La Medicina Integrale

La medicina integrale nasce da un preciso atteggiamento di ogni essere umano nei confronti di se stesso, degli altri esseri viventi, dell’ambiente che lo circonda. Si esprime attraverso uno stato di coscienza che sappia cogliere l’unità di ogni fenomeno. Si realizza quando, medico e paziente, sanno cogliere insieme il processo unitario che li vede onde dello stesso oceano e divengono così in grado di osservare con occhi chiari; osservare cioè, se stessi, la relazione terapeutica, i “sintomi” espressi, in modo ampio e aperto, libero da schemi precostituiti o ipotesi diagnostiche.

Così facendo, il medico olistico, di fronte al suo paziente, saprà cogliere, piuttosto che l’aridità di un resoconto clinico da diagnosticare, la ricchezza di una vita e la bellezza di una storia personale. Il paziente saprà diventare medico di se stesso, entrando in contatto con i propri sintomi, che coglierà come messaggeri di abitudini cronicizzate, atteggiamenti corporei, comportamenti emotivi, processi mentali, ecc.

Entrambi deporranno le armi contro la malattia per percorrere insieme la via del cuore.

Pier Luigi Lattuada

Foto_Lattuada

07.LA DIFFERENZA CHE FA LA DIFFERENZA

Perché? Non so mai il perché di niente. Perché? E’ una domanda sbagliata.

J. Hillman

Ma entriamo nel merito ora di questa nuova visione che sta imponendo al pensiero scientifico moderno un radicale cambiamento.

Come ci ricorda F. Capra, per la visione olistico-sistemica esiste una “essenziale interrelazione e interdipendenza di tutti i fenomeni: fisici, biologici, psicologici, sociali, culturali*.” La transazione, vale a dire la “interazione simultanea reciprocamente interdipendente tra componenti multipli**” e come vedremo, il concetto di transe (transeazione) assume un ruolo centrale nella comprensione del funzionamento dei sistemi viventi.

La natura dei sistemi viventi, infatti, è intrinsecamente dinamica. Come ci ricorda Paul Weiss ”La forma vivente deve essere considerata essenzialmente come un indicatore aperto, o come un indizio, della dinamica dei processi formativi sottostanti***.”

Tali processi formativi caratterizzano ogni organismo vivente come un sistema aperto che nasce, cresce e muore secondo un ciclo evolutivo regolato da retroazioni (feedback). Questo significa che, a differenza delle macchine che sono un sistema chiuso, il quale una volta costruito procede dall’ordine al disordine, i sistemi viventi posseggono una certa capacità di auto-organizzarsi. Mentre le macchine procedono secondo modelli lineari di causa effetto (a-b), i sistemi viventi funzionano secondo modelli ciclici, ritmici (a-b, b-c, c-a), che rivelano un alto grado di flessibilità e plasticità interne (dinamismo intrinseco).

Se ci fermiamo a riflettere sul nostro comportamento ogni volta che ci troviamo di fronte ad un sintomo, già ci rendiamo conto di quale insegnamento la nuova visione ci stia impartendo.

L’atteggiamento più diffuso quando abbiamo un problema, una malattia o un disagio è senz’altro quello di chiederci perché, di cercare di capire e di trovare una soluzione. Ma questo andrebbe bene se noi fossimo delle macchine la cui attività è determinata semplicemente dalla loro struttura; il guasto in una macchina può essere determinato da una sola causa, di fronte ad una macchina che non funziona possiamo chiederci perché non funziona, scomporla nelle sue parti e indagare fino a trovare il guasto e provvedere a ripararlo. Chiederci perché di fronte ai nostri disturbi significa fare la cosa sbagliata, significa semplicemente cercare di esorcizzare il problema dandogli una spiegazione: “ho mal di testa, il medico mi ha detto che ho la cervicale, ho mal di stomaco, devo aver preso freddo, sono depresso, deve essere questo tempaccio”. Qualcuno potrebbe obiettare a questo punto che non siamo tutti così superficiali, c’è anche chi è coscienziosamente disposto a fare approfondite indagini: “Ho fatto gli esami ma sono tutti a posto, il medico mi ha detto che non ho niente, solo che io sono sempre stanco; ho il colesterolo alto devo mangiare meno grassi, ho fatto la mammografia, il medico mi ha detto che ho un nodulo al seno, se si ingrossa dovrò toglierlo; ho fatto la TAC, ho l’ernia al disco, dovrò farmi operare”. C’è anche chi è disposto ad indagare l’inconscio per cercare le risposte nel suo passato: “ho l’ansia tutta colpa di mia madre che non mi ha amato, sono depressa non ho ricevuto il seno, è tutta la rabbia che non esprimo nei confronti di mio padre”. Da dove nasce questa spinta irrefrenabile a comportarci come macchine, sofisticate ma macchine?

E’ chiaro al buon senso comune, è sostenuto dalla nuova visione della scienza: ogni sistema vivente è il risultato di fattori multipli interconnessi che si influenzano a vicenda. Eppure, anche se non ci resta che concordare idealmente di fronte all’evidenza, continuiamo a comportarci come se non lo sapessimo. Ecco quindi una prima grande linea di confine, una differenza che fa la differenza: sapere o comportarsi come se si sapesse, coscienza o coscienza della coscienza, conoscenza o consapevolezza.

La conoscenza si chiede perché, la consapevolezza riconosce il come, la conoscenza separa per comprendere, la consapevolezza coglie l’unità e l’interconnessione del fenomeno qui e ora. Più avanti indagheremo a fondo la vera natura della conoscenza e della consapevolezza, ora ci limiteremo a sottolineare che lo strumento adeguato per occuparci di sistemi viventi è la consapevolezza. La consapevolezza non pensa, ma osserva, ascolta.

Di fronte ad un sintomo l’individuo consapevole si comporta come se sapesse che esso è il risultato di fattori multipli: fisici, energetici, emotivi, mentali, spirituali, sociali, ambientali e così via. Si renderà conto, pertanto, di quanto poco senso abbia chiedersi dei perché e cercherà, attraverso l’esperienza interiore di riconoscere il “come”. Cercherà di osservare e di ascoltare cosa succede dentro di sé, ma per fare questo dovrà assumersi la responsabilità del proprio malessere. L’assunzione di responsabilità è la prima delle medicine, ma nessuno ce lo insegna. Come mai?

La delega della responsabilità fa comodo al paziente che non deve impegnarsi a cambiare per guarire, fa comodo al medico che può delegare alle macchine la diagnosi e al farmaco la cura, fa comodo alle case farmaceutiche e ai laboratori di analisi. L’assunzione di responsabilità non fa comodo a nessuno, ma richiede impegno, sacrificio, sensibilità, coraggio, onestà, creatività, disponibilità al cambiamento, in dono porta amore e consapevolezza. Amore per noi stessi, i nostri sintomi, i nostri simili, consapevolezza di ciò che stiamo facendo e del suo significato.

* Capra F. (1987), Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano, p. 221.

** Dewey J.- Bentley, A.F. (1949), Knowing and the know, Beacon Press, Boston, p. 103.

*** Weiss P. (1971), Within the Gates of Science and Beyond, Hafner, New York, p. 284.

continua

13/11/08

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