Istruzioni per l'Arca

Blog di piccola teologia quotidiana…

Igor Sibaldi

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33. LE TENTAZIONI DI GESU’

Anche il confronto con il Nulla, nei Vangeli, si sposta tutto quanto dai cieli alla terra, alla singola esistenza umana. Dei rapporti celesti tra Dio e Satana, i Vangeli non dicono nulla: il Diàbolos (letteralmente «colui che disunisce») viene snidato e messo alle strette proprio nel kosmos, cioè in quello che oggi chiameremmo «il sistema», «l’ordine di cose vigente».

Perciò non potete dare ascolto alle mie parole: voi avete per padre il Diavolo, e volete realizzare i desideri di vostro padre. (Giovanni 8,44)

Più ancora: il Diavolo, il Nulla viene affrontato nell’individuo stesso, e non solo mediante Giuda («Satana entrò in lui», Giovanni 13,27), ma anche in Gesù. Come si ricorderà, infatti, prima di dare inizio alla sua vita pubblica, Gesù andò nel deserto – cioè dove non vi era nessun altro oltre a lui – e lì incontrò il Diavolo ed ebbero un’interessante discussione.

Il Nulla, tutt’altro che ostile, gli propose tre ragionevoli maniere di promuovere le sue idee nel mondo. Il Diavolo-Nulla gli spiegò che la stragrande maggioranza degli uomini è sensibile a tre cose: alla ricchezza, al potere personale e al miracolo (Matteo 4,3-10). «Se vuoi aver successo sicuro, come predicatore» gli disse in sostanza il Nulla, «punta su una di queste tre: e si dà il caso che in tutte e tre io sia bravissimo. Nelle questioni economiche, nel prestigio e in tutto ciò che alla gente appare straordinario, sono sempre io ad agire: il Nulla. Assòciati a me, e la tua buona novella farà strada, te lo garantisco».

Gesù rispose gentilmente che nessuna di quelle tre maniere gli interessava. Dal testo risulta che non gli piacque, in particolare, l’idea di presentarsi alla gente come il detentore assoluto di un qualche super-potere: voleva non che i suoi seguaci lo venerassero, ma che imparassero, si accorgessero, crescessero ciascuno per proprio conto e con Dio.

Il Diavolo-Nulla gli lasciò capire che una simile strategia di comunicazione sarebbe stata disastrosa, e se ne andò. Ebbe ragione lui, certamente, nel mondo del Nulla. Gesù non ebbe altro che guai; tanto che la Chiesa, qualche secolo dopo, ritenne più prudente riesaminare quelle tre proposte e, com’è noto, le adottò tutte quante, con risultati assai più incoraggianti. Ma qui ci discostiamo troppo dal nostro argomento, e dalla teologia propriamente detta sconfiniamo nella storia della religione.

Igor Sibaldi

Video: Superbia e accidia

 

16/06/15
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32. ALLEANZE

Questa cooperazione o alleanza tra l’uomo e Dio era già stata sperimentata da Mosé: il racconto dell’Esodo può essere letto, infatti, anche come una burrascosa storia d’amicizia e d’amore tra il maturo principe egizio Mses e Yahweh, il Dio abbandonato dal suo popolo, e indebolitosi, regredito quasi al livello di un demone del deserto. Mses-Mosé lo trova, lo rieduca, gli ridà forza e fiducia in se stesso, e lo guida e ne è guidato al tempo stesso, mentre tra tante difficoltà conduce il suo popolo via dall’esilio.

Il racconto è, naturalmente, simbolico: per te che leggi, quel popolo eletto rappresenta tutto ciò che è tuo; Mses-Mosè sei tu che ti accorgi di quanto ciò che è tuo sia pieno di ipoteche e reti e insidie altrui, e dai inizio al tuo Esodo, o revisione del dizionario, o costruzione dell’Arca; e Yahweh è quel Dio che allora ricominci a scoprire, e di cui ricominci a sperimentare la potenza e l’aiuto, nella stessa misura in cui chiedi il suo aiuto e lo aiuti a tua volta.

Nella storia di Noè avveniva la stessa cosa, e così pure nelle vicende di tutti i patriarchi, e di tutti i profeti: Dio e quegli uomini agivano insieme, e non contro altri uomini o contro altri Dei – come in seguito venne interpretata, strumentalmente, l’alleanza con Dio (si pensi al Gott mit uns di innumerevoli guerre) – ma soltanto contro il Nulla e le forme gigantesche che il Nulla assume. E ognuna di quelle storie è anch’essa simbolica: è, o meglio può diventare, la tua storia personale, se tu cominci a viverla in tal modo e non temi il carattere sacro che, giorno dopo giorno, verrebbe ad assumere tutta quanta la tua vita.

Gesù, poi, porta questa alleanza all’estremo:

«Il Padre non giudica nessuno, ma ha affidato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre» (Giovanni 5,22-23)

Il giudizio, la decisione non avviene più nei cieli, ma in terra. Dio sta a guardare e senza di te non può giudicare, non può agire: la sua volontà non può compiersi se tu non lo chiedi e non lo permetti al tempo stesso. È il punto più basso della storia del Dio occidentale, e il punto più alto – e di massima responsabilità – per l’uomo.

Igor Sibaldi

(Continua)

Video: Che cos’è l’Autos

 

29/05/15
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31. IL PADRE NOSTRO

… Assumono ora un significato diverso anche i primi versetti del Padre nostro:

sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo Regno,
sia fatta la Tua volontà

e non la volontà di quel Nulla che Tu, a volte, hai lasciato agire. E nei versetti seguenti, proprio la cooperazione tra l’uomo e Dio diventa il tema principale:

Tu dacci oggi il nostro pane quotidiano

Cioè: facciamo in modo, noi e Tu, che il Nulla non prenda forma nei nostri bisogni. Noi, dal canto nostro, ci impegniamo a considerare soltanto i nostri bisogni autentici e attuali, a badare soltanto a ciò di cui abbiamo davvero bisogno adesso – e non a ciò di cui avevamo bisogno tre, cinque, dieci anni fa, o di cui avevano bisogno i nostri genitori, o nonni, o magari i nostri capi, o di ciò di cui forse potremmo aver bisogno in futuro: proprio in quei bisogni presunti, infatti, il Nulla trova spesso il modo di insinuarsi e di rovinarci. Ma Tu, intanto, aiutaci, con la tua illimitata abbondanza. E

Rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Noi ci impegniamo a non dare più peso al passato: rancori, rimpianti, rimorsi sono infatti un altro terreno prediletto dal Nulla; basti pensare al Nulla in cui rimane aggrovigliato chi, specialmente in certi Paesi, abbia a che fare con avvocati e giudici. Ma anche Tu, per opporti al Nulla, non dare peso al nostro passato: aiutaci a cancellarlo sempre. Tu lo puoi, no?

E liberaci dal male

Liberaci, in tal modo, da ciò che per noi in terra è male: Tu in cielo non hai di questi problemi, per Te è tutto divino, ma noi siamo qui in basso a combattere, nel Tuo mondo ancora imperfetto. Altrimenti, se Tu e noi non stiamo dalla stessa parte, come potrà venire il Tuo Regno?

Igor Sibaldi

(Continua)

 

Video: I cinque nemici del tuo sviluppo

 

4/05/15
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30. IL DIAVOLO DI RE DAVIDE

Assai più problematica è la prima vera apparizione del nome Satan nella Bibbia:

Satana si levò contro Israele e incitò re Davide a fare un censimento in Israele. (1 Cronache 21:1)

La notizia appare strana per varie ragioni: innanzitutto, non è facile capire, oggi, che cosa possa esservi di male nell’idea di fare un censimento. Ma il testo lo spiega poco dopo, con le parole di Ioab, un fido generale di Davide:

«Se il Signore volesse aggiungere al suo popolo cento volte più di quanti sono già ora, non sarebbero tutti sudditi del mio Signore?» (1 Cronache 21:3)

In altre parole: non è bene fermarsi a calcolare le proprie fortune, è ostacolare la Provvidenza, è porre un limite all’abbondanza.

E qui l’identità tra il Diavolo e il Nulla è già netta: gli uomini esistono, il popolo esiste, ogni uomo esiste, un re esiste, e l’esistenza è per tutti un immenso fluire, più grande di qualunque desiderio di calcolarla e di comprenderla; i numeri invece sono semplici segni, non hanno vita, non sono nulla: perché imbrigliare con essi la realtà? Re Davide se ne accorge e chiede perdono:

«Facendo questo ho peccato gravemente. Perdona, ti prego, l’iniquità del tuo servo, perché ho commesso una vera follia». (1 Cronache 21:8)

D’accordo. Ma riguardo al ruolo di Satana in questa follia, sorprende il fatto che in un altro libro della Bibbia il medesimo episodio è presentato così:

La collera del Signore Dio si accese di nuovo contro Israele e incitò Davide contro il popolo, dicendo: «Su, fa’ il censimento di Israele…» (2 Samuele 24:1)

Dunque Satana comparve per la prima volta nella Bibbia come una funzione di Yahweh.

Viene in mente quel passo tanto problematico del Padre Nostro: «e non indurci in tentazione», dal quale risulterebbe che sia Dio a tentarci. Yahweh è certamente l’aspetto cupo, collerico di Dio: ma il confronto tra i due passi della Bibbia lascia perplessi. Nemmeno di Dio possiamo dunque fidarci totalmente?

Pare proprio di no. Anche nell’immagine di Dio, in ciò che Dio rappresenta per noi, può insinuarsi il Nulla, l’«avversario» per antonomasia, Satan.

E ne consegue, direttamente, una delle principali verità degli iniziati, evidentissima e perciò facilmente trascurata dai più: secondo tutte le Scritture, non è tanto l’uomo ad aver bisogno di Dio, quanto piuttosto Dio ad aver bisogno dell’uomo.

In tutte le Scritture, infatti, Dio chiede all’uomo ascolto e cooperazione. Non è del tutto Onnipotente, o meglio: non sembra controllare perfettamente la propria Onnipotenza. In terra come in cielo, la sconfinata energia può intersecare il Nulla, se l’uomo – nel suo piccolo – non interviene. Perciò, in quello straordinario mantra che è il Padre Nostro, l’uomo osa ricordare a Dio che il rischio di una «tentazione», di un impulso del Nulla, è sempre presente in Dio stesso, e che anche un buon Dio, al pari di un uomo buono, dovrebbe stare sempre in guardia.

Igor Sibaldi

(continua)

 

30/03/15
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29. IL FAMOSO SERPENTE

Prendiamo, per esempio, quella che secondo moltissimi sarebbe la prima apparizione del Diavolo nella Bibbia: la famosissima storia della tentazione di Eva. I teologi ansiosi di dimostrare che il Diavolo sia un essere preciso devono, inevitabilmente, ricorrere a questo episodio, dato che in tutto il resto della Genesi e negli altri quattro libri del Pentateuco non si trova nulla che dia loro ragione. Qui – dicono – il Diavolo è il serpente.

Alcuni giocano, barano, sul carattere fallico dell’anatomia dei rettili, e contrabbandano qui l’idea che il «frutto proibito» fosse un’allusione erotica. Altri sottolineano che quel frutto proveniva dall’«albero della conoscenza del bene e del male», e colgono l’occasione per mettere in guardia da chi voglia conoscere troppe cose in teologia, invece di limitarsi a credere a quel che gli dicono le autorità.

Ma, a ben guardare, il testo originale dimostra soltanto che il serpente diventa il Diavolo soltanto per chi voglia crederlo tale: anche qui, cioè, il Nulla riempie, gonfia e fa apparire vere cose che di per sé sono prive di significato e di qualsiasi fondamento.

In primo luogo, infatti, il serpente tentatore non è affatto un serpente, nel testo originale.

Nelle versioni consuete si legge:

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche (Genesi 3,1)

Ma è un errore di traduzione. In ebraico antico quel passo è:

Vi era il serpente: un luogo sgombro, attraverso la natura.

È una splendida immagine poetica: vi era un passaggio, una strada, attraverso l’intrico della natura esistente. Si apriva un varco, e attraverso quel varco Eva scoprì che il divieto di nutrirsi dell’«albero della conoscenza» poteva e doveva essere superato.

Anche il dialogo tra Eva (isha in ebraico) e quel serpente-strada, nel testo originale, è molto diverso da come lo si traduce di solito:

Il serpente disse a Isha: «È per ciò che vi ha detto Elohim? È per questo che non vi nutrite dell’albero della conoscenza?» E Isha disse al serpente: «… Elohim ci ha comandato così, perché se lo mangiassimo moriremmo». E il serpente le disse: «Non è vero. Non morireste. E Elohim sa che quando mangerete quel frutto i vostri occhi si apriranno». (Genesi 3,1-5)

Il serpente ha ragione. Colui che aveva imposto di non «nutrirsi dell’albero della conoscenza» – di non conoscere, cioè – non era stato Elohim, cioè il Dio Creatore, quello che aveva detto agli uomini «crescete e moltiplicatevi», e che in tutte le versioni della Bibbia è tradotto semplicemente «Dio». Era stato invece Yahweh, cioè il Dio-Custode del creato, quello che in tutte le versioni della Bibbia è tradotto «il Signore Dio».

Nei primi capitoli della Genesi (in ebraico), questi due volti della Divinità appaiono ben distinti: uno è perenne crescita e infinita bontà, l’altro è ansioso, geloso, sempre intento a frenare l’evoluzione dell’uomo. Il serpente precisa che il divieto non proviene da Elohim, e in seguito, naturalmente, Yahweh se ne ha a male.

È comprensibile che, dinanzi a un racconto simile, chi stia dalla parte di Yahweh possa sentirsi preoccupato, e cerchi qualcosa a cui aggrapparsi per negare l’evidenza testuale: non trova nulla, e allora, altrettanto comprensibilmente, chiede aiuto al nulla. Il Nulla, sempre disponibile, riempie e consolida punti di vista inconsistenti, traduzioni sbagliate, equivoci, idee sessuofobe e altro del genere, e può facilmente farle apparire tanto enormi da rendere invisibile il resto. Allora, per questi inquieti, il serpente può diventare il Diavolo, gonfio soltanto di Nulla e di ereditari, nulli timori.

(Continua)

Igor Sibaldi

 

Video: Avarizia e ira

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2/03/15
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28. FUNZIONE DEL DIAVOLO

Non è qualcosa, non è qualcuno. Non potete sbagliare nel riconoscerlo: nel Diavolo, tutto è un «non», un non-essere, un Nulla, come appunto dicevo nella scorsa puntata.

Il che non significa, tuttavia, che lo si possa sottovalutare o ignorare. Sarebbe errore grave. Il Nulla è bensì abbondantissimo. Non c’è, di per sé: ma tu puoi farlo essere. Puoi cioè lasciare che il Nulla prenda forme: che cose o personaggi privi, per te, di qualsiasi significato, assumano nella tua vita enormi proporzioni e causino addirittura la tua rovina.

Ne dubitate? Guardatevi intorno. Quanto di ciò che vedete è assolutamente Nulla, e tuttavia esercita sui «molti» e sulla gente un enorme potere? Quante delle public person di cui tutti conoscono il nome sono, a loro volta, semplici esponenti di nulla, anzi del Nulla? Quello è il Diavolo, quando il Diavolo diventa qualcosa. E quante volte anche tu, senza accorgertene, sei stato il Diavolo nella tua vita o in quella altrui?

Lo ammetto, non è un concetto facilissimo da digerire. Se provate a sfogliere L’Essere e il Nulla di Sartre vi accorgerete delle intricatissime problematiche filosofiche che la definizione del Nulla riesce ancora a produrre nella filosofia del Novecento.

In compenso, nel suo aspetto più pratico la questione risulta chiarissima: vale qui la regola cantata da Shakespeare nell’Enrico V: tell truth and shame the Devil. Di’ la verità, e il Diavolo sarà scornato.

La verità è ciò che è: non esiste antidoto migliore e più semplice al potere – indiscutibilmente enorme – di Satana e dei suoi emissari, che agiscono soltanto là dove qualcuno crede che ciò che non è nulla sia invece qualcosa. Fate attenzione, perciò, quando vi viene voglia di credere! È infinitamente meglio accorgersi, è infinitamente meglio fare, dare, ricevere, essere: su questi verbi il Diavolo non ha presa.

Quanto poi alle molte e pittoresche idee sulle personificazioni del Diavolo, ora bellissimo ora orrendo, ora insinuante ora terrificante, instancabile autore di trame insidiose e di malvagità, tenete presente che sono tutte quante metafore, assai meno temibili di quel Nulla che può, se appena lo permetti, vampirizzarti spietatamente nella tua vita quotidiana.

Igor Sibaldi

(continua)

 

Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. (Matteo 4,1)

 

2/02/15
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27. L’ALTRO ELEMENTO

Allora formuliamo meglio l’obiezione. La revisione del dizionario, il recupero dell’infanzia, il coraggio di essere se stessi: d’accordo, sono cose buone; ma se i Vangeli e i profeti hanno davvero spiegato che non occorre altro, come mai nei secoli la gente non li ha presi sul serio? Delle due l’una: o io ho semplificato troppo, nell’interpretazione dei passi delle Scritture, oppure i profeti e i Vangeli avevano torto, nel proclamare che il passato si può superare e abolire, e il futuro può diventare tutt’a un tratto completamente diverso dal prevedibile.

Ma che le Scritture dicano proprio così è, come abbiamo visto, facilissimo da verificare. E quanto al loro insuccesso pratico, varie correnti teologiche sia ebraiche sia cristiane, non potendo dar esplicitamente torto ai loro Testi Sacri, se la cavano avanzando un’opinione pessimistica riguardo all’uomo. Ritengono cioè, sit venia verbo, che l’uomo sia un essere tendenzialmente stupido, degno sicuramente di compassione, ma non dei messaggi che il cielo ha cercato di fargli arrivare. Non è un idea soltanto ebraico-cristiana; anche nell’Inno omerico a Demetra (VIII sec.a.C.) si legge: «Ignoranti siete, voi esseri umani, incapaci di prevedere il destino della gioia o del dolore che può avvenirvi!» E si pensa perciò che, in questa «valle di lacrime» abitata dall’umanità, sia opera buona soccorrere la nostra specie con sacramenti e con un po’ di sapienza, ma sia grave errore volersene attendere di più.

Se si sfoglia un qualsiasi manuale di storia e poi un qualsiasi giornale, è ben difficile – ne convengo – non pensarla così, almeno di tanto in tanto. Ma io amo molto un’altra opinione, un poco più romanzesca.

Credo che la revisione (tutto sommato semplice, ripeto) prescritta dal racconto del Diluvio e dai passi dei Vangeli che abbiamo citato basti, sì, a liberare l’io dal suo passato e a sgombrargli il futuro, ma che in più vi sia, o meglio, si nasconda anche nel presente un elemento molto problematico, con cui fare i conti. Secondo alcuni, quest’altro elemento è un essere dotato di vita propria, ed è il famigeratissimo Diavolo.

Secondo me, non è un essere, non è vivo, non è affatto: è bensì ciò che non è – a differenza del nome ebraico di Dio, YHWH, che suonava come il participio del verbo essere e significa anche «Io sono». Quell’altro elemento, il principale nemico, è insomma, a mio parere, il Nulla: e va trattato, con le necessarie cautele, appunto come tale.

(continua)

 Igor Sibaldi

 

È stato omicida fin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è nessuna verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è bugiardo, e padre di ogni menzogna. (Giovanni 8,44)

29/12/14
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26. TROPPO FACILE?

E siamo insomma tornati al punto di partenza: il cambiamento radicale del mondo. Nella Genesi era il Diluvio, da provocare attraverso l’Arca-parola; nell’Esodo era l’arrivo nella Terra Promessa, riservato soltanto ai bambini che «non sanno distinguere ancora il bene dal male»; nei Vangeli è il nuovo Regno di Dio e del Figlio dell’uomo, da realizzare attraverso il superamento dei vecchi valori e l’amore rivoluzionario.

Tutti i più poderosi slanci della scoperta teologica puntano a questa indispensabile palingenesi. E tutti, per di più, ribadiscono che è semplice, che puoi farlo da te, semplicemente riscoprendo te stesso, la parte più intima, autentica, ignorante del tuo essere: lì è la verità potentissima, la salvezza, la via – e non nelle tante e laboriose pagine che puoi studiare sulle religioni, la loro storia, i loro pensatori.

Ma com’è possibile? direbbe a questo punto chiunque. E allora tutte le biblioteche teologiche, le dottrine raffinatissime sulla salvezza, sulla rinuncia, sulla rassegnazione, sulla castità, sul matrimonio, sulle tipologie dei peccati, sulla Grazia, sui sacramenti, sulla santità, la Trinità, la Madre di Dio, la penitenza, il primato di Pietro, l’infallibilità e via dicendo, sarebbero tutte quante chiacchiere a vuoto, il cui unico scopo è evitare che la gente si accorga del punto principale?

Certamente no. Dal II sec. d. C. ai nostri giorni (con punte eccelse alla fine dell’Impero Romano e nel Medioevo) la teologia è stata un’utilissima palestra filosofica. I primi Concilii, parlando della Trinità e dell’umanità o divinità di Cristo, furono capolavori di psicologia del profondo, ecc.

Ma altrettanto certamente, la sostanza di ciò che dissero al mondo i grandi profeti è semplice e radicale come potrebbero esserlo le domande di un bambino. E d’altra parte, se Dio parlava attraverso di essi, e un Figlio di Dio decise di scendere sulla Terra per chiarir bene le cose, perché mai avrebbero dovuto parlare difficile? Forse, se l’avessero intesa in questo senso, molti cosiddetti atei non avrebbero avuto tanta fretta di eliminare dal loro pensiero tutto ciò che pertiene alla religione, ma avrebbero distinto meglio e più coraggiosamente, in questa materia, l’utile dall’inutile.

(continua)

Guai a voi, dottori della legge e bigotti ipocriti, che chiudete il Regno dei cieli davanti agli uomini: perché così voi non vi entrate, non lasciate che vi entrino nemmeno quelli che vogliono entrarvi. (Matteo 23,13)

 

16/12/14
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25. L’ELIMINAZIONE DEI PECCATI

Ora risulterà forse più chiaro il modo in cui Gesù liberava la gente dai peccati. Quel modo apparve, all’epoca, una pericolosa novità: le autorità non avevano avuto nulla da ridire sulle clamorose purificazioni operate da Giovanni Battista.

Accorrevano a Giovanni da Gerusalemme e da tutta la Giudea, e confessavano i loro peccati, e si facevano immergere da lui nel fiume Giordano (Matteo 3,5-6)

Ma tutte le volte che Gesù perdonava un peccatore, si indignavano e gridavano allo scandalo.

Perché?

Giovanni, notate bene, faceva confessare i peccati e praticava poi un accurato rituale di purificazione. Gesù non faceva nulla del genere: i Vangeli precisano addirittura che «non battezzava affatto» (Giovanni 4,2). Si limitava a dire: «Ora i peccati se ne vanno via da te» («aphèontai sou hai hamartìai», Luca 7,48). Tutto qui. Non si poneva come sacerdote, come operatore di un sacramento: spiegava, ai peccatori, che in loro stessi era cominciato ad avvenire qualcosa che annientava le conseguenze psicologiche e morali degli errori commessi.

E proprio questo causava l’indignazione dei bigotti. «Solo Dio può rimettere i peccati!» esclamavano (Luca 5,21), e dunque faceva bene il Battista a ricorrere a un rito, perché funzione del rito è appunto quella di far intervenire l’elemento divino in un atto umano.

Per Gesù invece la liberazione dai peccati è cosa interamente umana: ribadisce a chiare lettere che

il Figlio dell’uomo ha l’autorità, qui sulla terra, di rimettere i peccati (Luca 5,24)

Cioè che l’energia di tale liberazione è generata, qui sulla terra, da un nuovo livello evolutivo che gli uomini – e i peccatori soprattutto – possono raggiungere.

Nell’episodio della Maddalena abbiamo già visto come e perché ciò avvenga: si pecca, spiega Gesù, per amore. Si infrangono le leggi, si sbaglia, si esagera, si scelgono scopi sbagliati soltanto perché l’energia del tuo cuore è troppo grande per il mondo a cui tanti altri si adattano, e ti senti perciò a disagio, diverso, confuso, disperato anche, e soprattutto impaurito dalla tua diversità. Il peccatore è appunto colui che, per timore della propria diversità, punisce se stesso compiendo qualcosa che tutti gli altri ritengono peccaminoso e attirandosi il loro biasimo.

Smette di essere un peccatore – secondo Gesù – nel momento in cui dà alla propria superiore energia, al proprio amore, un’altra direzione, coraggiosa, fiera, costruttiva. «Sì, non sono come voi: e con ciò? Non me ne vergogno. Anzi! Solo che non mi piace il vostro mondo, e voglio cambiarlo».

In altre parole, Gesù guariva i peccatori trasformandoli in rivoluzionari, in pericolosissimi bambini indisciplinabili, promotori d’amore in mezzo a un mondo che non pone questo sentimento in cima ai pregi dei bravi cittadini. Era inevitabile che i benpensanti farisei gridassero allo scandalo, e cominciassero a fare di tutto per assassinare un simile sovvertitore dell’ordine costituito e della religione istituzionale.

(continua)

Igor Sibaldi

 

«E perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere, sulla terra, di rimettere i peccati» – si rivolse al paralitico – «io te lo dico: alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa». (Luca 5,24)

 

Video: Igor Sibaldi su Gola e Lussuria

 

 

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25/11/14
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24. AL DI LA’ DEL SENSO DI COLPA

… Di questo senso di colpa parlava, dunque, Gesù. E fin dall’inizio della sua carriera si era proposto di trasformarne il senso, e di farlo superare.

«Ecco colui che toglie i peccati dal mondo» disse infatti di lui l’amico Giovanni Battista, che studiava lui pure quella questione, a quanto risulta dai Vangeli.

Solitamente, questa frase del Battista viene intesa come una specie di indulto universale. Ma non è così. Non disse infatti «colui che toglie il castigo, o il male dal mondo». Disse «peccato», e intendeva dunque un ben preciso modo di intendere la colpa personale. Il senso era: «ecco chi vi spiegherà un altro modo di intendere la vostra dignità e indegnità». Ed è ciò che Gesù fece.

Se tra le regole di questo mondo sei a disagio – spiegò in sostanza Gesù (e venne ucciso per questo) – vuol dire che sai essere te stesso più di coloro che obbediscono a quelle regole. Vuol dire che non ti rassegni all’irreggimentazione, agli stravolgimenti, ai divieti, alle censure, alle violenze a cui il tuo senso della felicità è stato sottoposto perché tu diventassi un adulto come si deve. Vuol dire che sai ancora amare, giocare, scoprire come sapevi da bambino.

E dichiarava:«Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno, e vi metteranno al bando, e vi insulteranno…» e così via (Luca 6,22).

Se invece ti senti moralmente e civilmente a posto, se – nella terminologia dei Vangeli – sei un buon fariseo, se pensi di aver ragione e ti piace, allora sei veramente nei guai: «Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Lo stesso facevano i loro padri con i falsi profeti» (Luca 6,26).

Se infatti sei così a posto al posto tuo, non ti andrà né di sentir parlare del Diluvio né tanto meno della necessità di costruirti un’arca; non ti andrà di mettere in discussione ciò che sai, le parole che usi, il ruolo che ricopri; non ti dirà niente il verbo accorgersi («E di che dovrei accorgermi, io? Va tutto bene, a me…»); non ti andrà di ritirare i tuoi giuramenti di fedeltà, né tantomeno che altri ritirino quelli che hanno prestato a te; non avrai nulla di preciso da chiedere se non il perdurare di quel che hai già; ti spiacerà moltissimo rinunciare all’approvazione di quei «molti» con i quali ti trovi ora tanto a tuo agio: insomma, potrai essere tutto quel che ti pare ma non un Noè, e ci saranno molte probabilità che se dovessi incontrare un Noè, ti risulti anche un po’ antipatico.

In tal caso, naturalmente, più che per la teologia potrai provare interesse per la religione – purché i «molti» la condividano o almeno la rispettino. A ciascuno il suo.

Chiunque si innalza, sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato. (Luca 14,11)

Igor Sibaldi

(continua)

 

Video: La libertà dal passato

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10/11/14
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