di continuare a condividere lo spazio abitativo con i genitori, la dipendenza psicologica dagli stessi, lo stress lavorativo, alcune recenti malattie fisiche che gli hanno impedito di praticare i suoi sport preferiti e quindi di scaricare la tensione. Riferisce di essere stato, prima della depressione, una persona allegra, socievole, amante della vita all’aria aperta e ludico-sportiva, di aver avuto passione per il suo lavoro.

La comunicazione che propone nel setting terapeutico è sempre razionale, vittimistica, lamentosa. Sempre centrata sulla sofferenza, sui sintomi e sulla richiesta di guarigione che deve arrivare dall’esterno di se stesso. Intende le risorse spirituali come religione, atto di fede acritico che lo porta ad eseguire regole e rituali religiosi, e non come potenzialità liberanti e stimolanti l’evoluzione.

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Continuamente cerco di rendere la comunicazione più creativa e facilitante l’apertura degli ampi spazi dell’inconscio superiore. Luigi, in questa fase, non vuole aprirsi alla consapevolezza del suo mondo interiore, ad acquisire una visione più nitida della realtà che si crea con il suo atteggiamento mentale. Non accetta la sintomatologia e continua a combatterla. Il suo bisogno è quello di sfogarsi verbalmente e di continuare a lamentarsi dei suoi sintomi. Non vuole vedere la sua esistenza inautentica, robotizzata, programmata dai condizionamenti familiari e sociali. Non acquisisce consapevolezza delle sue attuali relazioni superficiali e prive di vero amore liberante.

Luigi è prigioniero nel suo ego che lo spinge a vivere nella paura, nella richiesta di una continua medicalizzazione. La paura e la sofferenza sono le emozioni che dominano la sua vita. Il pensiero è ossessivamente rivolto ai suoi sintomi.

Apparentemente non ascolta le mie parole quando lo invito ad accettare i sintomi come messaggi dell’anima che non vive un’esistenza autentica e pertanto ripartire da lì, dall’ascolto della sua natura divina, dalle sue qualità dell’anima che percepisco molto grandi: la bontà, la generosità, la semplicità, la correttezza, l’onestà, la lealtà…

Però, il suo inconscio certamente registra tutta la nostra comunicazione e sono fiducioso che presto mi dirà: “Da oggi, dottore, non parliamo più della mia tensione e dei miei sintomi, ma piuttosto di cosa posso fare per mettere ordine e chiarezza nella mia vita. Dottore, sono pronto per trasmutare le mie emozioni di paura e depressione in opportunità per evolvermi e portare amore nel mondo. Mi insegni le tecniche per poterlo fare e vedrà che poi, da solo, le applicherò”.

9/05/10

27. TRASMUTARE LE EMOZIONI NEGATIVE IN NOI SI RIFLETTE FUORI DI NOI

G. Franco vive a Trieste, la sua occupazione è di bidello in un Istituto Tecnico. Ha 64 anni. Vive da solo in un alloggio assegnatogli dal Comune per le sue difficoltà economiche e di inserimento sociale. Da diversi mesi è assente dal lavoro per una ricorrente “sindrome depressiva con grave fobia sociale”. Così viene certificata la sua sofferenza nella cartella clinica che mi presenta durante la consultazione psicoterapica. E’ l’ultima certificazione di una serie infinita di dichiarazioni mediche e psicologiche che attestano la sua “patente” di disadattato sociale per psicopatologia.

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Ha cercato, “pellegrinando” in numerose regioni d’Italia, conforto alla sua sofferenza chiedendo aiuto ovunque: psicoterapeuti privati, psichiatri, comunità terapeutiche, case alloggio, centri di ospitalità religiosi e laici, comunità psichiatriche protette, servizi di igiene mentale…

Con nessun terapeuta ha costruito una relazione significativa. “Nessuno mi ha capito, nessuno ha saputo accogliere i miei bisogni, siete tutti una massa di incapaci voi operatori dello psichico, incapaci di aiutare veramente chi soffre”. Così mi riferisce irato. E’ difficile contenerlo ed accettarlo con il suo modo ipercritico ed insofferente ad ogni tentativo di stabilire una comunicazione composta e civile.

E’ continuamente polemico, aggressivo. Straripante di agitazione. Un fiume in piena di rancore. Pronto ad esplodere in un acting-aut di fronte ad un gesto o ad una frase ritenuta da lui inopportuna.

Si presenta alto, robusto, massiccio. E’ vestito, nonostante l’età e le difficoltà economiche, con una certa ricercatezza. Il suo abbigliamento è giovanile. Nella borsa tiene trattati di psichiatria e psicopatologia. Mi mostra delle pagine per indicarmi le definizioni cliniche dei suoi sintomi.

Contrasta il suo aspetto fisico con i pensieri che manifesta di disistima e di bisogno di totale accudimento che esprime.

La sua età psichica, che porta a questo primo colloquio, è di un bambino di pochi anni, fissato ad una fase orale.

Con il suo comportamento risveglia emozioni di disagio, ansietà, irritazione e aggressività. Mi trattengo dal non dirgli apertamente: “Ma datti una mossa, smettila di lamentarti, di fare il bambino arrabbiato, assumiti le tue responsabilità sul lavoro, cercati una compagna, che non ti manca nulla!”

Non è solo una dinamica “controtransferale”, o l’azione su di me dei neuroni a specchio che mi portano a queste emozioni negative.

In G. Franco è presente un imprinting infantile di rifiuto, di non accettazione ed il suo programma lo ripete in ogni relazione umana. Il suo inconscio lo porta ad essere respinto, rifiutato. Fa di tutto perché ciò avvenga.

Come G. Franco ho conosciuto diversi pazienti. La norma era di finire nella loro ragnatela, nella loro trappola mentale ed agire in modo che si ripetesse il solito imprinting del rifiuto.

La conoscenza delle tecniche di trasmutazione delle emozioni negative ed il lavoro personale sull’apertura del cuore mi hanno permesso di pormi con G. Franco con compassione, disponibilità autentica, con amore altruistico e senza giudizio. Pertanto, al di là delle regole e dei limiti del setting professionale e dei reciproci condizionamenti mentali, qualcosa di più sottile e profondo è avvenuto tra noi come scambio inconscio.

G. Franco lo ha percepito e, a poco a poco, ha cominciato a porsi in modo più collaborante e disponibile. Insieme abbiamo cercato qualche passaggio, o qualche tecnica, che lo aiutasse a soffrire di meno.

Contemporaneamente la mia mente inconscia ha intuito che probabilmente la sua sofferenza è legata ad un suo karma che deve estinguere. Le immagini giunte al mio inconscio sono state quelle di un sacerdote, di uno sciamano, appartenente ad una cultura sudamericana che, per propiziarsi delle divinità, coordinava e, probabilmente completava con l’uccisione, dei riti sacrificali con delle vittime umane.

Il volto di quel sacerdote era simile ai lineamenti che scorgevo nel viso di G. Franco.

Non ho parlato con lui di queste mie immagini mentali, o forse intuizioni, riguardanti il suo karma. Qualcosa comunque il suo inconscio deve aver intuito o forse si è semplicemente sentito un po’ capito e non giudicato.

Di fatto, alla fine dell’incontro, è uscita questa sua frase: “Dottore possiamo fissare un prossimo appuntamento. Mi piacerebbe fare l’ipnosi regressiva per capire qualcosa di più di me stesso. E’ possibile, dottore?”.

Sono contento di aver trasmutato le mie emozioni negative iniziali, perché ciò ha permesso di aprire uno spiraglio nel buio della vita di G. Franco.

30/04/10

26. TRASMUTARE LE EMOZIONI E SALTO QUANTICO

Rupert Sheldrake, fisiologo e biologo, ha proposto nel 1981, per la prima volta, una interessante teoria innovativa secondo la quale tutte le cose che presentano forme e strutture con capacità di auto-organizzarsi per evolvere o dare una plasticità a sé stesse, sono regolate, nel loro sviluppo, non solo dalle leggi conosciute dalle scienze fisiche, ma anche da forze che seguono delle leggi particolari legate a campi organizzativi invisibili.

 

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Sheldrake li chiama “campi morfogenetici”. Li intende come un nuovo tipo di campo fisico in grado di agire sullo sviluppo della forma delle cose, sia nel macrocosmo che nel microcosmo (galassie, strutture sociali, piante, animali, molecole, cellule…).

I campi morfogenetici sono responsabili della forma e dell’organizzazione specifica dei sistemi a tutti i livelli di complessità, non solo in biologia, ma anche in chimica e fisica. Ad esempio, la differenziazione delle cellule fecondate, in morula, blastula, nella tipica forma del fiore della vita e via via nei vari foglietti embrionali, avviene, secondo Sheldrake, in base all’azione dei campi morfogenetici.

Numerosi studiosi usano altri termini in fondo per avvallare questa teoria. Ad esempio Nader Butto nella sua Medicina Universale parla di campi di forza, linee di tendenza, codici universali considerati come stati quantistici che dispongono di una specifica frequenza energetica.

La specializzazione delle cellule da totipotenti, staminali, indifferenziate, in cellule con caratteristiche anatomo-funzionali ben precise, non può essere semplicemente spiegata con le informazioni contenute nei geni del DNA. E così pure la forma di oggetti non viventi come i cristalli o le rocce, prive di DNA, presuppone che esistano fattori o forze, non riconosciute dalla fisica, che generano la forma e la struttura.

Così scrive R. Sheldrake: “Quello di cui si occupa la mia teoria sono i sistemi naturali che si organizzano da soli, e riguarda la causa della forma. E la causa di tutte queste forme per me sono campi che organizzano, campi che definiscono, che io chiamo “campi morfici”. L’aspetto originale è che la forma delle società, delle idee, dei cristalli e delle molecole dipende dal modo con cui i precedenti dello stesso tipo sono stati organizzati.

C’è una specie di memoria innata nei campi morfici di ogni tipo di cosa. Perciò io penso che le regolarità della natura siano più simili ad abitudini, che a cose governate da leggi matematiche eterne che esistono in qualche modo al di fuori della natura.

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L’idea che ogni specie – ogni membro di ogni specie – attinge alla memoria collettiva della specie, e si sintonizza con i membri passati della specie e a sua volta contribuisce all’ulteriore sviluppo della specie, comporta una sorta di risonanza fra gli individui e i gruppi della specie (ad esempio i sottogruppi, razze, etnie, gens, famiglie, nel caso umano, ecc.)”.

La teoria dei campi morfogenetici può essere applicata anche allo studio dei comportamenti nei gruppi sociali. Ogni gruppo di persone è organizzato da un campo morfico che non è solo la struttura organizzatrice nel presente, ma contiene anche una memoria di quello che era quel gruppo sociale nel passato, attraverso cui ogni individuo è collegato con la risonanza morfica.

Ciò implica che se nel gruppo sociale un numero adeguato di persone apprende un nuovo comportamento (massa critica) e lo mantiene nel tempo, la “risonanza morfica” si accumula e inizia ad influenzare l’intero gruppo.

In conclusione, più individui della stessa specie umana imparano un nuovo compito, ad esempio trasmutare le emozioni negative, più potente diventa il campo morfogenetico nella specie umana e pertanto più facilmente altri individui della specie apprendono il nuovo comportamento ed eseguono lo stesso compito.

E’ il cosiddetto salto quantico che facilita il raggiungimento di un obiettivo, prima considerato difficile per più persone.

Ognuno di noi, attraverso la propria trasformazione personale, contribuisce a modificare tutta l’umanità.

23/04/10

25. EMOZIONI E NEURONI A SPECCHIO

Durante la sua periodica seduta di psicoterapia Lucia mi parla animatamente del rancore che prova per Antonio, suo ex marito, che si comporta scorrettamente con lei, ignorando le disposizioni previste dal giudice in occasione della loro separazione coniugale. Non riceve il dovuto assegno mensile e viene sminuita nell’educazione dei due figli. Esprime il suo rancore in modo violento.

Rivolge verso di me l’indice della mano destra e, con voce alterata dall’ira, inveisce contro l’ex marito. Lo insulta e poi piange per lo stato di impotenza che prova. Con Lucia si è costruito un buon rapporto terapeutico; il transfert è positivo. Bene accetta se la invito a non puntare mai l’indice, se è arrabbiata, verso un’altra persona. Le nostre mani, l’indice in particolare, scaricano campi elettromagnetici ed è nocivo farlo da arrabbiati.

I cambiamenti positivi che migliorano la sua vita e che avvengono nel corso della psicoterapia la rendono recettiva alle mie indicazioni. Durante la seduta con Lucia mi pongo con empatia e compassione. Al tempo stesso, però, sorveglio i miei circuiti neuronali che hanno le stesse informazioni di disagio o di sofferenza subita. Non permetto alle mie emozioni similari di entrare in risonanza con le sue tonalità affettive di negatività. Sono consapevole del rischio che corro attivando i miei “neuroni a specchio”.

Infatti, la PNEI (Psicoendocrinoimmunologia) ha dimostrato, con attendibilità scientifica, che l’organismo umano è un sistema integrato in cui funzioni cognitive, emozionali e fisiologiche sono strettamente intrecciate, con continui scambi ed influenzamenti reciproci. Ne consegue che lo stress e le emozioni negative che Lucia esprime e subisce, non solo interferiscono con i meccanismi di protezione-riproduzione cellulare e con l’attività del sistema immunitario (vedasi puntate precedenti), ma coinvolgono, con il suo comportamento adirato (e di conseguenza con le basse vibrazioni che emette), le forme di vita che sono nel suo campo energetico. Ovviamente anche me stesso nella situazione del momento di “vicinanza” reciproca.

 

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In particolare vengono attivati i neuroni a specchio. Si attivano in me, che la osservo, gli stessi neuroni che a suo tempo hanno ricevuto la medesima informazione. Anche in me è presente una memoria per alcuni aspetti che ricorda la sua impotenza e la sua reazione aggressiva. E chi non si è comportato come Lucia in momenti particolari della propria vita?

“I neuroni specchio (mirror neurons) sono una classe di neuroni che si attivano selettivamente sia quando si compie un’azione, sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri. I neuroni dell’osservatore “rispecchiano” quindi ciò che avviene nella mente del soggetto osservato, come se fosse l’osservatore stesso a compiere l’azione. Questi neuroni sono stati individuati nei primati, in alcuni uccelli e nell’uomo. Nell’uomo, oltre ad essere localizzati in aree motorie e premotorie, si trovano anche nell’area di Broca e nella corteccia parietale inferiore.”

“Alcuni scienziati considerano la scoperta dei neuroni specchio una delle più importanti delle neuroscienze degli ultimi dieci anni. La loro esistenza è stata rilevata per la prima volta verso la metà degli anni ’90 da Giacomo Rizzolatti e colleghi presso il dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma.”

Vittorio Gallese, e numerosi altri ricercatori, hanno studiato sperimentalmente le emozioni primarie dimostrando che anche le emozioni (non solo le azioni), vissute da una persona, possono attivare in altre persone un insieme di circuiti neuronali che, diversi da quelli coinvolti nelle azioni, condividono la stessa proprietà di neuroni specchio.

Tutti ci troviamo, senza volerlo, in modo naturale, in una relazione di “consonanza intenzionale” con le relazioni intenzionali altrui. Le azioni, emozioni e sensazioni esperite dagli altri coinvolgono anche noi. I meccanismi nervosi che le sottendono sono gli stessi e probabilmente i neuroni a specchio rappresentano il correlato nervoso di questa consonanza intenzionale.

Ecco un altro valido motivo per imparare a trasmutare le emozioni negative.

13/04/10

24. PERCORSI DI TRASMUTAZIONE

Ecco, come indicato nel post precedente, alcuni esempi di persone e del loro percorso…

Enrica – la sua età è di 46 anni. Lavora come aiuto cuoco in un noto ristorante di Verona. Qualche anno fa, quando ha iniziato un percorso di psicoterapia per una grave forma di depressione, mi trovavo spesso in difficoltà nel cercare di contenerla per il suo continuo bisogno di lamentarsi, accusando il marito e la famiglia di origine di causarle la malattia. Proiettava ovunque il suo star male: si sentiva vittima di azioni malefiche, denunciava la presenza di sette sataniche in vari luoghi della città, parlava in continuazione di onde di negatività prodotte dai vicini e di contaminazioni energetiche che la vampirizzavano. Inoltre, viveva una religiosità acritica, piena di paure, vergogna e sensi di colpa.

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Per fortuna, fin dall’inizio del percorso terapeutico, ha bene accolto come metodologia operativa la tecnica delle visualizzazioni guidate per attivare nuovi circuiti neuronali, e vari esercizi di meditazione e di preghiera contemplativa. Ha inoltre accettato di soggiornare, per brevi periodi, in luoghi silenziosi, immersi nella natura e ad alta energia vibrazionale del suolo.

A poco a poco, ha scoperto il circuito della coscienza che passa per il cuore, imparando a trasmutare le emozioni inferiori di cui era vittima (rabbia, rancore e impotenza) in opportunità per migliorarsi e sviluppare il perdono e la compassione. Enrica ora vive in una nuova abitazione, con vicini tranquilli e civili, nella periferia della città, verso la campagna delle “basse veronesi”. E’ un luogo che descrive come molto ameno e salutare. Condivide con il marito una quotidianità serena, e in comunione di intenti per la crescita reciproca. Ben educa i propri 3 figli. Periodicamente auta i genitori anziani con atteggiamento compassionevole ed emotivamente composto. Il suo tempo libero è denso di attività creative.

Armando, Luca, Giuseppe… (l’elenco dei nomi purtroppo è lunghissimo) con varie motivazioni hanno richiesto un intervento psicoterapeutico. La sofferenza esplicitata è rispettivamente: l’uso di sostanze stupefacenti, le crisi di panico, il gioco d’azzardo, vissuto in modo compulsivo… In tutti questi pazienti è presente la stessa emozione negativa: il rancore. Per alcuni il rancore è verso la madre o il padre, per altri verso il partner, e per altri ancora verso la società o gli altri in generale.

Giustificano il loro rancore in tanti modi: “Quando ero piccolo mia madre mi trascurava, pensava solo al lavoro”; “I miei genitori non si occupavano di me e litigavano tra di loro”; “Il mio partner ha tradito i miei sogni”; “Il mio datore di lavoro non mi valorizza”; “Nessuno si prende cura di me…” In tanti modi e con vari stratagemmi terapeutici cerco di portare la relazione medico-paziente a valorizzare le loro risorse positive, i loro talenti, a liberare le loro infinite potenzialità. Purtroppo rifiutano di andare oltre le offese ricevute, di rinascere, e di uscire dal profondo rancore. Non ne vogliono sapere di perdonare e di assumersi la responsabilità della propria vita. Rimangono nelle loro emozioni negative e di conseguenza non evolvono. La loro frase ricorrente è sempre la solita: “Sono paralizzato dai sintomi. I sintomi mi tolgono la voglia di vivere. Non accetto di avere questi problemi e qualcuno mi deve guarire dai miei sintomi.”

Non capiscono che le emozioni negative ci aiutano a comprendere ciò che non va nel nostro mondo interiore, a correggere il nostro comportamento, a costringerci a trovare dei passaggi per la nostra evoluzione, per il nostro perfezionamento spirituale.

6/04/10

23. EMOZIONI NEGATIVE ED EVOLUZIONE

LE EMOZIONI NEGATIVE HANNO LA FUNZIONE DI COSTRINGERCI AD EVOLVERE

Nella precedente puntata ti ho proposto di chiederti: “Quali emozioni stanno muovendo la mia vita?” Ora, nella puntata di questa settimana, ti propongo una seconda domanda. Chiediti: “Sono in grado di utilizzare le emozioni negative per capire ciò che non va dentro di me, e quindi di utilizzarle per evolvere?”

Queste stesse domande sono state poste a numerose persone che hanno intrapreso con me una relazione professionale per un percorso di crescita personale, o a seguito di una richiesta di psicoterapia per curare disturbi psico-somatici, psico-patologici o relazionali di vario tipo.

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Ti posso assicurare, in base ad una esperienza professionale intensa e continua, come psicoterapeuta da oltre trent’anni, che le persone che hanno riferito di non accettare le emozioni inferiori e la sofferenza, e/o che vivono nella ricerca di emozioni collegate ad una piacere dell’ego o a un potere personale, sono, purtroppo, persone che sono rimaste prigioniere dei loro meccanismi di difesa. Pazienti che presentano spesso ricadute con gravi stati d’ansia e di depressione. Persone che non riescono ad uscire dai loro attacchi di panico o dai vari sintomi per i quali chiedono continuamente aiuti medici e psicoterapeutici. Sono persone che non vogliono o non riescono a trasmutare le emozioni negative.

Non è così per le persone che, invece, hanno scoperto il circuito della coscienza che passa per il “cervello del cuore”. Così, infatti, rispondono alle stesse domande:” Abbiamo scoperto l’intelligenza del cuore, e coltiviamo le emozioni superiori”; “E’ il Maestro del Cuore che ispira e guida la nostra vita”; “Abbiamo scoperto l’esistenza dell’inconscio superiore, gestiamo i nostri conflitti e coltiviamo le qualità dell’Anima”.

Sono persone che hanno rinnovato la loro esistenza, costruito relazioni interpersonali valide, liberato le loro potenzialità creative. Accolgono eventuali ricadute dei loro sintomi iniziali come opportunità per migliorarsi. Peraltro è sempre più raro sentire nei loro discorsi personali la parola “sofferenza” che è stata sostituita da ”partecipazione serena alla vita”. Vivono generalmente in una condizione soggettiva di serenità, curiosità, leggerezza, e di apertura alla vita. Il loro aspetto è gradevole, e trasmettono quiete, calma.

Nel prossimo post vedremo alcuni esempi per queste persone.

2/04/10

22. QUALI EMOZIONI MUOVONO LA TUA VITA?

LA DUPLICE NATURA DELLE EMOZIONI: QUALI EMOZIONI MUOVONO LA TUA VITA?

Prima di rispondere a questa domanda ti consiglio di rileggere la puntata precedente. Questo per ricordarti che le emozioni sono una combinazione di processi affettivi ed intellettivi, che coinvolgono biologicamente tutto l’essere umano e che si manifestano come risposta agli stimoli dell’ambiente in cui siamo inseriti.

Pertanto, le emozioni hanno un ruolo importante nella nostra vita, una precisa funzione per favorire i nostri processi vitali di adattamento all’ambiente e quindi per la nostra sopravvivenza e per la nostra evoluzione. Rappresentano una risorsa, una opportunità per sopravvivere e svilupparci. Da un punto di vista energetico sono una forza, una vibrazione, un movimento di energia che si “muove” dentro di noi e che è funzionale alla vita, se adeguatamente utilizzata.

Inoltre, se impariamo a riconoscere le nostre emozioni, ad accoglierle, a contenerle, a trasmutarle, se negative, possiamo accelerare la nostra evoluzione spirituale e maturazione psicologica.

Ad un ascolto più profondo divengono una comunicazione dell’anima che manifesta il suo progetto per autenticare la nostra esistenza. Le emozioni primarie, istintive, sono legate al nostro ego, alla sua sopravvivenza. Le emozioni superiori permettono alla nostra anima di manifestarsi attraverso un comportamento coerente, armonioso, vitale, espresso nella verità e nell’amore.

Vediamone un lungo elenco.

a) Emozioni collegate alla paura, cosiddette negative o primitive:

paura – involuzione – distruzione – disordine – male – odio – dolore – debolezza – insuccesso – miseria – sporcizia – malattia – morte – distruttività – insoddisfazione – vendetta – consumo – inefficienza – povertà – apatia – guerra – schiavitù – tristezza – menzogna – angoscia – instabilità – sfortuna – rabbia – gelosia – risentimento – colpa – bassa autostima ed amore per sé stessi – preoccupazione – ansia – timore – depressione – malinconia – pregiudizio – risentimento – frustrazione – disperazione – dipendenza – desideri ossessivi – senso di carenza – arroganza – impazienza – angoscia – invidia – vanità

b) Emozioni collegate all’amore, definite positive o superiori:

entusiasmo – amore – evoluzione – costruzione – ordine – bene – piacere – energia – successo – prosperità – pulizia – salute – vita – creatività – soddisfazione – perdono – produttività – efficienza – ricchezza – vitalità – pace – libertà – felicità – sincerità – gioia – stabilità – fortuna – allegria – valore – accettazione – armonia – coraggio – sicurezza – approvazione – accettazione – riconoscimento – comprensione – apprezzamento – merito – euforia – compassione – bellezza – fiducia – forza – verità

Sono profondamente in accordo con la classificazione proposta da Annie Marquier e condivido la divisione in due grandi gruppi:

(a) le emozioni primarie, cosiddette negative, che generano separazione

(b) le emozioni superiori, positive, che generano unificazione

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Le emozioni primitive rappresentano il nostro sentire inferiore. Sono i mezzi di autoprotezione della nostra personalità, dell’ego, della natura umana, della macchina biologica.

Le emozioni superiori sono il mezzo con cui si esprime la nostra natura divina, l’individualità, il Sé transpersonale, la scintilla divina in noi, l’anima.

Il capostipite, per così dire, delle emozioni negative, è la paura collegata alla percezione di dolore, sofferenza, malessere, disagio, tensione, stress… Coinvolge i circuiti neuronali rettiliani, limbici, corticali, di cui l’amigdala ne rappresenta la sentinella, il centro fondamentale.

Le emozioni positive provengono da un circuito della coscienza completamente diverso e sono l’espressione della volontà del cuore. Anne Marquier le indica come “le emozioni provenienti dal Maestro del cuore; sono quelle emozioni che ci fanno sentire bene, rilassati, a nostro agio nei confronti della vita, con gli altri, in modo naturale e senza sforzo”. Le sue ricerche, condotte presso l’Istituto di crescita personale di Québec, sono conclusive nel dare molta importanza, in tema di emozioni superiori, al cervello del cuore, recente scoperta della neurocardiologia, che si affianca nell’elaborazione delle informazioni al cervello limbico e al cervello della corteccia.

Il cervello del cuore è un vero e proprio cervello, che ha effettivamente sede nell’organo cardiaco ed è formato da 40.000 neuroni. E’ un centro nervoso dotato di uno straordinario campo magnetico, cinquemila volte più potente di quello del cervello. E oltre 60 volte da un punto di vista elettrico. Tali campi energetici, a forma di toroide, si manifestano anche a distanza di tre metri dal cuore.

Il così definito “cervello del cuore” è il cervello dei grandi saggi, iniziati, mistici. Delle persone evolute come ognuno di noi è chiamato a divenire.

E’ in questi circuiti neuronali del cuore, connessi sia biologicamente che energeticamente, ai circuiti limbico-corticali, che prendono forma le emozioni superiori, le qualità dell’anima dell’inconscio superiore, le emozioni positive che trovano nell’amore incondizionato e nell’entusiasmo per la vita i loro aspetti più elevati.

A questo punto chiediti: “Quali emozioni stanno muovendo la mia vita?”

26/03/10

21. IMPARIAMO A RICONOSCERE LE NOSTRE EMOZIONI

Fehr e Russell affermano: “chiunque sa cosa sia un’emozione… finchè non gli si chiede di definirla…” In questa affermazione è indicata la difficoltà di semplificare in modo divulgativo il complessissimo mondo delle emozioni che la scienza, da qualche decennio, riscopre con grande interesse.

Il termine emozione ha origine dal participio passato del verbo latino “emovere”. Letteralmente significa muovere da, allontanare e in senso traslato: scuotere, sconvolgere. Emozionarsi significa, pertanto, avvertire la sensazione di “essere mossi”, di essere scossi da ciò che si prova e che sembra provenire dal nostro interno come risposta a stimoli percepiti.

Ci sono tanti modi di definire le emozioni

Tanti studiosi hanno proposto il loro modo in base alle teorizzazioni scientifiche che hanno formulato. Numerose sono le teorie sulle emozioni e ad ognuna di esse corrisponde una diversa definizione ed un diverso modo di sviluppare la metodologia della ricerca. Esistono approcci neurofisiologici, motivazionali, evoluzionistici, cognitivi, istintuali… Esistono teorie costruzionistiche, per cui le emozioni sono costruzioni sociali e culturali, teorie dimensionali e psicoanalitiche.

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Operando una sintesi di queste teorie e soprattutto semplificando possiamo affermare che l’emozione è una reazione soggettiva, per lo più intensa e di breve durata, ad un evento che si presenta nell’ambiente esterno o nel mondo interno della persona. L’emozione è caratterizzata da cambiamenti fisiologici generalizzati in tutto il corpo (si modifica la respirazione, la pressione arteriosa, il battito cardiaco, le secrezioni…), produce cambiamenti dell’atteggiamento mentale (si modifica il pensiero, il controllo di sé, le funzioni e le abilità cognitive…) e induce reazioni nel comportamento che ci portano ad agire nell’ambiente modificando l’espressione facciale, il tono della voce, la gestualità…

Queste reazioni si presentano con caratteristiche individuali, anche se possono presentare modalità comuni di espressione, indipendentemente dall’età, razza, sesso. L’emozione è, pertanto, una combinazione di processi affettivi ed intellettivi che insorge, come risposta improvvisa, agli stimoli ambientali che ci colpiscono.

D. Goleman riferisce l’emozione “a un sentimento, ai pensieri, alle condizioni psicologiche e biologiche che lo contraddistinguono, nonché ad una serie di propensioni ad agire”.

Gli aspetti funzionali alla vita

Nelle puntate precedenti abbiamo visto le basi biologiche ed in particolare gli studi aggiornati delle neuroscienze riguardo ai collegamenti neuronali ed ai neuropeptidi coinvolti nei processi emotivi; con la puntata odierna approfondiamone gli aspetti funzionali alla vita e la loro classificazione.

Possiamo semplificare gli aspetti connessi con la funzione delle emozioni sottolineando in particolare il loro ruolo in:

– motivazione a rinforzare comportamenti vitali: le emozioni rivolgono un ruolo importante nel predisporre l’individuo verso un certo insieme di possibili comportamenti. Ad esempio la carenza di ossigeno crea un bisogno di ossigeno, e l’emozione della paura di soffocare induce il senso di intervenire con urgenza nel risolvere la situazione di ipossia;

– agire una comunicazione sociale: le emozioni agiscono un’importantissima funzione nelle relazioni interpersonali e permettono di comunicare da individuo a individuo.

Darwin è stato il primo scienziato ad indicare come le emozioni abbiano un ruolo importante nei processi di adattamento all’ambiente e ne ha sottolineato la loro utilità nelle comunicazioni sociali;

creare informazioni: le emozioni fanno sì che l’individuo sia aggiornato sui propri bisogni ed obiettivi, che apprenda riguardo alla presenza nell’ambiente di situazioni pericolose oppure utili alla evoluzione.

Sono in fondo anche degli indicatori che rivelano il proprio stato interno ed il mondo esterno.

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Le risposte emozionali costituiscono degli insieme dinamici multifunzionali. Si manifestano all’interno di una continua interazione tra organismo e ambiente che subisce significative modificazioni in base ai bisogni della persona, alle regole sociali, alle credenze ed ai condizionamenti inconsci.

Il rapporto tra le risposte neurofisiologiche individuali (arousal: attivazione fisiologica) e l’interpretazione cognitiva del dato emozionale (appraisal) rappresenta l’aspetto fondamentale, il punto nodale, del processo emozionale.

Le emozioni sono state classificate in tanti modi

Ekman e Frieser hanno individuato sei emozioni di base innate e universali: rabbia, disgusto (repulsione), paura, tristezza, felicità (gioia) e sorpresa.

Tomkins ipotizza che esistano otto emozioni fondamentali (affetti): tre positive (interesse, sorpresa, gioia) e cinque negative (angoscia, paura, vergogna, disgusto, rabbia) e le indica come emozioni primarie, cioè risposte strutturate, innate, a certi stimoli.

Goleman, nel testo “intelligenza emotiva” parla di otto famiglie emozionali (collera, tristezza, paura, gioia, amore, sorpresa, disgusto, vergogna) e sostiene che “vi sono centinaia di emozioni, con tutte le mescolanze, variazioni, mutazioni e sfumature. In effetti le parole di cui disponiamo sono insufficienti a significare ogni sottile variazione emotiva”.

Bhagavan Das M.A. nel suo volume “la scienza delle emozioni” suddivide le emozioni principali tenendo conto sia della cultura cristiana che della cultura sanscrita, descrive approfonditamente le emozioni complesse ma soprattutto va oltre la scienza delle emozioni per proporre “una scienza superiore che ha per oggetto le fonti stesse della vita, i principi ultimi dell’universo, la scienza della pace dell’anima, che trascende l’amore e l’odio: la scienza del Sé infinito”.

In conclusione

La nostra vita è come un oceano infinito di movimenti emozionali, a volte di intensità forte, corposa, a volte impercettibili, impalpabili. Emozioni forti, emozioni leggere che vanno riconosciute, accolte amorevolmente e, con dolcezza e pari fermezza, portate nel centro del nostro essere, per trasmutarle se negative, e utilizzarle come energia vitale per la nostra evoluzione.

Inizialmente possono essere risposte automatiche di un sistema somatopsichico che reagisce a stimoli dell’ambiente con complesse reazioni biochimiche e neuroelettriche. Possono essere sofisticate elaborazioni di uno psichismo che tende a favorire un sempre migliore adattamento dell’individuo al suo ambiente.

Ma ad un ascolto più profondo riusciamo a riconoscerle nella loro vera essenza: una energia, un “moto” dell’anima che ci comunica il vero senso della nostra esistenza, vivere nella verità e nell’amore.

Continua

18/03/10

20. L’UOMO MEDICALIZZATO

SAPER TRASMUTARE LE EMOZIONI NEGATIVE E’ INDISPENSABILE PER “L’UOMO MEDICALIZZATO”

Acquisire la capacità di trasmutare le emozioni negative, per non ammalarsi e non essere vittima di gravi disattenzioni con conseguenze disastrose per la vita, è indispensabile per l’uomo occidentale che vive nel periodo storico attuale. Studiosi del comportamento umano, psichiatri, psicologi, sociologi, soprattutto francesi, hanno recentemente definito l’uomo d’oggi con il termine di “uomo medicalizzato”, uomo che vive nella paura di ammalarsi o che è realmente ammalato e che pertanto chiede alle scienze mediche, diventandone poi dipendente, le risposte medicamentose alle sue paure, angosce e sofferenze.

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I dati presentati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in tema di incidenza nella popolazione occidentale dei disturbi psichici (depressione, stati d’ansia, disturbi del comportamento, dipendenza da droghe, malattie psicosomatiche…), delle malattie cardio-circolatorie, e di diffusione delle neoplasie o di altre malattie, sono indubbiamente drammatici. Non occorre consultare le statistiche ufficiali o consultare i siti internet del settore: basta ascoltarci, basta osservare le persone con cui abbiamo relazioni quotidiane, i nostri amici e parenti.

Riflettiamo, sia pur in modo rapido e sintetico, sui passaggi storici, culturali, psicologici e sociali, che via via hanno portato all’”uomo medicalizzato”.

Siamo partiti dall’homo sapiens, il cui cervello, cosiddetto trino, ha iniziato a corticalizzarsi, cioè a sviluppare le strutture della neocorteccia accanto al cervello rettiliano e limbico, per arrivare all’uomo biblico che seguiva, in modo rozzo e violento, la legge del taglione. Uomo istintivo che, nella logica di un Dio che punisce, ripeteva le stesse violenze al prossimo che lo aggrediva, ben lontano dal seguire l’insegnamento dell’amore, del perdono o della compassione portato da Gesù. Nel periodo greco-romanico si può dire che viveva l’uomo filosofico. Uomo amante dell’arte, della bellezza, dell’armonia, curioso del trascendente e molto attento ai “moti della psiche”.

Nel Medioevo troviamo l’uomo religioso, costretto per paura a sviluppare un comportamento religioso per il timore delle ritorsioni, reali e fantasticate, che poteva subire se non allineato alle direttive del potere religioso. Si tratta di un uomo barbaro, istintivo, represso e sottomesso dalla paura dei potenti. Anticipato, nel Rinascimento, dal risveglio della cultura e delle arti, l’uomo del settecento è l’uomo della ragione, delle scienze, “dei lumi”. E’ il cosiddetto uomo scientifico, l’uomo tecnologico che rifiuta il trascendente e crede solo in ciò che la scienza dimostra, in ciò che si può documentare, che è scientificamente riproducibile. L’uomo scientifico sostituisce la religione e la filosofia con le scienze.

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Importanti avvenimenti politici e sociali, come le lotte di liberazione della rivoluzione francese, inglese, americana, del nostro Risorgimento, come i movimenti liberali, il socialismo, il comunismo… influenzano profondamente i comportamenti, i costumi, gli stili di vita, gli atteggiamenti dell’uomo occidentale ed introducono all’uomo mediatico e all’uomo consumistico. La fretta, la velocità, il denaro, l’individualismo, la libera opinione ne caratterizzano il comportamento.

Il cardinale J. L. Barragàn, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della salute, lo definisce: “un uomo senza qualità che è passato dalla tecnologia dei bisogni alla tecnologia dei desideri. Sente solo desideri da accontentare e soddisfare, non più necessità… Vi è una confusione tra il volto e la maschera, tra la storia e la favola. I mezzi di comunicazione creano questa confusione in modo che infine neppure la favola esiste”

E’ l’uomo dei consumi, che continuamente stordito e confuso, confonde felicità e benessere con l’appagamento dei bisogni ed il consumo di oggetti, cose, esperienze. Non c’è da sorprendersi se in pochi anni l’”homo potens”, l’uomo forte del sapere tecnologico e scientifico, sempre più lontano da se stesso e dal divino che alberga in sé, sempre meno attento alle scienze umanistiche ed alla relazione spirituale con il prossimo, diviene “homo pavidus”. Un uomo spaventato, debole, pieno di paura, di angosce esistenziali, di sintomi, di insicurezze, depresso ed agitato, incapace di generare amore incondizionato e liberante, amore autentico per la vita e compassionevole verso gli altri.

Un uomo che vive nella paura per la sua salute ed in una società che genera confusione e continuamente paura: paura per l’incertezza del lavoro, per l’instabilità della famiglia, per la precarietà del futuro per i figli, per l’insicurezza nella vita pubblica… Un uomo che vive nella paura di soffrire e nell’insicurezza, inevitabilmente viene medicalizzato.

Un uomo che non cerca dentro di sé, nel suo profondo, le risorse fisiche, psichiche e spirituali, per guarirsi, inevitabilmente finisce nelle parti peggiori di un vortice che lo medicalizza con psicofarmaci, psicoterapie interminabili, medicine all’infinito; rimane credulone di fronte a proposte di guarigione miracolose, a soluzioni facili dove sempre un “altro” deve fare per lui.

A quest’uomo bisogna dire: ritorna a scoprire il meraviglioso mondo divino che c’è in te ed impara a trasmutare le emozioni negative in opportunità per evolvere e sviluppare la tua anima.

Continua

11/03/10

19. IL FENOMENO DEL TESTIMONE

Care Amiche e Amici ricercatori,

una volta che abbiamo preso coscienza delle nostre parti oscure, è essenziale non giudicarle, e assumerci la responsabilità di tutti gli aspetti della nostra vita. Questo significa che accettiamo i nostri conflitti e le nostre ombre, e dichiariamo a noi stessi “io voglio evolvere!”

Ma come fare? La risposta è nel fenomeno del testimone, come vi spiego in questo video…

Buona visione, e a presto!

2/03/10