Istruzioni per gli Angeli

Ecco qua alcune brevi «istruzioni per l’uso», a commento della sezione ANGELI (e colgo l’occasione per ringraziare la casa editrice Frassinelli, che ha concesso a anima.tv di utilizzare alcuni brani di un mio recente libro sull’argomento). Con il link che trovate qui sotto, potete scoprire quali Energie angeliche agiscano in ciascun giorno dell’anno, e in che modo le Energie del giorno in cui siete nati determinino certi aspetti della vostra personalità, dei vostri naturali talenti, della vostra vocazione, a voi già nota o magari ancora segreta. La fonte di queste corrispondenze tra i giorni e il destino si trova nelle tradizioni della Qabbalah, antiche e densissime; e appunto in queste tradizioni vorrebbe spaziare il mio blog. Ciò che ne dirò qui sarà molto semplice, vi garantisco; ma, naturalmente, «molto semplice» non significa molto facile.

Come forse vi sarete già accorti nelle vostre personali ricerche spirituali, le cose semplici sono spesso, per la moderna mente razionale, le più complicate.

E a mio parere c’è un solo modo di scoprirle, di intenderle meglio: non aver paura di diventare anche noi più semplici, più intuitivi, più liberi dalle nostre complicatissime abitudini di pensiero. Non aver paura di allontanarsi da quel che a molti, oggi, sembra vero, necessario, logico, o magari intangibile; non aver paura, soprattutto, della nostra capacità di sentire, scoprire, esperire semplicemente l’invisibile attraverso i simboli che lo narrano.

Igor Sibaldi

59. LA TORRE DI CONTROLLO

1/06/09

In fatto di dispositivi direzionali, l’Angelo di oggi si direbbe il più SAPIENTE di tutti i Cherubini – nel senso stretto del termine sapienza: il saper come indirizzare e adoperare le nostre conoscenze e abilità. Hariy’el, da questo suo altissimo punto di vista, sa e insegna ai suoi «protetti» a saper gestire, valutare, apprezzare tutte le direzioni: faticosissimo incarico! Richiede un perenne trascendersi: gli Harieliani devono avere il coraggio di porsi al di sopra degli altri e, al contempo, di superare continuamente se stessi – come se il loro io non potesse sentirsi realizzato se non identificandosi il più possibile con quello che gli psicologi chiamano il Sé (e che io e alcuni miei amici preferiamo invece chiamare Io grande). CastMa, come è noto, tra l’io cosciente (o io piccolo) e il Sé (o Io grande) non vi è contatto razionale, non vi è un ponte che la mente riesca a spiegare o tantomeno a controllare: ed entrano in gioco altre facoltà della nostra psiche, forme di intuizione e conoscenza tutte speciali, che vanno dal sogno, a quel «qualcosa» che ci fa cogliere le coincidenze, agli archetipi, e via via fino a quelli che in tutto il mondo sono chiamati Spiriti guida (e che nel cristianesimo vengono a coincidere talvolta con i Santi, o con le anime del Paradiso, o addirittura con gli Angioletti tradizionali). Ne consegue che i «protetti» di Hariy’el, per sentirsi a posto, dovrebbero dedicarsi a far funzione di Spirito guida, come secondo o addirittura come primo lavoro? Eh sì. E ricordo con grande piacere un mio longevo conoscente, nato ai primi di giugno di quasi novant’anni fa. Quando gli raccontai com’era il suo Angelo, ci rifletté per qualche istante e poi disse: «Be’ sa, i primi ottantun’anni della mia vita non sono stati gran che. Niente di brutto, beninteso, ma non mi sembrava di essere io a viverli, o almeno non del tutto, mi capisce?.. Poi, a ottantadue, mi hanno incaricato di dirigere il Dopolavoro. E lei non ha idea di cosa sia veramente un Dopolavoro, in una cittadina come la nostra. Sa, lì arrivano tutte persone della mia età, e anche di più. E ci sono tante cose che non hanno avuto, nella loro vita, o che non hanno più: e vorrebbero averne, nel tempo che gli rimane. E me ne occupo io. Organizzo i balli, le gite, le feste, le idee per la beneficienza. Ho tutto il tempo che voglio, non ho più nessuno a casa, io. Faccio in modo che siano contenti e con un sacco di cose interessanti da fare. E adesso sì, che sento di essere io, a vivere. Come ha detto che si chiama quel mio Angelo lì?..»

Ecco un Hariy’el esemplare. Una domanda logica, a questo punto, sarebbe: ma la ricompensa qual è, poi, per gli harieliani che accettino di darsi tanto da fare? Solo la soddisfazione di essere veramente se stessi? O magari vanno in Paradiso o altre cose del genere?

Vanno decisamente dritti in Paradiso, secondo me, ma non nel senso postumo che si intende di solito. Ci vanno nel senso che qui, sulla terra, ritrovano e realizzano le lezioni e la via che hanno appreso lassù, e in tal modo risalgono l’Albero della vita, fino al punto dove c’è quel tale specchio-spada: lo guardano, dicono «Be’, è ovvio, sono io quello» e proseguono ancora la bella salita.

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58. IL GIUSTIZIERE

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27/05/09

L’Angelo di oggi è specialista di etica: nella Sephirah dei Cherubini, Mebahe’el dev’essere di certo il responsabile dei dispositivi direzionali del bene e del male. Ma, a differenza dell’Angelo precedente, non vi conduce a una comprensione e integrazione di quelle due direzioni, non vi mostra un po’ di male nel bene e un po’ bene nel male: non è affatto dialettico in tal senso, bensì picchia duro. Si esprime in luil’aspetto più duro, violento, addirittura catastrofico dei Cherubini.

YHWH li scelse come custodi della via proprio per questa loro componente minacciosa. Li scelse anche per distruggere Sodoma –

e trasformarono la moglie di Lot in una colonna di sale solo perché, fuggendo dalla città, si voltò un momento a guardare.

Steven Spielberg li ha raffigurati in una delle ultime scene de

I predatori dell’Arca perduta, e magistralmente: vi ricordate? Dall’Arca si alzavano in volo alcuni Angeli bellissimi, ma Indiana Jones avvertì subito chi era con lui di non guardare: un istante dopo, infatti, quegli Angeli si trasformano, divengono ferocissimi, e si scagliano sui cattivi di turno, gli odiati nazisti, polverizzandoli. Il professor Jones era infatti un notorio esperto di testi sacri: sapeva che sul coperchio dell’Arca si trovavano, fin dai tempi di Mosé, due Cherubini pronti a scattare, e sapeva di cosa erano capaci…

Al che si pone la solita, facilissima e terribile domanda: perché questa Squadra di distruttori alati, SE ESISTE, non interviene più spesso nelle vicende umane? Forse perché NON ESISTE, ed è soltanto un simbolo, e la si può vedere all’opera solo nei libri sacri o nei film?

In parte sì, è così: di per sé non esiste. Abita e agisce nella Seconda Sephirah, molto al di sopra, cioè, del livello della nostra esistenza. Ha il compito di formare, istruire noi, ed esclusivamente da noi dipende, perciò, la possibilità di far esistere e fruttare le lezioni dei Cherubini nel nostro mondo. La domanda dunque va girata innanzitutto ai «protetti» di Mebahe’el: perché FATE ESISTERE così poco i vostri Angeli nel mondo? Ci rimettete voi, perché chi non segue il proprio Angelo è sempre piuttosto infelice, e ci rimettiamo tutti, perché se faceste quel che avete imparato a fare lassù le cose andrebbero molto meglio per tutti. In secondo luogo, la domanda va girata anche a noi: perché non prendiamo un po’ di lezioni da Mebahe’el e non le mettiamo in pratica? E qui, fate i vostri conti e rispondete ciascuno per sé.

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57. L’ANDROGINO ORIGINARIO

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21/05/09

A proposito di Adamo e della sua compagna, forse avrete letto da qualche parte che, secondo molti studiosi, ’Elohim all’inizio avrebbe creato un androgino – come se l’Angelo di questi giorni gli fosse servito, in quel momento, da principale consulente. In parte, tale ipotesi è infondata, e dipende dalla scarsa conoscenza che quei molti studiosi hanno del testo ebraico; nelle traduzioni consuete si legge infatti:

Dio li creò maschio e femmina.

Genesi 1,27

E siccome subito dopo nel testo si narra di un solo Adamo, si potè pensare che costui riunisse in sé i due sessi, e che la creazione di Eva dalla costola di lui fosse stata una specie di scissione di quel che prima era un intero. Ma, come voi sapete, ’adam in ebraico corrente significa tutta l’umanità, tutte le femmine e tutti i maschi, il che permette di spiegare più tranquillamente quel passo della Genesi. In parte, tuttavia, l’idea dell’androgino originario ha una sua validità, da cercarsi un po’ più in profondità nel testo biblico. Come ricorderete, a un certo punto l’’adam «si addormentò» (Genesi 2,21) e DIVENNE DUE: un ’yshe una ishah, un principio maschile e un principio femminile, yang e yin (adeptus esoror, come dissero poi gli alchimisti medievali) e dei due soltanto il femminile vedeva nell’invisibile e guidava verso la conoscenza. Dante, nella Divina Commedia, lo rinarra nel personaggio di Beatrice. Dopodichè, l’’adam ridivenne uno, anche se ciò sfugge alla grande maggioranza dei lettori della Bibbia: YHWH

Scacciò l’’adam dal Gan Eden.

Genesi 3,23

Scacciò lui solo, verso l’esistenza terrena, mentre la sua compagna esperta d’invisibile restava in alto, dove la potrete sempre ritrovare. In alto: al di là di quel confine sorvegliato dai Cherubini, con il loro specchio-spada… Ed ecco qui uno dei principali segreti dell’Angelo di oggi. Vi avevo detto che i Cherubini si incaricano di progettare i vostri dispositivi direzionali (v. la puntata 53) e il nostro sesso è appunto una delle direzioni che la nostra energia ha cominciato a prendere uscendo dalla loro Sephirah. Quando eravamo là, invece, tale direzione non c’era ancora: là le potenzialità yin e yang, l’’ysh e la ishah, erano ancora equivalenti in noi. Là dovette giungere l’’adam, quando «si addormentò» quella volta. E Yezale’el è l’Angelo in cui questa pienezza androgina si mantiene e – notate bene – VIENE RIPROPOSTA all’umanità, all’adam. Imparare da Yezale’el, sia per i suoi «protetti» sia per tutte le persone di buona volontà, significa appunto riscoprire quella nostra doppia energia originaria, ed è una delle scoperte più fruttuose che possiate compiere.

Fate un esperimento: chiedete a un vostro conoscente di dare un’occhiata a una stanza, per dieci secondi, e chiedete di far lo stesso a una vostra conoscente. Poi fatevi dire cos’hanno visto, e valutate le differenze. Una donna nota cose diverse da quelle che nota un uomo, e viceversa. Non sarebbe un enorme vantaggio, per te, poter notare contemporaneamente ciò che notano entrambi, quando guardi o pensi una qualsiasi cosa? Non cambierebbe moltissimo nella tua vita? Provate a parlarne con qualche Yezale’el già risvegliato, già fedele a se stesso. Tra le soprese che avrete, una delle prime sarà accorgervi che, in realtà, i maschi vedono nelle donne soprattutto l’immagine riflessa (e sempre fraintesa) della propria profonda natura femminile, intuitiva, libera; e così pure le donne vedono nei maschi l’immagine riflessa (e sempre fraintesa) della propria natura maschile. E sia i maschi che le donne si sforzano di impersonare ciò che in tal modo l’altro sesso vede in loro, invece di provare ad essere se stessi in tutte le proprie nature… I Cherubini, lo sapete, sono specialisti dello specchio!

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56. L’ALBERO DELLA VITA

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16/05/09

L’Angelo di oggi, anche lui un Cherubino-Guardiano, è più estroverso del precedente: i suoi «protetti» hanno l’impulso a valutare non tanto la propria dignità, la propria forza di reggere a quel «bagliore», ma la dignità e la forza altrui. E concedono ad alcuni e ad altri negano, e dicono e non dicono, e si fidano e poi ci ripensano, com’è appunto spiegato nel loro ritratto angelico. Ma ciò che ancora non abbiamo spiegato è cosa sia quell’ALBERO DELLA VITA che YHWH voleva tener precluso all’uomo, e che pare faccia «vivere in eterno». Eccolo qua:

56_Albero_Vita2Sembra un albero di Natale, vero? Con le palline colorate, e i festoni… E infatti sono quasi sicuro che l’abete natalizio sia precisamente un modellino dello ‘Ets Khayym, dell’Albero della vita, cioè, di cui narra la Genesi. L’uso dell’abete nacque in Germania, pare, nel Cinquecento, e certamente interpretò le memorie degli antichi culti vegetali e soprattutto dell’Yggdrasil, l’Albero Cosmico su cui, secondo le antiche tradizioni nordiche, si reggeva l’universo. Ma quelle sfere e quei festoni CONGIUNGONO indubbiamente l’Albero nordico con quello della tradizione ebraica, che ha per di più la stessa funzione: reggere l’universo intero, e in più mostrarne la dinamica, l’energetica segreta.

Fu una congiunzione voluta? In Germania, nel Cinquecento, la Qabbalah fioriva e i suoi maestri erano stimati: forse l’immagine del loro ‘Ets Khayym colpì la mente di brave persone, che ne trassero ispirazione per la festa cristiana.

O fu un «caso»: l’archetipo dell’Albero cosmico, cioè, riemerse in quell’epoca in Germania, proprio quando vi fioriva la Qabbalah – come se vi fossero segreti vasi comunicanti, nell’inconscio dei popoli, e telepatie multiple. Qualcuno «vide» l’Albero della vita, così carico di sfere intercomunicanti, e DOVETTE dargli forma (si ha sempre un forte impulso a dare forma a ciò che ci capita di «vedere» spiritualmente), e in quella forma molti e molti altri riconobbero qualcosa che albergava, cresceva anche in fondo alla loro mente… Del resto, non dicevo proprio all’inizio di questo blog che la Qabbalah non si impara, ma si impara soltanto ad accorgersi di conoscerla già, e di poterne ritrovare il ricordo dentro di noi?

Certo, nell’Albero di Natale le sfere colorate sono divenute tante. Nell’Albero della vita sono invece undici, come vedete nell’illustrazione; e sono proprio le Sephiroth: quella in cima a tutte è Kether, dei Serafini (v. la puntata 52), quella più giù, sulla destra, è Khokmah, dei Cherubini. Poi passeremo a quella in alto a sinistra, Binah, dei Troni, e poi più giù. Quei «festoni» che le collegano sono in realtà canali, e sono il percorso, il gioco dell’Oca (altro ampio argomento esoterico), che tutti abbiamo percorso per arrivare fino alla sfera in fondo alla tutte le altre, Malkuth, ovvero «il Regno», che è il luogo dove ci troviamo ora, la nostra dimensione terrena. Lì si arriva nascendo e da lì – anche se non tutti sono d’accordo su questo – si risale alla fine della vita, ripercorrendo l’itinerario dal basso in alto fino a Kether e più su ancora, dove si deciderà se restare beatamente nell’infinito Io-non-io, o se tornare giù a fare qualche altra esperienza, in cerca di gloria, di riscatto, o penitenza, o magari in missione. Quanto al «vivere in eterno», bisogna intendersi: non significa vivere senza morire mai per un tempo infinito. Questo si chiamerebbe «vivere moltissimo» e sarete d’accordo con me che, dopo qualche secolo o millennio, risulterebbe un po’ noioso. No: «vivere in eterno» significa vivere NELL’ETERNO, in una dimensione che non ha il tempo, e nella quale ogni singolo attimo è perciò infinito e aperto su tutti quanti gli infiniti. È la dimensione della contemplazione, dell’emozione che dà la scoperta: basta un pochino di questa eternità per moltiplicare meravigliosamente la propria crescita interiore… E questo infastidiva YHWH (o così Lui volle far sembrare) perché a forza di crescere talmente, gli uomini sarebbero diventati ben presto e davvero «come uno di Loro».

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55. I GUARDIANI DELLA SOGLIA

11/05/09

Non tutti i Cherubini sono semplicemente generosi come ’Aladiyah. L’Angelo di questi giorni e il successivo impersonano soprattutto l’altro aspetto della loro Gerarchia, la durezza. Sono in un certo senso guardiani della soglia, diretti discendenti delle prime figure angeliche che compaiono nella Bibbia – quei Cherubini, appunto, a cui YHWH assegnò il compito di sorvegliare un importante posto di confine. Ricordate come avvenne? YHWH aveva appena scoperto il furto dei frutti della conoscenza, era molto indignato (almeno in apparenza) e turbato: diceva tra sé e al Dio Creatore:

55_sword2«Ecco! L’adam è diventato come uno di Noi per la conoscenza del bene e del male! Ora bisogna impedire che stenda ancora la mano, e che prenda magari i frutti dell’Albero della Vita: se no me mangerà, e vivrà per sempre!..»

Genesi 3,22

Era decisamente agitato, come sempre lo è YHWH quando l’uomo si evolve o rischia di evolversi troppo. E

Scacciò dunque l’adam e pose a oriente del Gan ‘Eden i Cherubini e il bagliore della spada che gira su se stessa, perché custodissero la via verso l’Albero della Vita.

Genesi 3,24

So cosa penserete: «È imbarazzante… Un Dio tanto insicuro, tanto geloso dei suoi divini privilegi, tanto timoroso dell’uomo!» Ma del caratteraccio di YHWH abbiamo già parlato altre volte. Ora richiamo la vostra attenzione su quella «spada che gira su se stessa» e che manda una gran luce. Potete facilmente immaginare quanti tentativi siano stati fatti, nei millenni, per interpretarla. A mio parere, quella spada che ci vieta il cammino è uno specchio: spesso le lame erano usate come specchi, nell’antichità, e le immagini, negli specchi, girano davvero su se stesse, e la sinistra diventa destra e viceversa… È uno specchio affilato – una spada – e manda una gran luce: e lì è il suo segreto, è a quella luce che tocca il compito di di abbagliare, confondere, spaventare chi vuol salire verso l’Albero della Vita, cioè verso una fonte di conoscenza e d’energia ancor più alta dell’Albero del Bene e del Male. Ma – l’avete già intuito – la luce che vedete in quello specchio non può che essere la vostra, riflessa lì. E ciò sicuramente può sconvolgere la gran maggioranza degli uomini, talmente abituati a pensare di valere poco, di non pensare mai nulla di intelligente, e spaventati tanto spesso dai loro stessi pensieri: chi di costoro si trovasse d’un tratto davanti a un’immagine splendente, abbagliante di se stesso, con ogni probabilità ricadrebbe indietro sbalordito, pensando «Non sono certo io! Chissà cos’è, chissà quale essere tremendo mi ha squadrato da lassù… Meglio stare alla larga!» E da tempo immemorabile i Cherubini osservano da lassù questa nostra pusillanimità. Voi ne sapete niente? Vi risuona?

Anche per questo i «protetti» dell’Angelo di oggi – ai quali tocca in sorte proprio la vocazione della Soglia, della scoperta dell’Aldilà – si dividono in due categorie: i felicissimi, che hanno avuto fiducia in se stessi (o meglio, non hanno avuto paura del proprio bagliore) e hanno osato varcare qualche confine nella loro vita; e gli infelici, amari, invidiosi, che han pensato «Be’ no, meglio di no» e sono rimasti fuori, e sperano che tanti altri rimangano tagliati fuori, da quello specchio-spada, proprio come loro.

Ne conoscete certamente qualcuno…

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54. ’ALADIYAH E ALADINO

6/05/09

Nell’Angelo di questi giorni spicca soprattutto l’aspetto generoso dei Cherubini. L’abbondanza, la gioiosa disponibilità, l’ospitalità sono tratti caratteristici di Khokmah-Sapienza:

54_giuLa Sapienza si è costruita la casa,

ha preparato i cibi, ha imbandito la tavola.

Ha mandato le sue ancelle a proclamare

Sui punti più alti della città:

«Chi ancora non sa corra qui!»

A chi è privo di senno essa dice:

«Venite, mangiate il mio pane,

bevete il vino che ho preparato!»

Proverbi 9,1

E infatti i «protetti» di ’Aladiyah, quando sono veramente se stessi, sono generosi di ogni loro avere. La loro grande energia terapeutica (v. la puntata 8) è anch’essa una forma di dono di sé, che essi non possono trattenersi dal fare – e sempre con l’intento cherubinico di orientare e riorientare, di raddrizzare, programmare e riprogrammare energie in eccesso, come sono appunto quelle che in noi producono le malattie. E il loro Nome non è forse «Io cresco (’L) nel dare (D)»? Per di più somiglia talmente a quello del protagonista della celebre fiaba sulla magia dell’abbondanza, Aladino: e diventerete come Aladino anche voi, se avrete la fortuna di incontrare uno di questi Aladiani, e di farvelo amico!

Ma se leggete attentamente il ritratto, vedrete che anche l’altro aspetto della Sapienza è inscritto spesso nel loro destino: la delusione, per aver dato troppo e invano, per aver visto sprecati, sottovalutati, dimenticati i loro doni. Che farci! I «protetti» di ’Aladiyah hanno, in genere, spalle abbastanza robuste per sopportare l’amarezza, e cuore abbastanza grande per gioire comunque – nonostante tutte le disillusioni precedenti – quando capita loro qualcuno che sa accogliere, meritare e far fruttare la loro munificenza. Così anche voi, se volete far felici quei Cherubini che lassù vi avevano dato lezione ed equipaggiamento, basta che riscopriate le vie della Sapienza, vi riaccomodiate alla sua tavola e mangiate e beviate, come dice la Bibbia. Dove ritrovarla?

È facile contemplarla, per chi la ama,

la trova facilmente chi la cerca.

Chi si alza di buon mattino non faticherà:

la troverà seduta sulla sua porta…

Ed essa stessa va in cerca di chi è degno di lei,

appare loro per la via, sorridendo,

va incontro loro, con ogni benevolenza.

Sapienza 6,12

Sono versi simbolici, certo. Ma vi garantisco che non sono affatto difficili da decifrare. Provate.

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53. I CHERUBINI

1/05/09

La seconda Sephirah, quella dei Cherubini, si chiama in ebraico Khokmah che in linguaggio corrente significa «la Sapienza». In geroglifico (ormai siete abbastanza esperti e lo vedete da voi) Khokmah, KH-M-K-H, è formata da alcune lettere principali della sfera precedente con più l’iniziale KH, che è il simbolo del lavoro, della concretizzazione. Compito generale dei Cherubini è precisamente dare inizio alla realizzazione delle energie destinate a nascere – e infatti il primo Cherubino, l’Angelo di oggi, ha un Nome che da questo punto di vista è tutto un programma: Haziy’el, «l’energia spirituale (H) riceve una sicura direzione (Z) verso quello che sarà il suo manifestarsi nel mondo (Y)». Certo, ai livelli della Sephirah Khokmah, direzione non significa ancora indirizzo, non è qui il luogo dove si sono cominciati a fare progetti dettagliati su quelle che sarebbero state le vostre

53_doncapacità e aspirazioni, e le circostanze della vostra vita. I Cherubini sono incaricati piuttosto di progettare, diciamo così, i vostri dispositivi direzionali – come ingegneri che stiano lavorando alla meccanica di un nuovo tipo di missile teleguidato. Se ne parla abbondantemente nella Bibbia, là dove la Khokmah viene personificata in una sorta di Grande Assistente del Dio Creatore, e dice:

Dall’eternità io sono stata costituita,

fin da principio, dagli inizi della Terra.

Quando non esistevano ancora gli abissi,

io venni generata;

quando ancora non vi erano le sorgenti,

prima che fossero fissate le basi dei monti,

prima delle colline io sono stata generata.

Quando Dio disponeva le fondamenta della terra,

allora io ero accanto a lui, come suo architetto,

ed ero la sua delizia ogni giorno…

Proverbi 8,23-30

Vi era infatti nella religione antica l’idea di una componente femminile del mondo divino, capace di architettare, di rendere possibile la costruzione. E risaliva a una tradizione regale egizia: nell’antico Egitto il Faraone è sì un maschio, e regna, ma a decidere chi di volta in volta sarà Faraone è una donna, la principessa della casa reale – lei ha il potere su chi ha potere. E la nostra parola «sapienza» (molti vostri conoscenti non lo sanno) indica appunto la superiore capacità di sapere come adoperare praticamente le cose che si sanno e le capacità che si hanno. Questa sapienza è appunto ciò che abbiamo ricevuto durante il nostro soggiorno tra i Cherubini. Non per nulla, come avete letto nel ritratto, nei giorni di Haziy’el sono nati Machiavelli e Marx, che su tale sapienza hanno strutturato le loro opere fondamentali…

E neanche a dirlo, questa sapienza, appunto perché ci viene impartita tanto presto e tanto in alto, poi nella maggior parte dei casi si dimentica. Allora scende, talvolta, a cercare chi l’ha dimenticata. Sempre nei Proverbi si legge:

La Sapienza grida per le strade,

nelle piazze fa udire la sua voce,

dall’alto delle mura essa chiama:

Fino a quando amerete l’inesperienza,

e i beffardi potranno vantarsi delle loro beffe

e gli sciocchi avranno in odio la conoscenza?

Ascoltatemi…

Ma mi cercheranno, e non mi troveranno.

Hanno imparato a odiarmi.

Proverbi 1,20 ss

È appassionante e angosciosa questa Sapienza che dà tutta se stessa e non è più accolta, fin dai primordi. E i Cherubini rispecchiano, come vedremo, entrambi i suoi aspetti.

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52. I DUE SEGRETI DELLA VOLONTÀ

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25/04/09

Quella prima Sfera, o Sephirah, è chiamata in ebraico Kether, che in lingua corrente significa «la Corona», e in geroglifico raffigura appunto l’inizio del processo di incarnazione che tutti noi abbiamo attraversato: «bisogna passare dalla K per venir adeguatamente preparati (Th) a proseguire (R)». E l’ultimo tocco, in questa Sephirah, lo diede l’Angelo di oggi, Kahethe’el, maestro della «modestia» serafinica, grande e risoluto equilibratore, come potete leggere nel suo ritratto. Fu lui, a giudicare dal suo Nome, che ci riepilogò e chiarì definitivamente la lezione dei Serafini: «Solo se sai comprenderti, confinarti, condensarti e dirigerti (K), le energie del tuo spirito (H) avranno quello scopo che a loro occorre (Th)». Perciò alcuni cabbalisti sostengono che la Sephirah Kether, la Corona, sia la sede della suprema Volontà e dei suoi segreti. Tali segreti della Volontà sono, in sostanza, due.

Il primo è che la volontà è proprio il contrario di quel che i più si immaginano che sia: è uso pensare che «volere» sia uno sforzo, che occorra produrre volontà dal nostro animo così come si spreme un limone… Ma niente affatto: nulla in te è più abbondante della volontà, tutto il tuo essere è fatto di volontà della miglior specie, e ne trabocchi di continuo. E se a volte ti sembra che te ne manchi, è solo perché hai evidentemente dimenticato le lezioni di Kahethe’el (d’altronde è passato tanto tempo da allora), e cioè che per rendere produttiva la tua volontà devi semplicemente LIMITARLA. Accorgiti di quante cose vuoi in ogni momento (migliaia), ed eliminane per ora il più possibile: riducile a dieci, tre, a una… E la tua volontà sarà talmente potente da guidarti verso l’obiettivo, come per magia. In tale operazione di riduzione, tieni inoltre presente che non deve esserci sforzo alcuno. È proprio il contrario di una costrizione: stai solo rilassando una gran parte di te, smettendo di tendere la tua volontà in tutte quelle direzioni – spesso diametralmente opposte le une alle altre.

Il secondo segreto deriva direttamente dal primo e, in parte, lo conoscete già: che tu te ne accorga o no, la tua volontà agisce sempre e in tutto. Nella vita ti capita infatti soltanto ciò che tu hai semplicemente voluto. SEMPLICEMENTE: dal latino simplex, che significa «piegato una sola volta» – cioè non spiegazzato, non ciancicato. Nella vita ti capita, insomma, ciò che un giorno hai deciso di volere senza poi ripensarci più, senza valutare pro e contro, o tua dignità, capacità o incapacità, e senza complicarti l’animo con ragionamenti del tipo «devo volere quella tal cosa», «vorrei volere quell’altra cosa», «è bene che io voglia…» – senza cioè che altre tue volizioni o non volizioni interferiscano. Quasi sempre quel tuo semplice e potentissimo atto di volontà è durato un istante: un lampo di chiarezza nel fluire della tua spiegazzatissima vita interiore. È stato talmente breve che, magari, non te ne sei nemmeno accorto; ma qualche centinaia di quei flash, ogni giorno, danno forma alla tua sorte e alla tua parte di mondo. E – naturalmente – in quegli istanti la tua volontà era potuta essere tanto semplice e chiara, proprio perché esprimeva direttamente ciò che tu pensi di te, ciò che tu credi (o hai accettato di credere) di meritare o non meritare.

E dunque: ti capitano cose scadenti, deprimenti? O insignificanti, tanto che sembra non capitarti mai nulla? Be’, Kahethe’el ti aveva avvertito di usare la K. Comprenditi, accorgiti di te, dirigiti – ti aveva detto lassù – e con quella K proteggiti anche, da chi ti fa credere cose sbagliate riguardo a te stesso, o dalle idee sbagliate che ti fai di te. La tua volontà agirà sempre, sappilo, e dunque abbine cura (altra K, anche in questa parola).

Che volete farci, dimenticarsene è la cosa più naturale del mondo: quando passavamo dalla Sephirah dei Serafini stava cominciando ad esistere soltanto la volontà (e dunque la possibilità) che noi nascessimo. I nostri due genitori non si erano ancora conosciuti, magari erano appena nati anche loro. E tante altre cose abbiamo dovuto imparare poi, nelle altre Sfere, prima che alla mamma cominciassero le contrazioni…

Continua

51. DOVE ERAVAMO PRIMA?

21/04/09

Dopo la riflessione sul rapace Lelehe’el, vi risulteranno certamente più chiari i prossimi due Serafini, che nei loro nomi hanno in comune una K, il geroglifico del «tenere sotto controllo». Sia l’Angelo di oggi, ’Aka’ayah, sia il successivo, Kahethe’el, somigliano ad argini, a chiuse di canali: frenano, regolano, deviano – per fare in modo che le irruenti energie divine trovino la loro giusta direzione. A potenziarle di nuovo, una volta che siano ben avviate, ci penseranno poi gli Angeli della Gerarchia successiva, gli esplosivi Cherubini.

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E tra quelle energie lassù, molto tempo fa, c’eravamo anche noi. Le varie Gerarchie angeliche, dai Serafini, giù giù verso gli Angeli lunari, delineano infatti un ben preciso percorso lungo il quale discende, dall’infinito fino al nostro modo, tutto ciò che deve nascere: esseri viventi, opere, avvenimenti. E nelle Gerarchie si trova perciò la risposta a una di quelle domande che nel Catechismo non sono incluse. Il Catechismo è, come ricorderete, il nome che comunemente si dà a quel prontuario che i cattolici studiano e, in parte, imparano a memoria da bambini: è tutto domande e risposte, la prima è «Chi ci ha creato?» Risposta: «Dio». Poi: «Perché ci ha creato?» Risposta: «Per conoscerlo, amarlo e servirlo». Poi «Chi è Dio?» Risposta: «Dio è l’Essere perfettissimo…» e così via. Manca appunto la domanda riguardo al dove eravamo prima di venir creati – e non certo perché gli estensori del Catechismo non lo sapessero, ma perché non si è ritenuto prudente che certe informazioni si divulgassero troppo.

Nell’Angelologia la questione del «dove eravamo» ha invece un posto di tutto rilievo. E l’idea generale è la seguente: eravamo nell’Infinito, nell’Ain-Soph, al di sopra, al di là di tutte le Gerarchie, al di sopra, al di là di tutti i Nomi noti di Dio, al di sopra e al di là di qualunque cosa abbia o possa avere un nome. Non avevamo né tempo, né spazio, né confini, né numero, né io: ognuno di noi, lassù, era tutto e tutti, e tutto e tutti erano noi, in una sconfinata, unica Coscienza mai incominciata e mai finita. Lassù stavamo, evidentemente, benissimo. Poi è toccata a noi: c’è stato bisogno che qualcuno scendesse a fare la sua parte in quel cantiere che è la Creazione – ancor sempre in corso, come già ben sapete. Abbiamo fatto un gran sospiro, e abbiamo dunque intrapreso il viaggio verso il nostro parto. Prima tappa i Serafini, appunto. Indubbiamente siamo arrivati nella loro Sfera (Sephirah, in ebraico) carichi ancora di quell’atmosfera d’infinito, di illimitato da cui provenivamo, ancora increduli all’idea di poter avere dei limiti: ed eravamo proprio simili, allora, ai Wehewuyah del 21-26 marzo. Dopodiché, tra slanci ancora enormi e pressioni moderatrici sempre più nette (tra Lelehe’el e ’Aka’yah), abbiamo cominciato ad adattarci, a capire il rapporto tra il nostro immenso contenuto e la forma, necessariamente ridotta, che avremmo ricevuta. La nostra H ha cominciato a fare i conti con la W, la nostra L con la M e con la K…

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50. I PREDONI

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15/04/09

Ed ecco che tra questi dolci, modesti, mistici Serafini ne compare uno di tutt’altra tempra: Lelehe’el, con il raddoppiamento di quella L che, come ricorderete, è il geroglifico del giungere, del crescere più in là. I suoi «protetti» sono conquistatori rapaci e insaziabili, dirigono la loro travolgente energia verso il mondo e, si direbbe, travolgono continuamente gli altri perché quell’energia non travolga loro – come il condottiero di un’orda di predoni, che se si fermasse durante la carica verrebbe calpestato. Perché, a che scopo la valenza serafinica cambia così di colpo oggi (e poi torna di nuovo, dal giorno 21, verso la mitezza,l’introversione, la dedizione disinteressata…)?

La mia impressione è che i Lelehe’el e i suoi «protetti» rappresentino,nei cieli e sulla terra, il seguente problema, che attende ancora soluzione: come fare in modo che le enormi energie dell’alto dei cieli fluiscano liberamente nel nostro mondo? Il mondo è certamente troppo piccolo, fragile, per loro; l’umanità è troppo impacciata nelle sue regole e consuetudini: se tra cieli e terra si aprissero i confini (e si stesse davvero «come in cielo, così in terra») quaggiù si verificherebbe certamente una catastrofe. Non per nulla la tradizione afferma che sia i Serafini, sia i Cherubini sono sempre avvolti nelle loro larghe ali, e i loro volti non si mostrano mai quando guardano giù, giacché la luce che ne irradia carbonizzerebbe chiunque li vedesse… Lelehe’el, in tale contesto,sembra avere il compito di misurare il grado dell’inadeguatezza del mondo terreno al mondo divino: i suoi «protetti» nascono per produrre crisi, e quante più ne producono, tanto più si può star certi che il momento promesso dal Padre nostro («venga il tuo Regno») sia ancora lontano. Per ora, quando quei suoi «protetti» hanno provato a dare il massimo di sé, han collezionato una gran quantità di risultati sconfortanti: dallo sfacelo diretto da Hitler, alle geniali intuizioni e teorie di Leonardo, che ai suoi tempi parvero a tutti irrealizzabili,insensate… Verrà il giorno in cui i Lelehe’el porteranno soltanto luce e la loro luce sarà accolta? Nell’attesa, gli altri Serafini stanno a

guardare, avvolti nella loro modestia, e cercando più in se stessi che fuori, mentre il Creatore e gli uomini di buona volontà cercano, tentano,e rielaborano continuamente modi di risolvere questo problema dell’evoluzione.

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