La Medicina Integrale

La medicina integrale nasce da un preciso atteggiamento di ogni essere umano nei confronti di se stesso, degli altri esseri viventi, dell’ambiente che lo circonda. Si esprime attraverso uno stato di coscienza che sappia cogliere l’unità di ogni fenomeno. Si realizza quando, medico e paziente, sanno cogliere insieme il processo unitario che li vede onde dello stesso oceano e divengono così in grado di osservare con occhi chiari; osservare cioè, se stessi, la relazione terapeutica, i “sintomi” espressi, in modo ampio e aperto, libero da schemi precostituiti o ipotesi diagnostiche.

Così facendo, il medico olistico, di fronte al suo paziente, saprà cogliere, piuttosto che l’aridità di un resoconto clinico da diagnosticare, la ricchezza di una vita e la bellezza di una storia personale. Il paziente saprà diventare medico di se stesso, entrando in contatto con i propri sintomi, che coglierà come messaggeri di abitudini cronicizzate, atteggiamenti corporei, comportamenti emotivi, processi mentali, ecc.

Entrambi deporranno le armi contro la malattia per percorrere insieme la via del cuore.

Pier Luigi Lattuada

25. IL PASSAGGIO DALLO ZERO

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26/01/09

Il nostro viaggio insieme sta per concludersi, abbiamo esplorato le dimensioni dell’esperienza interiore, abbiamo avuto modo di riflettere e sperimentare. Abbiamo avuto modo di realizzare che dentro c’è l’universo intero, che quando lasciamo andare le nostre identificazioni con i contenuti dell’io, alla nostra coscienza affiorano i contenuti del Sé, la forza della nostra vera natura, l’essenza di ciò che realmente siamo.

Questo fatto forse non può venire confortato dalle forme di misurazione tipiche della scienza riduzionista ma è sotto gli occhi di chiunque lo voglia verificare, di chiunque voglia mantenere la persistenza del contatto con se stesso per il tempo sufficiente. Persistendo nel contatto e lasciando fluire, la nostra mente si svuota, i falsi bisogni svaniscono, le diverse persone, i ruoli, le maschere che ci siamo costruiti addosso si dissolvono, alla fine ritroviamo sempre e solo noi stessi. In fondo al tunnel compare la luce, sempre, così come dopo la notte più buia arriva l’alba, sempre. Persistendo nel contatto e lasciando fluire le tensioni croniche del nostro corpo, depositarie dei traumi del passato e degli attuali conflitti dell’io, si sciolgono, nel nostro organismo riprende a pulsare la vita, la pulsazione biologica e la guarigione si compiono.

Guarigione che è sempre caratterizzata da un trascendimento creativo nel nuovo. Nuovo che emerge dallo spazio vuoto interiore.

Spazio vuoto che, anche all’indagine della scienza pura, si rivelò in realtà uno spazio creativo rigonfio di attività, configurandosi così come il luogo di tutti i campi e di tutti i fenomeni. Ogni centimetro cubo di spazio vuoto, ci dicono i fisici, risulta contenere più energia dell’energia totale di tutta la materia nell’universo conosciuto!

Spazio vuoto, come luogo dello spirito, ci ricorda la filosofia perenne, luogo di ogni trasformazione luogo al quale non sembra possibile accedere se non mediante una qualche forma di: scomparsa a se stessi. Pensiamo alla condizione di vuoto e sveglio dello zen, al lascia tutto e seguimi di evangelica memoria, al questo è un buon giorno per morire dei nativi americani, al so di non sapere di Socrate.

 

Da parte mia voglia lasciarvi in dono una pratica che ritengo tra le più efficaci per rivolgersi dentro e semplicemente abbeverarsi alla fonte, direttamente, senza intermediari: il passaggio dallo zero.

Pratica

Passare dallo zero significa rendersi conto che siamo già alla sorgente, lo siamo sempre stati. Non c’è luogo dove andare, meta da raggiungere, strategie da attuare.

Se vuoi comprendere il passaggio dallo zero puoi comportati come se fossi un assetato nel deserto che raggiunge la fonte. Alla fonte semplicemente bevi e scompari al resto del mondo. Tutto intorno rimane, la sabbia, il sole, i serpenti, la solitudine, la strada da percorrere ma tu scompari al mondo dal momento che hai sete e stai bevendo. Di fronte ad ogni problema, ad ogni conflitto, ad ogni dolore, puoi provare a scomparire. Non volere che i pensieri scompaiano, che il problema si risolva, non metterti nemmeno a meditare, semplicemente scompari al problema e bevi alla sorgente.

Il trascendimento creativo nel nuovo è fondamentalmente caratterizzato dalla disponibilità a scomparire a se stessi. Perché la forza creativa possa agire è necessario essere disposti a morire, mollare la presa, varcare la soglia dei confini che crediamo di avere.

 

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24. LA COSCIENZA DELL’UNITA’

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22/01/09

La coscienza dell’unità non combatte, non vuole distruggere l’ego, ma integra, fa la pace, guarisce. La coscienza dell’unità rispetta l’organismo e le sue proprietà, esprime qualità transpersonali che consentono all’individuo di affrancarsi dall’ambiente per la soddisfazione dei suoi bisogni esistenziali, di superare le ferite che lo costringono incessantemente sulla difensiva per aprirsi all’esperienza della pace con se stessi, di unità, fiducia e sicurezza interiori. La coscienza dell’unità conduce oltre la mente, nelle dimensioni del cuore, la dimensione dell’amore spontaneo per se stesso e i propri simili, della consapevolezza, del servizio verso il prossimo, della compassione per le miserie proprie ed altrui.

Nelle dimensioni del cuore si potrà cogliere la vera natura dell’io e allora, come ammonisce De Mello:

“non sarete più gli stessi, mai più. Nulla potrà più toccarvi e nulla potrà farvi del male. Non avrete paura di nulla e di nessuno. Non è straordinario? Vivrete come re e regine. Ecco cosa significa vivere come un sovrano. Non c’entra niente con la possibilità di apparire sul giornale o con il possedere un sacco di soldi. Quelle sono tutte sciocchezze. Non si ha paura di nessuno perché si è più che soddisfatti di non essere nessuno. Non ve ne frega niente del successo o del fallimento. Non hanno alcun significato.” (2)

Si potrà inoltre compiere quel processo di auto-realizzazione descritto da Maslow (3) per il quale l’individuo sarà in grado di realizzare le proprie potenzialità e adempiere così alla propria missione, raggiungere una piena conoscenza e accettazione della “natura intrinseca della persona” e una “incessante tendenza verso unità, integrazione o sinergia”.

Finalmente liberi dall’importanza personale o dalla peste emozionale che costringe l’individuo a cercare costantemente un sostegno psicologico positivo e a difendersi tenacemente da un mondo esterno minaccioso ci si potrà aprire all’esperienza dell’unità con autentico amore, empatia e compassione per i nostri simili.

Ne conseguirà una società dove la vita umana sarà realmente sacra e non lascerà posto a guerra, omicidio, violenza e misfatti di ogni genere. Similmente ad una cellula del nostro corpo inizieremo ad agire nel rispetto di noi stessi e dell’ambiente guidati da un intuitiva e immediata consapevolezza del bene comune. Seppur inconsapevoli dell’interezza del disegno svolgeremo la nostra parte sentendoci al nostro posto nella nostra unicità, assolutamente diversi e allo stesso modo totalmente interconnessi, come un dito della nostra mano, un onda dell’oceano, un albero della foresta.

Una serie di valori verrebbero reinterpretati ad incominciare dalla crescita e dallo sviluppo, il cui concetto di “sostenibilità” si allargherebbe fino a comprendere oltre al progresso economico e tecnologico quello interiore della coscienza, della creatività, dell’intuizione, delle potenzialità. Per continuare con il diritto al lavoro al quale si aggiungerebbe il diritto di esistere, di “fare senza fare”, di dedicarsi al proprio sviluppo personale; oppure con il diritto alla salute, il cui concetto recupererebbe il suo significato originario di intero e santo.

Dove intero e santo stanno ad indicare un essere umano integro, in armonia nel copro, nell’anima, nella mente, nello spirito, in grado di padroneggiare la propria esperienza interiore e i propri stati di coscienza; in grado di riconoscere e trasformare i propri bisogni disidentificandosi dagli stessi, di riconoscere e accettare amorevolmente i propri limiti ma anche di autorizzarsi a trovare la forza e il coraggio necessari per trascenderli. Un essere umano in grado di volere ma allo stesso modo di sottomettersi ad una volontà che lo trascende, forte ma capace di debolezza, fiero di sé ma umile e modesto, capace di dire sì e di dire no, di accogliere e respingere, donare e ricevere.

Un essere umano che assume pienamente la responsabilità di se stesso e della propria vita, senza pretesti (4), senza deleghe, senza complicità; un essere umano consapevole che, come sostiene Jodorowsky: “Solitudine è non sapere stare con se stessi” e che, come recita l’Ecclesiaste: “Chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore. Ma io ti dico, soltanto chi conosce il dolore può avvicinarsi alla sapienza”. (5)

Un essere umano in grado di farsi guidare dall’interno piuttosto che dall’esterno, da quello che pensano gli altri o dalle gratificazioni dell’ambiente circostante; in grado di non identificarsi con i bisogni del proprio ego individuale, i quali saranno “trascesi e inclusi” dagli aneliti del Sé, il cuore, il centro, l’essenza, orientati verso l’amore, la compassione, il servizio verso il prossimo e il mondo intero.

Un essere umano libero dalle ferite del passato e dai desideri per il futuro, senza obbiettivi o progetti personali, che non si sente costantemente in dovere di ottenere risultati e gratificazioni, che non si sente costantemente minacciato e bisognoso di difendersi e affermare se stesso.

Un essere umano in grado di riconoscere nel limite la porta, nel dolore l’insegnamento, nel contrattempo l’opportunità, nel nemico l’alleato, nel sintomo il messaggio, nella malattia il dono, negli altri se stesso, nella parte il tutto, negli eventi il gioco cosmico, sincronico e perfetto in sé, della coscienza dell’unità

Continua

Note

(2) De Mello A. (1990), Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, p. 66-67, Piemme, Casale Monferrato.

(3) Maslow A., Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio, Roma

(4) Jodorowsky A. (2004), La danza della realtà, Feltrinelli, Milano

(5) Jodorowsky A. (2004), p. 24

23. PRATICA 9: I QUATTRO RICONOSCIMENTI

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19/01/09

Disteso supino, seduta/o con la colonna vertebrale dritta, o in posizione eretta con piedi ben piantati e le ginocchia piegate, chiudi gli occhi e dirigi la tua attenzione alla massa corporea, la materia di cui sei fatta/o, la terra che è in te. Ti rendi conto che pesa. Tutto ciò che è pesante in te, va giù, esattamente come la terra. Riconosci l’atteggiamento giusto per lasciare andare giù ciò che è pesante.

Dirigi poi la tua attenzione al respiro e a tutto ciò che è leggero, l’aria che è in te. Ti rendi conto che mentre ciò che è pesante pesa ciò che è leggero sale, esattamente come l’aria.

Dirigi poi la tua attenzione alle tue sensazioni interiori e a tutto ciò che si muove dentro te, l’acqua che è in te scorre. Ti rendi conto che mentre ciò che è pesante pesa, ciò che è leggero sale, ciò che è vivo si muove esattamente come l’acqua. Riconosci l’atteggiamento giusto per lasciare scorrere ciò che è fluido.

Dirigi poi l’attenzione all’osservatore che è in te, il fuoco dell’osservazione. Ti rendi conto dell’atteggiamento giusto per restare ed osservare il pesante pesare, il leggero salire, il fluido scorrere.

Forse a questo punto la tua mente si chiederà: ma non può essere tutto così semplice. Tu allora rispondile di avere fiducia in ciò che sta sperimentando ed invitala ad avere il coraggio della semplicità e ricordale: ciò che è naturale è semplice.

 

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22. UN NUOVO MODELLO EVOLUTIVO

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13/01/09

Rivolgere l’attenzione al percorso evolutivo della coscienza significa rivolgere l’attenzione dentro di noi, interiorizzare il processo.

Ma l’esperienza interiore, come abbiamo visto, è proprio il grande dimenticato della nostra cultura tecnologica nel bel mezzo dell’era informatica.

Esperienza interiore significa, fermarsi, osservare, restare in contatto, lasciare fluire, cogliere l’unità di tutte le cose. Atteggiamento che in termini sociali starà a significare il superamento dei confini che ci separano, dell’individualismo che ci contrappone, dell’importanza personale che ci rende schiavi dei bisogni dell’io, dell’identificazione emotiva, la peste emozionale come la definiva W. Reich, che ci cronicizza sotto il giogo della storia biografica. Atteggiamento che prefigura un individuo e una società ad alta sinergia, cioè che prefigura organismi che funzionino naturalmente e spontaneamente insieme, in armonia con il tutto.

La sinergia, infatti, come ci ricorda Russel:

non comporta alcuna coercizione o restrizione né è provocata da sforzo deliberato. Ogni elemento individuale del sistema funziona in direzione dei propri fini, e i fini stessi possono essere svariati. Eppure, gli elementi funzionano in modo che sono spontaneamente di mutuo sostegno. Di conseguenza, il conflitto intrinseco è scarso o nullo

E qui ci troviamo di fronte ad un paradosso, l’organismo umano è uno dei migliori esempi di sistema ad alta sinergia, ma l’io, cioè una delle sue funzioni, ha sviluppato una visione del mondo che applicata produce un sistema a bassa sinergia: la nostra cultura attuale, soverchiata dalle dittatura della mente duale. Il paradosso si ripropone anche a livello sociale, una società, quella informatica ad alto livello di sinergia, e una cultura carica di elementi tipica di sistemi a basa sinergia.

La visione tipica della mente duale considera un individuo rinchiuso nella propria unicità, separato dal mondo esterno sul quale non deve perdere il controllo perché è da lì che arriva la minaccia; un individuo perennemente alla ricerca di sicurezza e di conferma, teso costantemente verso la difesa della propria identità e al rafforzamento personale mediante la ricerca di successo, di affermazione sull’altro, di accumulo di beni, di credenze alle quali aggrapparsi o di gruppi ai quali appartenere.

Ci troviamo pertanto paradossalmente di fronte ad un individuo, che pur avendo in sé le potenzialità per essere sano e in armonia col tutto, vive centrato sui propri bisogni e rivolto verso l’esterno il presunto luogo della soddisfazione; ad una scienza prodotta da un livello di coscienza che pur possedendo le qualità per il salto in una dimensione unitiva di consapevolezza, compassione, saggezza e amore persiste in una visione duale che separa per comprendere ciò che può essere compreso solo con una visione unitaria; ad una società che, pur possedendo tutte le caratteristiche per funzionare ad alta sinergia si lascia dominare da ideologie che la imprigionano in sistemi a bassa sinergia. E’ il caso ad esempio di capitalismo e comunismo, le due ideologie più evolute che la nostra cultura abbia saputo partorire.

In entrambe, io continuo ad essere io rivolto contro di te, tu continui ad essere tu, rivolto contro di me, nessuno si rivolge dentro di sé per realizzare che io sono te, con te e in te. Nel capitalismo l’io è rivolto verso, cioè contro il noi, nel comunismo il noi è rivolto verso, cioè contro l’io.

Il salto nel nuovo modello evolutivo individuale e sociale condurrà verso l’interno, verso quei territori del sé dove risiede l’essenza, la vera natura dell’essere che guarda con occhi animati dalla coscienza dell’unità.

La rivoluzione copernicana ha condotto l’umanità dal piatto al rotondo, la nuova rivoluzione della coscienza sta conducendo l’umanità dall’esterno all’interno, dall’individualità separata, alla parte illimitata, dalla coscienza razionale che delimita i confini alla coscienza dell’unità che sperimenta l’unione con il tutto, dalla diversità personale alla consapevolezza dell’essenza. E importante però sottolineare che non si tratta di una rivoluzione contro, della sostituzione di un’ideologia con un’altra, si tratta di un espansione di coscienza. Si tratta di un modello che non nega l’io ma lo trascende e include in un modello più ampio dove l’ego individuale viene messo al suo posto, non al centro del nostro universo interiore, ma in rotazione intorno alla pura essenza, al nostro centro unificante interiore.

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21. PRATICA 8: LIBERTA’ DAL CONOSCIUTO

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9/01/09

Cambiare significa lasciare. Lascia tutto e seguimi, recita il Vangelo di Cristo, lascia ogni attaccamento e segui il maestro interiore, lascia ogni paura legata al passato e al futuro e segui la fiducia, qui e ora.

La seguente pratica appartiene ad un gruppo di pratiche denominato libertà dal conosciuto, come vedremo in seguito e come descritto estesamente altrove16. Ne proponiamo le prime fasi, particolarmente indicate per affrontare e liberarsi dai disagi o dai conflitti del vivere quotidiano sviluppando il perdono, l’accettazione e la disponibilità al cambiamento.

Riprendi la pratica del non fare. Porta la tua attenzione ora ad un blocco, un disagio, un problema, un conflitto, un dolore o ad una qualsiasi forma di disturbo dalla quale vuoi liberarti. Ascolta dove lo senti nel tuo corpo, porta lì la tua attenzione e il tuo respiro. Grazie al tuo respiro puoi mettere in contatto il soffio vitale con il blocco. Ti rendi conto che in realtà sei respirata/o dal soffio, il quale porta dentro ciò che è fuori e porta fuori ciò che è dentro e che non serve più. Il soffio libera, il soffio cura, lascialo fluire, non interromperlo, tienilo in contatto con il blocco, lascialo agire.

Lascia che dalla sensazione affiori un’immagine.

L’immagine è come il fotogramma di un film che incomincia a scorrere davanti agli occhi della mente, con esso fluiscono le sensazioni e il respiro.

Immagini, sensazioni e respiro sono una cosa sola, un unico flusso che ti attraversa. Tu lasci scorrere, assisti e dici sì. Qualora avvertissi un blocco nel fluire del respiro, intervieni con un atto di volontà e ristabilisci il flusso di respiro, sensazioni, immagini. Passi attraverso ogni sensazione, ogni immagine lasciando scorrere il respiro con un atteggiamento di accettazione per tutto ciò che vedi o senti.

Poi ringrazi e porti a termine.

Fase II

La seconda fase in realtà opera un’integrazione tra la prima fase di libertà dal conosciuto con il suono dall’anima.

Attraverso il respiro circolare tieni in contatto il soffio con il blocco. Il soffio libera sensazioni, emozioni, immagini, ascolti il suono che portano con sé e lasci che si liberi. Apri la pancia, il petto, la gola, la fronte. Muovi tutti i muscoli del viso, fai tutte le smorfie che i suoni suggeriscono e tutti i suoni che le smorfie suggeriscono. Vai oltre i confini, la tua anima si sta liberando dalla prigionia del passato.

 

Fase III

La terza fase integra libertà dal conosciuto con il respiro nei chakra che vedremo in seguito.

Esegui la prima fase mettendo in contatto, attraverso il respiro, (invece che il soffio con un blocco) il soffio con ogni chakra: ventre, pancia, stomaco, petto, gola, fronte, vertice del capo. Tutto procede come nella prima fase.

Fase IV

La quarta fase riprende la seconda fase mettendo in contatto, attraverso il respiro, (invece che il soffio con un blocco) il soffio con ogni chakra: ventre, pancia, stomaco, petto, gola, fronte, vertice del capo.

Tutto procede come nella seconda fase.

continua

DISAGIO E SOFFERENZA

20. PROVIAMO A FARE LA PACE

MANO-MANO
7/01/09

Il fatto che l’unità di sopravvivenza sia l’organismo-ambiente mette in risalto quanto una visione del mondo che si basi sulla competizione e sul controllo nei confronti dell’altro sia di per sé patologica. Non esiste evoluzione se non evolve anche chi ci sta intorno, non esiste beneficio se quello che facciamo non è benefico anche per chi ci sta intorno, sia il nostro organismo, il partner, i figli, i genitori, i nostri simili o l’ambiente. Allo stesso modo non si capisce come si possa combattere un tumore distruggendo le sue cellule con chemioterapici o irradiazioni e pensare di poter raggiungere la guarigione: si potrà raggiungere al massimo la sopravvivenza, una tregua armata durante la quale la vendetta cova sotto la cenere. Se condivisione, coevoluzione, libertà, rispetto dell’autonomia sono le condizioni per l’evoluzione, non si capisce come sia possibile pensare di curare un organismo vivente senza tenerne conto. La ricerca scientifica con imponenti mezzi sta combattendo la sua battaglia contro il cancro, la domanda è: perché non risponde con la pace anziché con la guerra, perché non abbandona il vecchio testamento (occhio per occhio) per il nuovo (chi di spada ferisce di spada perisce)? A chi giova continuare a combattere?

L’invito è: proviamo a fare la pace. Proviamo a fermarci, ad ascoltare, a dialogare, a comprendere la vera natura del cancro ed il vero messaggio che il nostro organismo ci sta inviando attraverso quelle cellule impazzite.

Si potrebbe rispondere che queste argomentazioni sono pure speculazioni filosofiche e i fatti invece sono che, mentre negli anni trenta guariva un malato di cancro su cinque in seguito a terapia, oggi ne guarisce uno su due. Allora il suggerimento sarebbe quello di considerare che ai nostri giorni, ogni anno compaiono dieci milioni di nuovi casi di tumore. Cosa è più scientifico, compiere acrobazie statistiche nel tentativo di dimostrare che le terapie funzionano, ignorando lo spaventoso aumento dei nuovi casi, le guarigioni spontanee, le guarigioni che sarebbero comunque avvenute o quelle realizzate con altri metodi di cura, o fermarsi e riflettere?

Se tra i principali caratteri dell’evoluzione figurano l’aumento progressivo di complessità, di coordinazione, di interdipendenza tra i diversi livelli, come può la scienza perseverare ad occuparsi solo del piano biologico trascurando gli aspetti energetici, emotivi, mentali, sociali, ambientali, spirituali? Come è possibile che una metodologia palesemente in contrasto con il buon senso comune possa affermarsi come dispensatrice di garanzie di validità?

La risposta è nel vento, diceva Bob Dylan, ma anche dentro di noi, se vogliamo trovarla.

Veniamo ora alla questione della stabilità. La nostra società è improntata sulla ricerca di stabilità: sicurezza, privacy, assicurazioni, certezze, spiegazioni, successo, ricchezza, risparmi, pensioni. La vita ci risponde: se un sistema non diventa instabile non può evolvere, quanto più un sistema si è allontanato dall’equilibrio tanto più numerose saranno le scelte disponibili.

Le possibilità creative, nascono dalla disponibilità al cambiamento, dal coraggio di mettere in discussione le proprie certezze, di allontanarsi dall’equilibrio prodotto dalle proprie abitudini e convinzioni per potersi aprire allo slancio trasformativo dell’esistenza, al potenziale di auto-guarigione dell’organismo.

continua

18. AUTO-TRASCENDENZA: TRASCENDIMENTO CREATIVO NEL NUOVO

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22/12/08

Con l’auto-trascendenza, la seconda caratteristica tipica del processo di auto-organizzazione del vivente, entriamo nel dominio di creatività ed evoluzione.

Se prendiamo in esame quella che è stata finora la giornata evolutiva del vivente, ci rendiamo conto che, per i primi due terzi, la sua è una storia senza morte. I batteri, protagonisti incontrastati dei primordi, infatti, si riproducono per divisione cellulare continuando così a vivere nella loro progenie. Niente invecchiamento, niente morte, poca varietà, niente consapevolezza. Un primo grande salto evolutivo si compì con la comparsa, un miliardo di anni fa, di sesso e morte che introdussero varietà, individualità e quindi la possibilità di evoluzione attraverso la creatività.

Da allora la dinamica dell’auto-trascendenza si è incessantemente compiuta secondo leggi immutabili. Leggi che recitano a gran voce la necessità dell’allontanamento dall’equilibrio e della disponibilità alla fluttuazione per sistemi viventi che vogliano evolvere creativamente verso nuove dimensioni dell’essere.

Scienziati e premi Nobel come Ilya Prigogine e Jaques Monod oppure ricercatori come Erwin Laszlo e Fritjof Capra ci forniscono un quadro estremamente interessante del processo evolutivo.

Il primo dato significativo è che l’evoluzione in quanto gioco giocato tra la casualità delle mutazioni e la necessità della sopravvivenza è sempre una co-evoluzione di organismo e ambiente. Ciò che sopravvive è l’organismo-ambiente o, come ricorda Capra: “L’unità di sopravvivenza non è affatto un’entità, ma piuttosto un modello di organizzazione adottato da un organismo nelle sue interazioni con il suo ambiente”.(*)

Il secondo dato è che: ”nell’evoluzione c’è una progressione dalla molteplicità e dal caos all’unità e all’ordine”.(**) Essa rappresenta un dispiegarsi di ordine e complessità implicante un processo di apprendimento caratterizzato da autonomia e libertà. “Fra i suoi caratteri sono: aumento progressivo di complessità, di coordinazione e di interdipendenza, l’integrazione di individui in sistemi a molti livelli; e il continuo affinamento di certe funzioni e modelli di comportamento.”(***)

Il terzo dato è che: la stabilità dei sistemi viventi non è mai assoluta, persiste fino a che le fluttuazioni restano al di sotto di una certa ampiezza critica.

“Quando un sistema diventa instabile ci sono sempre almeno due nuove possibili strutture in cui esso può evolversi. Quanto più un sistema si è allontanato dall’equilibrio tanto più numerose saranno le scelte disponibili”.(****)

continua

(*)Capra F.(1987), p. 240

(**)Laszlo E.(1972). Introduction to sistem philosophy, Harper Tochbooks, New York, p.51

(***)Ibidem

(****)Monod J.(1970), Il caso e la necessità, Mondatori Milano.

17. PRATICA 7a e PRATICA 7b

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19/12/08

PRATICA 7a

Ripeti poi l’esercizio del post precedente con le tonalità basse, scendendo in una grotta anzichè salendo su di una montagna.

Allo stesso modo arrivi in fondo e poi risali.

PRATICA 7b

Riprendi la pratica precedente modificandola come segue:

Ad ogni passo verso la montagna regredisci di età. Quando sei in cima sei una bimba o un bimbo. Il tuo suono diffonde verso valle e ad esso affidi tutto ciò che avresti voluto dire al mondo, alle persone che ti sono state vicine, e che non hai mai detto. Chiudi i conti con il passato.

Quando scendi verso il fondo della caverna accedi ai contenuti più nascosti della tua anima, agli istinti più rimossi, il suono che esce li esprime e li libera.

continua

PRATICHE