Istruzioni per gli Angeli

Ecco qua alcune brevi «istruzioni per l’uso», a commento della sezione ANGELI (e colgo l’occasione per ringraziare la casa editrice Frassinelli, che ha concesso a anima.tv di utilizzare alcuni brani di un mio recente libro sull’argomento). Con il link che trovate qui sotto, potete scoprire quali Energie angeliche agiscano in ciascun giorno dell’anno, e in che modo le Energie del giorno in cui siete nati determinino certi aspetti della vostra personalità, dei vostri naturali talenti, della vostra vocazione, a voi già nota o magari ancora segreta. La fonte di queste corrispondenze tra i giorni e il destino si trova nelle tradizioni della Qabbalah, antiche e densissime; e appunto in queste tradizioni vorrebbe spaziare il mio blog. Ciò che ne dirò qui sarà molto semplice, vi garantisco; ma, naturalmente, «molto semplice» non significa molto facile.

Come forse vi sarete già accorti nelle vostre personali ricerche spirituali, le cose semplici sono spesso, per la moderna mente razionale, le più complicate.

E a mio parere c’è un solo modo di scoprirle, di intenderle meglio: non aver paura di diventare anche noi più semplici, più intuitivi, più liberi dalle nostre complicatissime abitudini di pensiero. Non aver paura di allontanarsi da quel che a molti, oggi, sembra vero, necessario, logico, o magari intangibile; non aver paura, soprattutto, della nostra capacità di sentire, scoprire, esperire semplicemente l’invisibile attraverso i simboli che lo narrano.

Igor Sibaldi

Igor Sibaldi
Seleziona un Angelo

49. DEI E UOMINI OZIOSI

Secondo gli antichi greci, il Dio supremo se ne stava lontano dal mondo, in un suo misterioso Aldilà, e non provava alcun interesse né per la creazione, né per noi, e nemmeno per gli altri Dei che da lui erano stati emanati. Reggeva tutto, sì. La sua energia continuava a discendere da lui e a impedire che l’universo scomparisse: ma di come scendesse, e di cosa ne avvenisse, il Grande Dio non sapeva nulla, e si trovava benissimo così. Anche presso altri popoli, e anche in alcune correnti cristiane (gli Gnostici, per esempio), si è configurata quest’idea del Dio lontano, e le varie configurazioni si somigliano talmente tra loro, che gli storici delle religioni hanno stabilito il nome ufficiale di questo fenomeno religioso: Deus otiosus, «il Dio in ozio», così lo si chiama in gergo scientifico – e va notato che otiosus, in latino, non significa «pigro», ma più semplicemente «uno che si prende molto tempo per sé» per fare solo quel che piace a lui.

Oltre agli Dei oziosi, alcune religioni ipotizzano anche l’esistenza di uomini a cui i cieli hanno assegnato un otiumtutto speciale. Stanno per conto loro, anche questi, e apparentemente non sono utili a nessuno: non inventano, non costruiscono, non curano, non commerciano. Eppure – dice per esempio la tradizione talmudica – è proprio su una trentina di costoro che si regge il mondo intero: nessuno li conosce e nessuno può perciò ringraziarli, ma sono come salde colonne che impediscono al cielo di caderci addosso.

48_gomorraI «protetti» dell’Angelo di oggi, come avete letto nel ritratto, sono persone di questo tipo. E vi propongo un episodio della Genesi, che di certo vi piacerà: una volta che YHWH si era messo in mente di distruggere Sodoma (per i ben noti motivi), Abramo provò a dissuaderlo. Uomo buono e pacifico, Abramo provava infatti molta compassione per gli abitanti della città, che YHWH voleva massacrare.

«Ma non vorrai uccidere dei giusti insieme agli empi?» domandò Abramo a YHWH. «Cioè?» replicò YHWH. E Abramo: «Se per esempio ci dovessero essere cinquanta giusti, a Sodoma, distruggerai lo stesso la città?» YHWH ci riflettè e rispose: «No, se ne trovo cinquanta non la distruggo». E Abramo: «E se ne trovassi quarantacinque?»

YHWH: «Se ne trovo quarantacinque, non distruggo.»

Abramo: «E se ne trovi quaranta? O trenta? O venti?» e così via, e YHWH ogni volta rispondeva allo stesso modo. Abramo continuò a contrattare fino a dieci; YHWH promise che avesse trovato dieci giusti in città, l’avrebbe lasciata stare. Al che Abramo, soddisfatto e ottimista, salutò e se ne andò, e YHWH si diresse verso Sodoma, pensando probabilmente «Brav’uomo, quell’Abramo. E simpatico anche.»

Di lì a poco Sodoma venne completamente distrutta, con tutti i suoi abitanti, da una pioggia di fuoco e di zolfo. Evidentemente c’erano pochi «protetti» di Mahashiyah, in città, o forse si erano dimenticati di esserlo.

Continua

10/04/09

48. I MODESTI

L’Angelo di oggi e altri due dei quattro Serafini che gli succederanno nelle prossime settimane, hanno come qualità predominante una modestia che a tanti può parere eccessiva. Quanto più alte sono le loro doti, tanto più volentieri cedono all’impulso di farsi da parte, di non voler brillare troppo, come se non volessero che qualcuno se ne abbia a male, o come se temessero la famigerata «invidia degli Dei». E non è difficile capire perché: le loro doti sono tanto alte (come per esempio l’intuizione, la veggenza nei «protetti» dell’Angelo di oggi) appunto perché il loro Ego è più piccolo di quello della restante umanità.

48_modSicuramente avrete notato anche voi, osservando i vostri conoscenti, che l’Ego è il peggior nemico della genialità: che quanto più uno si preoccupa della propria dignità, dell’impressione che può fare agli altri, tanto meno è spontaneo, e tanto meno sa dare libero corso a quei talenti che in lui sono racchiusi. Perciò (fateci caso d’ora in avanti) le persone più eccelse che vi capiterà di incontrare sono anche le più umili, le più timide; e viceversa, quando vi troverete davanti un presuntuoso, vi accorgerete di sentire emanare da lui l’odore acuto, acido della paura – della peggiore delle paure: quella di non valere niente.

Buona parte della gente, certo, sembra non notarlo, e la storia e la cronaca sono piene di presuntuosi di dubbio valore che hanno riscosso grande successo. Ma anche questo ha la sua ragione: buona parte della gente, infatti, non ama affatto e anzi teme la grandezza autentica. Teme di essere «messa in discussione» da chi vede e sa più di loro; teme soprattutto le cose nuove che chi sa più di loro potrebbe dire, e che cambierebbero punti di vista e condizioni su cui quella buona parte di gente ha costruito la propria esistenza. Perciò, A SCANSO DI COMPLICAZIONI, molti preferiscono incensare i presuntuosi.

Mi direte che numerosi psicologi sostengono proprio il contrario, e cioè che l’AUTOSTIMA è benefica, indispensabile addirittura. E in linea generale sono d’accordo: non fosse che, quando la si applica troppo frettolosamente, l’autostima ti porta a dar peso proprio a quelle tue qualità che possono venir maggiormente approvate dalle persone che ti circondano – dal capufficio, dai colleghi, dai soliti amici della domenica, dagli insegnanti ecc. E spesso finisce per facilitarti soltanto il compito di essere un buon ingranaggio della macchina, un membro ben integrato di una società che – diciamocelo francamente – è molto scadente, e ha bisogno appunto di fedeli ingranaggi per rimanere tale. A questo compito, i fiammeggianti ‘Elamiyah sono del tutto indifferenti. Li attrae troppo il piacere della propria altezza interiore, della visuale prodigiosa che da lassù si apre loro: se ne lasciano prendere talmente (quando sono veramente se stessi) da non curarsi più affatto dell’approvazione altrui, NON SI VOLTANO INDIETRO, non tornano giù a raccontare come sono bravi. La loro immagine pubblica ci rimette, sì. Ma sono felici così, e sarebbero infelici altrimenti.

Continua

5/04/09

47. THET E LA REINCARNAZIONE

Teth. Si pronuncia con la punta della lingua sul palato, un po’ più intensa della t di tango. È il geroglifico della protezione, della solidità, del tetto, dello scudo.

Ecco anche l’ultima lettera dell’alfabeto sacro, che ancora ci restava da scoprire. È la T di tov, «buono», «perfetto» (in geroglifico: «chi è ben protetto in se stesso, nel proprio animo»), e anche di tameh, «impuro» (colui, cioè, da qualche bisogna proteggersi). Sembra proprio il pittogramma di una fortezza, vista dall’alto, con il suo corridoio d’ingresso ben munito. E nel nome di questo Angelo si combina con la lettera samekh, anch’essa talmente difensiva! Nel ritratto è spiegato perché e con quali conseguenze: i protetti di Seyta’el sono, da un lato, bravissimi a proteggere qualcuno; dall’altro, si sentono isolati, radicalmente diversi dai loro contemporanei. E se provano a indagare le ragioni di questa loro diversità, hanno facilmente la sensazione di scendere verso altre epoche passate, proprio come nelle segrete di un castello… È come se in loro la precedente reincarnazione non si fosse del tutto conclusa, e ancora li chiamasse e volesse far udire le proprie ragioni: in tal modo si esprime qui quella «…e» che, l’abbiamo visto, è una caratteristica decisiva degli Angeli di questo periodo, i Serafini.

E, badate bene, questo riferimento al karma non è affatto una metafora, né un’interferenza di altre tradizioni religiose. Gli Ebrei – e, a mio parere, anche gli Egizi – credevano nella reincarnazione: perfino la Bibbia ne parla, per esempio nell’episodio dell’eroico Razis, che mentre si uccideva per non essere catturato dai nemici «invocò il Signore della vita e dello spirito, perché di nuovo glieli restituisse» (2 Maccabei 14,46), E perfino nel Vangelo, in due punti indubbi:

angIn quel tempo Erode, il tetrarca, udì parlare della fama di Gesù, e disse ai suoi: «È Giovanni Battista, che è resuscitato dai morti: e perciò il potere dei miracoli agisce in questo Gesù»

Matteo 14,1

E:

Passando, vide uno nato cieco; e i suoi discepoli gli domandarono: «Rabbì, chi ha peccato perché nascesse cieco: i suoi genitori, o lui stesso?»

Giovanni 9,1.

Infatti, come si può aver peccato prima di nascere, se non in una vita precedente? L’altro passo, quello di Erode, documenta una particolare forma di reincarnazione, individuata dagli Ebrei: il cosiddetto ibbur (letteralmente: «importazione»), cioè la possibilità che nell’io di qualcuno venga ad abitare temporaneamente l’io di un defunto, che in vita non era riuscito a fare tutto quel che si era proposto, e che perciò desidera avere ancora un supplemento di tempo. Durante tale sua permanenza nel vivo, il defunto conferisce a quest’ultimo anche i suoi poteri, oltre ai suoi modi di pensare, ai suoi sentimenti, spesso addirittura ai suoi ricordi. E il vivo può anche non accorgersene, e notare soltanto di essere molto cambiato ultimamente…

Molto interessante è l’aspetto psicologico di questa credenza dell’ibbur: ciò che ne deriva, infatti, è che l’elemento per noi più evidente, più sicuro, più intimo d’ogni altra cosa al mondo, il nostro concretissimo io (nostra Teth, nostra Samekh) può non essere affatto nostro di tanto in tanto. Possiamo non essere noi, a vivere le nostre giornate. Non capita a tutti, beninteso: solo a quelli che al proprio io non hanno mai dato il giusto valore, e che non lo conoscono, e non sanno ascoltarlo, adoperarlo. (Quella frase di Erode era dunque assai irrispettosa, nei confronti di Gesù). Se non ti curi della tua fortezza interiore, insomma, è facile che qualcun altro se la pigli. Parlatene, magari, con l’Angelo di questi giorni, e vi darà certamente ottimi consigli.

Continua

31/03/09
31mar

46. GLI INTELLIGENTISSIMI E IL DIAVOLO

La «…e», come l’abbiamo descritta nella scorsa puntata, è un tratto comune a tutti quanti gli Angeli di queste settimane, che sono i famosi Serafini (dal 21 marzo al 30 aprile), e si esprime in ciascuno di essi in maniera diversa. Nell’Angelo di oggi, diventa la bravura di considerare ogni questione da un punto di vista più alto di quelli altrui: gli Yeliy’el sono maestri nell’«e inoltre» e nel «e quindi», scorgono premesse e traggono conclusioni che noialtri non ci sogneremmo nemmeno. Sono disperatamente «mentali», certo – come del resto tutti i Serafini – ma che piacere ascoltarli, che lezioni d’intelligenza sanno dare. Saraph in ebraico vuol dire «ardere»; e gli Yeliy’el sono simili alla luce di un forte incendio. Saraph significa anche «drago»: e certamente gli Yeliy’el sono maestosi esseri a sangue freddo (non sono rettili i draghi?), il cui cuore è enormemente lontano dalla mente, e la cui mente può dunque dispiegare tutta la propria lucidità senza interferenze sentimentali.

O almeno così dovrebbe essere quando va tutto bene. Avrete notato, dai ritratti, che ciascuna Energia angelica può presentare determinati rischi, se la si adopera male: se, cioè, i loro «protetti» la ignorano (e allora si vendica di non essere stata adoperata) o anche se eccedono, se ne abusano. 46_techCompito dell’angelologo – nel caso che vogliate scegliere, in futuro, questa emozionante occupazione – non è soltanto indicare quali compiti esistenziali dovrebbero toccare a ciascuno in base agli antichi Codici, ma anche, al tempo stesso, spiegare ogni volta che un compito non è tutto nella vita. Un buon angelologo spiega sia come non sprecare forzenel tentativo di raggiungere obiettivi che non ci competono, sia come imparare a riprender fiato, di distrarsi, una volta che ci si sia messi in marcia verso gli obiettivi appropriati.

Nel caso di Yeliy’el, la questione è particolarmente delicata: ai suoi intelligentissimi «protetti» va consigliato di essere talmente intelligenti da permettersi, ogni tanto, di fare un po’ gli stupidi. Diriscoprire la dimensione del cuore – che in loro è poco sviluppata, e perciò ingenua, indifesa, goffa. Il cuore, l’istinto è, in loro, ciò che gli junghiani chiamano «l’ombra»: gli aspetti trascurati, negati, repressi della personalità, che, quando li si esclude troppo dalla vita quotidiana, possono facilmente rivoltarsi e combinare brutti scherzi. Jung spiegava che nell’«ombra» ciascuno ha il proprio diavolo, il proprio avversario personale; e che l’unico modo per renderlo inoffensivo è portarlo alla luce e venire a patti con esso. Gli Yeliy’el sono fin troppo bravi nel tenere tutto sotto controllo: il loro «diavolo» è il disordine, che può irrompere nella loro vita, tutt’a un tratto, sotto forma di improvvise, disastrose inavvertenze. Gli Yeliy’el sono imbattibili nel guidare fermissimamente la loro passionalità: il loro «diavolo» potrà tanto più facilmente farli innamorare, a un certo punto, della persona più sbagliata, e determinare in tal modo un periodo orrendo della loro vita. Imparino dunque a considerare e a usare le loro doti cum grano salis, il che nel loro caso significa con un pizzico di follia e di candore, almeno tre volte a settimana.

Ci vuole molto coraggio, senza dubbio. Uno scrittore che amo molto, Lev Tolstoj (che non era uno Yeliy’el, ma aveva molte affinità con quest’Angelo, come spesso capita ai romanzieri) diceva che le persone sagge devono addestrarsi al «coraggio della stupidità»: a fare cose, cioè, dinanzi alle quali chi si ritiene più intelligente di loro scuoterebbe il capo in segno di disapprovazione e compatimento. Fu grazie a questo coraggio che Tolstoj scrisse, tra l’altro, Guerra e pace, non curandosi del fatto che molti suoi stimati conoscenti lo considerassero uno scrittore finito, scioccamente smarritosi in un un progetto troppo lungo, troppo ambizioso. Ne venne invece un capolavoro e uno dei più grandi successi editoriali che la storia ricordi. Il coraggio della stupidità: ricordatevelo, protetti di Yeliy’el. Lì è il segreto della vostra grandezza, oltre che della vostra armonia interiore.

Continua

26/03/09

45. … E

Wehewuyah è il primo Angelo delle Gerarchie (e perciò i suoi «protetti» hanno tanto spesso la fissazione di essere e di dover sembrare dei Numeri Uno o delle Prime Donne: di detenere un primato spirituale ed esistenziale su tutti gli altri esseri umani… Che responsabilità, che stress!) ma è interessante notare che l’iniziale del suo Nome, w, in ebraico significhi «…e», come se il primo non fosse proprio il primo, come se il Principio di tutto non fosse proprio qui, ma si dovesse cercare prima ancora.

45_terraForse, di primo acchito questa notizia non vi colpirà più di tanto; ma considerate quante energie vengono spese dalla attuale ricerca scientifica per stabilire quando e come il nostro universo ebbe inizio; e quanto è importante, nelle religioni attuali, l’idea che Dio a un certo punto abbia creato il mondo dal nulla; e, più in generale, quanta parte della filosofia e della teologia occidentale sia stata dedicata all’indagine della Causa Prima.

Gli antichi preferivano un altro modo di ragionare, che a mio parere è assai più profondo e più utile. Il Nome del primo Angelo comincia con una «…e», e il primo libro della Bibbia inizia non con la prima lettera dell’alfabeto, aleph, ma con la seconda,beth. E nei primi versetti, là dove parla appunto della cosiddetta creazione dell’universo, non dice affatto che Dio a un certo punto fece tutto quanto dal nulla. «In principio Dio creò il cielo e la terra» è una traduzione inesatta: più vicino all’originale sarebbe «Dio DIEDE FORMA al cielo e alla terra». Cioè imparò a vederli, si accorse che c’erano e se ne formò un’immagine, un concetto. Ma il cielo e la terra C’ERANO GIÀ. E nel seguito del racconto della cosiddetta creazione, viene descritto come Dio (’Elohim) imparò a scorgere i mari, le montagne, le piante, gli animali – un po’ come uno che, appena arrivato, pian piano familiarizza con i nuovi luoghi che ha intorno a sé.

45_cieloCosa cambia per noi il sapere se Dio creò o non creò l’universo, se possiamo o non possiamo descrivere l’inizio di tutto? Cambia moltissimo. Innanzitutto, nella voglia di chiarire la questione dell’Origine si esprime l’ansia – tutta umana – di CAPIRE tutto. CAPIRE, dal latino CAPERE, cioè «contenere». Ed è la voglia di ridurre, di rimpicciolire talmente la realtà, da poterla racchiudere tutta quanta in quel piccolissimo contenitore che è la nostra mente cosciente e razionale. Tutta la scienza occidentale, nelle sue peggiori espressioni, mira appunto a questo – e a dimostrare, attraverso questo, che la nostra piccolissima mente razionale possa essere più grande (non potrebbe capirlo-contenerlo, altrimenti) dell’inizio di tutto. Bella roba! Non riusciamo a risolvere i principali problemi della regione, del quartiere in cui abitiamo, e ci incaponiamo di voler COMPRENDERE il principio dell’universo!

In secondo luogo (e questo è ancor più grave) nel voler attribuire tanta maestosa capacità alla mente razionale fa capolino, evidentissimo, il timore, la voglia di mettere a tacere quella parte non razionale della nostra mente che il linguaggio scientifico non riesce e non riuscirà mai a descrivere: quell’area in cui si trovano gli istinti, i sentimenti, le intuizioni, le coincidenze, le ispirazioni, delle quali si può parlare soltanto in termini analogici, poetici, d’immaginazione. Quest’area (che la scienza e la mente razionale notoriamente detestano) è importantissima per la nostra vita reale, quotidiana. È lì che ci accorgiamo di essere innamorati, di avere idee, desideri, di ridere, di essere guidati da Qualcosa e tentati da qualcos’altro. Lì noi viviamo davvero. Gli antichi studiosi che decisero di porre una «…e» come iniziale del primo Angelo, e l’autore della Bibbia che volle cominciare il suo racconto con una beth, ci raccomandarono di non LIMITARE troppo l’orizzonte della nostra conoscenza: «Lasciate» intendevano dire «che ci sia sempre, per sempre una parte che non conosci, e di cui non sai dire nulla. Da quella parte la tua anima si alimenta. E non la puoi conoscere, così come un occhio che guarda il mondo non può vedere se stesso. Vi fu, vi è un prima assoluto, un principio di tutto, un aleph che precede la creazione: e sai dov’è? In te. Sei tu, quando guardi il mondo, quando leggi la Genesi. In modo misteriosissimo per la tua mente razionale, tutto l’universo incomincia ogni giorno, ogni istante con te che, come ’Elohim, ti accorgi del cielo e della terra, e dei mari, delle montagne, e delle piante, e dell’uomo…»

(Adesso, per favore, non mi venite a dire che questo discorsetto è troppo difficile da CAPIRE. Eh no! È assolutamente impossibile da CAPIRE-CAPERE nel senso che dicevo prima. Lo si può soltanto percepire, penetrare con l’intuizione e con il cuore; e ve l’ho scritto apposta, come piccolo esercizio per le parti non razionali del vostro io. Buona primavera!).

Continua

21/03/09

44. NOI MUMMIE

L’Angelo di questi giorni e il successivo sono, rispettivamente, l’ultimo e il primo dell’elenco cifrato nel libro dell’Esodo (v. la puntata 3 del nostro blog). Sono anche l’ultimo e il primo in assoluto: Muwmiyah è l’ultimo degli Angeli lunari, cioè l’estremo confine oltre il quale ha inizio il nostro livello umano, dove tutto comincia fatalmente a finire; e Wehewuyah è il primo dei Serafini: al di sopra di lui si estende l’Infinito divino, da cui provengono tutte le energie del nostro universo. In perfetta corrispondenza con l’Astrologia, i nostri due Angeli ultimo e primo vengono a trovarsi a cavallo del «capodanno» zodiacale, dove termina l’ultimo segno, i Pesci, ed eternamente ricomincia il primo, l’Ariete.

È molto piacevole meditare su questi schemi, su queste corrispondenze: meditare senza impegnarsi a trarne per forza deduzioni, senza voler capire razionalmente (non si otterrebbe che un banale «nient’altro che»). Pensateci lasciando aperte le porte d’ingresso e di uscita della vostra mente, permettete che le idee arrivino e vadano e, se vogliono, si soffermino un po’ a farvi compagnia.

44_mumLa M di Muwmiyah chiude il ciclo zodiacale: la M, vi ricordate, è l’orizzonte, è l’avvolgere, ed è anche il ventre materno. Nell’elenco cifrato, in quei tre versetti dell’Esodo, l’ultima lettera (corrispondente alla seconda M di Muwmiyah) è la seconda M della parola maiym, «acque». E anche «acque» ha a che fare con una gravidanza – oltre che naturalmente con il Diluvio, e con le Acque primordiali che riempivano tutto prima che cominciasse la Creazione, quando «lo Spirito di ’Elohim si librava sulle acque». La fine parla dunque di qualcos’altro che sta incominciando. Non è così anche la fine dell’uomo? (In egiziano, la parola «morte», MET, era molto simile a «madre», MUT). O la fine di un mondo? O più semplicemente, la fine di un pensiero, di un ragionamento: là dove alla ragione sembra di aver chiarito tutto di qualcosa, e ritiene che non vi sia più nulla da dire, che cosa incomincia ?

Gli Ebrei, ai tempi di Mosè, sapevano benissimo cosa fossero e cosa rappresentassero le mummie: il simbolo di ciò che attende, il bozzolo da cui sta per nascere la farfalla. Così io credo siano tutte le nostre domande, specialmente quelle a cui per ora non sembra possibile trovare una risposta. E l’Angelo di questi giorni, come forse avrete letto nel ritratto, è anche l’Angelo dell’aprirsi alla rivelazione, e dello spazio della rivelazione, che circonda e avvolge tutto il mondo noto all’uomo.

Continua

16/03/09

43. IL SENSO DI GIUSTIZIA

Se l’Angelo precedente era talmente vasto e trasparente da poter sembrare vuoto, Hayiya’el è presentissimo, ben visibile e determinato. Non per nulla HY è in ebraico la radice del verbo «essere»: come a dire «Sono qui e dovete fare i conti con me! Voi fino a che punto siete? Cosa siete riusciti a essere?» E non si limita a criticare, ma giudica. I suoi «protetti» hanno infatti quello 43_Creazstesso istinto di giustizia che avevamo già notato nell’Angelo del 1° marzo, e che è – insieme all’energia terapeutica – la dote che si incontra più di frequente tra i Settantadue. È anch’essa assai impegnativa: più ancora di una vocazione. Se non segui una tua vocazione, corri soltanto il rischio di provare per tutta la vita un rimpianto più o meno vago, la sensazione di avere un nodo da sciogliere in fondo al cuore. Se, invece, il tuo Angelo è Hayiya’el o un altro della giustizia, e hai malauguratamente deciso di non curarti di ciò che è giusto o sbagliato nel comportamento tuo o altrui, non passerà giorno senza che tu ti senta stupido, ipocrita e complice del male del mondo. «A chi è stato dato molto, molto sarà richiesto» avverte il Vangelo: e ai «protetti» di Hayiya’el è stato dato moltissimo, in termini di vigore, audacia, autorevolezza, equilibrio, lucidità, intuito. Devono mostrarsi all’altezza di se stessi. Il mondo ne ha talmente bisogno …

D’altra parte, è lecito porsi qui il problema: perché il mondo è stato creato e diretto talmente male dalla Divinità, da richiedere alle creature umane di porvi rimedio? Dio e i suoi Angeli non potevano rifinirlo meglio, dotarlo – che so – di qualche dispositivo di sicurezza, di una qualche valvola psichica o spirituale che impedisse la produzione di cattiverie? E (cosa quantomai scoraggiante) le nostre grandi religioni non forniscono, a questo riguardo, nessun chiarimento significativo: non spiegano né perché i Cieli permisero Auschwitz o Nagasaki, né perché in quelle occasioni gli Hayiya’el non riuscirono a impedire l’orrore. Possibile che sia stata colpa SOLTANTO dell’uomo?

Io, da quel che ho letto, decifrato, pensato in questi anni, credo che veramente Dio e gli Angeli non abbiano potuto fare più di così. Sanno bene – a mio parere – che questo non è affatto il migliore dei mondi possibili, e ne sono probabilmente imbarazzati, e perciò chiedono aiuto a noi: «Dateci una mano, umani, e vediamo di portare a termine questa creazione come si deve, correggendola dove non va… Lavoriamoci insieme». Ed è, questa, un’idea antica: se ne trovano molte tracce già nella teologia egizia.

Nel giudicarla, non abbiate fretta. So bene che, così come l’ho esposta, può apparire fin troppo elementare, ingenua. Ma consideratela in termini simbolici, come segnale che vi indica un territorio «hayaeliano» della vostra psiche: quello da dove proviene il SENSO delle cose che fai e puoi fare ogni giorno, la RAGIONE del bene e del male che tu hai il potere di compiere e riconoscere. Nel ritenerti coautore di una creazione ancora incompleta vi è una fonte enorme di voglia di vivere e di agire, di salute, di creatività, quale sarebbe difficile trovare altrove, nel mondo così com’è ora.

Continua

11/03/09

42. ANCORA SULLA LIBERTÀ

Due puntate fa dicevo che Dio, ogni tanto, sembra «contrarsi» e lasciare spazio libero all’uomo. Nell’Angelo di questi giorni la «contrazione» è completa: Yabamiyah non richiede nulla di nulla e – come dicono gli antichi Codici (*) – dà tutto. «Che pacchia!» direte magari voi. Ma provate a domandare a qualche vostro conoscente nato dal 6 al 10 marzo. Se conosce già abbastanza se stesso, vi risponderà che non è affatto piacevole essere uno «il cui sguardo (Y) penetra (B) e abbraccia (M) tutto quanto»: tutto, i pregi e i difetti di chiunque, il senso, i limiti, l’importanza (sempre relativa!) di qualunque cosa. Vede tutto, comprende tutto, e appunto perciò nulla gli interessa davvero. Guarda gli altri che desiderano, sperano, si illudono, lottano; e può facilmente aiutarli, se è di buon cuore – ma sa per certo che non gli è dato di provare le emozioni che essi provano, così come noi non riusciremmo più a ritrovare quel terrore d’una nota sul diario o quella gioia d’una lode, che avevamo conosciuto alle elementari.

I re e i principi delle fiabe dovevano sentirsi un po’ così, quando guardavano – sbadigliando – dalle finestre del loro palazzo, verso i loro sudditi indaffarati. E immagino si sentano così gli Angeli e Dio, quando dal cielo guardano noi che ci arrabattiamo tra desideri, speranze, illusioni. Temo che non si divertano nemmeno più, a guardarci, dopo tanti millenni. C’è da meravigliarsi se la loro simpatia va tanto palesemente ai «protetti» di Yabamiah, che quaggiù li possono capire meglio di chiunque altro? Nel ritratto, spiego anche che questo è l’Angelo della critica, grazie appunto alla facilità con cui riesce a scorgere quel che alla maggioranza dell’altra gente sfugge. E i cieli sono certamente il luogo della CRITICA DELL’UNIVERSO: ci avete mai riflettuto? Lassù c’è il nostro pubblico di intenditori, accomodati tutt’intorno al Regista. Noi, qui, andiamo in scena – sul palcoscenico che lo tsimtsum ci ha lasciato sgombro – e recitiamo la nostra parte, in attesa sempre di applausi o di fischi. Recitare in inglese e in francese si dice play jouer, «giocare» cioè. Quindi, nell’universo, chi si diverte di più, secondo voi?

(*) In italiano si può consultare quello accuratissimo pubblicato da HAZIEL, ne Il grande libro delle invocazioni e delle esortazioni, Mondadori, Milano 2oo6.

Continua

6/03/09
42_tut

41. RACCONTO DI UNA RA’AHA’EL

Quando ero ancora all’inizio dei miei studi di Angelologia c’erano molti Angeli di cui mi sembrava di non aver capito gran che, e Ra’aha’el era uno di questi. Mi sembrava troppo strano, e improbabile, che le persone nate dal 1° al 6 marzo dovessero veramente ritrovare cose smarrite o persone perdute di vista, per sentirsi felici e realizzate. E quella volta fu un’esperienza, a farmi intendere meglio. Avevo parlato di quest’Angelo a una sua «protetta» (che saluto caramente, se mi sta leggendo), le avevo spiegato quel che dicevano i Codici antichi: che Ra’aha’el dona un forte, combattivo, meticoloso senso di giustizia, e che il modo migliore per usarlo era appunto ritrovare ciò che si è perso, e capire in che modo e perché lo si è perso, e che se lei si fosse impegnata in questo ne avrebbe avuto notevole fortuna, e così via. Ma, non essendone convinto io stesso, non riuscii nemmeno a convincerne lei, ed ebbe la netta impressione che fossero tutte sciocchezze. 

La rividi qualche mese dopo e mi raccontò, divertita e contenta, quel che le era successo nel frattempo: 

«Un po’ di tempo fa» disse «stavo facendo pulizia nel nostro box, e da uno scaffale è caduta una busta: c’erano dentro altre buste. Be’ – ho pensato, – si vede che qualcuno l’ha messa qui per qualche buona ragione, e che qui deve stare. Ma poi mi è venuta la curiosità di vedere cosa conteneva, ed erano le lettere di mio marito e della sua amante…»

«No! Ma dai» dissi io.

«Eh sì. Allora ho pensato: gli faccio subito una scenata. Ma poi no – mi sono detta, – vediamo prima come stanno davvero le cose. E ho cominciato a seguire mio marito, ho fatto anche due foto mentre entrava in casa di quella lì, e alla fine, una sera, gli ho messo davanti la situazione con tutte le prove, e gli ho detto pari pari: «Io mi tengo la casa, d’accordo?» senza alzar la voce né altro…»

«E lui?»

«E lui niente, abbiamo chiuso, ma la storia non è finita. Neanche tre settimane dopo, stavo aspettando l’autobus e vedo che arriva…» (e qui fece un bellissimo sorriso) «vedo che arriva, come dire, insomma… Io ho avuto un solo grande amore in vita mia, e non era mio marito, ma quest’altro.»

«Quello che stava arrivando?»

«Sì. Mi ha vista, ci siamo seduti alla fermata, abbiamo cominciato a parlare… Erano anni che non lo rivedevo. Abbiamo perso non so quanti autobus, mentre parlavamo lì. E adesso abitiamo insieme da un mese.»


È una bella storia, a mio parere. Niente di cabbalistico in senso stretto, ma comunque mi fu utile. Lì cominciai – tutto a un tratto – ad accorgermi di come, per esempio, Pasolini (5 marzo) ritrovasse e aiutasse a ritrovare ciò che le culture italiane avevano perduto nei loro matrimoni sbagliati; e del «divorzio» a cui Gorbaciòv (2 marzo) cominciò a guidare la Russia; e tante altre esperienze ancora. La parte empirica dell’Angelologia è infatti importantissima, in quanto aspetto visibile di un invisibile. Grazie ancora a quella mia cara amica, per l’aiuto! 



Continua

1/03/09
41_trova

40. TSIMTSUM

L’Angelo di questi giorni dona quell’«energia terapeutica» di cui abbiamo già parlato (v. la puntata 8), e che può manifestarsi con successo sia nella professione medica sia nell’arte dello spettacolo. Dona anche la voglia di scoprire e far scoprire cose nuove, e una notevole dose di naturale fortuna. Nient’altro. Tra i Settantadue, è perciò uno degli Angeli più semplici da vivere: richiede, in pratica, un’unica scelta precisa ai suoi «protetti» – curare o recitare – e per il resto li lascia nella più completa indeterminatezza. Come se dicesse: «Per far fruttare il vostro talento, voi non avete bisogno di nulla: né dell’amore, né dell’amicizia, né di una qualche disciplina… Il che non significa che dobbiate fare a meno di queste cose: potete prenderne, conquistarle, imporvele, se vi va, ma sappiate che solo la vostra professione o arte potrà darvi energia, energia abbondantissima, mentre in ogni altro aspetto della vostra vita, in ogni altro rapporto sarete voi a dare, come un recipiente stracolmo che comunica con altri il cui contenuto sia inferiore».

È una forma di libertà, o più precisamente di tempo totalmente libero. Ed è il riflesso di una delle idee più avventurose della Qabbalah: lo tsimtsum, che significa «contrazione». Per poter creare il mondo – dicevano alcuni qabbalisti medievali – Dio dovette contrarsi: dovette lasciare nell’universo un luogo libero, in cui la Sua presenza non arrivasse, perché lì potesse cominciare a esistere qualcosa di diverso da Lui. Ciò 40_Davvenne all’inizio (era il modo in cui quei maestri immaginavo il Big Bang, con otto secoli d’anticipo) e continuò ad avvenire poi: il Dio-Signore, dopo aver proibito d’assaggiare i frutti della conoscenza, si allontanò; e così pure dopo aver raccomandato a Caino di lasciar in pace Abele… e così via, fino al Calvario, dove Gesù, morendo, gridò «Perché mi hai abbandonato?» L’evoluzione, secondo le Scritture, è punteggiata di tsimtsum, di tempi e spazi esistenziali lasciati vuoti, perché in essi avvenga qualcosa che NON È in Dio – e ogni volta, guarda caso, si tratta di un gran passo avanti dell’umanità. Secondo voi, PERCHÉ?

Secondo me, è un modo che Dio ha di esercitare l’uomo a essere come Lui. Libero dal bisogno e dal dovere. Certo, gli insegna questa libertà con grande cautela, come si fa con i bambini, quando si prova a lasciarli soli per un po’, a mandarli a comprare qualcosa da soli, o a far prendere loro qualche piccola decisione. Ma lo scopo è che crescano e arrivino davvero, tra qualche tempo (secoli, millenni) a far da sé, in uno tsimtsum sempre più ampio. «Imparate a essere perfetti come il Padre vostro che è nei cieli» diceva Gesù (Matteo 5,48) e qui, evidentemente, voleva essere preso proprio alla lettera.

D’altronde, fateci caso: nell’Angelo di questi giorni (o negli Angeli dei Re, di cui parleremo il 6 marzo) lo tsimtsumè molto evidente, ma anche negli altri Angeli ce n’è un bel po’. Alcuni, come Manaqe’el, Umabe’el o Yahehe’el, non richiedono nulla che riguardi il rapporto con il denaro (per i loro «protetti», cioè, la riuscita o la non riuscita in questo campo non sarà mai un fatto determinante: qui, sono liberi); altri, come ’Ay ‘a’el o ‘Anawe’el non richiedono nulla che riguardi amicizia e amore (e qui si situa dunque il loro tsimtsum); altri ancora, come gli Angeli dei Re, di cui riparleremo il 6 marzo, non chiedono proprio nulla di nulla. E vi propongo un argomento di riflessione: a mio parere, proprio in ciò di cui un Angelo non fa menzione ai suoi «protetti» io credo che vi sia il luogo più importante, il principale alambicco del laboratorio d’una vita, dove solo la libertà – per chi ha il coraggio di servirsene in modo creativo – apre prospettive radicalmente nuove. Voi che ne pensate?

Continua

24/02/09